A proposito di poesia contemporanea:

  • ° Nel corso del’900 si è diffuso il verso libero. Questo è avvenuto non solo tra quelli che vengono definiti dai cattedratici poeti dilettanti, ma anche da grandi poeti stranieri ed italiani. Laforgue fu il primo grande poeta ad adoprare il verso libero e a tal proposito scrisse: “mi dimentico di rimare, mi dimentico il numero delle sillabe, mi dimentico la distribuzione delle strofe”. Anche Pound fece un uso moderato nelle proprie liriche del verso libero. I poeti dell’imagismo scrivevano tutti in versi liberi. E. Lee Masters nella celeberrima Antologia di Spoon River adoprò spesso nei suoi epitaffi versi liberi e non prestò molta attenzione al rispetto della metrica. Per quel che riguarda il nostro paese i crepuscolari Corazzini, Gozzano, Govoni, pur utilizzando anche forme metriche tradizionali, introdussero il verso libero nella poesia italiana. Anche il poeta simbolista Gian Pietro Lucini scriveva sopratutto versi liberi e dichiarò che al momento della creazione non cercava “misure prestabilite(versi), nè sequenze numerate di misure(strofe)”, nè il posizionamento di accenti tonici. Inoltre bisogna ricordare che i poeti vociani Jahier e Boine scrissero solo prose poetiche. Infine i futuristi utilizzarono solo ed esclusivamente il verso libero. Sono favorevole all’uso di versi liberi perché come esseri umani abbiamo già notevoli limiti(mentali, psichici, gnoseologici, ontologici) ed  è a mio avviso fuori luogo aggiungere dei limiti stilistici, che oggi possono apparire ai più desueti. Se in poesia e in letteratura devono essere messe delle regole forse devono riguardare il rapporto tra l’arte e il tentativo di ideologizzazione dell’arte stessa. Ritornando al verso libero alcuni intellettuali ritengono che la vera libertà si acquisisca nell’ambito delle regole imposte e degli schemi precostituiti o almeno questa è la loro giustificazione alla loro concezione di una poesia, che per essere tale deve adoprare le forme metriche classiche. Altri intellettuali ritengono invece che nell’arte la libertà non esista, per cui devono essere accettate le regole imposte dalla tradizione. Per  il poeta Robert Frost “scrivere versi liberi è come giocare a tennis senza rete».
    Ma non è detto che chi scriva versi liberi e non rispetti la metrica tradizionale non si imponga altre regole riguardanti altri ambiti.
    Un tempo erano presenti dei canoni estetici. Oggi forse è più problematico valutare un poeta.
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Sul vivere in Toscana

In Toscana moltissimi fanno le battute. I luoghi per antonomasia dove avviene lo scambio di battute sono il bar(Stefano Benni in un suo libro ne ha fatto quasi una apologia del bar dello sport) e il circolo ARCI. Non ho niente contro la cultura popolare né contro la coscienza popolare ma la stragrande maggioranza delle battute non mi sembrano espressione di alcuna cultura o di alcuna coscienza. Mi sembrano delle espressioni triviali di bassa lega. Non mi sembrano affatto opere da grandi battutisti o da fini dicitori. Anche la brevità e la sintesi nel dire e nello scrivere possono essere opere di ingegno. Mi sono divertito anche io a scrivere aforismi. Ma l’aspetto che più detesto della mentalità toscana è che ognuno si sente legittimato a fare delle battute volgari ed offensive. Io apprezzo l’umorismo e l’ironia solo quando sono contrassegnati da un minimo di sensibilità. Naturalmente secondo la mentalità toscana il problema è di chi se la prende e non di chi ha offeso. Un altro difetto della mentalità comune dei miei corregionali è quello di mettere il dito nella piaga e di insistere a ferire, prendere in giro, offendere. Molto spesso vengono prese di mira le minoranze come ad esempio i gay. A me questi personaggi che si credono comici non mi hanno mai fatto ridere. Infine un ulteriore difetto è che spesso vengono confuse le battute dementi con le battute demenziali, che possono anche essere intelligenti. Personalmente preferisco non rispondere a certe battute. Pensino pure che non ho la prontezza di rispondere, che sono niente di fronte al contraddittorio, che non ho l’arguzia o appunto la risposta pronta: della loro stima non so che farmene. Il paradosso chiaramente è che coloro che agiscono in questo modo in gran parte si dichiarano di sinistra e si professano spesso paladini dei diritti civili. Invece sono sempre pronti ad affossare chi non la pensa come loro e a farlo risultare lo scemo del villaggio. Allo stesso tempo sono sempre pronti ad osannare il prete di campagna o il politico del loro partito del paese perché stimano in modo incondizionato queste figure e perché possono ottenere da loro dei favori. Qualcuno potrebbe obiettare che il mio disprezzo è tutto rivolto verso il basso. In verità io critico da tempo la classe dirigente di questo paese. Qualcuno mi dirà che avvengono cose peggiori in questi tempi di basso impero. D’altra parte non è colpa mia se mi imbatto nella mia vita quotidiana con questo tipo di personaggi, che cercano di condizionare in modo negativo la mia esistenza. Non so se la influenzano più negativamente certi potenti di caratura internazionale o certi personaggi locali. Scrivere è un modo di espellere le tossine. Spero di morire più tardi possibile. In ogni modo io certa gente non ce la voglio al mio funerale. Vadano a farsi un giro da altre parti o trovino qualcosa di meglio da fare quel giorno, che spero sia lontano.

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Sull’induzione

Popper è noto a molti per aver criticato l’induzione. Secondo il filosofo esiste una asimmetria logica tra verificazione e falsificazione perché non basta una grande quantità di prove a confermare una teoria scientifica, mentre basta un solo caso negativo per smentirla definitivamente. Per Popper l’induzione e il principio di verificazione che ne consegue non sarebbero scientifici. Una teoria invece sarebbe scientifica soltanto solo se può essere falsificata. Il marxismo e la psicanalisi per Popper quindi non sarebbero teorie scientifiche. La scienza perciò procederebbe in modo deduttivo tra “congetture e confutazioni”. La statistica induttiva sarebbe allora tutta da buttare? Certamente secondo il celebre filosofo. Ma io ho i miei dubbi. Un conto è la teoria. Un altro è la prassi. Che cosa sarebbero i medici senza induzione, ovvero senza pratica ed esperienza? Non devono anche loro vedere molti casi per diventare dei medici competenti? La critica che Popper fa alla psicanalisi non potrebbe forse essere rivolta alla medicina in genere? In mancanza di meglio ci si dovrebbe accontentare dell’induzione. Già Bertrand Russell aveva criticato l’induzione con l’esempio del tacchino induttivista. Per quel che mi riguarda non solo credo che l’induzione ci voglia nella ricerca scientifica, ma che senza di essa il tacchino di Russell morirebbe d’inedia molto prima delle feste. Nella nostra vita quotidiana risulta molto utile, addirittura necessaria, l’induzione. In fondo è grazie all’induzione se mangiamo, beviamo, prendiamo medicinali e ci manteniamo in vita.

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Sul porno

Il porno determina comportamenti stereotipati e offre agli adolescenti una visione distorta della sessualità. Questi ultimi crescono pensando che le dimensioni e le prestazioni sessuali siano l’unica cosa che conta nella vita. Pochi sanno le ripercussioni psicologiche di molte pornostar. Alcune addirittura in America si sono uccise. L’industria dell’hard in genere le spreme allo sfinimento e le sfrutta. Apparentemente le pornostar sembrano autorealizzate ed emancipate, ma in alcuni casi si lasciano sopraffare dal giudizio degli altri, specialmente quando diventano madri e disconoscono il loro passato. Ci saranno anche alcune starlette del porno libere e soddisfatte del loro mestiere, ma vanno messe in conto anche la fragilità e i risvolti interiori di queste giovani donne. Non parliamo poi con l’avvento di internet della diffusione esponenziale del porno amatoriale. In questi casi le ragazze della porta accanto vengono riprese da telecamere nascoste oppure subiscono le vendette di ex-fidanzati, che pubblicano on line i rapporti intimi di un tempo. Anche in questi casi in pochi si pongono il problema dei danni esistenziali e delle ripercussioni psicologiche subiti da queste ragazze, diventate delle pornoattrici loro malgrado. È inutile negare l’evidenza dei fatti. I siti porno sono tra i più visitati al mondo. Molti uomini sono allo stesso tempo pornografi e moralisti, sempre pronti a visitare siti hard e a giudicare frettolosamente senza alcuna pietà . Il caso di Tiziana Cantone però dovrebbe essere emblematico; dovrebbe insegnare qualcosa a questi pornografi talebani e ai legislatori di tutto il mondo.

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Sul martirio

Secondo me Maria Goretti non dovrebbe essere assolutamente un esempio per le ragazze cattoliche. Non ho mai apprezzato il suo martirio in nome della purezza e della difesa della verginità. Ciò non significa che disprezzi il martirio in senso lato. Se il martirio è sacrificio di se stessi per salvare altre vite umane posso anche apprezzarlo. Ad esempio posso apprezzare un prete che in tempo di guerra chiede di essere fucilato al posto di uno o più padri di famiglia. Ma a mio avviso sono molto più da portare da esempio le donne che si fanno stuprare e poi se rimangono incinte non abortiscono e crescono quei figli scaturiti da un atto di violenza e di odio. Apprezzo loro. Il martirio di Maria Goretti mi sembra invece un atto di rinuncia alla vita in nome di valori antiquati e passatisti. I preti che portano da esempio Maria Goretti alle ragazze sono ai miei occhi riprovevoli ed esecrabili. Ci sono già tanti femminicidi. Non abbiamo bisogno ulteriore di altre Marie Goretti. Qualcuno potrebbe obiettare sostenendo che questo è un caso limite. Ma io vi dico che anche dai casi limite si vede l’assurdità di una morale sessuale.

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Sull’aborto

Non voglio cercare di stabilire dopo quante settimane il feto è una nuova vita umana. Non si finirebbe più e non sarei nemmeno competente. Non voglio nemmeno stabilire se l’aborto sia un omicidio come ritengono alcuni. Voglio vedere il problema da un’altra prospettiva. Anche coloro che pensano che c’è vita appena uno spermatozoo feconda un ovulo devono ritenere la legalizzazione dell’aborto un male minore e un modo per ridurre gli aborti clandestini. Va ricordato che gli aborti clandestini sono ancora una realtà. Esiste anche oggi il sommerso per quel che riguarda gli aborti. L’aborto legale è un male e le ragazze non dovrebbero abortire a cuor leggero. Però è un male minore. Con l’aborto clandestino un tempo talvolta oltre al neonato si perdeva anche la ragazza. È molto meglio che le ragazze finiscano tra le mani dei medici specializzati che tra le grinfie di apprendisti stregoni. La questione è chiaramente delicata, controversa e riguarda non solo la legge ma talvolta anche il contrasto tra libertà delle donne e coscienza. In alcuni casi abortiscono per necessità ed in altri per scelta. Ma è una illusione pensare che le ragazze che oggi abortiscono non abortirebbero se venisse proibito l’aborto. La stragrande maggioranza probabilmente abortirebbe clandestinamente.

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Sulla malignità

Il linguaggio inappropriato ed inadeguato lascia spesso intravedere la malvagità che sta dietro alle parole; lascia scorgere il vero retropensiero. Esiste molto spesso il sottinteso, anche se datori di lavoro e “professionisti” della psiche ad esempio per rendere più produttivi i dipendenti tendono a negarlo, sostenendo che siano tutte paranoie. D’altronde ognuno ha i suoi interessi. Persone in perfetta buona fede vi diranno pure di non cercare il pelo nell’uovo e non fare l’analisi di ciò che vi viene detto. Ma sono loro gli ingenui e gli sprovveduti. Chi ascolta attentamente parola dopo parola non compie altro che un suo diritto. Quando c’è un litigio, una discussione, una diatriba inoltre bisogna sempre ricordare chi ha cominciato prima ancora di chi ha concluso. Comunque anche chi ha concluso ha delle responsabilità. Non parliamo poi delle maldicenze, delle calunnie e delle diffamazioni. Anche questa è violenza psicosociale. I più giovani possono essere più scusati ed anche i rimbambiti. Le persone mature, anche di una certa età, assolutamente no. Sono totalmente responsabili, salvo casi eccezionali, di ciò che dicono. Chi ha a che fare quotidianamente con bambini o adolescenti deve essere doppiamente accorto perché loro sono molto più fragili degli adulti. Chi parla ha il dovere di non aggiungere disordine al disordine del mondo. È così facile scoprire i lati deboli degli altri e ferire gli animi altrui. Il problema non è prendersela o meno. Chi ferisce o offende dovrebbe smetterla. Camus sosteneva che ognuno non deve aggiungere dolore al dolore del mondo. Aggiungo io: specialmente se si ritiene, a torto o a ragione, cristiano. Anche chi scrive ha dei doveri. Io scrivo, per quel che mi riguarda, cercando di trattare delle magagne di tutti, senza mai andare sul personale. Chi parla invece stia attento a non parlare a vanvera. In questo piccolo gioco al massacro verbale vince chi passa sopra tutte le cattiverie. Vince chi non risponde alle malignità. Non vince certo chi è più crudele.

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Intervista alla poetessa Lavinia Frati

Lavinia Frati è nata a Roma il 3.10.1964. Suoi testi sono apparsi su riviste poetiche (Poeti e Poesia, rivista internazionale n.32 e 34 del 2014, Direttore Elio Pecora. L’orto botanico di Monsieur Proust 2014, LaRecerche.it), in antologie di poesia (Il segreto della fragole, Lietocolle 2017; Enciclopedia di Poesia Contemporanea Mario Luzi, vol.7/2016, anno di edizione 2017; IPoet Lunario in versi, Lietocolle 2016; Il ventuno a primavera, Omaggio ad Alda merini; Il ventuno a primavera, Omaggio a Oriana Fallaci, Octopus edizioni 2015) e sui blog Poeti&Poesia, Voci di poesia e Le stanze di carta.
Ricordo a tutti che Elio Pecora è un grande poeta ed è uno dei maggiori studiosi di Sandro Penna. Lavinia Frati assieme ad Ilaria Cino ha fondato il blog letterario Le stanze di carta. Personalmente ritengo Lavinia Frati una voce molto originale della poesia contemporanea. Ringrazio molto Lavinia per la sua disponibilità, la tempestività con cui ha risposto e anche naturalmente per la fiducia accordata.

1 A che età hai iniziato a scrivere?

Ho iniziato a scrivere poesia da circa 7 anni. In precedenza, avendo avuto un marito poeta, davo solo suggerimenti su quali varianti scegliere. 

2 Come ti sei avvicinata alla poesia? C’è stata una figura che ti ha formato?

Ho sempre letto poesia, sin da bimba. A 8 anni avevo la pretesa di imparare a memoria “A las cinco de la tarde” di Garcia Lorca. Naturalmente non vi riuscii: una poesia molto lunga per di più in una lingua che non conoscevo.

3 Leggi molti libri di poesia in un anno?

Leggo quasi esclusivamente poesia: penso sia l’unico modo per imparare a scrivere e comunque, l’unico mezzo per avere una rappresentazione di sé immediato, come accendere un interruttore in una stanza completamente buia.

4 Quale funzione sociale pensi che possa avere la poesia nella società dei consumi?

Solleticare la parte meno consumistica di noi, quella che rimane estasiata nel vedere un tramonto, per esempio.

5 Che rapporti hai con la comunità letteraria?

Le comunità sono impersonali: ho dei poeti, con cui colloquio e con cui, con alcuni, ho anche un rapporto d’amicizia. Penso in particolare a Lorenzo Mullon e ad Ilaria Cino, a Paolo Gera con cui annualmente capita di scriverci e a molti altri con cui mi confronto con scambi poetici frequenti.

6 Secondo te è possibile essere poeti senza pubblicare con una casa editrice?

Penso sia frequente perché pubblicare poesia attualmente è molto facile, se si vogliono seguire percorsi “facilitati” (tipo le autopubblicazioni) o affidarsi a case editrici che richiedono una qualche sovvenzione, mentre è davvero difficile pubblicare presentando semplicemente la propria opera alle case editrici. Credo però che non sia indispensabile pubblicare per essere poeti: pubblicare aiuta solo ad avere una cerchia di lettori un pochino più ampia.

7 Che ne pensi dell’editoria a pagamento?

Penso che può aiutare l’ego dei poeti.

8 Che rapporto hai con i classici? Ne hai letti molti?

Ho letto parecchi classici e, a volte, li rileggo. Cerco però di acquistare libri di poeti a me sconosciuti, contemporanei, anche se, devo ammettere, che alcuni autori mi fanno compagnia costantemente: li tengo, cioè, a portata di mano, come fossero dei salvavita, poggiati sul comodino, a volte impolverati perché sono lì da molto: eppure non mi sento di rinunciarci e di allontanarli da me, rimettendoli in libreria. Tra questi: Bevilacqua, Pavese, Testori

9 Che definizione daresti della poesia contemporanea?

Trovo che alcuni autori siano interessanti: ultimamente ho letto Leardini, Parvopassu e Strumia. Anche D’Elia è molto apprezzabile. C’è sempre da imparare dal confronto con altri poeti: quest’anno ho partecipato, come spettatrice, all’evento “Le ragioni della poesia” organizzata dal poeta Elio Pecora in cui la lettura, da parte dei poeti contemporanei presenti , tra cui Magrelli, Fo’, Gualtieri, Bre, e tanti altri, di loro opere ha arricchito la platea presente e indicato nuovi orizzonti da esplorare.

10 Che ne pensi della neoavanguardia?

Diffido sempre delle corporazioni e e non mi piacciono le regole, se non quelle che nascono spontaneamente da se stessi. Preferisco la poesia dell’ultimo Sanguineti a quella di quando faceva parte del gruppo ’63, tanto per fare un esempio. Fare parte di qualcosa è comunque una limitazione.

11 Che ne pensi delle scuole di scrittura?

Forse per chi scrive sceneggiature possono avere un senso: penso invece che, per quanto riguarda la poesia, si impara solo leggendo molto e scrivendo. Poi, dopo aver scritto, si deve rileggere a voce alta ciò che si è scritto. Non bisogna innamorarsi delle proprie cose, ma scriverle per donarle agli altri.

12 Che ne pensi della diffusione della poesia sui social?

Penso che qualsiasi mezzo è importante per far amare la poesia.

13 Quali sono i poeti contemporanei che ti hanno più influenzato?

Pavese. L’ho letto per un anno di seguito. La sua poesia è molto simile all’animo dei poeti. Parla della ricerca della felicità o, meglio, dell’aspirazione alla felicità in un territorio desolato e triste. Alfonso Gatto, di cui amo la straordinarietà nel costruire le frasi. La prima Alda Merini. Lucio Mariani. Fortini. Bonnefoy e tanti altri.

14 Che cosa ne pensi in genere della poesia contemporanea italiana?

Penso che la poesia contemporanea abbia, proprio per il momento storico che viviamo, così povero di energie intellettuali e, invece, molto florido di tristi urlatori egocentrici, un compito importante: quello cioè di preservare il pensiero libero e di proteggere la sensibilità del genere umano. E’ necessario far circolare la poesia per non lasciare che le anime si rattrappiscano.

15 Per te scrivere è passione, uno sfogo, un’arte o che cosa?

Forse tutte e tre le cose: è passione, perché non riesco a farne a meno. E’ uno sfogo, perché quando lo faccio mi sento felice. Non so se sia arte, lo spero.

16 Che ne pensi degli slam poetry? Hai mai letto in pubblico le tue poesie?

Mi è capitato, ma non è facile leggere in pubblico.

17 Diversi poeti si danno alla prosa per sopravvivere. Tu che ne pensi?

Ho provato a farlo anch’io ma, dopo poco, mi annoio mortalmente. Tutte quelle parole per dire qualcosa che, con metà dei fogli ma con il triplo di fatica, la poesia è così brava nel narrare.

18 Secondo te la scuola italiana potrebbe fare di più per far amare la poesia italiana contemporanea?

Si. Bisognerebbe innanzitutto ricominciare a studiare le poesia a memoria: poi abolirei lo studio dei “Promessi Sposi” per avere il tempo di studiare poeti a noi più vicini, come Penna, la Rosselli, Bertolucci e tanti altri completamente sconosciuti agli studenti.

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Sul vitalismo

C’è del vitalismo più o meno disperato nei romanzi di Bukowski, Truman Capote, Pavese, Celine, Tondelli. È il vitalismo appunto l’unica cosa che accomuna questi scrittori così diversi. Per me questi narratori hanno un tipo di scrittura che riesce ad aderire alla vita. A mio avviso coincide, corrisponde perfettamente senza espedienti ed infingimenti. Riescono a coinvolgere il lettore con la loro scrittura. Riescono a parlare con il cuore in mano. Ciò che mi piace dei loro testi è l’immediatezza, la scorrevolezza. Questi scrittori mi sembrano dei fiumi in piena. I loro testi non mi sembrano pensati e ripensati, corretti e modificati. Mi sembrano tutti pubblicati alla prima o al massimo alla seconda stesura. Se sono stati modificati molto probabilmente hanno tolto e non aggiunto perché in questi romanzi si tratta di levare più che di battere. Sembrano tutti scritti apparentemente semplici e trasandati. Non guardo quindi alla forma mentis dell’autore né allo stile. D’altronde in un romanzo o in una raccolta di racconti non cerco le congetture filosofiche, le introspezioni pseudo-psicanalitiche o le descrizioni di paesaggi o città. Non cerco tutto ciò. Tutto ciò mi annoia. Cerco di leggere invece chi riesce a raggiungere la vita o quantomeno si sforza di farlo. Cerco chi riesce a descrivere gli eventi, a riportare casomai le conversazioni e a narrare gli stati d’animo nel modo più realistico possibile. Molti romanzi, anche dei capolavori, se li paragono a quelli di questi miei scrittori preferiti, mi sembrano artefatti. Proprio questi autori invece che sono così antiletterari, se giudicati superficialmente, mi sembrano i più autentici. Il caso vuole che in modi diversi tutti questi miei narratori prediletti si siano autodistrutti: proprio loro che avevano inseguito la vita come nessuno fino ad allora a mio avviso hanno sentito il fiato sul collo della vita e sono caduti per sempre. Questi scrittori forse erano così vitali ed esuberanti con la penna perché nella realtà la loro vita sfuggiva loro di mano. Forse è questo il motivo: nella realtà non erano assolutamente padroni della loro vita, che forse sembrava seguire logiche ed automatismi inspiegabili. D’altronde tutto questo è comprensibile perché il vitalismo è sempre stato contrapposto al meccanicismo. Nessuno di questi autori era un viveur. Nessuno era gaudente. Tutti avevano un rapporto di amore ed odio nei confronti della loro vita. Capote fu criticato parecchio per la sua contiguità con il male da cui nacque “A sangue freddo”. Pavese era un caso a se stante perché senza ombra di dubbio era il più intellettuale, il più lucido e il più sobrio. Eppure lui, apparentemente il meno autolesionista, giunse all’autodistruzione totale, compiendo il gesto estremo. Proprio Pavese riuscì ad essere vitalista nei suoi romanzi e racconti grazie al neorealismo. Intendiamoci in ogni caso: il vitalismo di questi autori non è fittizio ma è sempre autentico. Non c’è niente di inventato. Un’altra cosa che mi piace è che questi narratori non si sono messi a studiare la vita in modo calcolatore e a tavolino ma sembra perfettamente che si siano messi a narrare in modo occasionale. Sembra che abbiano vissuto le loro peripezie e ogni tanto abbiano fatto una pausa tra una sfiga ed un’altra per annotarla sul loro taccuino. Questi scrittori ci raccontano la loro vita quotidiana ed allo stesso tempo non creano altre realtà: sono testimoni impareggiabili delle loro epoche, restituiscono senza sconti ed senza finzioni la loro cruda verità umana. È altrettanto vero che questi artisti hanno pagato totalmente il loro modo d’essere e di vivere. Alcuni di essi erano diverse spanne sopra le righe e spesso in stato alterato di coscienza. Sfiga dopo sfiga purtroppo la loro esistenza è diventata tragedia. Loro sono riusciti a narrarlo magistralmente nelle più svariate sfaccettature. Sono riusciti a fornirci una visione altra della vita, che riesce ad erompere dal contingente. Tutto questo non è poco. Anzi è merce rara in un libro di narrativa.

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Sull’amore

L’amore di cui parlano le canzoni, i romanzi e i film non esiste. L’amore inteso come esclusività, possesso, gelosia ed attaccamento non è vero amore. Oggi tutti vorrebbero sfuggire alla retorica dell’amore e poi si ritrovano vittime del sentimentalismo. Per il cristianesimo c’è l’erotismo, ovvero la carnalità. Ma c’è anche l’agape, un legame che unisce spiritualmente ed idealmente cose e persone. Nella società attuale secondo Bauman ci sono moltissimi amori liquidi, destinati a durare poco perché tutti sono alla costante ricerca del nuovo e nel capitalismo tutto è destinato a consumarsi. Nell’amore e nella vita spesso non c’è giustizia né merito. Secondo Fromm la società industriale è basata sullo sfruttamento e imperniata sul mito del successo. Secondo molti psicanalisti bisogna essere nevrotici per adattarsi egregiamente in questa società malata. Ma ritorniamo a quel che chiamano amore. Prerequisito fondamentale dell’amore dovrebbe essere la libertà, anche se attualmente tutti sono invischiati in mille condizionamenti. Marta Marzotto ad esempio sosteneva che “il principe azzurro deve essere chic, dare lo choc e avere lo cheque”. Le ragazze di oggi di certo non cercano “due cuori e una capanna”, anche se poi la realtà di tutti i giorni è triste, dura e non guarda in faccia nessuno. Diciamo però che molte inizialmente si fanno abbindolare dagli idoli e dai miti della società. Amare può significare molte cose: ubbidire all’istinto, essere infatuati, cercare di rompere la solitudine. Per Freud il sesso non è un bisogno, ovvero volendo se né può anche fare a meno. Naturalmente questa rinuncia ha il suo prezzo, anche se in fondo la civiltà non è altro che trattenere gli impulsi e barattare la libertà in cambio di un poco di sicurezza. Il sesso comunque è una pulsione. Pasolini si chiedeva che significato avesse il sesso. Dichiarava che bisognava pronunciare molte volte la parola “sesso”(sesso, sesso, sesso, sesso, sesso, sesso, etc) per poi vedere come sarebbe risuonata alla fine. Sempre per Pasolini il sesso poteva essere sia “metafora del potere” che “consolazione della miseria”. Io invito tutti a vedere “Comizi d’amore” di Pasolini e a riflettere sulle sue domande. Catullo ha scoperto che amore ed odio coesistono e che la vera passione è un impasto di questi due elementi. È chiaro quindi che l’amore rende sciocchi anche i più saggi, i più assennati, i più sobri e i più intelligenti. È un desiderio debordante e tracimante. La cosa più saggia sarebbe non desiderare nulla e non volere nessuna persona. Sarebbe più saggia che desiderare ciò che si ha, ma sarebbe una condizione innaturale che non apparterrebbe alla natura umana. Per quanto riguarda l’amore tutti pensano di sapere cosa sia e tutti pensano di averlo provato almeno una volta nella vita. Quel che chiamano amore è indicibile in realtà e nessuno riesce a spiegare con certezza i motivi per cui si è innamorato della sua moglie. La moglie aveva certe caratteristiche desiderate, però c’erano chissà quante altre ragazze con quelle caratteristiche! In Occidente viene inoltre mitizzato da secoli l’amore non corrrisposto o quantomeno l’amore infelice. L’amore è ciò che trascende la ragione. Le scelte sentimentali non hanno un perché, se sono veramente disinteressate. Spesso non c’è motivo. Nessuno sa dire esattamente perché. Si sa che le cose accadono. Questo e basta. Per amare veramente una persona gli esperti ci dicono che bisogna mettere in conto di perderla. La persona amata può sfuggire da un istante all’altro. Ciò va sempre messo in preventivo. Nessuno può essere certo di niente in amore. L’imprevedibile è sempre dietro l’angolo, anche nelle storie e nei legami più abitudinari. Ma lo stesso Bauman dichiarava che le emozioni passano e i sentimenti restano.

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Su Don Milani e la scuola di oggi

Non ce l’ho mai avuta con Don Milani ma con chi ha mitizzato questo grande prete e la sua scuola a Barbiana. A mio avviso alcuni suoi difetti erano la lettura ogni giorno dei quotidiani ai ragazzi e l’idiosincrasia nei confronti dei laureati. Don Milani cercava di insegnare l’italiano e cercava di far capire come andava il mondo tramite la lettura dei quotidiani. Proprio lui che era duro e puro non aveva mai considerato che i giornali erano e sono dei mistificatori della realtà? Non era meglio insegnare forse l’italiano con la lettura di buoni libri? Don Milani inoltre non voleva far incontrare i suoi ragazzi con i laureati. Probabilmente per lui l’università era inutile, rovinava le menti o quantomeno corrompeva le persone. Sappiamo che lui non volle fare l’università e che la sconsigliava ai suoi ragazzi. La scuola di Barbiana non preparava bene agli esami da privatisti perché non venivano insegnate bene materie come il latino e la letteratura che Don Milani riteneva inutili per i figli dei poveri. All’inizio queste materie non venivano insegnate per niente. I suoi ragazzi frequentavano la scuola di Barbiana per dodici ore al giorno, inclusi i festivi. La sua scuola era molto impegnativa e agli antipodi rispetto alla scuola pubblica che secondo lui era classista. Secondo Don Milani per rendere uguali il ricco e il povero i politici dovevano escludere i figli dei ricchi dalla scuola e non bocciare più nessuno. Oggi molte cose sono cambiate rispetto ai suoi tempi: ricordiamoci che morì nel 1967. Per il prete di Barbiana la parola faceva uguali, cioè una maggiore conoscenza della lingua da parte dei figli dei poveri li avrebbe resi in grado di interpretare la realtà. Oggi invece sono le conoscenze scientifiche e tecnologiche che “fanno uguali”. Ma alcune cose sono ancora attuali. Fino a pochi anni fa molti intellettuali pensavano che nella scuola avessero vinto i sessantottini e il donmilanismo. Alcuni sostenevano che Don Milani fosse uno dei maggiori responsabili del degrado scolastico, di una scuola diventata troppo egualitaria e di massa. Ma poi sono venute le facoltà a numero chiuso. Per superare le prove, fatte di quiz culturali e di test di logica, molti si preparano comprando libri e andando a lezioni private. I figli dei laureati sono avvantaggiati culturalmente ed economicamente. Oggi sono i test e non le professoresse a fare la selezione. La selezione oggi avviene con queste prove di ingresso. La retorica è che solo i capaci e i meritevoli accederanno ad alcune facoltà universitarie. In futuro però mancheranno i medici. E poi cosa ne è del sacrosanto diritto allo studio? Non sarebbe meglio se la selezione avvenisse tramite gli esami universitari e non tramite quiz e test? Oggi un nuovo Don Milani non scriverebbe più “Lettera a una professoressa” ma dovrebbe inviare le sue missive a presidi di facoltà, rettori e al ministro della pubblica istruzione. Dovrebbe convincerli ad abbandonare il numero chiuso. Dovrebbe insomma diventare una sorta di Herzog, il personaggio di un romanzo di Saul Bellow. Ma non credo che risolverebbe niente.

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