A proposito di poesia contemporanea:

  • ° Nel corso del’900 si è diffuso il verso libero. Questo è avvenuto non solo tra quelli che vengono definiti dai cattedratici poeti dilettanti, ma anche da grandi poeti stranieri ed italiani. Laforgue fu il primo grande poeta ad adoprare il verso libero e a tal proposito scrisse: “mi dimentico di rimare, mi dimentico il numero delle sillabe, mi dimentico la distribuzione delle strofe”. Anche Pound fece un uso moderato nelle proprie liriche del verso libero. I poeti dell’imagismo scrivevano tutti in versi liberi. E. Lee Masters nella celeberrima Antologia di Spoon River adoprò spesso nei suoi epitaffi versi liberi e non prestò molta attenzione al rispetto della metrica. Per quel che riguarda il nostro paese i crepuscolari Corazzini, Gozzano, Govoni, pur utilizzando anche forme metriche tradizionali, introdussero il verso libero nella poesia italiana. Anche il poeta simbolista Gian Pietro Lucini scriveva sopratutto versi liberi e dichiarò che al momento della creazione non cercava “misure prestabilite(versi), nè sequenze numerate di misure(strofe)”, nè il posizionamento di accenti tonici. Inoltre bisogna ricordare che i poeti vociani Jahier e Boine scrissero solo prose poetiche. Infine i futuristi utilizzarono solo ed esclusivamente il verso libero. Sono favorevole all’uso di versi liberi perché come esseri umani abbiamo già notevoli limiti(mentali, psichici, gnoseologici, ontologici) ed  è a mio avviso fuori luogo aggiungere dei limiti stilistici, che oggi possono apparire ai più desueti. Se in poesia e in letteratura devono essere messe delle regole forse devono riguardare il rapporto tra l’arte e il tentativo di ideologizzazione dell’arte stessa. Ritornando al verso libero alcuni intellettuali ritengono che la vera libertà si acquisisca nell’ambito delle regole imposte e degli schemi precostituiti o almeno questa è la loro giustificazione alla loro concezione di una poesia, che per essere tale deve adoprare le forme metriche classiche. Altri intellettuali ritengono invece che nell’arte la libertà non esista, per cui devono essere accettate le regole imposte dalla tradizione. Per  il poeta Robert Frost “scrivere versi liberi è come giocare a tennis senza rete».
    Ma non è detto che chi scriva versi liberi e non rispetti la metrica tradizionale non si imponga altre regole riguardanti altri ambiti.
    Un tempo erano presenti dei canoni estetici. Oggi forse è più problematico valutare un poeta.
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Su Sanremo così nazionalpopolare e la poesia così marginale

Ci sono canzoni eccellenti che non hanno vinto Sanremo e che avrebbero meritato la vittoria come “Ciao amore, ciao” di Tenco, “Ma che freddo fa” cantata da Nada, “Le mille bolle blu” cantata da Mina, “Nata libera” di Leano Morelli, “4/3/1943” e “Piazza Grande” cantate da Lucio Dalla, “L’uomo che si gioca il cielo a dadi” di Vecchioni, “Montagne Verdi” cantata da Marcella Bella, “Vita spericolata” di Vasco Rossi, “Almeno tu nell’universo” cantata da Mia Martini, “Gianna” di Rino Gaetano, “Quello che le donne non dicono” cantata da Fiorella Mannoia, “Il ragazzo della via Gluck” di Celentano, “Un’avventura” di Lucio Battisti, “L’italiano” di Toto Cutugno, “Ancora” di Eduardo De Crescenzo, “Cosa resterà degli anni 80” di Raf, “Signor tenente” di Giorgio Faletti, “E dimmi che non vuoi morire” cantata da Patty Pravo, “Timido ubriaco” di Max Gazzè, “Spunta la luna dal monte” di Bertoli e Tazenda, “Maledetta primavera” cantata da Loretta Goggi. Mi scuso per averle citate alla rinfusa. È pacifico dire che molte di queste canzoni sono state vere e proprie vincitrici morali del festival e successivamente sono diventate dei grandi successi. Naturalmente non bisogna sopravvalutare Sanremo, che è una grande kermesse canora e non certo il Premio Tenco: la stragrande maggioranza delle canzoni sono semplici, commerciali e trattano quasi tutte di amore nel modo più strappalacrime possibile. Insomma è una grande gara nazionalpopolare e non bisogna aspettarsi di più. Le canzoni sono fatte soprattutto per “arrivare” subito alla gente e non hanno molto spesso la pretesa di essere poesia e talvolta nemmeno di essere espressione artistica. Il rapporto tra canzone d’autore e poesia comunque è problematico e controverso. In America non vengono fatte distinzioni tra Bob Dylan, Lou Reed, Leonard Cohen, Jim Morrison e i poeti della beat generation. In Francia cantautori come Brassens, Brel e Ferrè sono considerati dei veri poeti. In Italia cantautori come De Andrè, Edoardo De Angelis, Enzo Jannacci, Guccini, Battiato, Dalla, Paolo Conte, Edoardo Bennato, Vecchioni, De Gregori, Piero Ciampi, Claudio Lolli, Alice, Ivano Fossati, Giorgio Gaber, Enrico Ruggeri, Tenco, Ivan Graziani, Mario Castelnuovo, Vinicio Capossela sono riusciti a scrivere testi che hanno una certa dignità letteraria. Però non vengono considerati poeti a tutti gli effetti da parte dei critici letterari. D’altra parte in Italia il pubblico della poesia è inesistente e sono gli italianisti(che hanno sempre cattedre universitarie) a decidere chi deve finire nelle antologie scolastiche. I cantautori invece godono di un grande seguito e il popolo conosce a memoria le canzoni e non le poesie: come già ho avuto di scrivere sono i cantanti i surrogati dei poeti al mondo di oggi. Facendo una considerazione a largo raggio ritengo che lo scetticismo imperante nella cultura odierna ha prodotto un irrazionalismo, che porta la maggioranza delle persone a credere agli oroscopi, ai maghi, alle fake news e naturalmente anche ai cantanti. Comunque sempre in Italia in passato sono state fatte cose interessanti per quel che riguarda il rapporto tra poesia e musica. Baglioni ad esempio ha musicato una poesia di Trilussa(“Ninna nanna”) e Guccini una poesia di Gozzano(“L’isola non trovata”). Inoltre la canzone “Le passanti” di De Andrè è un testo di un poeta francese. “Il cantico dei drogati” l’ha scritta assieme al poeta Riccardo Mannerini. Lo stesso cantautore genovese ha scritto “Una storia sbagliata” in memoria di Pasolini. “Le lettere d’amore” di Vecchioni si riferisce al grande poeta portoghese Pessoa. Va ricordata anche la collaborazione tra Roversi e Dalla, durata 7 anni. Personalmente ritengo che la canzone, anche quella d’autore, possa essere considerata al massimo poesia popolare e spesso il testo, letto senza musica, non possa essere considerato a tutti gli effetti poesia. Spesso il testo della canzone non è eufonico. Inoltre quando si fanno dei raffronti tra un poeta e un cantante bisogna sempre paragonare non un singolo testo di canzone e una poesia, ma un album ad esempio di dieci brani e una intera raccolta poetica. In due o tre anni circa infatti un cantautore pubblica un album e nello stesso arco di tempo un poeta pubblica una raccolta. Una singola canzone o una singola lirica sono sempre troppo poco per giudicare. Bisogna invece considerare la totalità delle creazioni di un determinato periodo di tempo. Bisogna considerare non solo il testo ma anche l’unità macrotestuale.  Ritorniamo però al festival. La stragrande maggioranza di noi spesso si dimentica chi ha vinto a Sanremo, mentre invece si ricordano di più certi piccoli scandali verificatesi nell’evento come ad esempio la vista del seno di P. Kensit e la farfallina di Belen Rodriguez. Sanremo è anche gossip e varietà. Sanremo non è solo cultura pop ma anche un fatto di costume. Spesso molte donne stanno una settimana intera a parlare degli abiti e dei trucchi delle cantanti. Non ci sono regole per giudicare questo evento. Se cercassimo di darci delle regole probabilmente finiremmo per essere ridondanti o cadremmo in contraddizione. I mass media di solito considerano la riuscita o meno di un festival dallo share e in base a questo valutano il conduttore e il direttore artistico, che talvolta sono la stessa persona. Dicevo prima che le canzoni di Sanremo peccano troppo di sentimentalismo. La poesia contemporanea oggi considera invece le questioni amorose come banale autobiografismo e stucchevole diarismo. A mio avviso la verità sta nel mezzo. Non bisognerebbe edulcorare troppo i propri sentimenti come accade nelle canzoni, che sono pensate e scritte per un pubblico adolescente o comunque giovane. Non bisognerebbe però razionalizzare, intellettualizzare troppo la poesia di oggi. Anche grandissimi poeti come Saffo, Catullo, Dante, Petrarca, Montale, Neruda e Salinas hanno scritto poesie d’amore. Molto spesso alcuni poeti e alcune poetesse hanno raggiunto la fama imperitura grazie a canzonieri in cui venivano descritte le loro pene e i loro sentimenti amorosi. Nella poesia odierna forse non si trattano più i sentimenti amorosi perchè ancora pesa uno stilema neoavanguardista, ovvero quello di “riduzione dell’io”, come se la poesia dovesse essere sempre neooggettuale(non nel senso che la soggettività viene eliminata ma che si nota il primato dell’oggetto sul soggetto nei Novissimi) e ogni componimento poetico non dovesse essere la risultante equilibrata di una interazione tra io e mondo. Nella poesia odierna forse non viene trattato il sentimento amoroso perché sempre per la neoavanguardia bisognava evitare ogni intimismo. A mio modesto avviso un’altra limitazione della neoavanguardia è il fatto che per questi intellettuali le opere degne di nota erano soltanto le creazioni appartenenti alla loro scuola. Tutto quello che non era neoavanguardia non era memorabile o peggio ancora era tarato. Gli appartenenti alla neoavanguardia si sentivano superiori ideologicamente, intellettualmente ed esteticamente. Questo atteggiamento a mio avviso esiste ancora oggi in taluni e può portare ad una sorta di esclusivismo, che talvolta può sconfinare nell’autoghettizzazione. Questi individui si sentono spesso inattaccabili e non accettano critiche da nessuno. Ogni minimo appunto lo ritengono un atto di lesa maestà o comunque offensivo. Nessuno dovrebbe muovere loro delle critiche. Sono competenti solo coloro che li lodano. Gli altri probabilmente sono solo delle nullità. Stanno bene soltanto quando si fanno i complimenti tra di loro. Si sentono i migliori. Si considerano illuminati. Nel frattempo la poesia è sempre più un genere marginale e non potrebbe essere altrimenti con questi protagonisti e con queste premesse. Questo tipo di artisti allontanano le persone dalla poesia. Cosa fare allora? Quale è il rimedio? Per il poeta Giovanni Raboni bisogna evitare “l’idea della poesia come valore alto se non addirittura supremo, come sinonimo e emblema di nobiltà, di superiorità, d’eccellenza”. Nel novecento invece la poesia è diventata una signorina algida, fredda, snob e troppo intellettualistica. La poesia per essere tale deve cercare di “toccare il nadir e lo zenith” della sua “significazione” per dirla alla Luzi, deve cioè descrivere i meandri più oscuri della psiche e nominare il mondo. Ma è anche vero che “niente è così facile come scrivere difficile” come scriveva il filosofo Karl Popper. Chi ha una visione del mondo dovrebbe riuscire sempre a semplificare senza essere semplicistico. Molto spesso invece nella poesia contemporanea vengono complicate persino le cose semplici e rese incomprensibili le cose complesse. Non vi venga assolutamente in mente che i poeti di oggi sono incompresi perché volano troppo in alto e le persone comuni non possono capirli: come cantava scherzosamente De Gregori anni fa spesso “non c’è niente da capire”. Quello che sto scrivendo so bene che mi attirerà antipatie ma personalmente sono stanco del poetichese nostrano così astruso. Lo scrivo a costo di risultare provocatorio o addirittura caustico. I poeti di oggi snobbano a Sanremo, ma avrebbero bisogno di piccole dosi omeopatiche di questo festival. Gli farebbe bene ascoltare qualche canzone. Sappiamo che la scrittura a differenza dell’oralità è per dirla con Vygotskij “un linguaggio per un interlocutore assente” ed è un atto “monologico”, maggiormente articolato e privo di intonazione. Inoltre la poesia è una forma particolare di scrittura perché già con il Pascoli ad esempio veniva privilegiata la conoscenza alogica e analogica. Insomma i poeti cercavano una strada prerazionale. È altrettanto vero però che molti oggi imitano come pappagalli Zanzotto e Amelia Rosselli, scrivendo più per se stessi che per gli altri; scrivono infarcendo le loro poesie di citazioni colte; scrivono per una ristrettissima cerchia di eletti. Il loro è un linguaggio per allusioni. È un linguaggio criptico. Non si sforzano minimamente di essere compresi. La realtà è che spesso non sanno neanche più dire e interpretare quello che hanno scritto a distanza di tempo. La realtà è che spesso non riescono a comprendere quello che hanno scritto. Non solo gli altri non li capiscono, ma neanche loro stessi si capiscono. La lirica invece dovrebbe ricercare la validità universale. Per Nietzsche uno solo ha sempre torto e soltanto con due persone inizia la verità. Sempre per il grande psicologo russo Vygotskij “la verità è un’esperienza socialmente organizzata”. Da soli si delira. Bisogna rivolgersi agli altri per avere una presa di coscienza. Le canzonette di Sanremo a differenza di molte poesie di oggi forse sono scritte da autori furbastri; però hanno una notevole capacità comunicativa, anche se forse la maggioranza di esse non sono arte. Insomma il mattone non è più un investimento. I soldi non sono più sicuri in banca. I cittadini chiedono più sicurezza. Nel frattempo ci sono troppe tasse e servizi inefficienti. La crisi ha impoverito molti. Un titolo di studio umanista talvolta è un ostacolo per trovare un posto di lavoro. Alle elezioni il primo partito sarà senza ombra di dubbio quello degli astensionisti e la vittoria verrà decisa invece da coloro che nei sondaggi si dichiarano indecisi, che solitamente appartengono all’elettorato moderato. I politici, nonostante tutto, continuano a promettere l’impossibile. Milioni di italiani però, nonostante tutti questi problemi, si fermano e si incollano davanti ai televisori per cinque serate per commentare le canzoni. La comunità poetica invece lo snobba totalmente: eppure tutti avremmo bisogno ogni tanto di essere riportati all’essenziale. I poeti in definitiva devono scegliere se mettere un poco di ordine o aggiungere disordine ad una letteratura come quella attuale già troppo confusionaria, caotica e dispersiva. Non chiedo certo di dare una definizione esaustiva della poesia o dell’arte, che sarebbe come assiomatizzare l’ineffabile. A tal proposito ho una unica certezza a proposito dell’arte, ovvero -come scrisse Henry Miller- che “non dovrebbe insegnare nulla, tranne il senso della vita”.

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La poesia di ricerca(tra il serio e il faceto)

I poeti di ricerca non si contano certo con le dita di una mano. Sono una miriade. Molti di più di quel che si pensi. In questa definizione possono essere compresi tutti coloro che fanno poesia sperimentale. Sono un esercito. Possono aspettarti sotto casa se li critichi. Possono ferirti con un cut up. Sono milionari. Guadagnano quanto i calciatori. Le poetesse di questa corrente invece sfilano sul red carpet. Sono più famose delle fashion blogger. Nessuno può fermarli. Sono i boss della nuova letteratura. Sono capaci di distruggere con un cipiglio il festival di Sanremo, il trash, il pulp. Sono i nuovi chierici vaganti. Sono i viandanti a cui devi dare ospitalità. Possono talvolta anche scaccolarsi in pubblico. Scrivono le loro poesie anche nei cessi degli autogrill. Sono il contropotere. Sono quindi molti di più di quelli che sono stati canonizzati, ovvero antologizzati dai critici. Personalmente sono contrario alle etichette e alle mappe, che possono creare fraintendimenti e talvolta possono anche essere fuorvianti. Di solito mi piace valutare i letterati in base alla loro ispirazione piuttosto che all’appartenenza o meno di una scuola. Sicuramente ci sono delle eccellenze tra questi artisti sperimentali(c’è sempre chi sbaglia il bersaglio prefissato ma riesce a centrarne un altro), ma qui vorrei trattare delle loro premesse teoriche. Non voglio lodare nessuno(è innegabile comunque che la qualità letteraria di questa corrente è molto elevata, anche se talvolta di nicchia. I caposcuola di questa corrente sono geniali e scrivono magistralmente. Entreranno a pieno diritto nella storia della letteratura) e neanche stroncare nessuno;  non ne avrei l’autorità(la poesia non è una scienza e si basa su queste due cose: io sono più di te e ne so più di te). Vorrei perciò disquisire sui presupposti teorici senza fare un processo alle intenzioni. D’altronde riflettere su di essi è legittimo perché nell’arte bisogna sempre valutare la poetica, anche se è la gestalt finale che conta.  Vorrei quindi analizzare concettualmente questo tipo di poesia. A mio avviso i poeti in questione hanno almeno tre cose in comune: il voler sminuire  l’io, l’essere raffinati letterati e il raro pregio di essere intellettuali non cortigiani ma spesso militanti.  In questo senso potrei definirli anche come dei continuatori della neoavanguardia, anche se talvolta alcuni di loro a mio parere aggiungono una sorta di pseudo-scientismo. D’altra parte ricercare nuovi strumenti espressivi non vuol dire essere tabula rasa. Nessuno è totalmente innovativo. Con qualche autore si contraggono sempre dei debiti. Qualcuno bisogna pur sempre averlo alle spalle. Direi quindi che questi nuovi poeti cercano un rimodernamento nel seno della “tradizione del nuovo”. Ci sono tre cose che mi lasciano perplesso. La prima è considerare la maggioranza della poesia italiana di questi anni caratterizzata dall’ “epigonismo lirico”. Allo stesso modo io definisco la poesia di ricerca un epigonismo neoavanguardistico(potrei affermare a riguardo che preferisco gli originali: preferirei quindi il gruppo 63 e il gruppo 93). Anche per il gruppo 63 si parlò di neooggettualismo, ma questo gruppo considerò anche l’arte come “fabbrica di antislogan” e demifistificò la civiltà consumistica, ritenuta alienante e mercificante. Non solo ma la neoavanguardia rifletteva la crisi della società neocapitalista e la crisi dell’uomo moderno. Tutto ciò allora era innovativo. La seconda cosa che non mi convince è la considerazione negativa della poesia lirica, in quanto espressione dell’io. A mio avviso la poesia lirica è anche ricerca di corrispondenze, uso di figure retoriche,  ritmo e immagini.  Allo stesso modo potrei valutare negativamente la poesia sperimentale, ritenendola solo collage o gioco combinatorio. Un’altra cosa che non mi convince è quella di ritenere questa poesia una novità. Comunque va dato atto che questa poesia ha ricercato l’originale. Poi bisognerà discutere se lo ha fatto più o meno infruttuosamente. La poesia di ricerca oggi è sempre più invasiva, fa notizia nell’ambito della clandestinità del mondo poetico, cerca di dominare la scena, reclama sempre più spazio e vorrebbe ridurre quanto più la soggettività. È possibile che i poeti di ricerca vogliano delegittimare le impressioni, le sensazioni e i sentimenti? Uno scrive poesie per cercare un poco di libertà e invece a conti fatti non ha nemmeno più la libertà di scrivere il pronome “io”! Personalmente trovo del tutto legittima la poesia come espressione dell’io: anche quella più egocentrica o incentrata tutta sulla psicologia del profondo. La lirica può essere considerata conoscenza anche per la descrizione degli stati interni e i processi inconsci dell’individuo.  La poesia lirica può avere come limite quello di riguardare una dimensione privata e risentire troppo della personalità dell’autore. Allo stesso tempo può essere maggiormente evocativa e avere un valore fonico e musicale, qualità di cui non si curano questi nuovi poeti. È  ovvio che bisogna guardarsi bene dagli eccessi del lirismo come il narcisismo e il compiacimento. Non è possibile però a mio avviso rimuovere ed escludere la soggettività, anche perché conosciamo la presunta oggettività della natura grazie alla nostra soggettività. Secondo il più recente approccio post-razionalista ogni individuo tramite la propria esperienza cerca di dare un senso al mondo.  Non solo ma se per oggettività si intende una poesia degli oggetti bisogna chiaramente ricordare che essi sono scelti dal soggetto. Nessun autore può giungere ad una rappresentazione realista oggettiva perché nessuno è privo di condizionamenti e pregiudizi. L’oggettivismo è sempre preteso. Anche i fatti vengono scelti in base alle proprie idee. Ogni poeta ha un suo sguardo sul mondo e come sostiene Vittorio Sgarbi “la bellezza è oggettiva. La visione è soggettiva”. Il rispecchiamento fedele e imparziale non esiste. C’è chi a riguardo della poesia di ricerca ha parlato di “annichilimento dell’io” ma nella scrittura tutto inizia dall’io e tutto ritorna nell’io.  Inoltre se  per oggettività si intende qualcosa di valido per tutti e quindi di universale allora bisogna ricordare che in poesia questa è impossibile perché è caratterizzata dall’ambiguità. I poeti di ricerca mi sembrano i neopositivisti della poesia. Ricordo che secondo il neopositivismo la metafisica doveva essere eliminata e la filosofia doveva ridursi all’analisi del linguaggio! Questi poeti vogliono cominciare forse delegittimando totalmente molti loro colleghi e sparando a zero sulla tradizione letteraria lirica(d’altronde tutti nascono “incendiari”)? Mi sembra quasi che questi nuovi poeti vogliano riprendere l’impersonalità del naturalismo francese e del verismo di Verga. Oggettivare il mondo è solo un’espressione. Si può anche dire “oggettivare uno stato d’animo”, che significa solo esprimere uno stato di coscienza. In realtà non c’è niente di oggettivo nella descrizione della realtà da parte di un artista.  I poeti di ricerca si dimenticano forse che la realtà è la nostra costruzione logica e non solo: dipende anche da fattori psichici ed esistenziali. Per gli esistenzialisti ognuno ha la sua “intuizione del mondo”. Ho l’impressione che i poeti di ricerca non stimino coloro che vengono definiti poeti lirici. Eppure qualsiasi tipo di poesia è una interazione tra io e mondo. È un feedback continuo e incessante. Protagora aveva affermato che l’uomo è “misura di tutte le cose”. Bisogna ricordarsi a tale proposito del criticismo kantiano(si pensi allo schematismo trascendentale) e di Schopenhauer secondo cui il mondo è sempre una rappresentazione del soggetto e quindi della coscienza. Per Schopenhauer tutto quello che conosciamo “si trova nella coscienza”. Anche Cartesio mette il cogito davanti a tutto. Qui non si tratta di ritornare ad essere platonici o idealisti in senso assoluto. Il soggetto non può determinare tutta la realtà. Non si tratta neanche di subordinare l’oggetto al soggetto o viceversa. Si tratta invece di considerare la continua correlazione tra soggetto ed oggetto. Insomma i poeti di ricerca per imbattersi in qualcosa di oggettivo dovrebbero darsi alla ricerca scientifica. L’oggettività in poesia è solo supposta. Mi sembra che i poeti di ricerca siano orfani del materialismo marxista ed allora abbracciano un realismo totalizzante.  Possono certamente criticare l’introspezione e la ricerca di interiorità perché possono ritenere che uno in questo modo guardi il proprio ombelico. Però il mondo è una nostra percezione. Niente altro. Un tempo si diceva che l’idealista pensa e il realista conosce. Oggi invece nelle scienze umane e nelle scienze si sta sempre più affermando il costruttivismo. Probabilmente il costruttivismo radicale è un eccesso, una forzatura. Porterebbe al relativismo totale perché, secondo il costruttivismo radicale,non esiste una realtà oggettiva ma tante interpretazioni quanti sono gli esseri umani. È altrettanto vero che non si può essere realisti a tal punto da mettere tra parentesi l’io. Il mondo là fuori non ci viene dato in base alle proprietà intrinseche dei fenomeni. Noi conosciamo le cose sia perché abbiamo una coscienza sia perché esse sono intellegibili. Potremmo affermare filosoficamente che la ricerca della verità umana è basata sulla compartecipazione di soggetto ed oggetto. In psicologia si usano altri termini e si dice che esiste una interdipendenza tra osservatore e realtà osservata. Il concetto comunque è lo stesso. Naturalmente bisogna sempre considerare che l’osservatore modifica sempre ciò che osserva e che l’osservatore fa anche esso parte di quel che osserva. La poesia di ricerca quindi, al di là del talento dei suoi rappresentanti, mi sembra fondata su presupposti e su premesse totalmente errate. La realtà sensibile non può essere una cosa a sé stante. La coscienza è un flusso continuo, una continua interconnessione tra soggetto e realtà. Non si può fare a meno della coscienza nella poesia. Concludo ricordando che per R. Barthes leggere era uno dei tanti piaceri della vita. Bisognerà vedere, indipendentemente da tutte le dichiarazioni di poetica e da tutte le teorie, quanto i lettori ricaveranno piacere da questi testi della poesia di ricerca. Un’ultima considerazione: il panorama letterario attuale è asfittico. Da una parte troviamo in internet un proliferare di autori, che sgomitano per avere visibilità. Dall’altra parte nel mercato editoriale abbiamo una elite  ristagnante di soliti noti, che talvolta con l’intento dichiarato di fare una scrematura finiscono di fatto per fare il bello e il cattivo tempo, giungendo a limitare la popolarità  di alcuni validi e a ricacciarli nel sottobosco poetico. Difficile inoltre è trovare punti di riferimento nella poesia contemporanea, in cui esiste una grande varietà stilistica e linguistica.  Moltissimi hanno questo bisogno irrazionale di esprimersi. Difficile fare un rendiconto o dare definizioni esaustive. Ci si trova spesso in una situazione di impasse quando si vuole collocare gli autori o sistematizzare. Vedremo cosa accadrà a questi poeti di ricerca. Vedremo se si integreranno(come io ritengo probabile) o se invece rifiuteranno le dinamiche del sistema(cattedre, giornali, gettoni di presenza per conferenze, posti nelle case editrici), situandosi ai margini dei margini. Vedremo se, oltre ad essere poeti che scrivono in modo diverso, saranno anche uomini che pensano e agiscono in modo diverso.

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A proposito dell’ “Olocausto animale”

Isabella Santacroce tempo fa ha scritto una lettera al Papa in cui usa l’espressione “Olocausto animale” per indicare l’uccisione degli animali da parte di noi esseri umani. Viene da chiedersi se questo paragone non sia una forzatura. Per Olocausto si intende oggi il genocidio degli ebrei da parte dei nazisti tra il 1930 e il 1945. Causò milioni di morti. Furono milioni a “passare per il camino”. Si rifletta anche sul fatto che gli ebrei hanno ripensato la teologia dopo l’Olocausto, visto e considerato che non potevano più considerare Dio un essere infinitamente buono in quanto permetteva tutto quel male. Non solo ma molti sopravvissuti all’Olocausto si sono sentiti in colpa tutta la vita per essere appunto superstiti. La Corte europea dei diritti dell’uomo ha vietato alla Peta tedesca di utilizzare questa espressione. Insomma viene da chiedersi se sia corretto fare questo parallelismo tra animali e uomini da parte di vegani e animalisti. C’è chi sostiene che i carnivori non abbiano empatia nei confronti degli animali e chi invece sostiene che animalisti e vegani, utilizzando questa espressione, non abbiano un minimo di empatia nei confronti degli ebrei. A onor del vero però la Santacroce non è la sola scrittrice ad aver fatto questa analogia. In passato hanno utilizzato l’espressione “Olocausto animale” anche alcuni scrittori ebrei per porre l’accento sullo sterminio di animali dovuto alla macellazione e agli esperimenti scientifici. Lo stesso Primo Levi utilizzò questa espressione. Non solo ma la parola “Olocausto” veniva anche intesa come sacrificio animale durante un rito religioso. Era una pratica antica degli ebrei e degli antichi greci. Per Aristotele l’uomo è un animale politico e sociale. Per gli stoici l’uomo è un animale razionale. Per Cassirer l’uomo è un animale simbolico. Di parere opposto è Cartesio, secondo cui l’uomo è capace di pensare e l’animale è solo una macchina, in grado di reagire ma non di rispondere né di cogito. Ma tutta questa è pura filosofia e sappiamo anche quanto possa essere farraginosa e paradossale la filosofia! In filosofia può essere vero tutto e il contrario di tutto!  Secondo la scienza invece  gli esseri umani si sono evoluti grazie  all’opponibilità del pollice(che ci permette di afferrare e costruire oggetti), alle aree cerebrali adibite al linguaggio(area di Broca e area di Wernicke), alla presenza dell’amilasi salivare che ci permette di digerire l’amido. Inoltre il cervello umano è molto più complesso di quello delle scimmie antropomorfe. Allo stesso tempo però abbiamo il 98,5% di DNA uguale a quello delle scimmie e secondo Darwin discendiamo da esse. Attualmente per gli animalisti la maggioranza dell’umanità ha una visione del mondo antropocentrica e così facendo a loro avviso distrugge il mondo. Viene da chiedersi se l’uomo possa sottrarsi alla catena alimentare presente in ogni ecosistema. Io mi chiedo anche perché debba essere ritenuto offensivo dare della cagna, della porca o della maiala ad una donna, visto e considerato che gli animali devono essere considerati allo stesso modo di noi esseri umani. Perché considerare questi epiteti lesivi della dignità umana quando gli animali sono i nostri fratelli? La mia naturalmente è soltanto una battuta. In realtà volevo evidenziare il fatto che quando un uomo odia un suo simile molto spesso lo considera una cosa o un animale. Viene anche da chiedersi se la lettera al Papa della Santacroce sia una provocazione fine a se stessa per suscitare polemiche o se la scrittrice ci creda veramente. La cosa che mi rattrista è notare l’intolleranza da parte di alcuni animalisti e vegani, che addirittura talvolta dimostrano di odiare e minacciano di morte altri esseri umani. Non è un caso che Cruciani li abbia definiti “fasciovegani”. Personalmente alcuni di loro li considero dei veri e propri spostati. Secondo me non si può essere animalisti o vegani al 100%. Ad esempio per quanto riguarda l’alimentazione ogni individuo avrebbe bisogno di una dieta equilibrata e secondo molti medici e ricercatori le proteine animali non sarebbero sostituibili perché ad alto valore biologico. Molti animalisti e vegani spesso tengono dei comportamenti non coerenti.  Un’altra cosa che mi indigna è l’idealizzazione da parte dei vegani degli animali. In realtà la natura non è priva di crudeltà. È pacifico che molti di noi hanno un animale domestico in casa e lo considerano un membro della famiglia, ma non ci dovrebbe essere un ordine di priorità? Non dovrebbero venire prima i diritti umani rispetto a quelli animali? Le polemiche su questo argomento sono molto accese e i due schieramenti non si risparmiano insulti. Nessuno rispetta nessuno. In questo modo non vengono tutelati né i diritti degli uomini né quelli degli animali.

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Sempre sulla mente umana

A livello percettivo potremmo affermare che noi categorizziamo il mondo come pensava Kant, che teorizzava lo schematismo. Il criticismo kantiano è stato considerato da alcuni studiosi un idealismo gnoseologico perché secondo questo sistema di pensiero noi conosceremmo i fenomeni tramite le nostre forme a priori, che  sarebbero perciò categorie “trascendentali”, ovvero delle modalità indescrivibili e inesprimibili di catalogazione dei dati dell’esperienza.  Queste categorie ci consentirebbero di percepire il mondo ma non di giungere al nuomeno, ovvero alla realtà ultima(la cosa in sé). Più recentemente diversi psicologi cognitivi hanno pensato che tutto funzioni come riteneva il filosofo. Miller parla di piano, Neisser di strutture cognitive; ci sono altri psicologi che parlano proprio di schemi e altri che utilizzano il termine “copioni”. Non sono un profondo conoscitore di Kant, ma mi sembra di poter dire che l’unica cosa che Kant non aveva previsto nella sua teoria della conoscenza era il feedback, ovvero la continua retroazione tra io e mondo. Secondo Umberto Eco lo schematismo non può essere trascendentale come quello kantiano ma semiotico, dopo aver analizzato  il caso dell’ornitorinco che non è mammifero e neanche oviparo. Per questo animale ci vuole una nuova categoria(quella dei monotremi) introdotta e condivisa dalla comunità. Per gli esploratori australiani questo animale non era classificabile come per Marco Polo i rinoceronti. Quindi per Eco il nostro schematismo è storicamente e socialmente determinato. Comunque anche Chomsky distingue tra struttura superficiale e struttura profonda(che ci fornisce la competenza semantica). Anche la sua “grammatica universale” sarebbe un insieme di regole e schemi innati propri della nostra specie. Ciò non significa che siamo esseri totalmente razionali. Il nostro modo di rappresentare la realtà si basa su regole implicite, che non giungono alla soglia di coscienza e che molto spesso non possono essere verbalizzate. Il fatto che adoperiamo degli schemi non significa quindi che la mente umana sia computazionale. Questo significherebbe ipersemplificare la questione. La mente umana non funziona in base a degli algoritmi, ma molto spesso in base ad analogie, simboli, euristiche(chiamate anche bias o distorsioni cognitive). Il cervello non è un computer e la mente non è un software. Questo modello è ormai antiquato. Il riduzionismo e il meccanicismo hanno fatto ormai il loro tempo. Il cervello umano è formato da miliardi di neuroni e attualmente nessuna mente artificiale può simularlo efficacemente. La produzione linguistica infinita di ogni essere umano ad esempio attualmente non può essere eguagliata da nessun computer. L’intelligenza artificiale non può al momento riuscire a risolvere il frame problem, ovvero il problema del quadro di riferimento che la mente umana utilizza quando ad esempio deve interpretare un testo. La mente umana è in grado di fare abduzioni, che sono solo probabili, soggette ad errore e che necessitano di prove. Nessuna macchina è in grado di fare questo. Non credo che nel futuro prossimo i computer potranno creare poesie, aforismi, romanzi o fare dimostrazioni matematiche oppure fare esperimenti scientifici. Qualcuno potrebbe sostenere che l’intelligenza artificiale è solo agli albori. Qualcun altro potrebbe invece ritenere che l’insight umano non potrà mai esistere in una macchina per quanto mirabilmente congegnata. Una altra cosa che forse un computer non riuscirà mai ad avere è l’autoconoscenza, anche se talvolta questa negli uomini può portare a degli autoinganni. Per farla breve il mind  uploading(“il trasferimento della mente”) non è ancora possibile, anche se molti ritengono che in futuro potrà essere realizzato. Per alcuni studiosi per compiere questa impresa non sarebbe nemmeno necessario conoscere tutto sul cervello umano ma solo tutte le regole di base. Per ora comunque la scienza ha fallito. Non solo ma la psiche non è lineare come ritenevano i razionalisti.  Spesso la mente lavora utilizzando associazioni mentali e la relazione tra un pensiero e quello successivo non è necessariamente logica come pensava Hume. Il poeta Auden aveva espresso magistralmente ciò quando scriveva: “I suoi pensieri vagavano dal sesso a Dio senza punteggiatura”. Anche il linguaggio, come scoprì Wittgenstein, ha una dimensione extralogica(“è un gioco le cui regole si imparano giocando”). Inoltre potremmo dire che sono diverse le concause che determinano la nostra psiche. Più specificamente si parla di multifattorialità. Infine una parte della psiche è composta dall’inconscio ed è irrazionale. Si pensi anche che secondo Bion perfino le persone più normali possiedono nel proprio interno dei “nuclei psicotici”. Nessuno perciò sarebbe completamente normale. Più banalmente potremmo affermare che in noi sono presenti anche pulsioni ed emozioni. Nella nostra mente non sono presenti solo stati mentali ma anche stati di animo. Decenni fa i comportamentisti consideravano la psiche una black box. Attualmente la mente umana è considerata come un sistema complesso e non lineare. La mente non farebbe perciò eccezione perché in natura la stragrande maggioranza dei sistemi fisici non sarebbe lineare. Ormai è la teoria del caos a spiegare la mente e questo in parte equivale a dire che le nostre facoltà cognitive sono inspiegabili. Secondo E. Morin infatti “nei sistemi complessi l’imprevedibilità e il paradosso sono sempre presenti e alcune cose rimarranno sempre sconosciute”. Cartesio poteva sbagliare su diverse cose ma resta ancora valido il suo Cogito: posso dubitare di ogni sensazione o percezione, però non posso dubitare di dubitare, ovvero non posso dubitare di pensare. Questa forse è l’unica certezza rimasta sulla mente, anche se i pensieri sono spesso accidentali e frammentari.

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A proposito di coscienza

La coscienza è oggetto di studio per la psicologia, l’etica, la teologia, la medicina, la filosofia, la politica, la letteratura. Ad esempio a livello morale si usa dire “la voce della coscienza”, che in fondo è la nostra parte più intima e con cui tutti dobbiamo fare i conti. Si usa anche dire “rimorso di coscienza” quando si ha un senso di colpa perché abbiamo compiuto una cattiva azione. La coscienza riguarda anche la teologia perché esiste in noi anche il numinoso, ovvero il sentimento del sacro. In letteratura esiste il flusso di coscienza. Basta leggere la Woolf, H. James, W. Faulkner, Joyce. Gli scrittori inseguivano i loro pensieri senza punteggiatura. La loro scrittura registrava i dati psicologici, la loro interiorità; descriveva la loro mente che vagava da una idea all’altra. Allora la mente non era ancora considerata esclusivamente un insieme di processi fisico-chimici. Naturalmente da allora è innegabile che siano stati fatti dei passi in avanti perché non si parla più di spirito e sappiamo che privati del sistema limbico non sapremmo più provare emozioni. Secondo la psicologia la coscienza è innanzitutto autoconsapevolezza. È allo stesso tempo consapevolezza del vissuto e responsabilità delle proprie azioni. Per Jaspers è “la vita psichica di un dato momento”. È autoriconoscimento, memoria di sé, percezione di sé, conoscenza di sé, senso di sé; recentemente i neuroscienziati hanno parlato di sè autobiografico, ovvero conoscenza del proprio passato e presente. Coscienza significa accorgersi anche degli stimoli esterni. Coscienza è attenzione. È consapevolezza della propria identità. È organizzazione psichica di attenzione, memoria, linguaggio, desideri, intenzioni, emozioni, valori, stati mentali. Secondo il cognitivismo è anche metacognizione, ovvero conoscenza delle proprie operazioni mentali. Tutto ciò risulta in parte labile ed ineffabile. A tal riguardo dobbiamo ricordarci che il Sé è sempre sfuggente ed elusivo. Ma non è solo questo il problema. Secondo gli scienziati un’ulteriore complicazione deriva dal fatto che la coscienza è difficile da analizzare perché è un processo e non un oggetto come gli altri. Molte cose che sappiamo della coscienza le sappiamo grazie all’introspezione. La coscienza è un mistero. È dal 1879 che la psicologia studia ufficialmente la mente. Infatti in quell’anno Wundt aprì nell’università di Lipsia un laboratorio per studiare sensazioni, percezioni, associazioni mentali. Nonostante ciò gli psicologi non riescono ancora a mettersi d’accordo a proposito. La questione è tra le più complesse. Sono innumerevoli gli aspetti problematici della coscienza. Per la medicina essa è l’attività delle facoltà mentali superiori. Ma cosa riesce a dare unità e coerenza ad essa? È possibile una teoria della coscienza valida senza avvalersi della soggettività? Attualmente molti neuroscienzisti sono riduzionisti e alcuni ritengono che sia possibile creare una mente artificiale dotata di coscienza. Per loro la coscienza è l’analisi dei correlati neurofisiologici. È lo studio del funzionamento del cervello tramite le tecniche di imaging,  le ricerche sugli animali, lo studio delle lesioni cerebrali. Alcuni riduzionisti e alcuni studiosi dell’intelligenza artificiale ritengono che il cervello umano possa essere equiparato ad un computer. Però Searle a riguardo ha proposto l’esperimento mentale della stanza cinese, in cui un uomo chiuso a chiave in una stanza non sa il cinese ma ha un calcolatore che riesce a fornire risposte in quella lingua. Si suppone quindi che un computer riesca in futuro a dare risposte in cinese senza però capire la lingua. In questo caso gli input e gli output sarebbero costituiti da ideogrammi, ma l’uomo ignorerebbe il senso di tutto ciò. La mente umana quindi a differenza del computer non è solo sintassi. Fuor di metafora, solo gli uomini possono comprendere. I computer invece non possono. Un conto è la sintassi e un altro è la semantica. Non solo ma delle macchine per quanto complesse non potranno mai avere la plasticità neurale degli esseri umani. Altro aspetto rilevante è che non esistono solo sinapsi elettriche nell’uomo ma anche sinapsi chimiche, che determinano gli umori grazie ai neurotrasmettitori. I computer molto probabilmente non potranno mai sapere cosa è un umore, uno stato d’animo. Inoltre per Vittorino Andreoli la psiche umana è la risultante di tre fattori: l’eredità, l’esperienza, l’ambiente. Questi tre fattori probabilmente non caratterizzeranno mai un computer. Ma passiamo oltre. Esistono inoltre diversi stati di coscienza come la veglia, il sonno, gli stati alterati dall’assunzione di droghe o alcool, l’ipnosi, la trance, la meditazione, l’estasi mistica. Nessuno sa con certezza che cosa accade in questi casi. Cosa accade poi esattamente in casi come le percezioni extrasensoriali? Nessuno ancora lo sa con certezza. Un tempo Freud contrapponeva l’attività conscia all’inconscio. La coscienza allora era esclusivamente l’io. Ma ha senso forse oggi questa distinzione così limitativa? Per Husserl ciò che contraddistingueva la coscienza era l’intenzionalità. Ma cosa fa in modo che prestiamo attenzione a degli stimoli piuttosto che ad altri? Nessuno ancora una volta può dirlo con certezza. Sappiamo solo che la nostra mente processa, rielabora e codifica una miriade di stimoli interni ed esterni. Ma ciò che conta è solo quel che resta nella mente. Il resto non deve essere considerato importante. Il resto non conta. Gli altri stimoli persi, che non sono stati presi in considerazione, vuol dire che non contavano nulla. Per Daniel Kahneman “what you see, is all there is”, che tradotto significa “tutto quello che vedi, è tutto ciò che c’è”. Sappiamo che c’è una selezione. Sappiamo che c’è un filtro. Conta però solo il risultato finale: la gestalt globale. In definitiva ne sappiamo ancora ben poco allo stato attuale delle conoscenze. Gli studiosi devono essere sintetici ed avvalersi dell’indagine empirica. Scusate il gioco di parole ma è il caso di dire che non si è ancora preso totalmente coscienza della coscienza. Forse la mente umana resterà sempre un enigma insolubile.

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Sul web

Internet può essere uno strumento meraviglioso(mi riferisco alla possibilità di fare nuove amicizie, di trovare la dolce metà, di comunicare in tempo reale con persone che stanno lontane, di fare acquisti on line a prezzi scontati) ma può anche risultare nocivo. Basti pensare alla dipendenza da internet, al cyberbullismo, alle truffe on line, agli hater, al revenge porn, alla diffusione tra gli adolescenti del sexting, alle hidden cam, al gioco di azzardo on line, alle fake news. Non solo ma nel deep web si possono trovare snuff movie; si possono comprare fucili di assalto, droghe e veleni. Si possono anche trovare le istruzioni per costruire ordigni. Utilizzando i motori di ricerca si può trovare siti di sette sataniche e di sette religiose. Ricordo anche l’Isis che fa propaganda sul web e spesso trova nuovi soldati in rete. Tramite internet oggi si può fare di tutto. Si può anche assoldare sicari o istigare delle ragazze ad essere anoressiche. La rete è piena di pericoli per i minori. In alcune chat ci sono anche sessantenni che adescano ragazzini e ragazzine. In altri siti- l’ho letto sui giornali- sono le stesse minorenni che si vogliono far pagare per denudarsi in web cam. La stragrande maggioranza delle persone del mondo occidentale sono connesse e alcune nonostante ciò sono sempre più isolate. Alcuni confondono il mondo reale con quello virtuale. Inoltre a nessuno è dato sapere cosa accadrà in futuro con i big data, cioè con questa enorme raccolta dati. Forse sarà utilizzata per orientare i gusti dei consumatori e i voti degli elettori. Ma non c’è solo questo pericolo. Tutti vogliono condividere tutto on line, specialmente sui social network. Ecco allora che la stupidità e l’indifferenza dominano incontrastate. Lo ha dimostrato il caso di quel ragazzo di Rimini, che ha filmato un suo coetaneo morente al bordo della strada, dopo un incidente in motocicletta. Oggi tutti giocano a fare il reporter come quei ragazzi che hanno filmato gli ultimi istanti di vita di Niccolò, che veniva preso a calci e pugni in una discoteca spagnola: tutti intenti a filmare e nessuno che interveniva per fermare gli aggressori. Internet lo hanno utilizzato per primi i militari americani. Nessuno poteva prevedere anni fa degli usi distorti che si potevano fare di questo mezzo. Quello che sta accadendo adesso pochi decenni fa era imprevedibile. Forse il più grande vantaggio che internet possiede è quello di mettere a disposizione una enorme intelligenza collettiva. Ognuno può contribuire in base alle sue competenze a questa gigantesca mole di conoscenze, che sono sempre facilmente reperibili on line ma che spesso sono prive di fonti. Internet comunque a distanza di anni dalla sua comparsa è ancora un territorio selvaggio, in cui predatori e pirati informatici spesso la fanno franca. La legge è sempre indietro. Basta riflettere sulla web tax. Ma pensiamo alla cattiveria. La violenza psicosociale perpetrata tramite internet sembra essere inarrestabile. Gli adolescenti e i giovani più fragili e vulnerabili si uccidono talvolta. Alcuni decenni fa le ragazze morivano per overdose di eroina o per aborto clandestino. Un tempo la violenza psicologica era rappresentata dal bullismo, dal nonnismo, dal mobbing, dallo stalking. Queste forme di violenza esistono ancora. Però la rete le ha aggravate e ne ha generate anche di nuove. Oggi le ragazze si suicidano talvolta dopo essere state vittime di cyberbullismo o di revenge porn. Tutto può sembrare un gioco ma un gioco non è, perché ne va della vita di una persona. Internet allora diventa l’inferno.  Il mondo delle vittime crolla. Compare il vuoto esistenziale e la voglia di scomparire dalla faccia della terra. Il web si rivela un abisso e manifesta la sua irrazionalità. È la dimostrazione che non è un luogo per anime belle. Questa è una forma subdola di distruttività. È un modo di cancellare l’altra persona, di infangare per sempre la sua reputazione, di lasciarla da sola nella sua disperazione. Spesso le vittime denunciano in ritardo e gli inquirenti agiscono quando ormai è troppo tardi e il danno è stato fatto. Nei casi di cyberbullismo e di revenge porn il privato è pubblico e la privacy è sempre più evanescente. Oserei dire che la privacy è inesistente. I politici che dovrebbero dimostrare sensibilità e fare delle leggi efficaci naturalmente pensano ad altro. Nel frattempo sempre su internet vengono diffuse una grande quantità di bufale, che sembrano anche esse inarrestabili. Non solo ma non tutti i giornalisti professionisti attualmente compiono un fact checking. Un tempo uno dei problemi mentali dell’uomo contemporaneo era l’eccesso di informazione. Ora uno dei problemi è l’eccesso di disinformazione. Tramite internet si rischia di immagazzinare un surplus di notizie e nozioni, che sovraccaricano la nostra memoria a breve termine e anche quella a lungo termine. I veri problemi dei cittadini spesso non vengono considerati nel mondo virtuale. Molti giovani spesso passano la maggior parte del loro tempo su siti porno.  Internet quindi spesso finisce per essere una   semplice distrazione, mentre pochi potenti decidono la sorte del mondo intero. Nessuno di noi ci può fare niente. A tutti può andare bene così, fino a quando non si diventa parte offesa. Però vi ricordate Giorgio Gaber quando cantava “la libertà è partecipazione”? Chi è che partecipa più? Chi è che scende più in piazza ormai? Oggi si va in piazza ormai quando si ha l’acqua alla gola. Si frequenta invece più spesso le piazze virtuali, ovvero le bacheche di Facebook ad esempio. Nessuno crede più alla politica. Oggi in fin dei conti forse siamo più liberi di vivere vite virtuali e meno liberi di pensare, agire e creare.

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Due parole sul nichilismo

Il nichilismo è un termine che si può declinare in molti modi ed ha perciò diverse accezioni. È un termine troppo diffuso e perciò inflazionato. Spesso viene frainteso perché considerato solo anarchia, rifiuto delle istituzioni o negazione dell’oggettività. È un termine che non ammette sinonimi. Nessuna altra parola rende bene l’idea. Quindi scusatemi se ripeterò continuamente il termine “nichilismo “.  Esso è un termine abusato nel linguaggio comune. Quindi partiremo considerandolo da un’altra ottica. Il nichilismo è innanzitutto un problema filosofico complesso, che può portare il pensiero a girare a vuoto. In queste poche righe cercherò di semplificare la questione. Naturalmente spero di non banalizzarla. È così facile poi  andare fuori tema, divagare e debordare. È così facile contraddirsi. Questo   problema è una patologia occidentale ed è difficilissimo sapere la terapia e la prognosi. Il nichilismo a livello speculativo comprende molti passaggi filosofici e concetti-limite. Anticamente Gorgia aveva avvertito: “nulla è; se anche fosse, non sarebbe conoscibile; e se anche fosse conoscibile, non sarebbe comunicabile”. Per Nietzsche è un “ospite inquietante” della metafisica occidentale e per questa ragione Heidegger pensava che va “guardato in faccia”. Trattare il nichilismo e filosofare su di esso significa confrontarsi con i limiti ontologici, mentali, esistenziali dell’uomo perché come pensava E. Junger è impossibile per ogni essere umano rappresentare il niente. Il nulla non si può ascoltare:  il silenzio assoluto non esiste. C’è sempre qualcosa che lo scalfisce. Il niente è anche indicibile e invisibile. Chiudiamo gli occhi per guardare il buio ma ci sono i fosfeni. C’è sempre una impurità fisiologica tra l’io e il nulla. Il nulla lo possiamo solo intuire. Non lo possiamo percepire totalmente e neanche comprenderlo.  Abbracciare il nulla è solo un modo di dire. Il nulla non si può pensare. Anche pensare a nulla è solo un modo di dire. La coscienza come insegna Husserl è sempre intenzionale. È sempre orientata verso qualcosa. In realtà il nulla ci trascende in tutto e per tutto. Dire “il nulla è” a rigor di logica è già una contraddizione di termini. L’unica cosa che possiamo affermare è che il nulla è non essere. Anche desiderare nulla a mio avviso è impossibile. Al massimo si può desiderare di non desiderare nulla ma ciò significa desiderare qualcosa. Insomma qualcosa si desidera sempre. Nichilista è chi non crede in niente. Il nichilista non trova alcuna risposta a domande come “perché  sono venuto al mondo?” o “che senso ha la mia vita?”.  Alcuni illustri pensatori sono nichilisti come ad esempio Cioran. Il nichilismo è il destino dell’Occidente. Essere nichilisti invece in buona parte dei casi è una scelta come essere atei. Quindi se un nichilista uccide spesso non ha scusanti. D’altronde non si può dare sempre la colpa all’ambiente, alla società, alla cultura. Per Nietzsche il nichilismo nasce dalla morte di Dio ed è la svalutazione di tutti i valori della tradizione. Tutti i valori hanno perso valore. Per il filosofo tedesco non ci sono più le categorie di unità, verità, fine. Niente ha più uno scopo. Niente è più vero. La realtà finisce per frammentarsi. È stato l’uomo occidentale ad uccidere Dio. È nostra la colpa.  Ma ciò da alcuni è stato considerato positivo perché ci ha liberato da ogni pretesa di assoluto. Indietro comunque è impossibile tornare.  Nietzsche distingue un nichilismo passivo da uno attivo. Il nichilismo passivo è rappresentato dalla distruzione dei valori e in casi estremi anche dal disprezzo della realtà e quindi dal dire no alla vita. Al contrario il nichilismo attivo vuole distruggere i valori per ricreare, attuare una trasvalutazione di essi e dire sì alla vita. Nietzsche è anche l’artefice di un altro nichilismo, quello delle interpretazioni. Il filosofo può essere per questo considerato il padre del relativismo, perché ha anticipato di un secolo gli antropologi culturali. Infatti per lui non esistono fatti ma solo interpretazioni. Nel romanzo “Padri e figli” di Turgenev il protagonista è lo studente di medicina Bazarov, che crede solo nella scienza(non fa altro che sezionare rane) e nell’utile, disprezzando il bello, il bene, il vero. Questo è il nichilismo russo, che è anche un nichilismo politico che si pone contro il potere degli zar. Per Heidegger il nichilismo nasce dal fatto che per la metafisica occidentale l’essere diventa un ente tra gli altri. Il nichilismo secondo lui è oblio dell’essere. Non solo ma per Heidegger esiste anche un nichilismo della tecnica, che assieme al denaro domina la nostra società. Queste due entità hanno preso il posto di Dio attualmente; lo hanno sostituito totalmente. Secondo Heidegger dietro alla tecnica non c’è alcun fondamento ontologico: c’è il nulla. Non va però confusa la tecnica con la tecnologia. La prima è una mistura di razionalità strumentale e massima efficienza. La tecnologia invece è l’insieme di prodotti creati grazie all’impiego della tecnica. Per Marx l’uomo è alienato ed è anche cosa tra le cose in un mondo caratterizzato dal feticismo delle merci(le relazioni sociali sembrano rapporti tra cose, nonostante si salvi l’interdipendenza) e dal valore di scambio degli oggetti. Marx tuttora può essere considerato attuale, nonostante il pessimo sfruttamento delle sue idee: nonostante i comunismi e alcuni comunisti. Per Emanuele Severino il nichilismo è originariamente dovuto alla credenza che le cose e le persone sono nel niente, esistono per un determinato periodo di tempo e ritornano nel niente. Il divenire quindi sarebbe solo l’apparenza del nulla. Ciò comporta di conseguenza una totale assenza di valori perché se il niente ha la meglio non c’è più alcun senso della vita, che non vale più la pena di essere vissuta. Secondo Severino il nulla fagociterebbe tutti i principi della società. Per Umberto Galimberti i greci consideravano il tempo come ciclico per cui il nichilismo non poteva avere la meglio, perché tutto era prestabilito ed era destinato a ripetersi. Invece per i cristiani il tempo è lineare: il passato è il peccato originale, il presente è la redenzione, il futuro è la salvezza. Ma questo senso del tempo con la morte di Dio è scomparso. Il nichilismo deriverebbe quindi anche dal fatto che siamo orfani di un senso. Inoltre i greci avevano il senso del limite, mentre la razionalità tecnologica-scientifica non si pone mai limiti. Anche la produzione industriale non si pone limiti. Continua senza sosta. Junger la chiama “mobilitazione totale”. Ciò non è altro che il faustismo della civiltà occidentale individuato da Spengler. Il nichilismo perciò si manifesta nella tecnica. I greci avevano anche una altra cosa che noi non abbiamo più per combattere il nichilismo: una letteratura mitopoietica, che fissava degli archetipi nei miti. Per Stefano Zecchi solo una nuova concezione dell’arte(il mitomodernismo) può salvare dalla decadenza inevitabile a cui conduce il nichilismo.  C’è inoltre un nichilismo morale(“se Dio non c’è tutto è permesso” nei fratelli Karamazov), secondo cui si può anche uccidere e un nichilismo esistenziale, che può portare in casi estremi all’autodistruzione(“Meglio bruciare subito che consumarsi lentamente” di Kurt Kubain). Ci sono filosofi che sostengono che bisogna ritornare a pensare come i greci per sconfiggere il nichilismo. Altri che ritengono che bisogna pensare come gli orientali ed altri che propongono la rinascita di una società cristiana, anche se secondo molti lo stesso cristianesimo contiene in sé alcuni elementi nichilistici. Inoltre il cattolicesimo ha mostrato molte contraddizioni, un perbenismo e una ipocrisia di fondo da parte dei propri rappresentanti, che ha generato in alcuni il nichilismo. Non solo ma molti cattolici sono dei nichilisti. Per alcuni filosofi il nichilismo è il vaso di Pandora. Per alcuni marxisti invece è un falso problema perchè per essi è la struttura economica a determinare la sovrastruttura ideologica. Per gli idealisti è esattamente il contrario. Per altri ancora struttura e sovrastruttura invece interagiscano continuamente e quindi non ci sarebbe il primato dell’una sull’altra.  Ma andiamo oltre. Ognuno- dicevamo- ha la sua ricetta per debellarlo. Alcuni intellettuali aspettano l’avvento di un “ultimo uomo” che riesca a coesistere pacificamente con il nulla. Altri propongono “il pensiero debole” di Vattimo che indebolisca il soggetto e la ragione. Altri aspettano la radura di Heidegger: il gioco di ombre e di luci, che disvela l’esserci. Altri ancora sono a favore di una metafisica dei limiti.  C’è chi aspetta un nuovo umanesimo e chi invece un nuovo Dio. Camus per combattere l’assurdo proponeva la rivolta: “mi rivolto, dunque siamo”. Il suo era un appello alla solidarietà tra gli uomini. Lo scrittore francese riprendeva la frase di Karamazov: “Se non sono salvi tutti, a che serve la salvezza di uno solo!”. Camus diceva no alla religione per abbracciare l’umanismo. Nel frattempo il nulla ci sovrasta. Forse il nichilismo non è ancora il peggiore dei mali, ma è senza ombra di dubbio uno dei più insidiosi perché non ci sono ancora rimedi efficaci e nell’affrontarlo spesso si rischia di imboccare dei vicoli ciechi e di finire nelle trappole della metafisica. Riflettere su questo problema culturale può voler dire spesso fare una grande confusione e talvolta rischiare di prendere degli abbagli. Per Umberto Galimberti  nichilismo non significa caduta dei valori ma totale assenza di essi. Nichilismo quindi significa che i vecchi valori supremi non esistono più e non sono neanche stati rimpiazzati, sostituiti. Per alcuni filosofi il nichilismo nasce da una civiltà che pensava di aver raggiunto la verità e affermare che si ha il rimedio per sconfiggere questo male del nostro secolo significherebbe affermare che si sa la verità. Forse il nichilismo non ha soluzioni invece e finirà per divorarci. Il nichilismo è un termine che può acquisire tantissimi significati e può essere considerato la radice di tutti i mali e delle ingiustizie umane. C’è anche chi sostiene che il capitalismo selvaggio e il consumismo siano dovuti al nichilismo. Altri ancora sostengono che dietro le guerre ci sia il nichilismo e la volontà di potenza. Alcuni a torto ritengono che anche i kamikaze siano dei nichilisti, ma è tutto il contrario perché loro sono degli integralisti, degli assolutisti: ai loro occhi solo i loro valori sono gli unici veri e devono imporsi ad ogni costo sulla civiltà occidentale. Comunque il nichilismo può essere considerato un rompicapo metafisico, un rovello culturale, un atteggiamento esistenziale. Non solo ma dal punto di vista gnoseologico il nichilismo è scetticismo.  Non dimentichiamoci poi che il nulla, così pervasivo nella società, causa disorientamento e malessere in alcune persone, che sono probabilmente anche più fragili psicologicamente. Secondo taluni tutto è vuoto e vano. Non c’è più fede. Non c’è più alcuna ideologia e neanche alcuna utopia. Non c’è più futuro. Nessuna prospettiva. Tutto è menzogna.  Tutti sono degli impostori. Tutto è sterile. Tutto è caos. Nessuno può essere se stesso perché tutto è recita. Tutto ciò che era verità oggi è divenuto favola. Non c’è più alcuna certezza assoluta. Il senso di annichilimento, lo sgomento del vuoto sono il brodo di coltura. Il nichilismo diviene inconfutabile. Il nulla è una ombra costante. I simulacri sono infiniti. Non si esce dal circolo vizioso del nichilismo se si cerca di  speculare.  Chi vuole smascherare la metafisica si trova al cospetto di un fantasma. Tutto è visto in modo pessimista.  Tutti vorrebbero fuggire dal nichilismo ma è sempre più difficile farlo. Andy Warhol a proposito della vita scriveva:  “Ti ammali e muori. Tutto lì. Perciò non devi fare altro che tenerti occupato». Alcuni si drogano. Altri ammazzano. L’emblema del nichilismo più significativo è quello di giovani che lanciavano sassi dal cavalcavia, nonostante avessero bevuto molte birre e probabilmente avessero disturbi di personalità. Quando a questi ragazzi chiesero per quale motivo l’avessero fatto risposero che non sapevano come passare il tempo. Però non tutti i nichilisti si comportano male. Bisogna anche ricordare che sono molto di più gli studiosi europei che quelli americani ad esempio a riflettere su questa problematica perché probabilmente appartengono ad una civiltà più antica e percepiscono di più il tramonto della civiltà occidentale. La domanda che bisogna porsi per oltrepassare il nichilismo è la seguente: perché il nulla sta prendendo il sopravvento?  I filosofi non si trovano minimamente d’accordo. Molteplici sono le diagnosi ma forse il nichilismo è una malattia inguaribile di noi occidentali. È un virus invincibile; un veleno senza antidoti. È una piaga. Per alcuni è l’origine di ogni male.  Hemingway scriveva: «Nulla nostro che sei nel nulla, nulla sia il tuo nome ed il tuo regno, nulla la tua volontà in nulla come in nulla. Dacci oggi il nostro nulla quotidiano e rimetti a noi i nostri nulla come noi rimettiamo ai nostri nulla e liberaci dal nulla». E che dire di Leopardi, secondi cui “Tutto è nulla”? Probabilmente avevano entrambi compreso molto e cioè che l’essenza della nostra civiltà era il nulla: una società reificata e fondata sul nulla.

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Due parole su Chomsky

Non posso condividere tutto ciò che scrive il padre della psicolinguistica Noam Chomsky, secondo cui l’America e Israele sono i mali principali del mondo, anche se lui naturalmente nega di aver scritto questo. Lo studioso scrive che c’è un unico modo per fermare il terrorismo nel mondo ed è quello di smettere di praticarlo da parte degli Stati Uniti. Non voglio difendere a spada tratta la politica estera e il militarismo degli USA, che spesso si sono rivelati controproducenti. Ma mi sembra eccessivo sostenere come fa lo studioso che il principale responsabile del terrorismo nel mondo sia l’America. Troppo estremista a mio avviso! Troppo esagerato! Chomsky ad esempio dimentica che gli americani hanno sconfitto sia il nazifascismo che il comunismo, che erano regimi totalitari sanguinari. Minimizza riguardo ai crimini dei comunisti. Nega ad esempio quelli di Pol Pot in Cambogia. Chomsky critica totalmente gli USA ma in vita sua ha parteggiato per il Venezuela di Chavez, il comunismo sovietico, la dittatura cubana, il maoismo, il terrorismo palestinese. Che dire del fatto che il linguista ha difeso Osama Bin Laden, che povero e indifeso non doveva essere ucciso nel suo nascondiglio? Tutti gli intellettuali odiavano Oriana Fallaci per l’emotività del suo pamphlet, ma pochissimi liberali si sono scagliati contro questo pensatore, che odia l’Occidente e tuttavia vive agiatamente in America. Non solo ma non distingue tra democrazia e dittatura. Eppure dovrebbe tifare per la “società aperta” di Popper ed essere contro i suoi nemici! Sostiene che gli Stati Uniti siano responsabili di “crimini non intenzionali”. Allora c’è qualcosa di marcio nella democrazia di quel paese! Ma cosa? Sono le solite lobby delle armi che fanno pressione sui governi affinché promuovono guerre nel mondo? C’è anche dell’altro? Cosa esattamente fa in modo che gli americani colpiscano nelle operazioni all’estero le popolazioni civili? Cosa c’è di ontologicamente e strutturalmente malvagio nella democrazia occidentale? Le democrazie occidentali sono violente perché schiave del capitalismo? Perché l’America, che è la più grande democrazia del mondo, ha bisogno di una tattica violenta? È la cosiddetta inevitabilità della violenza? Questo Chomsky non lo spiega. Sostiene che gli Stati Uniti fanno così perché sono i più potenti del mondo e che altri prima facevano esattamente come gli Stati Uniti. È lapalissiano perciò dire anche che in futuro altri faranno come gli americani. Chi comanda perciò fa sempre così. Questo risponde lo studioso a chi gli chiede se considera l’America “l’impero del male”. Per lui l’America è il gendarme del mondo che abusa perennemente del suo potere. Però dice anche che chiunque al suo posto farebbe così. Allora perché puntare sempre e comunque contro il dito contro l’Occidente e non contro tutti gli stati? Quale è poi la ricetta di Chomsky? Una rivoluzione ancora più violenta che instaura un regime comunista più sanguinario? O forse quello di Chomsky è l’antiamericanismo di una eterna anima bella, che vuole essere spacciato come un nobile pacifismo? Io mi domando anche se sia totalmente attendibile quando snocciola i dati riguardo al terrorismo di stato americano. Viene da interrogarsi inoltre se qualsiasi nazione per fare i propri interessi non violi in politica estera i diritti civili, perché in fondo nel mondo tutti sono in guerra contro tutti? Si salva qualcuno e qualcosa nell’analisi di Chomsky? A onor del vero lui salva i cittadini, che non vanno confusi in una democrazia scarsamente rappresentativa con una elite politica che governa malamente e malvagiamente. Si salva la democrazia all’interno degli Usa, che consente diritti civili ai cittadini. In America inoltre c’è la possibilità di ottenere molte informazioni sui governi americani e ci sono le garanzie per fare controinformazione. Infine il governo non ha alcuna influenza sui mass media. Questi sono i pregi dell’America secondo lui. Però non inalberatevi troppo per le parole di Chomsky o per le mie parole(più probabile perché Chomsky ha molti fan, viene considerato una star e le università toscane ad esempio gli hanno conferito diverse lauree ad honoris causa). In fondo l’America non è più una superpotenza. Tra qualche anno altri stati domineranno il mondo. L’antiamericanismo allora non avrà più modo di esistere. Non avranno più modo di esistere tutte le paranoie sul potere americano. Solo allora sapremo se il rimedio comunista ad esempio sarà migliore o peggiore dei mali. Vedremo come si comporteranno i cinesi ad esempio. Il famoso linguista però come studioso è riuscito a liquidare la psicanalisi ma come uomo ne avrebbe avuto bisogno per comprendere a pieno questa sua ossessione nei confronti dell’America.

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Molestopoli

Dopo tangentopoli, affittopoli, vallettopoli, villettopoli, ricattopoli, calciopoli, sanitopoli, sprecopoli, concorsopoli, parentopoli, ricettopoli ecco molestopoli! In America è scoppiato il caso di Weinstein, ex produttore della Miramax e predatore seriale, che secondo le più recenti stime dovrebbe aver molestato 93 donne. Asia Argento è stata una delle prime a denunciarlo. Molti l’hanno attaccata o difesa per partito preso. Molti l’hanno attaccata perché non piaceva loro il suo personaggio e perché donna di sinistra, appartenente ad una famiglia di sinistra. Molti l’hanno difesa sempre per le stesse ragioni. Sono fioccate querele e sono nate polemiche. In Italia Miriana Trevisan ha accusato Tornatore di molestie e dieci ragazze hanno accusato Fausto Brizzi tramite il programma televisivo “Le iene”. In rete è diventato famoso l’hashtag “Quella volta che”, scaturito da una lettera di Giulia Blasi. Ci sono femministe che sostengono che ciò non sia sesso ma solo abuso di potere e prevaricazione. Sempre secondo questa scuola di pensiero tutto dipenderebbe dal patriarcato. Secondo Laura Boldrini manca l’educazione di genere. L’opinione pubblica si è divisa. Ci sono colpevolisti e innocentisti. Alcuni garantisti hanno paura di un effetto domino e di una caccia alle streghe, anzi di una caccia al mostro da sbattere in prima pagina. Maria Elena Boschi legittimamente ha dichiarato che tante ragazze vanno in televisione ad accusare molestatori, mentre sono poche davvero coloro che vanno al commissariato. Accade questo per sfiducia nelle istituzioni o per altro? In Italia si fanno i processi sommari in televisione e sui giornali, mentre una persona dovrebbe essere considerata innocente fino al terzo grado di giudizio. Eppure anche il mondo del giornalismo ad esempio non è immune da questo fenomeno delle molestie. Si pensi ad Olga Ricci(pseudonimo) che ha aperto il blog “Porco al lavoro” e che ha scritto anche il libro “Toglimi le mani di dosso”. Nessun ambito è escluso. In Italia però l’ultima ricerca sulle molestie sul luogo di lavoro è una indagine Istat del 2009. C’è chi sostiene che bisogna schierarsi sempre e comunque dalla parte delle donne. È difficile stabilire chi abbia ragione. Bisognerebbe aspettare le sentenze dei giudici. C’è chi dice che le denunce sono state troppo tardive e sono dovute solo ad esibizionismo e opportunismo. Altri invece ritengono che l’elaborazione del trauma e la paura di subire danni alla carriera determinino un outing fatto a distanza di anni. Va detto che la legislazione americana e quella italiana differiscono sostanzialmente anche nel caso di stupro e molestie. In Italia questi reati vanno in prescrizione dopo sei mesi, mentre in America non vanno in prescrizione. Quindi se una ragazza accusa dopo anni qualcuno in Italia può essere condannata per calunnia o diffamazione. Non solo ma bisognerebbe sempre distinguere nettamente tra proposta indecente, ricatto sessuale, molestia sessuale, abuso, violenza sessuale. Oggi a mio avviso c’è la caccia al mostro. Però io ho i miei dubbi. Le starlette potrebbero andare a caccia di notorietà e visibilità. Alcune potrebbero volersi vendicare per non essere diventare le protagoniste di un film. Inoltre quando una donna accusa un uomo di molestie è favorita da quel che definiscono “una presunzione di credibilità”. Un tempo le donne non venivano credute ma oggi il clima è completamente differente. Si crede incondizionatamente alla donna. Le molestie sessuali spesso dipendono dalla percezione soggettiva della presunta vittima. Spesso non ci sono prove. Tutto accade in una stanza tra due persone. È stato abuso? Era consenziente? Non ci sono riscontri oggettivi. Va detto anche che a distanza di tempo si possono creare dei falsi ricordi. La memoria può ingannare. Sulla sindrome della falsa memoria è stato detto tutto e il contrario di tutto dalla comunità scientifica. Non solo ma secondo alcuni, ritenuti retrogradi a torto o a ragione, una donna non dovrebbe essere mai una sprovveduta e dovrebbe anche sapersi difendere. Non dovrebbe perciò mai trovarsi in situazioni imbarazzanti come trovarsi sola al cospetto di un uomo malintenzionato in un luogo equivoco. Ricordo anche che non ci sono solo i ricattatori sessuali. Secondo Flaiano le “spaccadivanetti” erano sempre esistite nel mondo del cinema. Ci sono sempre state donne disposte al compromesso. Le signorine Gradisca ci sono sempre state nei confronti di uomini ricchi e potenti. Lo stesso dicasi per ragazzi disposti a compromessi per lavorare con Pasolini e Visconti come ricordano intellettuali non più giovani. Non è forse che alcune starlette accusano di molestie un potente solo perché questo non ha mantenuto le promesse fatte? Quello che probabilmente manca in tutti gli ambiti lavorativi italiani in tema di molestie è un codice di regolamentazione. Infatti tutti teoricamente hanno il diritto di stare bene sul luogo di lavoro, anche se una certa dose di conflittualità viene ritenuta fisiologica in Italia. Inoltre anche se l’uomo viene assolto dal reato di molestie è marchiato a vita. Essere accusati di molestie è una accusa infamante, che nessuno riesce a togliersi di dosso. Una cosa che non mi va bene è che in Italia non si abbiano delle priorità. Il nostro è il Paese per antonomasia dei femminicidi e ultimamente si parla solo di molestie nel mondo del cinema. Prima invece bisognerebbe considerare la violenza fisica più estrema e poi quella psicosociale.

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L’autenticità

La vita occidentale sembra talvolta senza punti di approdo. Per Sartre gli altri sono l’inferno. Eppure siamo continuamente alla ricerca degli altri. Eppure nessuno riesce ad essere totalmente misantropo. Secondo la psicologia l’immagine che abbiamo di noi stessi dipende dalla considerazione che gli altri hanno di noi. Come scrive Goleman: “Il nostro senso dell’io nasce nelle nostre interazioni sociali: gli altri sono gli specchi che riflettono la nostra immagine, un’idea che è stata riassunta nella frase: sono ciò che penso che tu pensi che io sia”.  Almeno questo è quello che succede nei primissimi anni di vita, in cui prima viene l’interpsichico e dopo l’intrapsichico. Successivamente a mio avviso è più l’idealismo che il realismo a spiegare le nostre azioni. Naturalmente c’è chi anche in età adulta imita gli altri. Talvolta impersoniamo una parte, recitiamo un ruolo. Talvolta siamo maschere. Secondo Schopenhauer nella vita perdiamo 3/4 di noi stessi per essere come gli altri. La maggioranza di noi preferisce essere amata a tutti i costi dagli altri. Preferisce essere amata anche se questo significa perdere genuinità e significa essere amata per ciò che non è. Tutti vogliono essere accettati. Secondo la vulgata ognuno è unico e irripetibile. Però nel corso dell’esistenza ci sforziamo di essere delle copie. Ci facciamo omologare e appiattire. Spesso ci perdiamo nella chiacchiera impersonale, che Heidegger criticava perché priva di sostanza, frivola e talvolta infondata. La chiacchiera spesso è un discorso fine a se stesso. Spesso sfocia nel pettegolezzo. Ma in fondo è anche essa un modo per passare il tempo. È una distrazione. Per Heidegger l’esistenza è realmente autentica solo se è continuo memento mori. Ma ne siamo davvero così sicuri? Viene da chiedersi cosa c’è di realmente autentico in questa vita. Il lavoro è sovente noioso, ripetitivo, alienante. Dovrebbe nobilitare l’uomo e spesso lo stressa, lo abbrutisce. Senza lavoro d’altra parte si sta ancora peggio perché l’essere umano è contemplato solo come homo faber e come homo oeconomicus. Il lavoro non autorealizza quasi mai ma è l’unico mezzo di sostentamento. I soldi comunque non bastano mai e c’è sempre una ricerca continua del colpo gobbo, partecipando a lotterie, scommesse e giochi a premi. C’è qualcosa di autentico in questo? C’è qualcosa di autentico nelle abitudini che costellano la nostra esistenza e che appaiono così rassicuranti? Non sono routine? Non sono anche esse alienanti? C’è qualcosa di autentico nel pensiero, che nella migliore delle ipotesi è fatto di reminiscenze e conoscenze di seconda mano? C’è qualcosa di autentico nel conformismo e nella continua competizione con gli altri? C’è qualcosa di autentico nel vestire bene e nell’inseguire sempre tutte le mode? C’è qualcosa di autentico nella curiosità morbosa che ci fa assistere a spettacoli di tragedie e altri fatti di cronaca nera? C’è qualcosa di autentico nel sesso con la consorte, che sovente è puro e semplice dovere coniugale? Oppure c’è qualcosa di autentico nel sesso occasionale, pura e semplice ricerca del piacere? Non è in fondo anche il sesso diventato una forma spiccia di comunicazione interpersonale e un modo per autoestraniarsi? C’è qualcosa di autentico nel divertimento? C’è qualcosa di autentico nello sballo e nella musica assordente e stordente del Sabato sera? C’è qualcosa di autentico nel picnic primaverile? E nella vacanza esotica con l’agenzia di viaggio? Tutti vogliono girare il mondo mordi e fuggi. Ma cosa resta di tutto ciò? Cosa c’è di vero e cosa di apocrifo? Talvolta visitano luoghi molto distanti senza considerare le bellezze di casa nostra. In questa vita tutto sembra simulacro. Tutto sembra un mezzo per raggiungere un altro mezzo. I frammenti di noi stessi sono stati persi in giro. Cosa davvero è un fine? Cosa davvero resta? La ricerca di libertà e di felicità sono davvero autentiche? Si può sempre parlare di intimi convincimenti in un mondo in cui tutto è sempre più imposto? Anche le risposte della religione sembrano inadeguate perchè i credenti delle prime file delle chiese non sono altro che bigotti maligni e alcuni preti che dovrebbero prima di tutto dare il buon esempio non sono che falsi preti. In fondo anche le persone religiose in buona parte dei casi sono chiuse, credono nei luoghi comuni e negli idoli come tutti gli altri. Questa società corrompe quasi tutti. Insomma non mi sembra che ci siano appigli. Tutto è alla deriva e sono veramente pochi coloro che si salvano. Come dicevano gli antichi tutto è vanità di vanità. Niente e nessuno sfugge a questa logica.

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