A proposito di poesia contemporanea:

  • ° Nel corso del’900 si è diffuso il verso libero. Questo è avvenuto non solo tra quelli che vengono definiti dai cattedratici poeti dilettanti, ma anche da grandi poeti stranieri ed italiani. Laforgue fu il primo grande poeta ad adoprare il verso libero e a tal proposito scrisse: “mi dimentico di rimare, mi dimentico il numero delle sillabe, mi dimentico la distribuzione delle strofe”. Anche Pound fece un uso moderato nelle proprie liriche del verso libero. I poeti dell’imagismo scrivevano tutti in versi liberi. E. Lee Masters nella celeberrima Antologia di Spoon River adoprò spesso nei suoi epitaffi versi liberi e non prestò molta attenzione al rispetto della metrica. Per quel che riguarda il nostro paese i crepuscolari Corazzini, Gozzano, Govoni, pur utilizzando anche forme metriche tradizionali, introdussero il verso libero nella poesia italiana. Anche il poeta simbolista Gian Pietro Lucini scriveva sopratutto versi liberi e dichiarò che al momento della creazione non cercava “misure prestabilite(versi), nè sequenze numerate di misure(strofe)”, nè il posizionamento di accenti tonici. Inoltre bisogna ricordare che i poeti vociani Jahier e Boine scrissero solo prose poetiche. Infine i futuristi utilizzarono solo ed esclusivamente il verso libero. Sono favorevole all’uso di versi liberi perché come esseri umani abbiamo già notevoli limiti(mentali, psichici, gnoseologici, ontologici) ed  è a mio avviso fuori luogo aggiungere dei limiti stilistici, che oggi possono apparire ai più desueti. Se in poesia e in letteratura devono essere messe delle regole forse devono riguardare il rapporto tra l’arte e il tentativo di ideologizzazione dell’arte stessa. Ritornando al verso libero alcuni intellettuali ritengono che la vera libertà si acquisisca nell’ambito delle regole imposte e degli schemi precostituiti o almeno questa è la loro giustificazione alla loro concezione di una poesia, che per essere tale deve adoprare le forme metriche classiche. Altri intellettuali ritengono invece che nell’arte la libertà non esista, per cui devono essere accettate le regole imposte dalla tradizione. Per  il poeta Robert Frost “scrivere versi liberi è come giocare a tennis senza rete».
    Ma non è detto che chi scriva versi liberi e non rispetti la metrica tradizionale non si imponga altre regole riguardanti altri ambiti.
    Un tempo erano presenti dei canoni estetici. Oggi forse è più problematico valutare un poeta.
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Contro la provincia

Iniziamo da qui: molti vorrebbero essere scrittori. Ma per essere uno scrittore che tira a campare discretamente e che quindi venda migliaia di copie è necessario avere delle trame interessanti. È necessario avere delle storie da raccontare. È molto difficile inventare delle storie di sana pianta perché potrebbero sembrare subito al primo colpo d’occhio delle storie artefatte. Di solito gli scrittori sono ispirati dalla realtà. La grande città è molto più ricca di storie. La provincia è più avara. Le storie sono sempre quelle. È molto più asfittica. Il genere umano sembra più vario nella grande città o almeno sembrano esserci molte più tipologie umane. Se penso al paese mi viene subito in mente di primo acchito allo scemo del villaggio e al genio come scrive Aldo Busi in “Seminario sulla gioventù”. Ma spesso la provincia falsa la realtà, la mistifica a suo piacimento. Talvolta lo scemo del villaggio non è davvero tale. È solo un calunniato perché contrariamente a quello che si pensa la voce del popolo non è voce di Dio. Al contrario anche il cosiddetto genio del paese spesso non è tale. È solo uno che è stato sopravvalutato e che è stato esaltato troppo. Di solito il paese è il regno della mediocrità. I mediocri e i meschini  che sono la maggioranza, controllano socialmente e psichicamente tutti gli altri con il pettegolezzo. Secondo Gabriel García Marquez ogni essere umano ha tre vite: una pubblica, una privata ed una segreta. In provincia tutti credono di sapere tutte e tre le vite dei loro compaesani. Ma sapere quante volte va in bagno il proprio vicino di casa non necessariamente significa sapere qualcosa di veramente significativo della sua esistenza. Comunque anche quando non sanno lo inventano, lo presumono, lo suppongono, lo deducono secondo una logica troppo lineare(e la vita non è mai così lineare). Nei paesi chi è originale, si discosta dalla norma per vari motivi ed è diverso si trova relegato ai margini e fatica a trovare un proprio spazio ed una propria dimensione. In provincia la mentalità è chiusa: oserei dire retrograda e bigotta. Il provinciale tipico è quello che passa delle ore a giocare a carte al bar, spettegola, diffama(strafottendosene di ogni legge perché la può fare franca). Molto spesso non legge libri. La lettura più impegnativa che può fare è il quotidiano che trova per l’appunto al bar dello sport. Io non sono certo colto ma nei paesi italici regna incontrastata l’ignoranza. Ci sono ma sono molto rari anche i provinciali che odiano questo stato di cose ed allora si chiudono in casa nel loro tempo libero, si ritirano per quanto possibile dalla vita sociale e passano il loro tempo libero ad acculturarsi. Però si isolano, vengono emarginati, evitati come se avessero la peste e per questi motivi sono una rarità. I provinciali, almeno quelli toscani, sono rozzi, rissosi, volgari(ve lo dice uno che non è affatto un gentleman). Sono convinti di avere sempre ragione perché anche nel loro paesino la pensano nel loro identico modo e si scordano che il mondo è molto più grande del loro paesino. Sono ostinatissimi e restano arroccati in difesa. Sono molto chiusi e non abbandonano mai le loro convinzioni. Non parliamo poi delle ragazze che oltre ad essere rozze sono anche molto narcisiste. Sono convinte di essere tutte belle e confondono la realtà con i complimenti grossolani e la captatio benevolentiae di giovinastri che vogliono a tutti i costi avere una ragazza: una ragazza qualsiasi per sposarsi al più presto e mettere su famiglia. Chi si discosta da questa mentalità è out. In giovanissima età bisogna fidanzarsi altrimenti si è degli sfigati, dei falliti. È inutile avere titoli di studi altisonanti se si ha la mentalità retrograda del provinciale. Chi è così sarà un mediocre ed un meschino vita natural durante. Uno dei guai maggiori della provincia è il provincialismo, ovvero la limitatezza di vedute e la ristrettezza mentale. Non solo ma in paese vige la noia. Molto spesso non accade mai niente. La realtà sembra immutabile. Il tempo scorre a rilento. Ecco spiegato perché la maggioranza degli intellettuali vive nelle grandi città. Le città possono realmente darti qualcosa di più in termini lavorativi, di servizi, di libertà(giri l’angolo e nessuno sa più niente di te), di vita ed infine di ispirazione. La città offre maggiori opportunità. Ci sono molti fermenti culturali. Nei paesi invece le mode e le novità arrivano sempre con diversi anni di ritardo. Ormai viviamo in un mondo globale dove sempre più le persone circolano liberamente come la merce. Ma i provinciali, intesi nel senso più comune del termine, sembrano esserselo dimenticato. In città inoltre ci sono molti più stimoli sensoriali, sociali, culturali, erotici. Non parliamo poi di vita notturna per i giovani. I paesi sono tutti un mortorio ad una certa ora. Sembra che ci sia l’ora del coprifuoco. Alcuni provinciali però non se la sentono di fare il grande salto e trasferirsi. Di solito è per pigrizia. Oppure perché i propri famigliari non vogliono. Oppure perché non vogliono subire il traffico e lo stress della città. Oppure perché sostengono che nella città non ci sia una vera comunità che ti sostiene nei momenti difficili. Oppure perché hanno paura della presenza della criminalità nella città. C’è anche chi come me, pur avendo analizzato tutti i difetti della provincia, resta in una cittadina perché pensa che ormai per quello che riguarda la propria vita i giochi siano fatti e che un posto vale l’altro per vivere quello che gli resta da vivere.

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Sulla scrittura

C’è chi pensa che la scrittura sia un dono di Dio. Chi pensa invece che sia un vizio, uno sfogo, un bisogno, un modo per sublimare(come ad esempio gli psicanalisti) o soltanto una semplice passione. Per alcuni scrivere è pura masturbazione mentale(Gesualdo Bufalino considerava la scrittura un atto impuro). Ho sempre pensato che per scrivere non bisogna utilizzare l’intelligenza ma anche la stupidità: le  tare, le fissazioni, le ossessioni, i pregiudizi, i limiti. Nella scrittura non si riversa soltanto la parte razionale ma anche la personalità e l’inconscio. Ci sono stati ad esempio i surrealisti che si sono lasciati sopraffare dall’inconscio, usando la scrittura automatica. Anche i futuristi con il loro paroliberismo non sono stati da meno. Tramite la scrittura può riaffiorare sia l’inconscio individuale che l’inconscio collettivo. Sono lontani i tempi della logica cartesiana. Alcuni scrittori e poeti in passato hanno anche cercato di rimuovere l’inconscio nelle loro opere perché ne avevano paura. Ma è stato tutto inutile. Oggi molti autori cercano un compromesso: cercano di raggiungere un equilibrio tra conscio ed inconscio. A mio parere comunque la scrittura può aiutare. Può essere terapeutica. A differenza degli psicofarmaci non ha controindicazioni. Ci sono infatti psicofarmaci che possono alterare il Qt e ricordo ad esempio che la sindrome del Qt lungo può causare la morte(chi assume queste sostanze è sempre meglio che periodicamente si faccia visitare da un cardiologo). A differenza della psicoterapia è necessario solo un foglio ed una penna oppure un personal computer e non c’è bisogno di un analista che costa centinaia di euro all’anno. Naturalmente non voglio dire che nessuno più dovrebbe usare psicofarmaci o fare psicoterapia ma oggi moltissime persone alla minima difficoltà si rivolgono alla psicoterapeuta o chiedono la pillola. Comunque ora in Italia si stanno diffondendo anche le scuole di scrittura creativa perché secondo alcuni esperti si può sempre imparare a scrivere o comunque si può sempre migliorare perché ognuno ha delle potenzialità inespresse. Dirò di più: in Italia ci sono psicoterapeuti che esercitano la psicosintesi e credono nella scrittura libera come metodo per conoscere meglio la persona. Naturalmente anche per questo bisogna pagare. Il difetto di questi corsi però è che costano cari e forse non sono molto utili perché a mio avviso i modi più efficaci per scrivere meglio sono leggere molto ed esercitarsi da soli. È necessario a tale proposito citare Aldo Busi che scrive: “chi non è scrittore non sa che farsene delle teorie sulla scrittura, chi lo è non ne ha bisogno”. Non c’è da dire niente altro su questo. Successivamente bisogna anche sottoporre al vaglio degli esperti le proprie creazioni ma solo in un secondo momento. Naturalmente quando si legge molto si incorre in due rischi: 1) imitare troppo alcuni autori 2) inibirsi ed autocensurarsi perché si prende come modello di riferimento autori geniali.
Una cosa è certa: bisogna essere pazienti e mettere in conto che ogni sforzo fatto può rivelarsi inutile. Ci sono comunque attività cognitive che perdiamo per strada quando diventiamo adulti. Da bambini tutti fanno i disegni ma sono relativamente pochi coloro che da grandi si esercitano nella pittura. Da adolescenti tutti tengono un diario ma sono relativamente pochi coloro che scrivono da adulti. Sono a conoscenza che ci sono critici letterari che ritengono che oggi siano moltissimi i grafomani scapestrati: intere legioni di principianti che scrive senza arte e senza parte. Personalmente ritengo che scrivere non provochi danno ad alcuno e sia un ottimo modo per lavorare su di noi. Coloro che vogliono diventare scrittori spesso si lamentano del fatto di non avere storie da raccontare e di essere a corto di ispirazione. Ma in fondo a mio avviso prima bisogna vivere, viaggiare, fare esperienza e poi scrivere. Naturalmente ci sono anche delle eccezioni: Salgari fu un uomo sedentario ma aveva una immaginazione straordinaria. Kant si mosse raramente dal suo paese ma pensò nonostante ciò tutto il pensabile. Lo stesso dicasi per Emily Dickinson che fu una grande poetessa. Inoltre bisogna scrivere solo quando qualcosa urge realmente da dentro, solo quando si sente indispensabile esprimersi per non essere ripetitivi e per non scrivere sempre il solito libro. C’è chi scrive per questioni banali: fare soldi e chi invece scrive per i posteri. A mio avviso è più utile scrivere per mettere ordine al mondo oppure per aggiungere un poco del proprio disordine nel mondo. Qualcuno ha detto che oggi è già stato scritto tutto e che è quasi impossibile avere gloria postuma. Al di là di questo è sempre meglio non pensare di ritenersi memorabili. Essere tali è difficile: bisogna avere stile, contenuti, originalità, costanza, carattere, fortuna. È sempre più salutare scrivere per noi che per gli altri. Scrivere è sempre una rivelazione.

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Su Pasolini

Pasolini venne ammazzato all’Idroscalo di Ostia. Molto probabilmente fu un omicidio a sfondo politico. Pelosi forse fu solo un’esca. Ancora oggi non si conoscono i mandanti. Il potere sapeva come colpirlo. Sapeva del suo autolesionismo e della sua solitudine. Sapeva della sua ricerca ossessiva di “corpi senz’anima”, nonostante che il suo amore fosse solo per “l’infante e madre” come in ogni complesso edipico non risolto. Per chi volesse saperne di più invito a leggere “Vita di Pasolini” di Enzo Siciliano e “Morte di Pasolini” di Dario Bellezza. Il poeta friulano oggi è ancora attuale. Si pensi ad esempio a quel gran romanzo incompiuto, iniziato nel 1972, che è “Petrolio”, definito dallo stesso autore un “Satyricon moderno”. Molto è stato scritto su Pasolini. Ma ciò non ci risarcisce assolutamente della sua scomparsa prematura né dei processi che subì in vita a causa degli articoli del codice Rocco, ancora attivi in Italia in quegli anni per quanto riguarda il reato di vilipendio alla religione. Pasolini fu geniale come poeta, regista, scrittore, uomo di teatro, saggista, polemista. Fu un intellettuale a tutto tondo e uno scomodo testimone della realtà italiana, caratterizzata in quegli anni da stragi e nefandezze di ogni genere. Fu il primo poeta civile di sinistra come sostenne Moravia e allo stesso tempo, come dichiarò Curzio Maltese, fu il primo a capire la “mutazione antropologica” degli italiani. Dopo di lui non c’è più stato nessuno. Nessun altro intellettuale della seconda metà del Novecento è stato così versatile e così profetico come il poeta friulano. Nessun altro intellettuale è riuscito a provocare l’opinione pubblica come faceva Pasolini quando andava in televisione oppure come quando scriveva i suoi articoli sul “Corriere della sera”. Si tenga presente per esempio gli “Scritti corsari” con cui affrontò diverse tematiche dell’epoca con una forza polemica è una capacità analitica fuori del comune. Pasolini iniziò a scrivere in dialetto friulano, la lingua materna e innocente: una lingua ladina, che non aveva alcuna tradizione letteraria. Le sue prime poesie non passarono inosservate perché furono recensite addirittura da Contini. Dopo lo scandalo di Casarsa e la conseguente espulsione del PCI si trasferì a Roma, dove visse due anni da disoccupato per poi insegnare in una scuola media privata. Da ricordare anche che suo fratello partigiano venne ammazzato dai comunisti legati ai reparti di Tito. La fuga da Casarsa e la morte del fratello furono per lui due gravi traumi. Pasolini divenne poeta civile con “Le ceneri di Gramsci”, costituite da undici poemetti in terzine. Era avvenuto il passaggio dal simbolismo e dall’impressionismo poetico all’impegno civile. Aveva messo da parte Pascoli e l’ermetismo. L’esperienza di “Officina”, rivista bimestrale fondata insieme a Leonetti e Roversi, lo aveva cambiato radicalmente. Il poeta era lontano ormai sia dal neorealismo che dall’ermetismo. Per la prima volta l’Italia aveva un poeta civile lontano dalla retorica di Foscoli, Carducci, D’Annunzio. Pasolini trattava delle periferie, dei diseredati, della resistenza. Ebbe successo anche con la narrativa, in libri in cui descrisse il teppismo e le scorribande dei “ragazzi di vita” delle borgate ed in cui usò il romanesco per ottenere una maggiore espressività. Va detto che nei suoi romanzi solo Riccetto riesce ad integrarsi. La triste fine dei personaggi forse sta a significare che il mito del sottoproletariato è finito, esattamente come è accaduto per il mito del mondo contadino. Pasolini dette un apporto culturale significativo anche come cineasta. Per lui il cinema era “la lingua scritta della realtà ” e anche per questo utilizzò per i suoi film degli attori non professionisti. Ma lo squallore di certe periferie mostrate, che erano sempre state rimosse dalla cultura ufficiale, gli causarono molti attacchi dai moralisti di ogni sorta. Certo il grande poeta fu un comunista eretico: “Lo scandalo del contraddirmi, dell’essere/ con te e contro di te: con te nel cuore/ in luce, contro di te nelle buie viscere”. Anche per questi motivi ideologici era solo: assolutamente solo. Forse l’unica consolazione era rivolgere lo sguardo indietro. Forse l’unico vero mito fu il passato e si pensi per esempio al suo notare “la scomparsa delle lucciole”. Il presente era per lui “sviluppo senza progresso”. Ma la questione che lo angosciava di più era l’omologazione: “la borghesizzazione” dei giovani sottoproletari, che non avrebbero più potuto avere una coscienza politica perché la televisione aveva imposto loro l’ideologia del consumo. Ciò che preoccupava Pasolini non era il centralismo dello stato né le istituzioni repressive ma il neolaicismo imperante ed il nuovo edonismo propinato dai mass media. Aveva già capito che la televisione era un agente di socializzazione, capace di influenzare con i suoi messaggi le idee delle persone e dunque era anche la causa primaria dell’omologazione, grazie a cui il potere produceva una standardizzazione dell’immaginario. I giovani di borgata avevano iniziato a vestirsi, a comportarsi e a pensare come “i figli di papà”: non era più possibile distinguere un proletario da un borghese oppure un comunista da un fascista. Questo era frutto della “mutazione antropologica”, termine preso a prestito dalla biologia. La mutazione genetica in biologia è determinata prima dalla variazione e quindi dalla fissazione di alcuni caratteri. Nel caso della “mutazione antropologica” la variazione delle mode e degli stili di vita era decisa nei consigli di amministrazione delle reti televisive e poi fissata con i messaggi subliminali della pubblicità. Pasolini sapeva perfettamente che i codici imposti dalla televisione divenivano subito comportamenti collettivi. La sottocultura di massa diventava interclassista. Tutti aspiravano agli stessi status symbol. Non si trattava più di appagare semplicemente dei desideri. Il nuovo uomo di massa doveva soddisfare dei falsi bisogni. I disvalori del consumismo nel giro di pochi anni impoveriranno l’Italia. Già allora stavano scomparendo le tradizioni di un tempo. Già allora non esistevano più le classi sociali. Tutti ormai erano diventati piccolo-borghesi. Che cosa è una classe sociale se non un gruppo omogeneo dal punto di vista culturale e sociale? Ma la sottocultura di massa era divenuta interclassista in una continua interazione tra tecnologia, cultura, struttura psichica. La sottocultura di massa ha gradualmente prodotto un livellamento verso il basso. I mass media stavano e stanno assopendo le coscienze, sia dal punto di vista del senso critico che della coscienza di classe. Ciò che rimaneva e rimane ancor oggi è la stratificazione economica: le varie fasce di reddito. La rivoluzione quindi non era più possibile. Della televisione si è detto che è stata un agente catalizzatore dell’unificazione linguistica; alcuni hanno detto che è una discreta intrattenitrice per gli adulti e una ottima badante per gli anziani. Per quanto riguarda la questione linguistica Calvino riteneva al contrario di Pasolini che grazie alla televisione sarebbe scomparsa l’antilingua(il burocratese) e certe trasmissioni televisive avrebbero diffuso vocaboli della scienza. Ma la polemica tra i due autori non finiva qui. Infatti, se per Pasolini la televisione aveva aumentato a dismisura il conformismo, per Calvino il conformismo era un fatto fisiologico e secondo lui perfino i ragazzi di Salò non erano poi così diversi dai partigiani comunisti, a parte la scelta ideologica. Ma Pasolini non è stato l’unico a criticare la televisione. Pensiamo ad esempio a Popper agli inizi degli anni novanta quando scriverà che la televisione è una “cattiva maestra” perché propina ingenti dosi di violenza ai bambini. Pasolini è stato l’unico scrittore a scrivere in anticipo dell’omologazione, pur non essendo uno studioso di sociologia o di comunicazione di massa. È stato il primo intellettuale ad intuire che non esisteva più alcuna egemonia culturale ma solo una egemonia mediatica.

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Sulle stragi

Suppongo che in Italia per quanto riguarda le cosiddette stragi di stato ci siano tre livelli: 1) gli esecutori materiali 2) gli strateghi, ovvero coloro che hanno pianificato tutto 3) i mandanti, ovvero coloro che hanno voluto tutto. Personalmente non ho mai creduto alla teoria dei cerchi concentrici di Corrado Guerzoni, che a mio avviso è sempre stata un modo per assolvere i politici. Secondo questa teoria non esisterebbero mandanti che ordinano di mettere le bombe ma ci sarebbero soltanto politici di primo piano che criticano la politica del governo ad esempio, i loro portaborse che si lamentano del sistema, i politici locali che dicono che la situazione è insostenibile, cattivi maestri di pensiero a capo di gruppi giovanili neofascisti che dichiarano che bisogna alzare il livello dello scontro  e giovani estremisti che decidono di compiere un attentato terroristico. A mio avviso i politici non avevano bisogno di far cadere tutto nell’indistinto perché erano certi dell’impunità all’epoca. Avevano invece bisogno di dare ordini chiari e precisi ai loro sottoposti. Naturalmente ci sono stati anche coloro che hanno coperto ed insabbiato ma non è detto che costoro siano responsabili delle stragi: molto spesso hanno reso farraginose le indagini perché hanno ritenuto che la verità fosse  troppo scomoda e che il popolo non dovesse saperla per non far perdere fiducia e credibilità nelle istituzioni. In Italia negli anni di piombo i depistaggi erano all’ordine del giorno. Le stragi a mio avviso sono state tutte pianificate nei minimi dettagli e ben poco è stato lasciato al caso. Si rifletta sulla strage di Bologna: 1) hanno colpito il primo Sabato di Agosto, ovvero durante l’esodo dei vacanzieri. 2) hanno bloccato per giorni il traffico ferroviario, spezzando l’Italia in due. 3) hanno colpito simbolicamente il cuore di Bologna, città rossa per antonomasia. 4) la bomba, collocata nella sala d’attesa, ha investito anche il parcheggio dei taxi e il treno Ancona-Chiasso, fermo in quel momento sul binario 1. È stato pensato tutto per fare il maggior numero di vittime.  Per capire gli stragisti non bisogna essere depositari di segreti o verità: basta solo ragionare a rigor di logica perché coloro che hanno ideato tutto lo hanno fatto in modo freddo e spietato. Per quanto riguarda le stragi di stato gli esecutori materiali molto spesso sono stati esponenti di estrema destra, alcuni dei quali hanno dichiarato agli inquirenti di aver compiuto i crimini con la complicità dei servizi segreti deviati, la massoneria e la Nato. Ma molto probabilmente le loro scarse testimonianze non sono state ritenute credibili. Le hanno considerate inattendibili ed infondate. Spesso però gli esecutori materiali, i cosiddetti bombaroli, si sono rivelati omertosi e non hanno rivelato alcun segreto per paura di ritorsioni e vendette; addirittura si sono dichiarati innocenti e non si sono mai assunti le loro responsabilità. Gli stragisti non hanno mai dimostrato alcuna pietà e neanche alcun ravvedimento. Tutto comunque è complesso. Ricordiamoci infatti che ai tempi della guerra fredda c’era la cosiddetta strategia della tensione che era stata pensata probabilmente dai militari americani per due motivi: 1) destabilizzare per stabilizzare, ovvero compiere stragi perché la popolazione si orientasse politicamente verso destra e volesse più ordine, più autorità e più polizia 2) cercare di attribuire la colpa delle stragi all’estrema sinistra in modo da far ottenere alle forze anticomuniste una vittoria schiacciante alle elezioni. Colui che coniò il termine “strategia della tensione” fu il giornalista inglese Leslie Finer del settimanale “The observer” che ipotizzò una strategia terroristica degli USA in combutta con il regime dei colonnelli greci per emarginare la sinistra ed instaurare un governo autoritario in Italia. Ricordo anche che ai tempi della guerra fredda erano presenti nel territorio italiano delle strutture paramilitari, chiamate anche stay behind, come la Gladio. Era stata creata all’epoca anche un’organizzazione segreta come il Noto servizio(o Anello), fortemente anticomunista. All’epoca dei fatti quindi non esistevano solo  lo stato e l’antistato ma anche uno stato segreto e parallelo, che potremmo anche definire doppio stato. È però molto difficile provare il coinvolgimento degli americani nelle stragi, anche se diversi studiosi lo hanno ipotizzato. Anche il grande giornalista Sergio Zavoli lo ha scritto. Però la magistratura italiana si è sempre trovata di fronte ad un muro di gomma. Nessun politico o militare americano è mai stato incriminato o almeno indagato. Basti pensare che l’Italia è uno stato a sovranità limitata e ci sono molte resistenze istituzionali quando uno stato deve processare se stesso e quando addirittura deve processare una superpotenza che lo ha liberato da Mussolini e dai nazisti e che poi lo ha aiutato enormemente a risollevarsi con il piano Marshall. È sempre stato impossibile bloccare l’ingerenza degli americani nella nostra politica interna ed estera. Pier Paolo Pasolini scriveva il 14 Novembre 1974 riguardo ai responsabili della strage di Piazza Fontana che: “se il potere americano lo consentirà – magari decidendo “diplomaticamente” di concedere a un’altra democrazia ciò che la democrazia americana si è concessa a proposito di Nixon – questi nomi prima o poi saranno detti. Ma a dirli saranno uomini che hanno condiviso con essi il potere: come minori responsabili contro maggiori responsabili (e non è detto, come nel caso americano, che siano migliori). Questo sarebbe in definitiva il vero Colpo di Stato”.  Lo stesso Indro Montanelli dichiarò che per capire e scrivere la storia di Italia bisognava affidarsi alle fonti degli storici inglesi ed americani invece che a quelle degli studiosi nostrani. Ricordo che in Italia c’è ancora il segreto di stato sulla repressione del brigantaggio meridionale: figuriamoci se non c’è sulle stragi avvenute pochi decenni fa.  Comunque l’America non ci ha solo colonizzati culturalmente ma anche militarmente e politicamente. Inoltre va ricordato che non tutta la violenza politica allora era dovuta all’estrema destra ma anche alle brigate rosse. Vorrei anche far riflettere sulla cosiddetta presunzione di colpevolezza delle vittime delle brigate rosse da parte di alcuni di sinistra. Ritengo personalmente che Guido Rossa, Aldo Moro, Walter Tobagi, il fratello del pentito Peci(tanto per fare alcuni esempi) siano innocenti ed esenti da colpe quanto le vittime del terrorismo stragista. Veniamo ora ad un’altro punto. I fautori della realpolitik potrebbero sostenere che il prezzo è stato alto da pagare ma grazie alla protezione americana i danni collaterali sono stati limitati. Potrebbero anche sostenere che se il Paese fosse stato sotto il patto di Varsavia forse sarebbe stato molto più povero. Con la caduta del muro di Berlino l’Italia si sarebbe ritrovata a far parte economicamente delle nazioni del secondo mondo e non del primo mondo. Inoltre il comunismo  ha commesso molti più eccidi dei governi americani che si sono succeduti nel tempo. La presenza americana e le sue organizzazioni paramilitari potrebbero essere viste quindi anche come un sacrificio necessario per il benessere dell’intero Paese. Ma queste potremmo ritenerle considerazioni di carattere troppo pragmatico e prive di alcun scrupolo morale, che forniscono troppi alibi, giustificazioni e scuse alla condotta americana: realpolitik appunto. Nel frattempo le famiglie delle vittime attendono ancora la verità giudiziaria. Nel frattempo le stragi sono ferite che ancora non si rimarginano. A mio avviso nessun stragista ha delle attenuanti ma con queste poche righe ho cercato di considerare tutto riportandolo al contesto storico, politico e sociale di quegli anni. Molto probabilmente quel tipo di terrorismo non tornerà mai più perché non ci sono più i presupposti e in pochi decenni la società è cambiata radicalmente. Le stragi ormai sono pagine di storia indelebili. Ma nei processi sono stati molti gli omissis e su queste carneficine non è ancora stata detta l’ultima parola.

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Il correlativo oggettivo

Il correlativo oggettivo non è altro che una tecnica poetica di T.S. Eliot. È un affollarsi di oggetti concreti che simboleggiano una condizione esistenziale e riescono a suscitare una emozione. Più precisamente Eliot scrisse nel saggio “Hamlet and his problem” che il correlativo oggettivo è “una serie di oggetti, una situazione, una catena di eventi che saranno la formula di quella emozione particolare, in modo che, quando siano dati i fatti esterni, che devono condurre ad una esperienza sensibile, venga immediatamente evocata l’emozione”. Viene da chiedersi perché il poeta utilizza questo procedimento. Eliot lo adopra perché la poesia secondo lui è “l’equivalente emotivo del pensiero”. Sempre secondo il poeta inglese senza l’uso di correlativi oggettivi non è possibile suscitare emozioni in letteratura. Secondo Eliot senza correlativo non c’è alcuna arte autentica. Il poeta prende come maestro Dante ed esplicita nei suoi scritti l’influsso dell’allegoria dantesca. Montale riprenderà ed utilizzerà questa tecnica poetica di Eliot e lo farà soprattutto per evitare le moine del romanticismo. Per entrambi i poeti questa tecnica è utilizzata sia per ottenere maggiore distacco dalla sensibilità che per ordinare e controllare meglio il mondo ed essere quindi più lucidi. D’altronde il mondo è assurdo, è dominato dal non-senso e il soggetto non esiste più ma al suo posto esiste una molteplicità di subpersonalità. La crisi dell’io dovuta a Nietzsche e a Freud è già avvenuta e i due poeti non possono che prenderne atto. Ecco allora che viene privilegiato il fuori al dentro, l’oggetto al soggetto(che deve essere messo da parte e non comparire). Le poetiche di Eliot e Montale non sono che l’effetto di queste nuove concezioni dell’io e del mondo. Entrambi riescono tramite il correlativo oggettivo a formalizzare e a strutturare tutte le immagini poetiche. Naturalmente ci sono correlativi oggettivi frutto di montaggio ed altri scaturiti da intuizioni. I primi sono costruiti. I secondi vengono scoperti casualmente. Questa tecnica poetica in fondo esprime a mio modesto avviso che il linguaggio umano è un codice complesso. Ma facciamo alcuni esempi di correlativo oggettivo. La terra desolata è il correlativo oggettivo dell’aridità del mondo moderno. Nei “Quattro quartetti” è presente il correlativo oggettivo del “giardino delle rose” “(“Passi echeggiano nella memoria/lungo il corridoio che non prendemmo/ verso la porta che non aprimmo mai/ sul giardino delle rose…”) che sta a significare ciò che poteva essere e non è stato. In Montale negli Ossi di seppia troviamo: “Spesso il male di vivere ho incontrato;/ era il rivo strozzato che gorgoglia,/ era l’accartocciarsi della foglia/ riarsa, era il cavallo stramazzato”. Sempre negli Ossi di seppia troviamo: “com’è tutta la vita è il suo travaglio / in questo seguitare una muraglia/ che ha in cima cozzi aguzzi di bottiglia”. Montale quindi inizialmente(successivamente se ne distaccherà) prende come punto di riferimento la poetica di Eliot: ne assimila il metodo, recepisce la lezione dell’artista inglese. Anche il titolo della sua prima raccolta poetica Ossi di seppia in fondo non è altro che un correlativo oggettivo, anche se alcuni critici fanno sottili distinguo tra correlativo oggettivo e oggetto emblematico montaliano, pur rilevando tra i due molte analogie. Nella poesia di Montale non va però confuso il correlativo oggettivo con quella che il critico letterario Angelo Iacomuzzi definisce “elencazione ellittica”, ovvero la designazione di serie di oggetti, che descrivono un paesaggio o un ambiente. Detto in parole più povere è una parte di una lirica in cui si registra un sovrapporsi di oggetti. Il correlativo oggettivo da solo simboleggia una condizione esistenziale, mentre “l’elencazione ellittica” descrive ma non simboleggia niente. Ad esempio in “Caffè a Rapallo” troviamo questa elencazione: “Natale nel tepidario/ lustrante, truccato dai fumi/ che svolgono tazze, velato/ tremore di lumi oltre i chiusi/ cristalli, profili di femmine/ nel grigio, tra lampi e gemme”. Va detto che saranno diversi i poeti italiani del novecento ad utilizzare questa tecnica poetica. La tecnica del correlativo oggettivo conduce ad una poesia pensante, razionale, controllata, talvolta metafisica. Lo stesso Eliot definì la poesia come una “matematica ispirata” fatta di formule costituite da sensazioni ed emozioni. A mio parere però questa definizione mostra tutti i limiti intrinseci e le contraddizioni insanabili di questo procedimento: tutta la presunta oggettività poetica. Eliot voleva eliminare l’interiorità o quantomeno ridurla al massimo. Ma nessun oggetto è veramente oggettivo in poesia. Come ho già scritto anche Montale nella maturità si distacca dalla poetica di Eliot, definendo la stessa poesia moderna come un semplice “oggetto-merce”. Nella sua poesia quindi i correlativi oggettivi lasciano spazio alle sentenze e le descrizioni impersonali di paesaggi al tono colloquiale e al linguaggio dimesso. Ma non si tratta solo del Montale più maturo. Altri poeti italiani non prenderanno come maestro Eliot e preferiranno le analogie, l’io lirico e quindi il prevalere della loro personalità nelle poesie. D’altra parte secondo la concezione strutturalista del linguaggio i segni da cui esso è fatto sono sia convenzionali che arbitrari. Inoltre non tutti gli studiosi ritengono che i simboli siano universali ed appartenenti ad un passato arcaico. Quindi ecco il privilegiare da parte di alcuni della sensibilità, della soggettività. Non solo ma Eliot con il suo correlativo oggettivo è sempre così serioso e formale. Invece secondo Wittgenstein anche il linguaggio è un gioco le cui regole si imparano giocando. Possiamo perciò affermare che alcuni poeti di oggi sono epigoni degli ermetici e non di Eliot. Ma sono altrettanti anche gli autori che hanno scelto la poetica degli oggetti. È difficile dire quale dei due atteggiamenti(non si tratta infatti di ismi letterari) avrà la meglio perché anche in poesia esistono corsi e ricorsi.

 

 

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Sempre sulla poesia

Un tempo il giudizio letterario era determinato da una mistura di oggettività(cercavano di capire se i testi rispettassero la metrica, i canoni estetici e se l’autore avesse aderito ad un ismo letterario o meno) e soggettività(questione di gusto). Oggi sono scomparse metrica, criteri estetici e correnti letterarie. Non esiste più la figura del poeta e ad onor del vero neanche quella del critico letterario o quantomeno i mass media e la massa non riconoscono più alcuna autorevolezza e competenza a chi vorrebbe essere poeta o critico. Cosa è oggi poesia? È sempre più difficile stabilirlo. Forse è poesia un testo che tende al massimo della nominazione, al vertice della significazione. Forse è poesia un testo il cui autore ha consapevolezza di ciò che sta facendo e ha allo stesso tempo conoscenza della tradizione. Forse è poeta un autore che riesce a sperimentare e a fare ricerca. Forse è poeta chi ha “volontà d’arte” ed allo stesso tempo non si lascia sopraffare da troppe premesse teoriche. Come si può distinguere la prosa dalla poesia? Forse oggi è sempre più difficile stabilire una linea di demarcazione tra questi due generi. La maggioranza della poesia moderna non è altro che prosa poetica e forse si può distinguere dalla prosa comune in base al linguaggio(nella prosa poetica vengono utilizzati vocaboli aulici). Viene da chiedersi come distinguere la poesia moderna dalla canzone. Forse è poesia un testo in cui sono presenti ricchezza lessicale, sensazioni, percezioni, pensieri, corrispondenze, epifanie(mentre nella canzone, anche in quella d’autore, è molto difficile trovare queste cose). Oggi comunque è molto difficile tracciare dei confini. Oggi non è più richiesta alcuna particolare tecnica e quindi neanche nessuna abilità particolare per scrivere poesia. Di conseguenza tutto è poesia ed alla fine niente è poesia. Oggi forse è solo questione di gusto e quindi di soggettività. Sappiamo anche che soggettività significa in parte irrazionalità. Per quanto riguarda Sole non mi stupisce la pubblicazione e il successo delle sue poesie: la Mondadori ha sempre pubblicato molte opere di personaggi già famosi, indipendentemente dal loro valore letterario. È una pura e semplice questione di mercato e di marketing. È soltanto una operazione commerciale come tante altre. Non mi risulta che alla Mondadori siano mecenati o filantropi. Molti letterati però dovrebbero scandalizzarsi non solo quando viene pubblicata una opera banale in una casa editrice importante ma anche quando viene pubblicata una raccolta di poesie colma di intellettualismi e quasi incomprensibile. Molti credono che le sdolcinatezze siano poesia e forse non lo sono. Ma che dire dello snobismo, delle astruserie e dei leziosismi di tanti letterati italici? Un conto è essere Amelia Rosselli, Andrea Zanzotto, Edoardo Sanguineti, Franco Fortini. Non ho niente contro questi grandi poeti: ai loro tempi dimostrarono di essere originali per stile e visione del mondo. Un altro conto è essere dei manieristi affettati come alcuni poeti contemporanei.

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A proposito di passato

Ogni tanto ripenso a ciò che è stato, anche se nessun volto rimane indelebile nella memoria. Amicizie di un tempo non di rado affollano la mia mente. Spesso ritorno indietro nel tempo con la memoria e rivivo i miei venti anni. Amici di un tempo talvolta bussano alla porta del ricordo. Non ho in mente esattamente le loro parole, ma mi ricordo ancora bene i loro pensieri. Mi ricordo ancora il nostro idealismo di un tempo. Mi ricordo quei giorni vissuti tra manuali di psicologia, tramezzini al bar, lezioni universitarie, sessioni di esame. Mi ricordo ancora i miti e le chimere della nostra giovinezza. La memoria però sappiamo anche che non è fedele. L’immaginazione è potente. Bisogna ricordarselo sempre: memoria e immaginazione si confondono e ci confondono. Ma in fondo questo è un pregio dell’immaginazione. Infatti secondo Einstein: “la logica ti può portare da A a B. L’immaginazione invece ti può portare ovunque”. La memoria non è un inventario con cui si cataloga tutto freddamente, ma è creativa. Non sai mai quanto effettivamente la tua fantasia ha aggiunto alla realtà e quanto ha cambiato le persone. Mi chiedo spesso: erano veramente così come li ricordo adesso? Eravamo tutti studenti fuori sede. Avevo instaurato con queste persone rapporti duraturi di stima, di fiducia, di sincerità reciproca. Tutto allora sembrava così disinteressato. Ora mi chiedo se quella sensazione di sintonia non fosse illusoria e non fosse dovuta alla nostra giovane età. Poi passa il tempo e tutto cambia. Banalmente potrei dire che le situazioni si evolvono e che in taluni casi c’è chi sceglie consapevolmente la sua strada mentre in altri invece è una causa di forza maggiore a prendere il sopravvento. Purtroppo è rarissimo condividere un’amicizia quando si è troppo lontani geograficamente e/o non si ha molto più da spartire. Ogni tanto mi chiedo che faranno. Che farà adesso Maria che voleva umanizzare il mondo e cercava di diffondere il suo messaggio anche alle persone più indifferenti? Si sarà sposata? Avrà fatto dei figli e rinunciato ai suoi ideali? Che farà adesso Silvia con cui facevo discussioni interminabili sui massimi sistemi? Avrà trovato l’uomo che cercava? Un uomo che le garantisse una certa agiatezza economica? Che cosa starà facendo adesso la ligure Giovanna, che riusciva a far innamorare tutti e voleva rimanere libera? E Simona di Torino che studiava e faceva anche volontariato? E Beppe di Como che era uno studente lavoratore e seguiva il movimento studentesco? Che cosa farà adesso Gianfranco che durante l’okkupazione dormiva in portineria? Sarà uno psicoterapeuta? E Umberto che studiava medicina e era innamorato di Giovanna di Prato, che invece stava con un altro? E la bella romagnola Nora che era più grande di noi ed era già psicologa? Farà ancora girare gli uomini quando passa per le strade della sua città? Che cosa farà adesso Annalisa che studiava scienze politiche e amava le canzoni di Guccini? E Loretta adesso ascolterebbe sempre le mie storie? E Antonella di Milano oggi verrebbe ancora a fare le ferie in Toscana? Beatrice lavora ancora in una società no profit? Lalla sarà ancora il miele per le api per gli uomini? Antonella di Firenze sarà partita per l’Inghilterra? Come ha dichiarato il cantautore Paolo Conte: “si nasce e si muore soli. In mezzo c’è un gran bel traffico”. In due mancano all’appello: i miei due coinquilini del secondo anno: Simone di Vittorio Veneto e Riccardo di Belluno. Il primo morto per un malore a Londra. Il secondo per un incidente stradale. Con Annachiara e Luca sono rimasto in contatto per più tempo perché anche loro erano toscani. Poi ci siamo persi di vista. Qualche anno fa d’estate sono stato due giorni a Padova. Volevo osservare come era cambiata dai miei tempi. La cosa che mi interessava di più non era apprezzare la bellezza della città di cui tutti siamo consapevoli. Non starò qui a narrare la bellezza della Basilica di Sant’Antonio, della Basilica di Santa Giustina, della Cappella degli Scrovegni. La cosa che mi interessava di più era ritornare in certi luoghi a me cari e vedere come il tempo aveva cambiato la fisionomia delle cose. Mi sono reso conto che la vecchia e familiare osteria in cui andavamo a bere il Fragolino aveva chiuso i battenti ed era stata sostituita da un bar ipermoderno. In Piazza del Capitaniato in cui sostavamo spesso non c’era nessuno. Ho notato che il comune aveva dato il permesso a tutti i bar del centro di invadere con i loro tavolini le piazze. Gli studenti si riunivano comodamente seduti davanti ad uno Spritz. Alcuni esercizi commerciali avevano chiuso ed altre attività avevano preso il loro posto. Era strano passeggiare per Padova e non trovare più amici quando un tempo bastava girare l’angolo per imbattermi in un volto familiare. Era il segnale inequivocabile che una stagione della vita era finita. In fondo era tutto molto strano: ero passato da una gioventù in cui avevo decine e decine di amicizie ad una maturità in cui frequentavo solo la mia famiglia e più raramente l’amico Emanuele Morelli. Passeggiavo per le vie del centro e tutti quei volti mi erano indifferenti ed io ero indifferente a loro. Pensavo che ogni città è infinite città interiori. Mi sono messo a riflettere sugli scalini di Piazza dei Signori. Sono andato anche davanti a certi appartamenti un tempo abitati da amici e amiche. Nella mia agenda sono rimasti i numeri telefonici di questi appartamenti. Ma so bene che non basterà più digitarli al telefono per sentire voci amiche. Ci saranno altre voci giovani e sconosciute a rispondere. Altre voci di coloro che adesso sono studenti fuori sede. Poi il mondo è cambiato e tutti usano i telefonini. Il tempo passa. Le persone cambiano. Conosco gli imperativi di questa epoca: non si può essere statici, bisogna essere dinamici, bisogna adattarsi a tutto(a costo di snaturarsi), bisogna accettare dei compromessi, bisogna far buon viso a cattivo gioco. Ma in fin dei conti è così per tutti. Per tutti indistintamente. In definitiva Padova è il passato ed è lontana: forse è per entrambe queste cose che ho nostalgia di quei tempi e di quella città, ma non voglio più ritornarci. Oramai sono un estraneo, uno straniero. Infine sono disoccupato(forse più per demerito che per sfortuna, ma è la mia condizione attuale e poi tutti dovrebbero realmente avere il diritto di lavorare) e non posso viaggiare per l’Italia.

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Sugli assassini

Il vero colpevole non è mai l’assassino. Quando qualcuno ammazza di solito molti cercano delle spiegazioni che di fatto deresponsabilizzano l’omicida. Spesso le cause che hanno portato l’assassino a diventare tale sono fornite da psicologi, psicoterapeuti, psichiatri, sociologi progressisti. Queste cause rappresentano molto di più delle attenuanti generiche: sono le cause scientifiche che hanno indotto i poveri rei a tenere dei comportamenti violenti. Tutto si rovescia. Il colpevole diventa la vittima. Di solito la colpa è della società: era povero, aveva avuto dei traumi infantili, un genitore era alcolizzato oppure tossicodipendente, i genitori erano separati, aveva subito degli abusi sessuali infantili, aveva guardato da solo troppa televisione(che è così violenta)da piccolo e da solo, aveva giocato troppo da piccolo ai videogame, era stato oggetto di discriminazione razziale, aveva subito bullismo o era stato oggetto di qualche ingiustizia sociale. Tutto questo si chiama riduzionismo sociale. Ma ci sono anche studiosi conservatori che pensano che l’assassino sia tale per cause organiche e ciò si chiama invece riduzionismo biologico. Secondo alcuni l’omicida ha un comportamento violento a causa della genetica(ha un cromosoma in più: un doppio cromosoma Y), a causa degli ormoni oppure a causa di una lesione o una anomalia all’amigdala, all’ippocampo, all’ipotalamo, al lobo frontale. Questi studiosi ritengono che l’assassino sia più aggressivo e non abbia freni inibitori per dei motivi biologici. La colpa in questi casi è della natura. A sentire questi studiosi sembra che una persona integra e perfettamente capace di intendere e di volere non possa mai compiere un omicidio. Sembra quasi che l’assassino non possa mai essere una persona totalmente lucida ed equilibrata: di solito viene descritta come schizofrenica, affetta da turbe psichica o da grave disturbo di personalità. Nessuno quindi compirebbe deliberatamente il delitto. Ma forse il discorso si estende a tutti. Tutti infatti siamo soggetti che hanno qualche disturbo psicologico(non c’è nessuno che sia totalmente normale) e tutti pensiamo con una razionalità che gli esperti definiscono limitata. Eppure il cattolicesimo ha sempre insegnato che esiste il libero arbitrio. Verso gli omicidi quindi almeno in Italia c’è molta indulgenza. Molti rei non pagano realmente quello che dovrebbero. Molti hanno l’infermità mentale. Hanno degli sconti di pena. Non parliamo poi della cultura della riabilitazione che porta giudici a mandare ergastolani in permesso premio oppure sempre a mettere ergastolani in regime di semilibertà. Tutto ciò di solito è dovuto ad un impasto di giustificazioni psicologiche/sociologiche e di “perdonismo” cattolico. Però a mio avviso se questi personaggi fuggono o commettono reati i giudici dovrebbero pagare. Al contrario chi ha avuto delle motivazioni serie e fondate per uccidere(perché dei delinquenti sono entrati a casa sua ed hanno minacciato la sua famiglia) rischia di essere condannato per eccesso di legittima difesa e rischia di risarcire i familiari dei veri violenti. Tutto ciò grazie alla legge e a dei motivi ideologici(non ci si può fare giustizia da soli…però lo Stato lascia da soli i cittadini in balia dei criminali). Di solito questi sono onesti padri di famiglia che hanno agito per necessità e si trovano indagati per atto dovuto. Bisogna vedere caso per caso ma spesso hanno solo difeso la loro famiglia. Niente far west! Personalmente non voglio questo. Ma neanche una giustizia che fa da colabrodo come quella italiana!

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Il fallito(racconto di Davide Morelli):

IL FALLITO(racconto):
All’improvviso scorgo la sua sagoma nella calca. Scanso i turisti. Mi avvicino e lo saluto. Evito il suo sguardo inquisitore. Osservo il marmo, gli archi e le loggette della facciata del Duomo. Mi volto un attimo e scruto il buffo trenino con le gomme, che trasporta soprattutto cinesi in gita fino al ristorante per l’appunto cinese. Rifletto sul fatto che questi edifici rappresentano tutti i periodi dell’esistenza dei cristiani: la nascita(il Battistero), la vita adulta(il Duomo), la morte(il Camposanto). Almeno così mi ha detto un mio amico una volta. Penso per qualche istante ai bancarellai che vendono souvenir e ai vigili che stanno sempre lì per evitare attentati terroristici. Medito sulle innumerevoli scene di vita quotidiana in questa piazza. Mi metto a pensare a come noi esseri umani percepiamo il tempo. Noi viviamo una realtà caratterizzata dall’eterogeneità degli istanti. Ogni istante è diverso dagli altri perché di volta in volta cambiano il contesto, la situazione, la condizione psicologica. Probabilmente la nostra percezione del tempo è un flusso continuo che non si può in alcun modo scomporre nè interrompere. Quindi lo guardo in faccia. Il volto totalmente inespressivo. È un incontro del tutto casuale. Non mi ricordo più nemmeno per quale dissapore o divergenza smettemmo di frequentarci. Avevo comunque avuto notizie dei suoi successi, del suo matrimonio e della nascita dei suoi figli da un amico in comune. Ora è perfettamente integrato. Guardo i suoi abiti firmati. Nella mano destra tiene le chiavi della macchina. Vedo che è una macchina di lusso. Nell’altra mano ha un telefonino costoso. Conosco alla perfezione le sue contraddizioni: le sue idee progressiste che si mischiano con un darwinismo socio-economico d’antan e con il suo perseguire gli status symbols e le mode del momento. Mi stringe la mano sudaticcia debolmente. Vedo che ha una rosa tatuata sul collo che tempi fa non aveva. Ha anche delle rughe sulla fronte. È stempiato ormai ma in perfetta forma fisica, nonostante faccia una vita sedentaria a causa della professione. Ha più un fisico da bersagliere che da imprenditore. È tutto molto curato, anche le sopracciglia. Mi sembra un po’ nervoso. Ha le pupille dilatate. Non so come mai è solo. Esordisce ironicamente. So che mi devo aspettare le sue battute al vetriolo perché lui è l’uomo arrivato ed io il fallito su tutti i fronti. So che è animato da rivalsa e che vuole ferirmi interiormente. Mi chiede senza fronzoli e caustico se ho trovato lavoro, se ho una ragazza e se scrivo ancora inutilmente. Gli rispondo che non è cambiato niente dall’ultima volta che ci vedemmo e che in mancanza di meglio continuo a scribacchiare, a gigioneggiare. Mi domanda perché mi ostini a sacrificarmi in nome di una parvenza d’espressione artistica, che non verrà mai retribuita perché alla nostra età i giochi sono fatti ormai e afferma poi che sono altri i modi di campare. Gli dico che in fondo scrivere è una delle poche cose che mi resta e che mi mantiene vitale per uno strano meccanismo di compensazione. Lui sorride e sarcastico controbatte che sono pochi coloro che nell’arte approdano ad un poco di verità umana. Poi sentenzia che anche gli artisti che raggiungono il successo sono anche essi dei falliti perché non sono niente rispetto a chi salva vite umane, rispetto a chi crea posti di lavoro e rispetto a chi si guadagna il pane travagliando. Continua sostenendo che “L’arte dell’ozio” di Hesse è un libro estremamente dannoso e che ci vorrebbe più calvinismo nella nostra penisola. Quindi afferma che la cultura umanistica è la rovina dell’Italia. Infine mi dice che gli unici veramente furbi sono gli autori di best seller e che uno come me non sarà mai in grado di scrivere un romanzo. Mi metto a pensare che mi piacerebbe scrivere un romanzo ma forse ci vuole troppo enciclopedismo perché in un romanzo si intrecciano la molteplicità dei temi trattati, la polivalenza dei simboli, la complessità esistenziale e psicologica dei personaggi. Mi piacerebbe scrivere un romanzo in cui il protagonista è sempre alla ricerca di un altrove, che lo faccia evadere da schemi mentali abituali e da angosce che lo assillano. Un romanzo sull’ignoto, sul senso dell’ineffabile. Oppure un romanzo in cui il protagonista manifesta la sua partecipazione emotiva ai drammi del mondo e la sua meraviglia di fronte agli orrori quotidiani. Oppure un romanzo sulla frammentarietà dei pensieri, sull’inafferrabilità del vissuto e l’incongruenza tra memoria e vita. Ma in fondo penso che sarebbe una fatica inutile e senza alcun ritorno economico, destinata al fallimento come tutti i miei progetti. Lui aspetta che dica qualcosa. Io rispondo che non so se è colpa mia se non trovo uno straccio di lavoro. Mi dice che ho sbagliato a ritirarmi socialmente, a perdere amicizie perché il lavoro si ottiene anche per conoscenze e pubbliche relazioni. Quindi cambia totalmente discorso e afferma che Pisa la notte non è più vivibile perché è piena di drogati. Io penso che il fenomeno della droga sia antico. Gli sciamani ad esempio usavano le droghe per entrare in contatto con gli dei. Più recentemente artisti come Baudelaire, Burroughs, Huxley utilizzarono le droghe per scardinare le porte della percezione. Nel periodo della controcultura Leary ed altri furono accaniti sostenitori dell’uso di LSD e crearono una sorta di filosofia psichedelica. Oggi l’uso della droga non è più ricerca di conoscenza nè un modo per espandere la coscienza, ma una piaga sociale suicida per molti. Ricordo solo a tale proposito la rete capillare di distribuzione delle droghe grazie a cui gli adolescenti possono trovare ogni tipo di dose ad ogni angolo di strada. Sociologi, psicologi, psichiatri, filosofi, medici si sono interrogati su questo aumento di diffusione di droghe nella nostra società post-industriale, apparentemente evoluta. Rispetto al passato non sono aumentati solo i tossicodipendenti ma anche i consumatori occasionali. Questo aumento di consumo è stato documentato da ricerche, che hanno analizzato l’acqua delle fogne(dato che molta droga viene eliminata dallo scarico dei water) e individuato delle tracce di cocaina in gran parte delle banconote circolanti. Quindi non penso più a niente. Osservo il cielo sgombro da nuvole e infuocato al tramonto. Poi abbasso lo sguardo, che si perde tra la moltitudine di fili d’erba. Quindi guardo in alto di nuovo. I piccioni compiono i loro voli incuranti e indifferenti al viavai frenetico. Mi guardo attorno. Persone di tutte le età e di tutto il mondo rimangono estasiate, imbambolate o spaesate di fronte alle meraviglie artistiche. C’è un costante rumore di fondo.
In molti si fanno la foto. Per qualche istante rimaniamo in silenzio. Forse ha esaurito i suoi argomenti. Io so che vorrebbe ancora infierire e sostenere che la mia vita non ha alcun senso. Ma in fondo chi può dirlo? Anche l’esistenza apparentemente più insensata può da un giorno all’altro acquistare significato.
Restano solo nell’aria il brulichio della gente, il vocio di comitive di studenti guidati più dalla passione amorosa che dall’ammirazione per quella celebre piazza. Un tempo anche noi due adolescenti andavamo in quella piazza per guardare e corteggiare ragazze. Non ci interessava minimamente che quel luogo era anche un grande crocevia dell’arte e dell’umanità. Un tempo ormai immemorabile quando tutto era da fare e tutti e due eravamo degli incompiuti: tutti e due in crisalide. Lui però è diventato farfalla ed io non ho compiuto tutta la metamorfosi. È inutile che io recrimini o che mi metta a pensare ai miei demeriti e ai suoi meriti. Lui allora era affabile e non aveva le certezze di adesso che ha una posizione. Un tempo le nostre discussioni erano fatte da un insieme di intuizioni, salti logici, riferimenti culturali che cercavano di sorreggere le tesi proposte. Un tempo ognuno cercava di parlare all’animo altrui. Ora è completamente differente; ora ha quel che un tempo chiamavano la luna nel pozzo. Un tempo io ero il suo antagonista. Ora forse si sono invertiti i ruoli. Ma perché dovrei invidiarlo? Non è tempo di bilanci esistenziali. Non invidio sua moglie, i suoi figli, il suo lavoro, il suo benessere. Forse invidio solo le sue certezze. Ma forse lui invidia la mia libertà e i miei dubbi. Chi può veramente dirlo cosa alberga davvero nell’animo umano e cosa cova in segreto nel proprio intimo un uomo arrivato o un fallito? Sua moglie gli vorrà bene veramente? E i suoi figli? E i suoi amici saranno veramente tali? Ci congediamo. Tra un mese è Pasqua e sono contento di non averci litigato e di aver evitato incomprensioni. Comunque da domani eviterò i luoghi troppo affollati, anche se familiari. Mi assale la nostalgia quando in quei posti della mia adolescenza mi imbatto in amici di un tempo ormai lontano. Le persone cambiano. È bene che me lo metta in testa ed io le preferisco come erano un tempo. Spesso infatti gli anni non portano maturità e saggezza. Di certo l’innocenza e la curiosità sono perdute per sempre. Di un’altra cosa sono sicuro: anche se un personaggio così avesse la possibilità di darmi lavoro certamente non me lo darebbe. So perfettamente che ha sempre odiato il mio modo di essere. Comunque non rimugino su quel che ha detto. Ci sono cose che non si possono spiegare con la sola logica deduttiva. In questo incontro non c’è stato solo il detto ma anche il non detto, che forse ha prevalso. Qualsiasi relazione tra soggetto e soggetto risente anche di una certa psichicità. Quando io incontro un altro non solo lo vedo, lo ascolto, lo capisco ma lo vivo anche inconsciamente. Comunque un altro giorno è passato. Tra poco mi perderò nel dedalo delle vie del centro. Aspetto che calino le ombre. Aspetto i riverberi dei lampioni. Aspetto che scenda la notte e la luce fievole della luna sia attrice protagonista in questo cielo limpido e tra poco stellato. Forse andrò a bermi una birra seduto sulle spallette dell’Arno sul cui specchio saranno riflesse le luci della città. Cammino e mi metto a pensare che ormai sono un individuo assurdo. Infine rifletto sul fatto che forse la filosofia e la letteratura non sono inutili: male che vada sono consolatorie. Si pensi soltanto a Dante esiliato dai suoi concittadini e a Dostoevskij condannato a morte. Non voglio di certo paragonarmi assolutamente a loro, ma anche loro erano dei falliti nella loro epoca.

 

 

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Sull’amore

Dante è forse diventato noto perché guelfo bianco o “ghibellin fuggiasco” secondo il Foscolo? Oppure perché nelle terzine incatenate della Commedia ha immortalato il suo amore per Beatrice? Petrarca è diventato anche egli uno dei più noti poeti italiani per le sue opere in latino oppure per quel Canzoniere in volgare in cui trattava dell’amore per Laura? La maggioranza dei grandi poeti deve la propria fama non tanto al proprio impegno civile o alla propria figura intellettuale quanto alla descrizione nelle opere delle loro vicissitudini amorose. Spesso c’è una figura femminile. Nei casi di Dante e Petrarca l’amore non è corrisposto, le donne muoiono e vengono idealizzate. Ma si potrebbero fare esempi in cui le cose vanno diversamente. Lo scrittore von Sacher-Masoch è diventato famoso non certo per essere un intellettuale asburgico ma soprattutto per il suo bizzarro amore per la sua moglie Wanda. Salinas non diventò noto per essere un esule spagnolo ai tempi della dittatura franchista oppure per essere un professore universitario ma per aver scritto soprattutto “La voce a te dovuta”. Nessuno sa con certezza se le muse furono all’altezza della fama alla quale arrisero. Ma in fondo non è questo l’importante. La cosa più importante è il sentimento amoroso. Ci sono anche esempi altissimi di poesia d’amore omosessuale: ai nostri tempi Pasolini, Dario Bellezza,  Sandro Penna, Auden(i primi che mi vengono in mente): amori che in certe epoche potevano essere considerati diversi e quindi fonte di contrasti. Ma in poesia vengono descritti anche amori per prostitute oppure per le passanti. In letteratura tutto è possibile e niente fa scandalo. La più bella poesia di amore a mio avviso è questa: “Il più bello dei mari/è quello che non navigammo./Il più bello dei nostri figli/non è ancora cresciuto./I più belli dei nostri giorni/non li abbiamo ancora vissuti./ E quello/che vorrei dirti di più bello/non te l’ho ancora detto.”(Nazim Hikmet).  Ma mi piace moltissimo anche il verso di Cesare Pavese: “verrà la morte e avrà i tuoi occhi”. In quel che chiamano amore purtroppo non conta niente il bilancio tra dare ed avere: non è questione di contabilità, seppur dal punto di vista affettivo. Se non ci fossero ingiustizie in amore forse sarebbe poca cosa la poesia. Nell’arco della vita tutti provano delle delusioni sentimentalI ma solo in pochi riescono a metterle a frutto. Diciamo che solo per quei pochi servono realmente a qualcosa: per il resto è esperienza di vita ovvero è pura fregatura.  Inoltre è difficile parlare d’amore perché c’è il rischio di essere banali, strappalacrime o ripetitivi. Non parliamo poi dei cantautori che descrivono da sempre i loro sentimenti amorosi senza alcun pudore.  Mi vengono in mente alcuni versi riusciti di canzoni. Ad esempio De Andrè: “è stato meglio lasciarci che non esserci  mai incontrati”. Oppure mi viene in mente una vecchia canzone di Vecchioni: “io ho le mie favole e tu una storia tua”. Oppure Guccini: “io non credo davvero che quel tempo ritorni ma ricordo quei giorni”. Ma molto spesso i testi delle canzoni, anche quelli poetici dei cantautori, sono stucchevoli e sdolcinati. Esistono diverse tipologie di amore(quello fraterno, quello filiale, quello paterno, quello materno) ma in letteratura ormai da centinaia di anni a questa parte conta solo l’amore sentimentale: forse è per questo che sono soprattutto i giovani ad amare la letteratura. La poesia è esclusiva insomma delle cosiddette anime belle? Oppure è romanticismo puro per tutte le età? La risposta la dovrebbero dare gli esperti e io non sono tale. A onor del vero non mi interessa neanche dare una risposta. Comunque i poeti soffrono moltissimo per amore e la trattazione della tematica amorosa fornisce gloria imperitura: altro che crisi interiori! Forse la cosa peggiore in poesia(e non solo) è quella di affermare di non essere più capaci di amare perché non si ha più la giusta disposizione di animo, per qualche menomazione, per qualche malattia o per sopraggiunti limiti di età. Forse questa è la cosa peggiore. Però ad essere realisti sappiamo bene che le relazioni nella vita reale(non nella letteratura) spesso sono degli “egoismi a due” come li definiva E. Fromm. Nella vita reale spesso si è distanti anni luce dall’amore cantato dai poeti e spesso ci si sente soli anche se si è in coppia.

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