A proposito di poesia contemporanea:

  • ° Nel corso del’900 si è diffuso il verso libero. Questo è avvenuto non solo tra quelli che vengono definiti dai cattedratici poeti dilettanti, ma anche da grandi poeti stranieri ed italiani. Laforgue fu il primo grande poeta ad adoprare il verso libero e a tal proposito scrisse: “mi dimentico di rimare, mi dimentico il numero delle sillabe, mi dimentico la distribuzione delle strofe”. Anche Pound fece un uso moderato nelle proprie liriche del verso libero. I poeti dell’imagismo scrivevano tutti in versi liberi. E. Lee Masters nella celeberrima Antologia di Spoon River adoprò spesso nei suoi epitaffi versi liberi e non prestò molta attenzione al rispetto della metrica. Per quel che riguarda il nostro paese i crepuscolari Corazzini, Gozzano, Govoni, pur utilizzando anche forme metriche tradizionali, introdussero il verso libero nella poesia italiana. Anche il poeta simbolista Gian Pietro Lucini scriveva sopratutto versi liberi e dichiarò che al momento della creazione non cercava “misure prestabilite(versi), nè sequenze numerate di misure(strofe)”, nè il posizionamento di accenti tonici. Inoltre bisogna ricordare che i poeti vociani Jahier e Boine scrissero solo prose poetiche. Infine i futuristi utilizzarono solo ed esclusivamente il verso libero. Sono favorevole all’uso di versi liberi perché come esseri umani abbiamo già notevoli limiti(mentali, psichici, gnoseologici, ontologici) ed  è a mio avviso fuori luogo aggiungere dei limiti stilistici, che oggi possono apparire ai più desueti. Se in poesia e in letteratura devono essere messe delle regole forse devono riguardare il rapporto tra l’arte e il tentativo di ideologizzazione dell’arte stessa. Ritornando al verso libero alcuni intellettuali ritengono che la vera libertà si acquisisca nell’ambito delle regole imposte e degli schemi precostituiti o almeno questa è la loro giustificazione alla loro concezione di una poesia, che per essere tale deve adoprare le forme metriche classiche. Altri intellettuali ritengono invece che nell’arte la libertà non esista, per cui devono essere accettate le regole imposte dalla tradizione. Per  il poeta Robert Frost “scrivere versi liberi è come giocare a tennis senza rete».
    Ma non è detto che chi scriva versi liberi e non rispetti la metrica tradizionale non si imponga altre regole riguardanti altri ambiti.
    Un tempo erano presenti dei canoni estetici. Oggi forse è più problematico valutare un poeta.
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Sulle partite di calcio

Fattori da cui si può dedurre il risultato di una partita:

– Valore dei giocatori delle due squadre
– Classifica delle due squadre
– Media inglese delle due squadre
– Quote snai
– Andamento in casa della padrona di casa
– Andamento in trasferta della squadra ospite
– Trend delle squadre nelle ultime partite
– Modulo di gioco delle due squadre
– Forma dei campioni che possono decidere la partita
– Forma delle due squadre
– Fattore campo(tifoseria)
– Fattore meteo(terreno pesante?)
– Arbitro
– Tornaconti delle due squadre
– C’è una squadra che gioca a memoria perché uguale all’anno prima? C’è un’altra invece che deve ancora trovare l’intesa? Valutare anche questo.
– Giocatori non disponibili(infortunati, squalificati)
– Presenza o meno di partite di coppa infrasettimanali
– Precedenti tra le due squadre
– Obiettivi delle due squadre e trend delle altre concorrenti
– Turn-over
– Clima all’interno delle squadre(tensioni, rapporto tecnici-giocatori, etc etc)
– Clima della società(crisi finanziaria? Stipendi non pagati? Cessione società?)
– Cambio dell’allenatore
– Cambio modulo di gioco
– Nuovi acquisti
– Voci di mercato
– Giocatori particolarmente motivati perché ex o perché partita-vetrina

Naturalmente una partita può essere decisa anche dalla fortuna, ma ciò non può essere valutato.

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Su libri e eBook

Secondo l’indagine ISTAT del 2016 sono circa il 60% gli italiani che non leggono neanche un libro all’anno. Negli ultimi 6 anni sono stati persi anche circa 4 milioni di lettori. Alcuni sostengono sia colpa della grave crisi economica. Altri danno la colpa ad internet. I giovanissimi non leggono. Le donne leggono più degli uomini. Eppure le statistiche ci insegnano che sono troppi i laureati usciti dalle facoltà umanistiche e che solo il 30% dei laureati esce fuori da discipline scientifiche. Da questo si deduce che molti dottori, finiti gli studi, abbandonano completamente la lettura. Tullio De Mauro a suo tempo aveva messo in guardia dall’analfabetismo di ritorno. Insomma sono davvero pochi i divoratori di libri: coloro che fanno shopping compulsivo molto probabilmente non sono affatto lettori accaniti. Sono rarissimi anche i cleptomani nelle librerie italiche. Non esistono affatto ladri di opere di poesia. Ma quali libri leggono gli italiani? Nella stragrande maggioranza dei casi leggono volumi di personaggi televisivi, cantanti, Youtuber, comici, cuochi, sportivi. È stato stimato che soltanto un quinto dei libri venduti è pubblicato da scrittori veri e propri. Il libro delle barzellette su Totti ha avuto un grande successo. Vengono venduti anche molti romanzi d’amore. I romanzieri autentici hanno problemi a vendere. Sono relativamente pochi i lettori, che cercano libri di qualità. Non voglio riportare tutte le cifre perché non sono il mio pane e perché questi dati vanno presi con il beneficio di inventario. Le case editrici e gli autori si vergognano a confessare le scarse vendite di libri “impegnati”. È difficile trovare testimonianze a riguardo. Questa situazione infelice dovrebbe indurre autori e addetti ai lavori a fare autocritica, ma i più non fanno altro che chiudersi a riccio e a mantenere un atteggiamento snob. Sono pochi coloro che possono permettersi di vivere di scrittura: Camilleri(più di 10 milioni di copie vendute) Susanna Tamaro(con il suo bestseller ha venduto circa 15 milioni di copie), Federico Moccia, Elena Ferrante, Niccolò Ammaniti, Isabella Santacroce, Saviano(con Gomorra ha venduto più di 2 milioni di copie), Sandro Veronesi, Andrea De Carlo, Erri De Luca, Dacia Maraini, Sveva Casati Modignani, Alessandro Baricco. Enrico Brizzi può vivere di sola scrittura grazie soprattutto alle ristampe del suo primo romanzo. Forse dimentico qualche nome? Perdonatemi. Molti altri arrotondano con il giornalismo, l’insegnamento, i corsi di scrittura, le consulenze editoriali, le traduzioni, facendo radio oppure facendo gli autori televisivi, gli editor, i redattori, gli sceneggiatori. In Italia gli autori fanno un doppio lavoro o addirittura sono costretti a considerare la scrittura un dopolavoro. D’altronde anche in passato Kafka lavorava in una assicurazione, Svevo lavorava nell’azienda del suocero, Gadda faceva l’ingegnere alla Rai, Bianciardi era un traduttore, S.King faceva il bidello, Salinger era un intrattenitore su una nave da crociera, Joyce faceva il musicista. Ai giorni nostri Vincenzo Pardini fa la guardia giurata, Carofiglio fa il magistrato e Marco Buticchi gestisce uno stabilimento balneare. Andrea Vitali ha lasciato la professione di medico soltanto nel 2014 per dedicarsi esclusivamente alla scrittura. Sono lontani i tempi di Calvino e Pavese. Non c’e più neanche una azienda come la Olivetti in cui trovarono occupazione molti talenti. Questa condizione così precaria degli scrittori al mondo di oggi ha un unico grande vantaggio: non essendo considerati vip nella maggioranza dei casi non sono oggetto di gossip e neanche di critica biografica o psicoanalitica. Ma ritorniamo agli svantaggi. Si consideri che molto spesso le presentazioni dei volumi non vengono pagate. Addirittura spesso i costi(viaggio, pasti, pernottamento) ricadono tutti sugli scrittori. Le royalties sono scarse. Sono mosche bianche coloro che non pubblicano a proprie spese. Sono una rarità coloro che prendono un anticipo. La tiratura per la maggioranza dei libri è scarsa. La distribuzione lascia a desiderare se uno non pubblica con una grande casa editrice. Per un esordiente le difficoltà sono insormontabili. Per uno scrittore italiano vendere 5000 copie è già un successo. Ma con 5000 copie in un anno non si campa di certo. Per il momento abbiamo parlato di romanzieri ma per altri generi va molto peggio. L’eBook può essere una opportunità. Prendiamo ad esempio un genere come la poesia. Sono pochissimi coloro che non pubblicano a proprie spese: solo i poeti che pubblicano con Mondadori, Crocetti, Einaudi, Garzanti. I ricavi sono davvero scarsi. Ma c’è sempre l’opportunità dell’autopubblicazione di eBook. Ora voglio citare un autore che conosco. Michele Nigro ad esempio è riuscito a pubblicizzare il suo eBook di poesia “Nessuno nasce pulito” in molti siti. Invece di promuovere la sua opera nelle librerie ha deciso di farlo sul web. Non ha usato alcuna agenzia letteraria. Ha usato molte piattaforme per stampare le sue opere ed ha utilizzato i social ed il suo blog per pubblicizzarli. Ha realizzato artigianalmente anche alcuni booktrailer. Non gli ho mai chiesto quanto guadagna annualmente con i suoi eBook. Sono affari esclusivamente suoi. Può darsi che con quei soldi ampli la sua biblioteca. Può darsi che si paghi le pizze. Ma in fondo cosa importa? In fondo non ha dovuto sostenere nessun costo. Non ha dovuto calcolare alcun budget. Ha sempre voluto rivolgersi a tutti senza mai cercare di individuare un target specifico. L’unico inconveniente è l’impegno profuso ma la scrittura va considerata sempre una passione. Pubblicare un eBook quindi può essere una fonte di reddito ed un modo per farsi conoscere da una ristretta cerchia di persone(almeno per ora). Alcuni scrittori hanno avuto anche un grande successo, iniziando con l’eBook, come ad esempio Anna Premoli(premio Bancarella) e Roberto Emanuelli.  Basta ricordarsi che la signora James(pseudonimo) ha venduto circa dieci milioni di copie tramite internet, prima di approdare all’editoria tradizionale. Ora la trilogia delle Cinquanta sfumature è famosa in tutto il mondo. Che sia questo il futuro? L’editoria tradizionale dovrebbe stare in guardia e dovrebbe stare soprattutto al passo con i tempi.  Dovrebbe fare molto più scouting per scrittori emergenti. Per il resto che dire? Ai nativi digitali l’ardua sentenza.

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Sul relativismo

Nietzsche scrive nei Frammenti postumi che non esistono fatti ma solo interpretazioni. Per fatto si intende un avvenimento, un evento, un dato oggettivo, una prova. Ma nessuno dovrebbe più dire che esistono dati di fatto incontestabili ed incontrovertibili a riguardo di una cosa. Non si dovrebbe più dire che qualcuno nega l’evidenza dei fatti. Nessuno dovrebbe usare espressioni come “constatazione di fatto”, “attenersi ai fatti” o “alla prova dei fatti”. Qualsiasi fatto e qualsiasi riscontro sono insostenibili. Non si può più neanche dire che esiste una interpretazione univoca per un certo fatto secondo la logica. Non ci può essere corrispondenza univoca tra un fatto e una interpretazione. Il filosofo scrive che i fatti non esistono e che possono esistere infinite interpretazioni. Questo relativismo ermeneutico è totale e sconfina nel nichilismo. Diventa nichilismo, ovvero totale perdita dei valori, perché quel che consideravamo fatti sono diventati nulla. Naturalmente agli uomini resta ancora la condivisione apparente delle percezioni. Ma anche le sensazioni sono soggettive. Variano da individuo ad individuo. Nietzsche sempre nei Frammenti postumi scrive che ogni costruzione del mondo è un antropomorfismo. La conoscenza è illusione. Il relativismo di Nietzsche è prima di tutto gnoseologico. Il filosofo tedesco si pone contro la fiducia smisurata dei fenomeni e della scienza da parte dei positivisti, che vedevano nell’ascesa della borghesia e nel dominio della tecnica un enorme progresso. Nel novecento il relativismo conoscitivo si estenderà ancora grazie al paradosso di Kripkenstein sul linguaggio privato e sul seguire le regole in ambito cognitivo. Questo paradosso scaturisce da una riflessione di Wittgenstein in “Lezioni e conversazioni”. Ma ritorniamo al filosofo della volontà di potenza. Per Nietzsche non vale più nessuna metafisica e nessuna religione. Possiamo perciò affermare che anticipa Lyotard secondo cui sono finite le metanarrazioni. Ogni ismo quindi è morto. Ogni grande racconto non ha più modo di esistere. È sempre più difficile distinguere il bene dal male e il vero dal falso. Nietzsche si conferma uno dei peggiori nemici del cristianesimo non tanto perché secondo lui era la morale dei vinti e dei deboli quanto per il relativismo di cui il grande pensatore è portatore. Non a caso i suoi libri vennero messi all’indice dalla Chiesa. Non a caso molti lo considerarono il filosofo del nazismo e non considerarono invece lo stravolgimento assoluto e la mistificazione della sua opera da parte della sua folle sorella. Allo stesso modo a ben vedere si può dire addio anche ad ogni senso comune, che viene polverizzato dal filosofo tedesco. Ormai la maschera è stata tolta: dietro ogni verità c’è una convenzione, un compromesso, una realtà condivisa. Niente altro che questo. Qualsiasi interpretazione del mondo equivale a una altra interpretazione. Una visione del mondo vale come infinite altre visioni. Sempre secondo Nietzsche sono i nostri bisogni che creano una interpretazione e non certo la nostra logica. Dietro ad ogni interpretazione ci sono così i nostri istinti e non la nostra razionalità. Dietro ogni interpretazione c’è un soggetto: un interprete, che ha un suo particolare punto di vista ed una sua prospettiva. Il fatto in sé dei positivisti non esiste. Tutto è soggettivo. Ognuno si fida delle sue idee. Non resta altro che questo. Ognuno si tiene i suoi convincimenti più o meno radicati. Ognuno è creatore di senso. Il neopositivismo o positivismo logico potrà fare ben poco nel novecento: solo proporre il criterio di verificazione e cercare di rendere inutile la metafisica. Popper successivamente rivaluterà la metafisica perché la considererà una risorsa di idee e di ipotesi plausibili per la scienza. Ma il neopositivismo e Popper non condizioneranno la filosofia e neanche la mentalità della popolazione quanto Nietzsche. Il relativismo etico finisce quindi per essere l’unico dogma, l’unica certezza, l’unica verità. Nessuno ora può scagliarsi contro il relativismo senza essere tacciato di essere antidemocratico, retrogrado o moralista. Il relativismo viene sempre più ritenuto una filosofia di vita, un modo di intendere e di approcciare la realtà. Chi è contro di esso viene considerato sostanzialmente un passatista. Questo ismo non nasce certo nell’ottocento. Era già il perno della filosofia dei sofisti e degli scettici. Ma attualmente come ha dichiarato il Papa Ratzinger è avvenuta la dittatura del relativismo, che può assumere diverse forme e può essere etico, culturale, gnoseologico, antropologico. Eppure a rigor di logica si potrebbe criticare sostenendo che se tutto è illusorio anche lo stesso relativismo è illusorio e vano. Viene però da chiedersi alla fine chi vince in questa realtà occidentale dominata dal relativo? Vince l’interpretazione del più potente e/o del più ricco, che ha più forza e più mezzi per affermarla. Il logocentrismo non esiste più. Il Logos non esiste più nella parola. L’irrazionalità e l’assurdità regnano sovrane. Questa è la civiltà dell’immagine e dei messaggi subliminali. L’interpretazione dei più potenti diventa verità perché ripetuta all’infinito dai mass media. Il relativismo quindi si è diffuso a macchia d’olio e è al servizio completo del potere; ma era forse meglio il moralismo di un tempo? Oppure è più tollerabile questo nuovo tipo di edonismo scaturito dalla mancanza di morale? Di certo una filosofia di vita in cui tutto è relativo può indurre al consumismo e può essere facilmente al servizio di multinazionali e lobby. Il relativo è il più importante credo laico odierno ed avrà molti limiti intrinseci, ma come ha affermato Giulio Giorello bisogna stare attenti perché il contrario del relativismo è l’assolutismo. Infine questo atteggiamento è una premessa indispensabile per il pluralismo di una società aperta. I filosofi oggi discutono perciò su come arrivare ad un relativismo ragionevole e non totalmente pervasivo.

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Sulla questione nordcoreana

Sappiamo ben poco del dittatore nordcoreano. Alcuni occidentali che guardano molto al look ritengono che abbia uno strano taglio di capelli. Ma veniamo a quel che conta. Sono scarse le notizie che trapelano. Secondo i media dovrebbe essersi macchiato di atrocità e violenze gratuite nei confronti dei suoi connazionali. Alcuni pensano sia un sadico, un folle. Secondo la cronaca avrebbe fatto sbranare suo zio dai cani, avrebbe fatto uccidere anche un suo fratellastro e una sua ex-ragazza. Dicono che sia disumano nei confronti dei disertori. I media occidentali non fanno altro che riportare che sia paranoico ed abbia molte fobie. Quel che sappiamo di certo è che la sua famiglia Kim governa la Corea del Nord da settanta anni. Sappiamo che i suoi nemici sono gli Stati Uniti e la Corea del Sud. Sappiamo che il leader ha carisma, è benvoluto dal suo popolo che vive con il culto della sua personalità, forse perché non conosce come vivono i cittadini del Sud Corea. Sappiamo che ha voluto un test nucleare che ha causato un sisma di magnitudo 6.3. Questo test è stato condotto a settecento metri di profondità e gli esperti stimano che la potenza sia stata cinque volte più forte di quella di Nagasaki. Sappiamo che questa dittatura è in possesso di missili balistici intercontinentali. Nel corso degli anni la Corea del Nord ha subito pesanti sanzioni da parte dell’ONU. Trump lo considera uno stato canaglia e più volte ha dichiarato di volerlo attaccare. Nel frattempo il leader nordcoreano, che è il più giovane capo di stato del mondo, ha un esercito con più di un milione di soldati e ha dichiarato di avere la bomba H. Il dittatore nordcoreano ha dichiarato che è pronto ad “una guerra santa di giustizia” contro gli invasori. Oggi possiamo essere assolutamente certi che la famiglia Kim in tutti questi anni è stata sottovalutata. Anche lo stesso dittatore per molto tempo è stato considerato uno zimbello, non è stato preso sul serio e le sue minacce non sono state considerate realistiche. Lo stesso Trump è stato sottovalutato; lo dimostra il fatto che i democratici non hanno fatto altro che litigare perché erano tutti sicuri che avrebbe vinto la Clinton. Per quel che riguarda la Corea del Nord molto probabilmente i politici di tutto il mondo credevano che ci sarebbe stata una rivolta popolare ed allora avrebbero aiutato un popolo che voleva autodeterminarsi. Non voglio scrivere inesattezze né mistificare la realtà ma secondo i giornalisti la popolazione, schiava di un regime e povera, non si ribella perché ha paura dei campi di lavoro e di una repressione sanguinaria. Ma non sappiamo esattamente se sia più il consenso o la paura che causa l’immobilismo del popolo. Secondo alcune fonti sarebbe pericoloso per i turisti occidentali spedire email dalla Corea del Nord e parlare con la gente coreana di economia e politica. Ma sono poche le cose assolutamente certe di questo stato piccolo ma tra i più militarizzati del mondo. Con certezza sappiamo che questo conflitto potrebbe determinare una catastrofe su scala planetaria e che dovrebbe essere usata la diplomazia, perché le sanzioni potrebbero rivelarsi a lungo termine controproducenti. Di certo alle dichiarazioni belligeranti del dittatore nordcoreano non si può rispondere con i tweet estemporanei ed emotivi di Trump, che vuole mettere a punto un piano per far fuori il leader nordcoreano. I due capi di stato nel frattempo si scambiano accuse, si offendono reciprocamente e si danno del pazzo a vicenda. Nel frattempo alcuni si chiedono che cosa significhi esattamente il missile sopra il Giappone e perché gli Stati Uniti non risolvano la questione una volta per tutte, visto e considerato che sono una superpotenza. Altri si chiedono perché gli Stati Uniti non abbattono i missili nordcoreani e in cosa consista effettivamente lo scudo antimissile. Altri ancora si chiedono se sia possibile annichilire l’offensiva nordcoreana con un attacco cibernetico. Fortunatamente per questo mondo gli Usa non hanno ancora reagito alle azioni nordcoreane. Di certo quel che sta accadendo è totalmente l’opposto rispetto ai dettami del trattato di non proliferazione nucleare. Il disarmo in definitiva è sempre più una utopia. Ci sono molti interessi in gioco. Sono in molti che non vogliono la rottura dell’assetto dell’Asia orientale: ad esempio la Cina e la Russia. Il piccolo staterello riveste una grande importanza per tutte le superpotenze mondiali. Esperti di geopolitica e strateghi militari hanno ipotizzato diversi scenari. Attualmente le due Coree sono ben lontane da trovare un accordo e un presidente americano che si mette allo stesso piano di un giovanissimo dittatore non facilita assolutamente le cose. Con questo non voglio paragonare Trump a Kim perché il totalitarismo nordcoreano fa acqua da tutte le parti e fa vivere di stenti la sua popolazione. Inoltre anche se fosse la più perfetta delle dittature preferirei sempre la più imperfetta delle democrazie, come ebbe a dire Pertini. Tutto ciò mi spinge anche ad una considerazione di carattere generale: la responsabilità di una guerra è sempre di pochissimi potenti, spesso tarati per via di una personalità patologica. Allo stesso modo la dittatura è quasi sempre determinata dalla follia di un singolo più che da Platone, Marx o Hegel come scriveva Popper ne “La società aperta e i suoi nemici”. Ritornando al conflitto, potremmo essere prossimi al punto di non ritorno. L’intera popolazione mondiale non può far altro che aspettare e stare a guardare, completamente inerte, incolpevole, ormai soggiogata dai metodi ipnotici e dalla manipolazione delle coscienze del potere. I mass media suggestionano e distraggono. Nonostante questi rischi incessanti di una catastrofe mondiale i cittadini occidentali si sentono sicuri e continuano a vivere senza preoccupazioni e senza porsi alcun problema. I mass media non diffondono allarmismo ed il potere onnipresente li rassicura in ogni modo. La vita continua senza alcun panico come i potenti e i capitalisti vogliono affinché non si inceppino gli ingranaggi della economia e della società occidentale, che non possono permettersi una popolazione presa da timori, dubbi e pensieri. L’arma più efficace di qualsiasi tipo di potere, anche quello più democratico, come sosteneva Biko è la mente dell’oppresso. Continuiamo così a vivere sempre di corsa: frenetici e allo stesso tempo rassegnati.

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Su Nardella e la prostituzione

Il sindaco Nardella ha emesso un’ordinanza che prevede la multa e l’arresto per alcuni mesi ai clienti delle prostitute. Ma siamo sicuri che sia veramente efficace una misura del genere? Forse le prostitute invece che riversarsi sulle strade eserciteranno la loro attività in appartamenti ed hotel. Alcuni sostengono che in questo modo non finiranno la tratta e lo sfruttamento, ma che addirittura aumenteranno i reati nei loro confronti. Lontani da occhi indiscreti i maniaci e i malintenzionati potrebbero fare ciò che vogliono alle prostitute. Si pensi che le professioniste devono esercitare al chiuso singolarmente per evitare di commettere il reato di favoreggiamento. Non possono assolutamente fare gruppo. Ricordiamo che la prostituzione è il mestiere, a detta di molti, più antico del mondo. Addirittura, se si pensa al linguaggio comune, se qualcuno usa espressioni come “professionista” o “donna di mondo” tutti intendono che si fa riferimento ad una meretrice. Per alcune civiltà in passato le prostitute svolgevano anche una funzione sacra. Nell’antica Grecia e nell’antica Roma questa attività era permessa. In quelle epoche c’erano le cosiddette etere che si prostituivano ed allo stesso tempo erano donne di cultura. Nel medioevo similmente c’erano le cortigiane che sapevano intrattenere i potenti anche con la loro conversazione. Ai tempi delle case chiuse quasi tutti i ragazzi perdevano la verginità là e quasi tutti gli uomini ci andavano senza rimorsi. Molti ci andavano in gruppo. Oggi nessuno ne parla. La maggioranza dei clienti ci va da solo. Tutto avviene in modo furtivo. Il giro di questa attività è però impressionante. Settantamila sono le prostitute in Italia e si ritiene che ci siano nove milioni di clienti, anche se è difficile fare una stima esatta del fenomeno. Il fatturato naturalmente è da capogiro. C’è chi vorrebbe riaprire le case chiuse; chi invece vorrebbe creare delle zone a luci rosse; chi vorrebbe che le prostitute si organizzassero con delle cooperative. Alcuni sostengono che dovrebbero pagare le tasse ed avere una pensione anche loro. Altri sostengono che la prostituzione dovrebbe essere regolamentata e legalizzata per controllare la salute delle prostitute, per far emergere il sommerso e per togliere alle mani della criminalità organizzata questa attività così lucrosa. C’è chi vorrebbe proibire la prostituzione come in Svezia; chi invece vorrebbe fare come in Olanda. Ci sono zone del mondo come in gran parte dell’Africa e dell’Asia in cui questa professione è illegale. Ci sono alcune nazioni in cui viene perseguito il cliente ed altre in cui viene perseguita la professionista. Quando fanno un talk show in cui parlano di questo problema i paragoni con altre nazioni si sprecano, ma bisogna ricordarsi che noi abbiamo il Papa e gli italiani sono cattolici, ragione per cui questo fenomeno verrà sempre analizzato, studiato, trattato in modo ipocrita a mio avviso. Che dire ad esempio di alcuni rappresentanti dello stato che chiedono alle professioniste di aprire una partita Iva quando lo stesso stato italiano non tutela queste persone in alcun modo? Come si può capire il fenomeno in questione è delicato e complesso. Forse bisognerebbe pensare che il mondo intero è mercificato e in questo consumismo dilagante la massa ricerca la gratificazione subitanea. Il sociologo G. Simmel ha scritto delle pagine illuminanti sia sulla filosofia del denaro che sulle prostitute, svalutate in quanto considerate nemiche della morale piccolo borghese. In fondo ci sono molti modi di prostituirsi in questa società. C’è anche chi si prostituisce intellettualmente. In fondo che dire dei quotidiani che pubblicano tutti gli annunci delle prostitute più o meno libere? Inoltre dalla notte dei tempi c’è la suddivisione archetipica delle donne in amanti(Afrodite) e spose(Era). Ma torniamo alla prostituzione nel nostro Paese. Un tempo c’era Don Bensi che considerava i clienti degli sfruttatori e degli stupratori. Questo può essere vero per chi va con delle ragazze sfruttate dal racket. Ma che dire delle escort,delle girl e delle trans che esercitano volontariamente e liberamente questa attività? Alcuni moralisti e alcune femministe sostengono che nessuna meretrice è realmente libera. Ma chi esercita questa professione non ha capacità di intendere e di volere? In Inghilterra ad esempio viene perseguito,il cliente che fa sesso con una donna costretta a prostituirsi, mentre è legale se lo fa con una libera professionista. Sono ancora in molti a pensare che il meretricio sia una professione che umilia le donne e ferisce la loro dignità. Molti ignorano le argomentazioni del comitato per i diritti civili delle prostitute, che è formato da lavoratrici autodeterminate. Punire i clienti come fa Nardella non vuol dire forse riprendersela con gli anelli più deboli della catena(prostitute e clienti)? Non c’è il rischio che alcuni clienti possano suicidarsi, in quanto le multe arriveranno a casa e saranno viste anche dai famigliari? Nel frattempo molti altri sindaci vogliono copiare Nardella. Il suo provvedimento a favore del decoro e della sicurezza della città è piaciuto a molti, anche se qualcuno mormora che sia già stato fatto in passato dal centrodestra. In fondo Il sindaco di Firenze non si è mai proposto di eliminare totalmente la prostituzione. Vuole debellare solo quella di strada. Ci riuscirà?

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Su Internet, gli hater, i troll…

Le opinioni sul web sono contrastanti e spesso diametralmente opposte. C’è chi lo vede come un panottico in cui tutti sono osservati e chi come il Papa un possibile strumento di pace e solidarietà. Io sono possibilista. Oggi esistono anche gli hater che odiano i vip su internet e/o se la prendano in particolare modo con chi è “diverso” o soltanto apparentemente più debole (gay, disabili, immigrati, etc etc). Di solito offendono e feriscono la sensibilità di alcune categorie di persone. Tutti gli esperti ci dicono che gli hater non appartengono a nessuna tipologia di persone specifica. Non hanno alcuna caratteristica particolare, se non quella di manifestare il loro odio nella rete. Ma perchè odiano? Odiano perchè sono xenofobi in senso lato; odiano infatti ogni forma di diversità. Il “diverso” viene accerchiato e finisce per diventare un capro espiatorio. Chiunque può essere hater. La cosa più allarmante del web è che la capacità di aggregazione degli hater è spaventosa. Quasi sempre si registra una “polarizzazione”(è un termine della psicologia sociale) dei giudizi. Non voglio però dilungarmi sulle dinamiche di gruppo(si legga a riguardo il libro della Wallace sulla psicologia di internet), ma voglio solo far presente che decine di migliaia di individui possono odiare un solo “bersaglio”. Una altra cosa impressionante è che altre migliaia di lurker osservano senza fare niente e si comportano da bystander. Secondo K. Lewin un gruppo era una totalità dinamica basata sull’interdipendenza dei membri piuttosto che sulla loro somiglianza. Ma forse attualmente nella realtà virtuale non è più così. Non solo ma la teoria sociologica dei sei gradi di separazione può essere confortante quanto inquietante e deprimente: può significare che possiamo conoscere chiunque, almeno per interposta persona, ma anche che allo stesso tempo non possiamo sfuggire a nessuno…a meno che non facciamo come Mattia Pascal. Esistono anche i troll che disturbano le discussioni nei vari blog e che possono urtare la suscettibilità di qualcuno ma di solito non commettono alcun reato penale. I troll possono anche rivelarsi divertenti e trollare può essere anche ritenuto legittimo, anche se a lungo termine può annoiare e snervare. Si potrebbe affermare che se i troll regrediscono ad un livello adolescenziale invece gli hater regrediscono ad un livello primitivo e tribale. Le polemiche insomma sono all’ordine del giorno nel mondo virtuale. Tutti dovrebbero cercare di rispettare la netiquette ma di fatto non è così. Molto spesso anzi questa specie di galateo del mondo virtuale sembra essere ignorato dai più. Oggi sono comunque molti i leoni da tastiera e tutto sembra garantire nel web la libertà di espressione e l’anonimato. La rete può cambiare(talvolta potenziare) la nostra personalità. Più esattamente nel web possiamo comportarci diversamente che nella realtà e possiamo decidere di utilizzare alcune delle nostre subpersonalità. Si può costruire qualsiasi identità e si può far coesistere appartenenze a gruppi talvolta incongruenti. Spesso virtualmente siamo più aggressivi. Nella usuale comunicazione faccia a faccia certe cose pochi avrebbero il coraggio di dirle e certi individui talvolta non si rendono conto di quello che hanno scritto su internet e lo “realizzano” solo dopo essere stati perseguiti legalmente quando vengono identificati i loro indirizzi ip. D’altronde offendere una persona in un social network è diffamazione aggravata. Oggi non sembrano esserci filtri e nemmeno censure di alcun tipo. Fin dagli albori internet è stata una terra selvaggia senza alcuna frontiera. Quindici anni fa era terra di attivisti politici e di nerd. Quindici anni fa era l’espertismo dei nerd e degli hacker a dominare la rete. Ma ancora prima, ovvero prima della comparsa di internet tutto era più gestibile? Di certo non esistevano casse di risonanza planetarie come il web. Umberto Eco sosteneva che un tempo tutto iniziava e finiva nel bar e chi alzava troppo il bicchiere veniva subito redarguito e zittito dalla maggioranza degli avventori e dal barista. Oggi controllare totalmente la rete d’altra parte è una utopia bella e buona. Neanche la polizia postale ci può riuscire perché spesso i siti internet incriminati si rifanno a legislazioni di altre nazioni e ci vorrebbero quindi delle rogatorie internazionali. In Germania molto recentemente stanno cercando di prendere provvedimenti contro l’odio in rete, mettendo sanzioni milionarie per gli autori di questo tipo di crimine. Ma era davvero meglio prima? Se gli haters sono il rovescio della medaglia di internet va anche detto che le molte comunità virtuali presenti oggi nel web(mi riferisco in particolare modo ai sociali network) possono fungere da supporto a chi ha bisogno di ascolto e si sente solo; si pensi ad esempio a tutti gli adolescenti che appartengono ad una minoranza e non hanno ancora trovato una loro identità. Su internet, non scordiamocelo, le persone con un certo tipo di problematica possono trovare amici e fare gruppo. Allo stesso modo anche estremisti, terroristi e fanatici di ogni tipo possono far proselitismo. Insomma croce e delizia, pregi e difetti di internet, che è uno strumento dalle enormi potenzialità. Infine non dimentichiamoci dell’enorme intelligenza collettiva che è di fatto la rete. Per chi la sa utilizzare è infinitamente più ricca di notizie, nozioni ed informazioni delle misere enciclopedie di un tempo. Internet in definitiva può anche accrescere la cultura dei singoli, anche se non può formare le menti e le coscienze come i libri di scuola e ci sono invece alcuni studenti che utilizzano la rete come surrogato dei libri e degli insegnanti. Le ricerche sul web invece non devono sostituire nessun agente di socializzazione. Ciò viene definito bulimia informativa. Inoltre i minori non sono ancora tutelati a sufficienza. Ci possono essere dei contenuti che possono turbarli e poi c’è il grave problema del cyberbullismo, che espone al pubblico ludibrio gli adolescenti più deboli in una logica drammatica di dominazione/sottomissione. Di solito i maschi alfa umiliano in ogni modo le vittime. I legislatori insomma devono mettere ancora molti paletti. Ma siamo anche noi che dobbiamo pensare di più. Spesso dovremmo pensare alle conseguenze che possono avere i nostri messaggi e a come potrebbe prenderla chi sta dall’altra parte dello schermo. Il virtuale spesso si ripercuote nella vita reale. Siamo però sinceri: la realtà virtuale molto spesso non è luogo di teofanie. Non solo ma molti hanno sviluppato una dipendenza psicologica nei confronti del web e non possono farne a meno. Devono essere sempre connessi o quasi. Molto spesso- ammettiamolo- è il buonsenso ad essere deficitario.

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Sul referendum in Catalogna

Per il referendum della Catalogna la repressione della polizia ha causato circa 800 cittadini feriti durante i tafferugli. Il sì ha stravinto con il 90% ma l’affluenza è stata solo del 42%. Secondo alcuni ci sono state delle irregolarità al momento del voto e alcune persone avrebbero votato più volte. Secondo Rajoy il referendum è illegale. Per il tribunale costituzionale di Madrid la consultazione è incostituzionale. La legge spagnola infatti non prevede la secessione di alcuna regione. Il governo centrale difende l’unione della Spagna sancita nel 1978. I cittadini erano chiamati a scegliere se volevano la Catalogna come stato indipendente e repubblicano. Attualmente questa regione è soltanto autonoma. Va detto che la Spagna ha diverse anime. Ci sono alcune lingue ufficiali come lo spagnolo, il basco, il galiziano, il catalano. Tutte le problematiche identitarie spagnole sono tornate tutte di attualità dopo le cariche della polizia. Tutto naturalmente inizia da molto lontano. Bastava andare a Barcellona trenta anni fa e chiedere ad una ragazza se era spagnola e questa ti rispondeva che era catalana. Comunque speriamo che la situazione non degeneri. Per anni ed anni già c’è stato il terrorismo basco, i cui militanti erano allo stesso tempo secessionisti e marxisti-leninisti. Bisogna ricordare che la Catalogna è una regione ricca della Spagna. Naturalmente non voglio azzardare paragoni con alcune regioni italiane. I catalani vogliono l’autodeterminazione del loro popolo sia per le differenze linguistiche e culturali che per ragioni prettamente economiche. Il dibattito è ancora in corso riguardo alla questione economica. Gli indipendentisti pensano che la Catalogna ci guadagnerebbe a separarsi, mentre gli unionisti ritengono che sia meglio per tutti suddividersi le spese. Personalmente non voglio cercare giustificazioni o cercare di comprendere i catalani. La questione è delicata e complessa. Bisogna anche ricordare che gli indipendentisti della Catalogna non sono antieuropeisti e vogliono rimanere nell’Ue. Allo stesso tempo l’Europa si è schierata a favore del governo centrale, anche se ha condannato l’uso della forza da parte della guardia civile. Ciò complica ulteriormente le cose e rende la realtà spagnola di difficile interpretazione. Ora non sappiamo cosa succederà. Forse ci sarà il dialogo tra governo centrale e parlamento della regione. Forse ci sarà una mediazione internazionale. Forse verrà decisa la sospensione dell’autonomia della Catalogna, essendoci un articolo della costituzione spagnola che prevede questo. In Spagna -come ho già scritto- ci sono gli indipendentisti e gli unionisti. Tutta Europa si divide tra indipendentismo di sinistra e centrismo di destra. Molti invece di pensare con la propria testa e con la propria coscienza seguono pedantemente la linea del loro partito. Personalmente ritengo che non sempre il popolo ai referendum ha dato prova di maturità: si pensi ad esempio alla brexit. Al di là delle prese di posizione, più o meno impopolari, va detto però che la repressione della polizia spagnola è stata troppo violenta. Non dovevano assolutamente permettersi di usare proiettili di gomma. È stato un vero miracolo che non ci sia scappato il morto. Ma in Spagna il pugno duro potrebbe paradossalmente aver dato più consenso a Rajoy. In fondo volevano solo votare e sarebbe stato un atto di civiltà garantire ai cittadini catalani di esprimersi alle urne senza subire violenza. Forse la Spagna con questa esibizione muscolare della polizia ha dimostrato che esiste ancora un retroterra culturale ed ideologico franchista. A mio avviso questa violenza ha dimostrato che la democrazia reale è a serio rischio in Spagna. Ciò va riconosciuto, indipendentemente da come la di pensi sull’indipendenza della Catalogna. Andare alle urne e votare per i catalani non era altro che esercitare un loro diritto democratico. Poco importa se non aveva alcun peso politico, legale ed istituzionale. Aveva senza ombra di dubbio importanza civile e democratica. Anche se poteva avere delle ragioni plausibili a contrastare l’indipendenza, il governo centrale di fatto è passato ad avere torto marcio. Staremo a vedere se perdurerà questo clima teso e se questo particolarismo regionale distruggerà la Spagna.

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Sul calcio

Santo protettore del calcio per alcuni snob ti venera solo l’italiano medio, ma anche Saba, Pasolini, Sereni, Alfonso Gatto, Soriano ti hanno amato. Arpino sulla disfatta della nazionale ai mondiali del 1974 ha scritto addirittura un romanzo. Per Pasolini il calcio era “l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo”. Per Camus il calcio era una metafora della vita. Il calcio inoltre è spettacolo non solo per quel che accade in campo(ad esempio una rovesciata che gonfia la rete, una azione corale che porta al goal, un disimpegno di un difensore, un dribbling stretto di un’ala, l’assist di un regista) ma anche per le coreografie sugli spalti. Borges era diffidente nei confronti del calcio perché non gli piaceva la folla, che è sempre imprevedibile e può travolgere chiunque nella calca. Oggi a dire il vero si può guardare la partita  da casa, anche se in poltrona non si può osservare la disposizione delle squadre in campo e il movimento senza palla dei giocatori. Questo sport però è troppo di massa per alcuni intellettuali che lo disprezzano. Secondo taluni è troppo volgare, è pura evasione. È un piacere che distrae le persone dai veri problemi. È l’oppio del popolo italico, perché secondo alcuni intellettuali “il popolino” vuole solo “panem te circenses”. Tuttavia questi hanno delle ragioni. Come non ricordarsi che questo sport fu uno strumento di  propaganda del regime di Mussolini e che gli uomini di Pozzo vinsero due mondiali sotto la dittatura? Forse il calcio milionario di oggi ha perso la poesia di un tempo con gli attuali diritti televisivi, i suoi calciatori strapagati e testimonial di pubblicità, le polemiche create ad arte per vendere più copie e per fare più ascolti(basta ricordarsi della cultura del sospetto e della presunta sudditanza psicologica degli arbitri che avvantaggerebbero la Juventus).  Il calcio di oggi inoltre è meno tecnico e più tattico ed atletico di un tempo. Oggi va detto anche che il nostro non è più il campionato più bello del mondo: siamo scesi nel ranking della Fifa. Molti ragazzi giocano a calcio nella squadra del quartiere e da sempre devono cercare di soddisfare le pregiudiziali dei genitori che li vorrebbero tutti campioni. Per  chi è affetto da ludopatia c’è il rischio di finire suicida per i troppi debiti con tutte queste scommesse. Poi ci sono i patiti del fantacalcio. Ci sono alcuni così sfegatati che mettono prima la squadra del cuore e dopo la moglie. Ci sono altri che vivono un conflitto  interiore perché sono marxisti convinti e nel weekend stravedono per campioni milionari. Il bello di questo sport comunque è quello di non essere una scienza esatta. Alcune partite sono da tripla. Vengono decise da episodi. Possono essere decise dalle prodezze degli attaccanti come da delle carambole nell’area di rigore.  Ma non c’è solo questo.  A onor del vero oggi il calcio è anche inciviltà. Santo protettore del calcio, probabilmente aveva ragione Nanni Balestrini quando scriveva che la violenza politica di un tempo è finita ed al suo posto è subentrata la violenza degli ultrà. Il potere forse ha chiuso un occhio quindi per quel che riguarda ciò che accade negli stadi, ritenendo forse che un certo tasso di aggressività fosse fisiologico in questa società: ancora oggi c’è un vuoto legislativo per perseguire legalmente chi delinque allo stadio. Santo protettore del calcio, bisogna ricordare però che anche Don Bosco in quella Torino povera e polverosa utilizzava la partita tra ragazzi per la trasmissione implicita dei valori. Il calcio insomma non è soltanto prestazione e risultati ma ha anche una funzione educativa. Santo protettore del calcio, hanno cercato di politicizzare le curve e per la legge del contrappasso la politica è diventata un tifo per questo o quel partito. Santo protettore del calcio, ricorda a chi ti odia e a chi ti ama troppo che il tuo è solo un gioco, che viene onorato con l’agonismo che non diviene cattiveria e con il talento che non irride l’avversario. Santo protettore del calcio insegna agli italiani ad essere sportivi prima ancora che tifosi.

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“Abdicatio” di Francesco Innella

Montanelli creava degli aforismi. Poi nelle conversazioni li citava e li attribuiva a grandi scrittori. Nessuno contestava o aveva da ridire. Ma si potrebbe fare anche il contrario: prendere degli aforismi di pensatori famosi e poi dire che sono nostri. Non tutti si accorgerebbero della truffa. Questo significa che l’aforisma è spesso una massima, una sentenza, un pensiero, una battuta: insomma un’opinione e dipende perciò non dalla logica ma dall’autorevolezza di chi ha creato la frase. L’aforisma non è un sillogismo. Karl Kraus vedeva in esso “una mezza verità” oppure “una verità e mezzo”. Ma forse esagerava. Sempre a tal riguardo si deve ricordare che si possono trovare aforismi che affermano una cosa ed altri l’esatto contrario. Celebre è l’aforisma di Longanesi: “eppure, è sempre vero anche il contrario.” Ad esempio Pittigrilli nel “Dizionario antiballistico” invertiva gli aforismi. Umberto Eco a riguardo ha definito questo genere di aforismi cancrizzabili, cioè reversibili. Altre volte l’aforisma si rivela una generalizzazione indebita, per cui oltre ad una piccola verità contiene una piccola bugia. L’oggettività quindi lasciamola a quelle che un tempo venivano chiamate scienze esatte. Alcuni potrebbero definire l’aforisma un’osservazione acuta. Ma anche in questo caso potremmo ricordare Popper, secondo cui prima di ogni osservazione ci sono sempre delle aspettative inconsce(e soggettive). Non solo ma bisogna dire anche che l’uomo moderno ha abbandonato la verità interiore in nome di quella scientifica. Ma anche essa non è mai definitiva e poi come pensava Simenon il Vero non sembra mai tale ed è così difficile riconoscerlo. Secondo il misticismo orientale non esiste il Vero assoluto, ma ogni istante ha la sua verità. Inoltre è sempre difficile trovare la verità umana perché ci sono caratteristiche che ci accomunano ed altre invece che ci rendono unici e irripetibili. È sempre così impegnativo trovare delle costanti antropologiche. Gran parte della conoscenza umana è instabile e relativa, a meno che non si voglia giungere a dei truismi. La ricerca spasmodica del Vero porta spesso a dei capovolgimenti come in alcune opere pirandelliane(“Ciascuno a suo modo”, “Così è(se vi pare)” e “L’uomo dal fiore in bocca”). Infine l’esistenza è complicata. Le figure retoriche molto spesso non riescono a esprimere la complessità dell’esistenza. Dire che la vita è un viaggio è usuale. Molte altre metafore a riguardo si rivelano dei luoghi comuni abusati ormai oppure addirittura inadeguate. Gli iperromanzi non riescono a descrivere tutte le possibili combinazioni dell’esistenza. Nessuno è riuscito ad esprimere totalmente in letteratura la casistica degli eventi, il rebus degli incontri, l’intrecciarsi delle storie e dei destini. Della vita e della realtà ne sappiamo sempre poco rispetto a quello che dovremmo sapere. Lo dimostra il fatto che perfino le domande ingenue dei bambini possono mettere in seria difficoltà intere schiere di cattedratici. Purtroppo come dicono i proverbi si impara a camminare solo cadendo e si impara solo a proprie spese. L’esperienza però spesso nella maturità , più che fornire utili insegnamenti, riesce a dare solo una corrucciata concezione della vita.
Questo preambolo era doveroso per sgombrare il campo da possibili fraintendimenti. Nonostante questi limiti però ogni aforisma può contenere un fondo di verità e ci sono grandi pensatori come Montaigne, Karl Kraus, Nietzsche, Pessoa, Canetti, Cioran, Oscar Wilde, Flaiano, Adorno, Gesualdo Bufalino che sono riusciti a dare un notevole apporto culturale tramite le loro massime sapenziali. Gli aforismi di Innella sono totalmente diversi. Infatti non cercano una verità, che spesso è illusoria o friabile, ma sono una sorta di cristallizzazione della sua realtà esistenziale, psichica e poetica. Talvolta assomigliano a delle annotazioni di un diario. Ma non lasciatevi ingannare. Sono frutto di autoanalisi incessante e di consapevolezza. Innella per scriverli ha dovuto guardarsi dentro e raccogliere il lavoro che ha fatto in anni ed anni su se stesso. Sono testimonianza del suo vissuto. Non importa sapere da cosa nasca questa conoscenza interiore. Non ci importa sapere l’apprendistato e neanche la formazione. Non ci interessa valutare questo suo lavoro da un punto di vista psicodinamico e neanche da un punto di vista meditativo. In questa sede non voglio di conseguenza fornire uno schema interpretativo, un modello esplicativo per far capire questo libro. Mi limiterò a fare solo delle riflessioni personali. Niente altro che questo. Ma andiamo avanti. Forse Innella è ispirato da una religiosità cosmica come ad esempio Einstein. A mio avviso è alla ricerca del numinoso. Quello che comunque ci interessa è che guarda dentro la sua anima e a tal proposito va ricordato che lo stesso Jung scrisse che la gente fa le cose più assurde per evitare di conoscersi dentro. Evitiamo ogni possibile equivoco: chi cercava epistemi sulla conoscenza umana e sui paradossi della logica potrebbe rimanere deluso. La stessa identica cosa dicasi per chi cercava delle rivelazioni sul significato della vita, che è sempre imprevedibile e inafferrabile. Il Nostro non scrive nemmeno astrazioni che possono dire qualcosa su come va il mondo. Non descrive i vizi e le virtù degli italiani. Non si scaglia con furia iconoclasta contro la civiltà dell’immagine. Non lancia invettive contro il potere. Non fornisce chiavi interpretative e non vuole dare al lettore punti di riferimento. Non dà sfoggio di dialettica. Non produce aforismi classici sentenziosi. Questo suo libro non è una “Critica della ragione pratica” asistematica. Non è costituito da speculazioni metafisiche. Non è un insieme di brillanti spiritosaggini. Non è una raccolta di detti intrisi di buonsenso contadino. Non è una summa di allusioni sessuali e di triviali doppi sensi tipici dei goliardici. Non è pura micro-fiction. Non è uno Zibaldone. Non è una autobiografia di un calciatore, un rapper, un ex tronista o un fashion blogger. Non è una serie di consigli pratici per raggiungere la felicità o l’equilibrio psicofisico. Non è fatto per dare indicazioni su un corretto stile di vita. Non vuole aumentare l’autostima o far evitare le frustrazioni a chi lo legge. La sua opera non è costituita da popolarissime frasi ad effetto da riportare e citare sui profili Facebook e su Twitter. I libri con queste peculiarità vanno certamente di moda attualmente, ma il libro di Innella è totalmente differente. L’autore si è prefissato altri scopi ed ha altri meriti. Riesce ad esempio a dichiarare la sua poetica che non tutti però possono comprender(“I versi sono il mio personale antidoto alla banalità”, “La mia poesia è legata al dato esistenziale”, “Ciò che mi costituisce è il mio sè poetico, che non ha nulla a che fare con il mio sè empirico”). D’altronde non può semplificare. Ogni poetica ha un carattere enigmatico e criptico. Non solo ma il poeta dà prova di distaccarsi dalle meschinità del mondo: un mondo assurdo caratterizzato dalla sperequazione economica in cui pochi hanno troppo e molti hanno poco e migliaia di persone muoiono di fame nel terzo mondo. Oserei dire che l’autore ha trovato una sua stabilità ed è originale in quanto non appartiene alla gran massa di dilettanti e neppure a chi esercita l’elitarismo nelle patrie lettere: non c’è bisogno di essere degli italianisti o avere la vis polemica di un critico militante per affermare ciò. Insomma per farla breve il suo talento poetico dovrebbe essere maggiormente valorizzato dagli addetti ai lavori e meriterebbe di essere conosciuto dal grande pubblico. Non voglio annoverare l’autore tra i geni incompresi perché negli anni ha ricevuto riconoscimenti e anche perché di solito in questa categoria sono inclusi artistoidi troppo estrosi e squinternati rompicoglioni: gli farei un torto perciò. Non posso dire di più della sua creatività. Forse la creatività in genere è la capacità di creare connessioni tra le cose più disparate. Ma ne sappiamo ben poco. Il cervello umano è formato da miliardi di neuroni e si ritiene che le sinapsi siano a sua volta una quantità incalcolabile. Un’altra cosa che mi è piaciuta è che non c’è traccia di irruenza e di frettolosità nel fare delle osservazioni in questa raccolta. L’autore può spiazzare talvolta per la sincerità con cui riflette sulla sua interiorità e per l’inclemenza con cui giudica se stesso. Non si perde in intellettualismi e ghirigori. Non mette mai troppa carne al fuoco e riesce sempre a dosare le forze. Non gli interessa fare considerazioni oggettive sulla natura umana, sui costumi e sulle leggi. Qualche volta descrive anche i suoi stati d’animo. Talvolta ci lascia dei dettagli della sua vita interiore. Si presenta così al cospetto dei lettori senza infingimenti. Mostra i turbamenti del suo animo senza nascondere le sue debolezze e i suoi difetti , che poi sono le debolezze e i difetti di ognuno alla fine. I suoi aforismi talvolta hanno una valenza universale proprio per questo motivo, mostrano cioè i segreti del suo cuore, che sono gli stessi degli altri uomini. Tutto ciò viene fatto senza ipocrisia e senza superbia. Tutto ciò viene fatto senza piagnucolare e neanche senza scadere in banalità, rifuggendo dalla sentenza a carattere gnoseologico oppure ontologico. Piuttosto rivela aspetti della sua vita e della sua personalità che non conoscevamo(“Subisco l’assedio dei miei simili”, “Sono prigioniero della mia individualità”, “Scivolo nelle mie ossessioni”, “Demoni feroci abitano dentro di me”). Mette a nudo i suoi pensieri ed i suoi umori. D’altronde sarebbe stata una fatica immane scrivere pensieri…utilizzando eccessivo pudore e reticenza! Un uomo per diventare ricco deve spesso avere prontezza, avere una certa propensione al rischio, essere iperattivo, essere determinato, accettare responsabilità e compromessi. Diversamente un uomo per diventare spirituale deve meditare, contemplare e scavare in profondità: questo è il caso del nostro poeta. Inoltre con le sue parole non vuole convincere, strumentalizzare, persuadere, intrappolare, ingannare. Piuttosto vuole comunicare nella maniera più autentica e non si lascia mai prendere la mano: infatti non si mette mai a strafare. Sa bene che la matassa è troppo intricata e impossibile da sbrogliare. Quale è il senso della nostra esistenza nessuno lo sa! Può benissimo darsi che siamo solo delle mosche che ronzano e che servono alla catena alimentare, finendo per rimanere impigliate in una ragnatela. Il paragone con le mosche potrebbe essere calzante perché come ci comunica Pasolini in “Salò o le 120 giornate di Sodoma” gli uomini sono coprofagi in una società consumistica. Il poeta comunque tramite la scrittura trova il modo di confessarsi e non solo di confidarsi semplicemente. Non fa mai sconti a se stesso. Si analizza e rivela le sue inquietudini. Ma non c’è niente di cui vergognarsi; la normalità è una utopia al mondo d’oggi e un certo tasso di nevroticità è fisiologico. Con ciò non voglio fare della psicoanalisi spicciola, ma nessuno è totalmente normale. Secondo la psichiatria la normalità è adattamento e la pazzia è disadattamento ma è difficile stabilire una netta linea di demarcazione. Lo stesso Erasmo da Rotterdam sosteneva che la follia è conoscenza. Alcuni hanno delle tare psichiche; altri invece psicologiche; altri invece esistenziali. Questo confessarsi è un atto di schiettezza e allo stesso tempo di onestà assoluta nei confronti del lettore. È perciò errato definirlo un nichilista perché riesce a scrivere per gli altri in cui riconosce per dirla alla Baudelaire dei suoi simili e dei suoi fratelli. Non è affatto un nichilista perché mostra con questo libro “l’immagine di Dio” impressa nel suo animo: la parte più profonda di se stesso, che è un mistero che nessuno riuscirà mai a sciogliere. Inoltre non va confuso il nichilismo con l’esoterismo di altri lavori dell’autore, che hanno bisogno di codificazione da parte di studiosi; va ricordato infatti che le poesie sono spesso frutto anche di simbolismo e trasfigurazione. In poesia la verità può essere anche “obliqua”. Invece per me il contenuto di verità di questa raccolta è determinato dalla capacità introspettiva dell’autore. In questi aforismi Innella non procede tramite freddi ragionamenti deduttivi e al contempo non fa mai l’illusionista con le parole perché svela l’arcano, per quanto possibile, su se stesso. Ci porta in zone inesplorate della sua personalità. Compie un viaggio della coscienza grazie alla sua visione interiore. Dal punto di vista fenomenologico si può notare la circolarità tra io e mondo. Come scrive il professore Eugenio Borgna “l’io si riflette nel mondo e il mondo si rispecchia nell’io”. Nonostante un certo smarrimento esistenziale(d’altronde non potrebbe essere altrimenti: siamo stati gettati in un mondo talvolta ostile) il poeta ha una relazione coerente e razionale con la realtà. Non solo ma ritengo che ogni frase di questa raccolta sia terapeutica ed abbia un grande effetto catartico per chi l’ha scritta. Non scordiamoci che in generale la scrittura e la biblioterapia possono essere ottimi rimedi curativi. L’autotrascendenza(ovvero cercare di superarsi sempre) può vincere la noia, il male oscuro e il vuoto esistenziale. È per questi motivi che questa opera è propedeutica alla comprensione della attività poetica del Nostro. In questo senso può essere considerata anche extraletteraria. Forse potremmo definirla addirittura metaletteraria. A mio avviso ogni aforisma in questo caso specifico è un passo sulla via dell’individuazione. Innella ci sprona all’autoconoscenza. Ognuno scelga la sua strada. Alcuni potrebbero trarre giovamento dalle psicoterapie ed altri dai misticismi orientali. L’importante è non fermarsi agli strati più superficiali della propria essenza e cercare di usufruire per quanto possibile delle potenzialità inespresse. Posso quindi affermare che questo libro è una lettura stimolante perché riesce a coniugare saggezza e spiritualità(non bigottismo). Questo non è poco, considerando lo spirito del tempo. Nella nostra epoca e nella nostra società occidentale infatti come scrive Guido Ceronetti “un uomo che legga ad alta voce versi o testi spirituali, in solitudine, passa per squilibrato”. Viviamo in una “società liquida” in cui tutto è mobile e niente è certo tranne la morte. La realtà è sfuggente. Viviamo nell’epoca della post-verità. Il logos in definitiva ha avuto la meglio sul pathos. Molti forse pensano che la spiritualità e la saggezza siano inutili al mondo d’oggi e che siano le presunte qualità di chi ha tempo da perdere. Terzani pensava che, nonostante gli enormi progressi scientifici, l’uomo contemporaneo non era ancora in pace con se stesso. E. Fromm scriveva in “Anatomia della distruttività umana” che nonostante il progresso scientifico l’uomo è sempre più sopraffatto dalla aggressività maligna: a dire il vero secondo lo studioso è proprio la disumanità della società industriale a renderlo ancora più violento e sadico. Si pensi a tutte le guerre dimenticate nel globo terrestre. È per tutte queste ragioni che l’autore vorrebbe cercare di risvegliare dal torpore le persone, ma forse la scrittura come pensa Vecchioni è un amore non corrisposto. Bisogna dire infatti che non tutti riescono a cogliere la spontaneità e la gratuità di questo atto d’amore, specialmente oggi che domina l’homo oeconomicus e la razionalità strumentale. Il poeta con questa opera descrive i contenuti della sua coscienza e molte sfaccettature della sua interiorità; aggiunge così dei tasselli al mosaico della sua persona che permettono di capire di più il suo immaginario e il suo stile.

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Scrittori, tv e web

Per essere artisti non è necessario essere dei buoni oratori, ma in questa società mediatica è una grande facilitazione. Gli artisti oggi vengono intervistati, presentano i loro libri e spiegano le loro poetiche in conferenze stampa, in libreria oppure alla televisione. Da questo punto di vista sembra di essere ritornati ai tempi dell’oratoria greca o dell’ars dicendi latina, anche se forse quella attuale è una misera parodia. Ora l’oratoria la chiamano public speaking. Vengono tenuti corsi per insegnare strategie comunicative vincenti e vengono chieste le consulenze di psicoterapeuti per vincere blocchi emotivi che ostacolano le persone a parlare in pubblico. In qualsiasi modo la si veda non bisogna confondere la spigliatezza, che è frutto di estroversione e vivacità, con il vero talento artistico. Ci sono artisti che possono essere di talento e allo stesso tempo essere così timidi, emotivi, ansiosi da risultare impacciati ed afasici. Di solito gli artisti sono complessati e saturnini. Ci si ricordi che anche in “Lezioni americane” di Calvino viene menzionato il temperamento saturnino di chi scrive. La spigliatezza inoltre dipende dal tipo di personalità(non solo dall’area di Broca) e non è assolutamente un tratto distintivo del talento. Per essere dei buoni saggisti bisogna principalmente avere senso critico e un poco di cultura. Per essere scrittori e poeti bisogna essere creativi ed estrosi. Però ora parlare velocemente ed avere una buona dialettica aiuta notevolmente per bucare lo schermo, fare polemiche, avere la meglio in una lite televisiva. Ad onor del vero uno può parlare molto velocemente e dire un sacco di fesserie(oppure di banalità) ma ciò non importa più: sono finiti i tempi quando segni di cultura venivano considerati la ponderatezza e la riflessività. Oggi il pubblico televisivo, formato anche da diverse migliaia di analfabeti di ritorno, non sa valutare effettivamente il contenuto, la qualità del discorso, il fatto che un autore parli o meno con cognizione di causa. Pensa istintivamente ed ignorantemente di giudicare chi sa parlare e chi no in base al fatto che un autore dimostri di avere una certa parlantina o meno. In una lite televisiva inoltre vince chi urla di più e riesce a essere più becero e qualunquista. In televisione non c’è tempo per i sottili distinguo e l’esposizione pacata di tutte le argomentazioni. Non c’è bisogno di essere dei retori o dei fini dicitori, che persuadono con la loro eloquenza sopraffina il pubblico. È un tipo di comunicazione in cui conta più saper prendere per la pancia i telespettatori che saper mostrare le competenze acquisite. Diciamocelo onestamente: talvolta chi fa televisione è superficiale e non pensa che sta entrando nelle case degli italiani, mentre i telespettatori sono spesso distratti. In televisione vince sempre la semplificazione e la massa crede quasi sempre a quello che viene detto in un talk show. Visto che ci sono opinioni contrastanti diventa vero tutto e il contrario di tutto. L’importante per affermare le proprie idee è essere tracotanti e ridondanti. Ogni opinionista, non importa se esperto o meno in qualche ramo dello scibile, acquista subito una straordinaria autorità agli occhi del pubblico. Il piccolo schermo è il regno delle dicotomie e non c’è spazio per le sfumature. Ogni intellettuale che va in televisione mostra una rappresentazione distorta del suo pensiero perché è costretto ad esporre concetti elementari per farsi capire ed è anche costretto ad autocensurarsi. Non solo ma se uno scrittore si rivela troppo noioso il pubblico può subito cambiare canale. Non bisogna essere esperti di comunicazione di massa per capirlo. Oggi i telespettatori hanno l’imbarazzo della scelta: più di cento canali dove trovano telequiz, telepromozioni, documentari, film , sceneggiati. Eppure lo scrittore rischia sempre di apparire farraginoso quando parla del suo libro perché come scrive Milan Kundera lo spirito del romanzo è lo spirito della complessità. Che ne sarebbe attualmente di Kafka, Proust, Musil, Joyce, Svevo, Moravia, Pavese? Si pensi a tale proposito alla difficoltà di promuovere una opera ibrida oppure un romanzo saggio in pochi minuti nel piccolo schermo. Gli scrittori vanno in TV per raggiungere un pubblico più vasto ma siamo così sicuri che riescano veramente in questo intento? Povero Lukacs per cui il romanzo per essere tale doveva mostrare la problemacità del reale e doveva aspirare alla totalità! Bisogna però a tale riguardo ricordarsi che per Angelo Guglielmi l’intellettuale doveva dimostrare chiarezza espositiva. Poteva analizzare la crisi del linguaggio ma non doveva utilizzare paroloni comprensibili solo ai letterati e scrivere in una struttura sintattica barocca. Insomma l’artista per essere veramente comunicativo non dovrebbe semplificare troppo e neanche complicare ulteriormente le cose. Ma non è solo questo il discorso. Un tempo gli intellettuali andavano in TV per orientare l’opinione pubblica ma ora non esiste più l’opinione pubblica. Non dimentichiamoci inoltre che i programmi ad hoc per gli scrittori sono diminuiti. Anni fa ogni sera andava in onda il Maurizio Costanzo show. Daria Bignardi non intervista più nessun artista. Oggi invece l’unico programma che riesce a dare realmente visibilità ad uno scrittore è quello di Fabio Fazio. Ci sarebbe anche la trasmissione notturna di Marzullo ma l’audience è inferiore. Masterpiece, che era un interessante talent sulla scrittura, non ha avuto un seguito. Restano i talk show di attualità, spesso faziosi e politici, che possono dare visibilità agli intellettuali. Sono lontani gli anni in cui Baricco e Sgarbi potevano fare periodicamente i divulgatori in TV rispettivamente della letteratura e dell’arte. Ritornando al successo televisivo va detto che anche l’aspetto fisico per bucare lo schermo può rivelarsi determinante. Un artista avvenente ha più probabilità di lasciare il segno. In televisione ci sono molti Big Jim e molte Barbie. Ad una certa età molti personaggi del mondo dello spettacolo per essere sempre piacenti si rifanno dal chirurgo estetico e si mettono i denti di porcellana. L’apparire insomma conta molto più dell’essere. Una altra cosa importante è la dizione. Il pubblico televisivo giudica negativamente le inflessioni e i termini dialettali del centro e del sud. Lo sanno bene le showgirl e i presentatori che fanno corsi di dizione e parlano sempre l’italiano che si parla al settentrione. Ciò forse è dovuto al fatto che le grandi case editrici e Mediaset sono al nord. Forse è dovuto al fatto che il nord è più industrializzato rispetto al resto della penisola. Oppure forse è dovuto anche all’ascesa in questi anni della lega nord e alla diffusione della sua mentalità. Viene da chiedersi che cosa ne sarebbe oggi del povero Leopardi, che aveva una cadenza marchigiana. Sono davvero pochi gli artisti che trasgrediscono queste regole non scritte e sembra a molti quasi un vezzo che possono permettersi quando sono maestri venerandi. Mario Luzi parlava fiorentino forse soltanto perché era di una altra epoca? Chissà?!? Probabilmente imiteremo anche in questo gli americani. Probabilmente faremo come in America che insegnano a scuola a parlare in pubblico. Eppure un grande scrittore come Italo Calvino dichiarò che lo scrittore non doveva mostrarsi. Non doveva concedersi troppo e doveva essere schivo e riservato. Secondo Calvino erano le opere che dovevano essere messe in primo piano: l’esatto contrario di quello che viene fatto oggi. Più recentemente S. King ha scritto nel suo saggio “On writing” che per fare lo scrittore bisogna principalmente leggere molto e scrivere molto: niente altro che questo. Un tempo erano diversi gli artisti che la pensavano come Calvino e S.King. Oggi sono una rarità. Senza ombra si dubbio ci sono anche autori che non sono affatto presenzialisti nel piccolo schermo e che scrivono bestseller. Questo è dovuto in gran parte al fatto che anche se non sono personaggi nazionalpopolari scrivono comunque dei romanzi nazionalpopolari, che trattano esclusivamente di una delle quattro s(ovvero sangue, sesso, soldi, sentimento). Indipendentemente dalla bravura è pacifico che chi scrive romanzi sperimentali è più svantaggiato ed è destinato a restare un intellettuale di nicchia. Sono mosche bianche coloro che vendono molto e non sono nazionalpopolari o non scrivono libri nazionalpopolari. Ad esempio Andrea De Carlo è una eccezione ma molti intellettuali lo considerano troppo commerciale. Forse l’unico che riusciva ad accontentare pubblico e critica, non apparendo troppo in televisione, era il compianto Umberto Eco. Non venite a dirmi di Elena Ferrante che è solo un caso isolato, che non fa testo. Viene però da chiedersi se l’utilizzo dei social da parte degli scrittori e gli eBook possono essere nuove strade percorribili in futuro. Ci sono già stati romanzi che sono diventati casi letterari e hanno avuto un successo inaspettato grazie al passaparola sui social network. Comunque da questo punto di vista forse siamo ancora agli inizi.

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