A proposito di poesia contemporanea:

  • ° Nel corso del’900 si è diffuso il verso libero. Questo è avvenuto non solo tra quelli che vengono definiti dai cattedratici poeti dilettanti, ma anche da grandi poeti stranieri ed italiani. Laforgue fu il primo grande poeta ad adoprare il verso libero e a tal proposito scrisse: “mi dimentico di rimare, mi dimentico il numero delle sillabe, mi dimentico la distribuzione delle strofe”. Anche Pound fece un uso moderato nelle proprie liriche del verso libero. I poeti dell’imagismo scrivevano tutti in versi liberi. E. Lee Masters nella celeberrima Antologia di Spoon River adoprò spesso nei suoi epitaffi versi liberi e non prestò molta attenzione al rispetto della metrica. Per quel che riguarda il nostro paese i crepuscolari Corazzini, Gozzano, Govoni, pur utilizzando anche forme metriche tradizionali, introdussero il verso libero nella poesia italiana. Anche il poeta simbolista Gian Pietro Lucini scriveva sopratutto versi liberi e dichiarò che al momento della creazione non cercava “misure prestabilite(versi), nè sequenze numerate di misure(strofe)”, nè il posizionamento di accenti tonici. Inoltre bisogna ricordare che i poeti vociani Jahier e Boine scrissero solo prose poetiche. Infine i futuristi utilizzarono solo ed esclusivamente il verso libero. Sono favorevole all’uso di versi liberi perché come esseri umani abbiamo già notevoli limiti(mentali, psichici, gnoseologici, ontologici) ed  è a mio avviso fuori luogo aggiungere dei limiti stilistici, che oggi possono apparire ai più desueti. Se in poesia e in letteratura devono essere messe delle regole forse devono riguardare il rapporto tra l’arte e il tentativo di ideologizzazione dell’arte stessa. Ritornando al verso libero alcuni intellettuali ritengono che la vera libertà si acquisisca nell’ambito delle regole imposte e degli schemi precostituiti o almeno questa è la loro giustificazione alla loro concezione di una poesia, che per essere tale deve adoprare le forme metriche classiche. Altri intellettuali ritengono invece che nell’arte la libertà non esista, per cui devono essere accettate le regole imposte dalla tradizione. Per  il poeta Robert Frost “scrivere versi liberi è come giocare a tennis senza rete».
    Ma non è detto che chi scriva versi liberi e non rispetti la metrica tradizionale non si imponga altre regole riguardanti altri ambiti.
    Un tempo erano presenti dei canoni estetici(la metrica e l’adesione dell’autore ad un ismo piuttosto che a un altro). Oggi forse è più problematico valutare un poeta. Non esistono più criteri oggettivi ma forse è solo un fatto di gusto.

Due parole su Carlo Levi

Innanzitutto è d’obbligo ricordare alcuni aspetti della biografia di Carlo Levi(1902-1975). Fu medico, pittore, scrittore e parlamentare. Nella maturità fu anche viaggiatore e scrisse alcuni libri sulle sue esperienze in Sardegna, Sicilia, Russia, Germania. L’ambiente culturale in cui crebbe fu quello del socialismo piemontese. A soli venti anni iniziò la collaborazione al settimanale “La rivoluzione liberale”, fondato dall’amico Gobetti. A ventisette anni fondò assieme ai fratelli Rosselli, assassinati successivamente da sicari fascisti in Francia, il movimento “Giustizia e Libertà”. Proprio in questo periodo aiutò i socialisti che erano costretti a espatriare in clandestinità. Aveva 32 anni quando venne arrestato nella sua Torino, perché appartenente al movimento antifascista. Un anno dopo venne arrestato un’altra volta ed inviato al confino(1935-1936) a Gagliano, un Paese della Lucania. È proprio questa esperienza che lo porterà a scrivere “Cristo si è fermato a Eboli”, un’opera su cui ancora oggi la critica letteraria si dibatte per quel che riguarda la classificazione: confessione(libro di memorie) o romanzo saggio? Per G.Spagnoletti il libro è a metà strada tra la letteratura documentaria e quella di fantasia. È uno dei pochi libri che tratta la questione meridionale durante il fascismo. È un impasto di realtà e finzione. Tra l’esperienza del confino(1935-1936) e la stesura(Dicembre 1943-Luglio 1944) passarono alcuni anni di incubazione: è certo che alla testimonianza della realtà Levi aggiunse anche la sua immaginazione. Pubblicato nel 1945 vanta più di 20 edizioni e traduzioni in molte lingue. Il libro tratta dell’esperienza di Levi in Basilicata come medico e confinato. Gli aggettivi ricorrenti con cui descrive questo mondo rurale sono “chiuso”, “nero”, “fosco”. Le riflessioni acute di Levi riguardo alla vita del paese sono sia sociologiche che antropologiche. È un libro di denuncia delle gravi condizioni di povertà e ignoranza, in cui allora versavano i contadini di quel paese. La loro era una povera vita da oppressi. Il loro era un mondo chiuso, segnato da un immobilismo secolare. La loro civiltà contadina era completamente abbandonata a se stessa. I pastori in Aspromonte di Alvaro si ribellavano. Invece i contadini di Levi accettavano la sorte con rassegnazione. Si alzavano ogni giorno prima dell’alba perché dovevano camminare per ore prima di giungere al luogo dove lavoravano, sul fiume Sauro. Alcuni di loro venivano colpiti dalla malaria. La borghesia del paese era indifferente secondo Levi alla loro sofferenza. I medici del posto non curavano i contadini perché sapevano che non avevano denaro per pagare le visite. Carlo Levi scrisse a riguardo della borghesia: “è una classe degenerata, fisicamente e moralmente: incapace di adempiere alla sua funzione e che solo vive di piccole rapine e della tradizione imbastardita di un diritto feudale. Finché questa classe non sarà soppressa non si potrà pensare di risolvere il problema meridionale”. Levi voleva la rivoluzione contadina. Gramsci quella operaia. Non ci fu nessuna rivoluzione e le cose cambiarono molto lentamente. Comunque i contadini non sapevano a che santo votarsi e allora molti di loro si affidavano alla magia e alla superstizione. Tra questi e Levi si creò un rapporto di stima e affetto reciproco. Levi non fu mai paternalista. Era consapevole del loro buon senso. I contadini erano perfettamente coscienti che la loro borghesia e lo Stato li avevano abbandonati. Per lo stesso Levi prima i piemontesi avevano colonizzato selvaggiamente il meridione e poi lo Stato centrale aveva fatto il resto. Lo scrittore piemontese fu anche saggista. Credo che per cogliere pienamente il senso del Cristo bisogna conoscere la sua concezione di libertà, che per lui è presa di coscienza e consapevolezza. Sulla libertà secondo Levi bisogna interrogarsi sempre perché non va mai data per scontata. Per Levi “la paura collettiva” è il contrario della libertà ed è la causa del totalitarismo, che a sua volta basa il suo status quo sul terrore e la persecuzione. Ecco allora che dove c’è il dominio incontrastato della massa c’è totalitarismo e il cittadino diventa un povero suddito. Secondo Levi ci vuole coraggio per cambiare il mondo: coraggio per non cedere alla paura irrazionale e per non farsi sedurre dal carisma dei dittatori. Secondo il pensatore quello che mancava per risolvere la questione meridionale e gli altri problemi dell’Italia non erano le opere pubbliche ma era soprattutto una rivoluzione culturale e una classe dirigente che sapesse rinnovarsi totalmente. Secondo lo scrittore era il popolo che doveva salvare l’Italia e non certo un uomo forte da amare incondizionatamente. In definitiva i contadini del Cristo non esistono più ma molti aspetti delle opere e del pensiero di Levi sono ancora attuali.

A proposito di maturità

Quando si è giovani si vive un dramma per una storia d’amore finita male o per un innamoramento non corrisposto. Però spesso la nostra ragione e la nostra memoria funzionano in modo molto “fazioso”: pensiamo e ricordiamo per molto più tempo quando siamo stati lasciati, traditi o non corrisposti rispetto a quando noi abbiamo lasciato, tradito e rifiutato. La nostra mente- almeno nella giovinezza- è masochista. Alcuni sostengono che la gioventù è il periodo più bello della vita. Altri come lo scrittore Nizan sostengono l’esatto contrario. Io ritengo che sia una stagione molto altalenante dal punto di vista degli umori. Comunque nella giovinezza diamo un’importanza esclusiva a quel che chiamano amore sia per una questione ormonale che per la nostra insofferenza alla solitudine. Dobbiamo accoppiarci e non possiamo stare soli. Nella giovinezza possiamo vivere sia gli amori platonici che il sesso sfrenato. La nostra psiche e il nostro organismo difficilmente ci consentono di ripetere queste cose in altre stagioni della nostra vita. Con l’avvento della maturità non è che ristrutturiamo cognitivamente ed emotivamente tutto ciò: è solo che pensiamo molto meno alle nostre questioni sentimentali perchè incombono altri problemi più pratici come i soldi, la salute, la famiglia, etc etc. Nella maturità non abbiamo più la forza, la fantasia e l’ingenuità di idealizzare una donna. Alcuni potrebbero obiettare e sostenere che non è vero e che ci sono milioni di anziani nel mondo che si innamorano di donne molto più giovani. Sono sempre di più gli ottantacinquenni che si innamorano delle giovani badanti! Ma a mio avviso queste persone sono eterne adolescenti(sempre se non sono vittime di plagio).  La maturità insomma non è un fatto anagrafico. La maturità è anche rassegnazione ed accettazione. Non si può vivere in un perenne stato di infantilismo cronico. C’è scritto anche nell’Ecclesiaste che esiste per ogni cosa un suo momento. Inoltre probabilmente aveva ragione Holderlin quando sosteneva che solo quando è passata amiamo e rimpiangiamo la giovinezza. È molto meglio rassegnarsi perchè a mio avviso è la miglior forma d’amor proprio e di rispetto per se stessi piuttosto che inseguire elisir di eterna giovinezza. La rassegnazione è espressa magistralmente in questi versi della grande poetessa Lamarque: ” A vacanza conclusa dal treno vedere/ chi ancora sulla spiaggia gioca si bagna/ la loro vacanza non è ancora finita:/ sarà così sarà così/ lasciare la vita ?”. Non sono versi illuminanti ?

Tanto per scherzare…

Per diventare grandi poeti bisogna in buona parte dei casi:

Aver fatto il Liceo Classico, essere laureati in lettere, avere un dottorato.
Svolgere un lavoro intellettuale.
Leggere molto e scrivere molto per coltivare il proprio talento.
Cercare simboli e corrispondenze anche nelle cose più banali.
Mitizzare e idealizzare tutto e tutti. Fantasticare molto.
Essere degli autentici pacifisti.
Essere sempre a favore delle minoranze.
Considerare tutte le persone, anche le più cattive, recuperabili.
Pensare la poesia come ad una attività che nobilita l’essere umano.
Prendere la poesia sempre come una passione, che molto raramente diventa lavoro.
Non avere alcuna aspettativa a riguardo.
Privilegiare sempre l’utopia.
Accettare le innumerevoli contraddizioni che contraddistinguono ognuno.
Cercare di lavorare sempre su se stessi.
Essere alla ricerca continua del nuovo.
Accettare sempre le critiche negative. Diffidare di chi urla al capolavoro solo perché è un editore a pagamento e vuole spillarvi denaro.
Cercare un maestro: un grande poeta oppure un professore universitario potente.
Abitare a Roma o a Milano. Oppure avere la possibilità di andare spesso a Roma o a Milano.
Avere tempo e denaro per presentare i propri libri e andare a convegni e seminari in tutta Italia.
Avere denaro per partecipare a concorsi letterari e per abbonarsi a riviste.
Essere consapevoli della marginalità della poesia.
Non farsi nemici. Non litigate con chi non conoscete bene. Siate per il quieto vivere.
Cercare di fare cricca. Non trascurare le pubbliche relazioni. Mantenersi in buoni rapporti anche con i poeti coetanei.
Cercare di essere comunisti, catto-comunisti o più genericamente di sinistra.
Mettersi d’accordo con chi conoscete bene per fare polemiche studiate ad arte. Ciò vi darà visibilità.
Cercare di farsi etichettare dai critici per essere catalogati e antologizzati più facilmente.
Non amare Montale, Sereni, Caproni. Piuttosto amate il Gruppo 63, Pasolini, Fortini, Amelia Rosselli.
Cercare di essere oscuri e mai lineari nei vostri testi.
Trovarsi sempre molti recensori per i propri libri.
Essere contro il postmoderno, anche se siete postmoderni dalla testa ai piedi.
Non disdegnare la poesia della poesia.
Negare sempre l’autoreferenzialità della poesia contemporanea.
Non scoraggiarsi se non si pubblica con Einaudi, Mondadori, Crocetti. Solo pochissimi ci riescono.
Cercare di scrivere in prosa e di pubblicare romanzi con grandi case editrici.
Cercare di diventare anche dei critici militanti.
Utilizzare molto i social e farsi un sito internet conosciuto.
Odiare i piccoli borghesi, anche se un tempo eravate di estrazione piccolo borghese e anche se le classi sociali oggi non esistono più(esistono solo le fasce di reddito).
Odiare chiunque sia anticomunista, anche dei poveri liberali non legati a nessun partito politico. Vedere costoro come nemici indistintamente.
Lamentarsi sempre e dare la colpa agli italiani medi, anche se l’italiano medio è una pura astrazione degli intellettuali.
Essere contro il conformismo e le masse, a costo anche di odiare il popolo a cui quasi tutti apparteniamo.
Mantenere un basso profilo se siete benestanti. Cercare di vestire nel modo più dimesso ed economico possibile.
Firmare sempre qualsiasi appello e qualsiasi petizione. Firmare. Firmare. Firmare.
Manifestare sempre per le giuste cause. Manifestare. Manifestare. Manifestare.

N.B: chi ha scritto questa lista non è un poeta. Quindi questa lista non ha alcuna validità. È stata scritta ironicamente.

Due romanzi sulla giovinezza

Vi consiglio di leggere due romanzi sulla giovinezza.
Il primo è “Di noi tre” di Andrea De Carlo, che ha una trama avvincente e che si legge tutto di un fiato. L’io narrante è Livio ma i protagonisti sono tre: Livio, Misia, Marco. Il primo ha appena discusso la tesi in storia antica e ha polemizzato con la commissione di laurea. La stessa sera incontra Misia. Livio rimane colpito da questa ragazza bionda nel marasma di una cantina(dove si balla) perché emana “una luce speciale”, “un’aria luminosa”, “una naturalezza leggera”. Per arrivare a conoscerla si intromette addirittura nella lite tra lei e il suo ragazzo, subendo l’aggressione del tipo. Poi Livio inizia a frequentare assiduamente Marco, che lo vuole coinvolgere in uno dei suoi tanti progetti strampalati: fare un film senza alcun tipo di finanziamento. I due devono perciò trovare attori non protagonisti, organizzare la troupe, scrivere la sceneggiatura, decidere la scenografia, gli interni e gli esterni. Livio presenta Misia a Marco e la coinvolge nel film. A questo punto Livio avverte che tra Misia e Marco è nata un’intesa. Della sofferenza causata da questa delusione sentimentale non c’è traccia nel libro. Livio è come se rimuovesse questa frustrazione. Comunque quest’ultimo diventa un pittore affermato grazie all’interessamento di Misia, che riesce ad organizzare una mostra dei suoi quadri. Anche il film ha successo e porta alla ribalta Marco come regista e Misia come attrice. Marco addirittura diventa quasi un mito, prigioniero del suo stesso personaggio. Rifiuta la mondanità, detesta l’ambiente dello spettacolo, rifiuta lavori. Non voglio però raccontare tutta la trama. Dirò solo che i colpi di scena si susseguono tra Barcellona, Londra, Buenos Aires. A mio avviso le tematiche di questo romanzo sono due: 1) l’amicizia tra i tre che riesce anche a destare dal torpore esistenziale Livio, il quale alla fine riesce a dominare i propri sbalzi di umore(muovendosi rasoterra, così basso che non ha nessun posto dove cadere…De Carlo cita questo verso di Bob Dylan). 2) la critica nei confronti della società moderna in cui tutti si vendono: chi vende il corpo, chi l’intelletto, chi la dignità. Tuttavia le scelte di vita di tutti i protagonisti sono antitetiche a questa legge di mercato.
A mio avviso questo è un libro da leggere. Sono a conoscenza naturalmente che molti critici letterari storcono il naso ogni volta che si parla di un libro di Andrea De Carlo perché le sue opere vengono considerate troppo commerciali. De Carlo infatti è uno dei pochi che riesce a vendere senza essere un letterato e neanche un personaggio televisivo. Probabilmente alcuni invidiano allo scrittore la prolificità. Secondo me questo è il suo romanzo migliore.  Riguardo a De Carlo sono dell’idea che avesse ragione Italo Calvino, che fu il suo talent scout.
Il secondo romanzo è “Seminario sulla gioventù” di Aldo Busi. La frase che mi ha colpito di più di questo capolavoro è l’incipit del libro: “Che resta di tutto il dolore che abbiamo creduto di soffrire da giovani? Niente, neppure una reminiscenza”. Il tempo e la maturità rimarginano ferite ritenute allora letali. Ma il vero fulcro del romanzo è lo stesso Busi, che ci mette dentro il corpo, l’animo, la rabbia, la disperazione, il cinismo,l’ironia disincantata. Tra un susseguirsi di mestieri per mantenersi, tra una ricaduta del trigemino e un incontro furtivo Busi ci spiega tutti i meccanismi di quello che lui chiama “sessualterrorismo”. Come scrive Busi uno fa tanta fatica “per sfuggire allo scemo del villaggio e al genio e si ritrova giullare di una fighetta turistica”. Il protagonista infatti per riuscire a barcamenarsi, pur essendo omosessuale, si fa mantenere da Arlette, sopportando a stento le sue amiche con le loro vanità, narcisismi e frivolezze. Il protagonista in un crescendo di insofferenza nei confronti del perbenismo si vendica dei suoi amanti, borghesi dalla reputazione immacolata, con ricatti e stoccate. Il protagonista esamina a fondo l’emarginazione che subisce dalla società e analizza i vizi segreti di coloro che sono insospettabili, pur avendo una doppia vita. Sarebbe bastato così poco a questi amanti segreti per non subire vendette. Sarebbe bastato essere meno moralisti pubblicamente. Un’altra felice intuizione di Busi è la seguente: “le vere personalità sono quelle inventate: non c’è grandezza dove non c’è violenza”. Come a dire che Busi è diventato un grande scrittore perché ha dovuto sopportare e accettare persone e mestieri, che se avesse avuto la possibilità di scegliere avrebbe rifiutato categoricamente.
Alcuni potrebbero chiedersi perché leggere questi due romanzi. A mio avviso servono a far riflettere in questo mondo dove tutti vanno di corsa e dove le menti non fanno altro che immagazzinare dati e elaborare informazioni. Questi due romanzi fanno riflettere: fanno riflettere sulla giovinezza. Penso proprio che potrebbero essere definiti due romanzi generazionali. Non solo ma non sono mai noiosi. Non sono certo pretenziosi e non sono assolutamente due metaromanzi, genere in voga tra gli intellettuali. Inoltre Cioran scrisse: “quello che so a sessanta anni lo sapevo altrettanto a venti. Quaranta anni di un lungo, superfluo lavoro di verifica…”. Ebbene a mio modesto avviso tutti abbiamo bisogno di fare questo “superfluo lavoro di verifica”, anche se potrebbe sembrare paradossale di primo acchito. Talvolta non c’è niente di così necessario delle cose apparentemente superflue.

Cesare Viviani

Cesare Viviani è nato nel 1947 a Siena, dove si laurea in Giurisprudenza nel 1971. Nel 1972 si trasferisce a Milano dove lavora come giornalista poi come psicologo. Nel 1973 si afferma come poeta con il libro di esordio L’ostrabismo cara, edito da Feltrinelli. Nel 1984 si laurea in Psicopedagogia. Ha pubblicato opere poetiche con Mondadori ed Einaudi. Ha vinto premi letterari importanti come Viareggio, Carducci, Pascoli. Attualmente lavora come psicanalista.
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Forse ciascuno
toglie un velo
al mistero del mondo
o lo aggiunge
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L’assedio, la malattia, i tanti nomi
usati per quelle poche azioni,
mentre il vento spirava e portava via
la voce dei feriti e dei moribondi.
Il luogo del farsi male si pulirà
con il cielo azzurro.
Finirà l’assedio.
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Penso ancora ai rischi di essere
perseguitato, le mosse
per sfuggire i pericoli se ho amato
non seguire le regole,
ma no, basta! lo prendo per mano
il mio vecchio padre e ci mettiamo a correre,
lui ride si scioglie in un riso pieno sereno, inciampa
ma lo sostengo, vola, è leggero, un’anima
esilarante la velocità aumenta il riso
la stretta delle mani “portami con te”,
ma non è lui a dirlo povero vecchio sono io
che chiedo ancora
“portami nel tuo cielo”.
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Finché l’altro è presente
non sappiamo cosa siamo.
Cominciamo a saperlo
quando l’altro scompare.
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Cresceva il non essere.
E chi l’avrebbe fermata l’onda celeste
che scendeva dal cielo a portare il vuoto
e lo diffondeva nell’aria,
e allora c’era chi reagiva
con il sollevamento pesi o con gli addominali,
chi scaraventandosi dal primo cliente
a insistere
per concludere un contratto,
chi si indebitava per comprare una macchina suv,
chi correva in chiesa a supplicare Dio
di rimediare a tutto.

A proposito di futurismo

Gramsci scriveva: “i futuristi hanno svolto questo compito nel campo della cultura borghese: hanno distrutto, distrutto, distrutto, senza preoccuparsi se le nuove creazioni, prodotte dalla loro attività, fossero nel complesso un’opera superiore a quella distrutta: hanno avuto fiducia in se stessi, nella foga delle energie giovani, hanno avuto la concezione netta e chiara che l’epoca nostra, l’epoca della grande industria, della grande città operaia, della vita intensa e tumultuosa, doveva avere nuove forme, di arte, di filosofia, di costume, di linguaggio: hanno avuto questa concezione nettamente rivoluzionaria, assolutamente marxista, quando i socialisti non si occupavano neppure lontanamente di simile questione….”. Gramsci per certi versi fu un estimatore di questo movimento di avanguardia. Il futurismo quindi ebbe anche dei meriti e Gramsci ebbe l’onestà intellettuale di ammetterlo. Questa avanguardia fu contro il chiaro di luna e il passatismo. Fu originale per il suo paroliberismo, per la distruzione della sintassi, per la ricerca dello shock, per l’uso del verso libero, per l’estetica della macchina, per il culto della velocità. Non voglio con questo negare le responsabilità morali dei futuristi, che aderirono al fascismo(così come i surrealisti aderirono al partito comunista, anche se ebbero il merito dopo qualche tempo di farsi espellere). Non solo ma i futuristi ebbero delle colpe nel considerare la guerra “la sola igiene del mondo”. È per questi motivi che per decenni non si è parlato più di questo movimento, rimuovendolo culturalmente. Bisogna ricordare però che pochissimi intellettuali a quei tempi non si compromisero con il fascismo. Ricordo che solo dodici professori universitari su milleduecento nel 1931(solo l’1%) rifiutarono di giurare fedeltà al fascismo e tra questa ristretta cerchia non ci fu nessun professore di letteratura. Naturalmente erano tempi difficili. C’era un regime. I docenti firmarono sotto ricatto. Croce e Pio XI convinsero molti professori a firmare e ad insegnare ancora, continuando a  trasmettere valori antifascisti. Ma soltanto dodici furono i temerari che dissero no a Mussolini. L’alternativa d’altronde era la disoccupazione e/o il confino. Comunque ancora oggi a distanza di quasi un secolo è difficile stabilire se la maggioranza degli intellettuali fu conformista e si lasciò trascinare dallo spirito del tempo oppure se ebbe paura e si adeguò al regime, pur con delle riserve interiori. Lo stesso dicasi per l’intero popolo italiano, anche se Norberto Bobbio era dell’idea che esso fosse per la maggior parte compromesso con il fascismo. I futuristi a onor del vero  si lasciarono trascinare troppo dal clima di quegli anni e furono figli del loro tempo. Forse molti futuristi, tutti così antitradizionalisti, videro nel fascismo un movimento innovativo e distante dalle pastoie culturali del passato. Palazzeschi scrisse che il futurismo non poteva che nascere in Italia dove era di attualità solo il passato. Scrisse Boccioni: “noi abbiamo l’estasi del moderno e il delirio innovatore della nostra epoca”. Forse fu l’elemento irrazionalista presente in questa avanguardia a determinare l’adesione al regime e a considerare la guerra un bene. Forse furono così estremisti per  la giovane età(erano tutti sotto i trenta anni quando fu scritto il Manifesto del futurismo)  e i facili entusiasmi che essa comporta a far scaturire tutto. Probabilmente non lo sapremmo mai con certezza e queste resteranno solo ipotesi. Sicuramente all’epoca erano in auge i nazionalismi e il pacifismo non era così diffuso come adesso. Va ricordato anche che Mussolini gridò “armiamoci e partite” ma diversi futuristi andarono a combattere e Boccioni ad esempio morì in guerra, pagando quindi in prima persona la propria scelta. Credo proprio che il conflitto mondiale fu un ricordo indelebile per i futuristi che vi sopravvissero. Papini ad esempio non vi partecipò(fu riformato) ma ruppe con i futuristi e si pentì amaramente del suo interventismo. Ebbe per tutto il resto dell’esistenza il senso di colpa per non essersi opposto al massacro. Secondo un vecchio adagio le scelte spesso si prendono in poco tempo e si scontano per tutta la vita.

Poesia moderna e leggibilità

Comprendere le poesie non sempre è facile. Un testo può essere analizzato per il suo significato psicoanalitico, esistenziale, sociale, letterario, ideologico. Ogni testo può essere studiato valutando il contesto storico, la parafrasi, le figure retoriche, la metrica. Non solo ma va anche detto che ogni lirica può scaturire dal sentimento,  dall’osservazione o dalla trasfigurazione. Inoltre non sempre un poeta si basa sulla realtà oggettiva ma spesso anche sulla vita segreta delle cose e della natura. Nel novecento tutto diventa ancora più complesso. Basta pensare ad Eliot e Pound con le loro citazioni colte e il loro montaggio . Nel secolo scorso sono stati molti gli ismi letterari, forse perché secondo Aristotele “l’essere si dice in molti modi”. In Italia agli inizi del novecento l’ermetismo non era affatto di facile comprensione sia perché in esso era presente l’orfismo( connotato dal valore sacrale della poesia e dalla ricerca costante di assoluto e infinito) sia perché i testi erano colmi di simboli, analogie e sinestesie. Negli anni sessanta si registra un notevole cambiamento. Erano contro l’ermetismo sia i poeti di Officina(Pasolini, Roversi, Volponi, Fortini, Leonetti) che i Novissimi(gruppo 63), ma anche essi non erano di facile comprensione. Da un lato i poeti di Officina avevano buoni intenti: volevano il rinnovamento, erano contro l’intimismo degli ermetici, erano contro i reazionari. Dall’altro lato erano anche contro il neorealismo, uno dei pochi ismi del novecento(insieme ai crepuscolari) i cui autori si facevano capire da tutti. Forse nel neosperimentalismo erano presenti troppe premesse teoriche. Anche la neoavanguardia era ammirevole negli intenti perché contro il neocapitalismo, contro l’egemonia culturale e l’estetica dominante, contro la mercificazione dell’arte. Però spesso spiazzava i lettori per i suoi non sensi, il suo linguaggio multidisciplinare, i suoi shock verbali, la ricerca di essere originali a tutti i costi. Infine la poesia degli anni settanta con il neorfismo cambia di nuovo le carte in tavola perché prende le distanze sia dalla neoavanguardia che dal neosperimentalismo, ma il linguaggio poetico è sempre oscuro e di non facile decifrazione. Per capirne di più basta leggere due antologie poetiche: “La parola innamorata” e “Il pubblico della poesia”. Il poeta comunque da decenni non ha più alcun status e la poesia contemporanea è divenuta marginale. Molti scrivono. Pochi leggono. C’è anche troppa creazione ma è scarsa la fruizione. La poesia contemporanea è determinata dall’egocentrismo, dal narcisismo, dall’autobiografismo. È una poesia autoreferenziale e non comunicativa. I poeti sono sempre più appartati. Il loro messaggio spesso non è chiaro. Il gradimento del pubblico è scarso. I giornali raramente recensiscono libri di poesia. Nelle Facoltà di Lettere i poeti contemporanei non trovano spazio. Il fatturato dei libri di poesia in Italia è inferiore all’1% del fatturato globale. I libri di poesia nella stragrande maggioranza dei casi finiscono al macero.  I poeti sono stati sostituiti e rimpiazzati socialmente da cantanti e cantautori. Sono molteplici i motivi di questa situazione e non voglio analizzarli ora. Comunque oggi i poeti viventi sono sconosciuti al grande pubblico.  Come sono cambiati i tempi da quando Vico scriveva che i poeti sono i primi storici delle nazioni! Oggi è innegabile che la poesia di questi anni è in crisi e alcuni critici l’hanno definita minimalista. La lirica di questi tempi è spesso illeggibile e non memorabile. Comunque non bisogna essere ottimisti nè apocalittici. A tale riguardo consiglio di leggere a tutti il volume “Sulla poesia moderna” di Guido Mazzoni. È un libro che fa il punto della situazione in modo imparziale.

Movimento di emancipazione della poesia

Per secoli e secoli i poeti seguivano gli stessi canoni estetici. Rispettavano le regole della metrica. Scrivevano endecasillabi canonici. Talvolta li alternavano con dei settenari. Questo accadeva in Italia. In Francia scrivevano alessandrini. In Spagna scrivevano ottonari. I poeti italiani scrivevano sonetti, odi, quartine, terzine incatenate, madrigali, ballate. Da Lucini in poi ci fu la diffusione del verso libero. Oggi la stragrande maggioranza dei poeti scrive in versi liberi, va a capo quando vuole. Ma questa non è l’unica innovazione. Nel novecento abbiamo visto molte rivoluzioni copernicane nell’ambito della lirica. Perché la poesia non fosse fagocitata dall’industria culturale le hanno tentare di tutte. Hanno creato nonsense, calligrammi, montaggi e collage. Per rivitalizzare la poesia la neoavanguardia ha aperto alla psicoanalisi, alla linguistica, alla semiologia. Ha anche inventato la poesia concreta(a sua volta suddivisibile in poesia visiva e poesia sonora). Poi nell’epoca del postmoderno e della morte delle ideologie hanno pensato anche a delle sperimentazioni multimediali come la poesia elettronica( videopoesia e computer poetry). Infine ci siamo sorbiti anche la poesia concettuale. In questi ultimi anni abbiamo assistito alla diffusione a macchia d’olio delle riviste on line, degli ebook, degli ipertesti. L’uomo tipografico insomma sembrava in crisi. Da un lato sembrava esserci la riscoperta dell’oralità con l’organizzazione di serate di poesia estemporanea, dove i poeti improvvisavano in ottava rima. Abbiamo anche visto gli slam poetry importati in Italia dal poeta Lello Voce. Dall’altro lato sembrava che il virtuale avesse preso il sopravvento sui mass media tradizionali. Negli ultimi tempi sembra che sia sempre più difficile incasellare la poesia in una definizione, visto e considerato che ogni decennio nasce una nuova forma di poesia: come sono lontani i tempi di Platone quando definiva la poesia semplice mimesis !!!
A Firenze nel 2010 è nata una nuova comunità artistica: il mep(movimento di emancipazione della poesia). Hanno un loro sito internet ed una loro pagina facebook. Fanno volantinaggio. Affiggono le loro poesie sui muri dei vicoli dei centri storici di diverse città. Il mep rispetta le altre arti. Di conseguenza non sporcano i monumenti e gli edifici storici. Per il resto lasciano le loro poesie nei posti più disparati: sui cofani delle macchine, nelle biblioteche, nei bar. Nessuno si firma. Tutti utilizzano un codice sia perché vogliono una poesia spersonalizzata sia perché le affissioni sono abusive. Perciò l’anonimato è un obbligo. Il loro obiettivo principale è la sensibilizzazione: la poesia è relegata ai margini; il linguaggio è corrotto dai mass media; l’inconscio è colonizzato dalla civiltà dell’immagine. La poesia deve essere riportata tra la gente. I giovani del mep spiccano per la loro vitalità. Scrivono in clandestinità. Rifiutano gli spazi istituzionali, i salotti letterari, le accademie, gli specialisti. La loro poesia collettiva esce dall’autoreferenzialità. Il movimento è formato da universitari, ma non mancano gli studenti delle scuole medie superiori e giovani post-universitari. È nato a Firenze, ma si sta diffondendo in molte città italiane. Staremo a vedere in futuro come si evolverà questo movimento. Per il momento è una piacevole sorpresa.

Vivian Lamarque

Vivian Lamarque è nata a Tesero (Trento) il 19 aprile 1946. Vive a Milano. Ricordiamo alcuni suoi libri di poesia: Teresino(Soc. di poesia & Guanda, 1981, Premio Viareggio Opera Prima), Il Signore d’oro (Crocetti, 1986 e 1997), Poesie dando del lei (Garzanti, 1989), Il Signore degli Spaventati (Pegaso, 1992, Premio Montale), Una quieta polvere (Mondadori, 1996), Poesie. 1972-2002 (Mondadori). Ha pubblicato anche libri di fiabe. È anche traduttrice. Collabora al Corriere della Sera.



Condomino:
Cammino piano, qua sotto
al terzo piano dorme un condomino
morto. E’ tornato morto stasera
dall’ospedale, gli hanno salito
le scale, gli hanno aperto la porta
anche senza suonare, ha usato
per l’ultima volta il verbo
entrare. Ha dormito con noialtri condomini
essendo notte sembrava a noi uguale
ha dormito otto ore ma poi ancora
e ancora e ancora oltre la tromba
mattutina dei soldati, oltre il sole
alto nel cielo, ora che noi ci muoviamo
non è più a noi uguale. E’ un condomino
morto. Scenderà senza piedi le scale.
Era gentile, stava alla finestra
aveva un canarino, aveva i suoi millesimi
condominiali, guarda gli stanno spuntando
le ali.

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Poesia illegittima:
Quella sera che ho fatto l’amore
mentale con te
non sono stata prudente
dopo un po’ mi si è gonfiata la mente
sappi che due notti fa
con dolorose doglie
mi è nata una poesia illegittimamente
porterà solo il mio nome
ma ha la tua aria straniera ti somiglia
mentre non sospetti niente di niente
sappi che ti è nata una figlia.
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Il signore sognato:
Splendidissima era la vita accanto a lui sognata.
Nel sogno tra tutte prediletta la chiamava.
E nella realtà?
La realtà non c’era, era abdicata.
Splendidissima regnava la vita immaginata.
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A vacanza conclusa:
A vacanza conclusa dal treno vedere
chi ancora sulla spiaggia gioca si bagna
la loro vacanza non è ancora finita:
sarà così sarà così lasciare la vita?

PS.: Siamo poeti
vogliateci bene da vivi di più
da morti di meno
che tanto non lo sapremo.
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Il primo mio amore:
Il primo mio amore il primo mio amore
erano due.
Perché lui aveva un gemello
e io amavo anche quello.
Il primo mio amore erano due uguali
ma uno più allegro dell’altro
e l’altro più serio a guardarmi
vicina al fratello.
Alla finestra di sera stavo sempre con quello
ma il primo mio amore il primo mio amore
erano due: lui e suo fratello gemello.

Piero Ciampi

Piero Ciampi(1934-1980) è nato a Livorno ed è stato un cantautore e poeta. Della sua opera si è occupato anche il celebre poeta Maurizio Cucchi.
Poesie:

-Questi miliardi di finestre
con le luci accese
sono miliardi di visi
nascosti da un muro.
Non potremmo permetterci
di piangere
perché non siamo soli.

-Col viso tra le mani
come una volta
sono solo con la pioggia
che bagna le mie lacrime.
La polvere si alza,
nasconde queste pietre
e copre la mia voce
che non ha più parole.

Canzoni:

 

VA (Ciampi – Marchetti)
Va il suo corpo in ogni cuore, sembra un coltello.
Lei apre senza pietà altre ferite oltre la mia
e va
con il suo corpo lungo la strada ed il cemento,
è un teatro per le sue gambe
sempre pronte ad una danza.
Se ritardi, così viene l’attesa,
la mia unica arma è un lungo silenzio.
Io tra milioni di sguardi
che si inseguono in terra
ho scelto proprio il tuo
ed ora tra miliardi di vite
mi divido con te.
Se perdi la pazienza
grazie a un sorriso ritorni mia,
poi apri la tua mano
in un disegno sovrumano.
La tua anima sta giocando in giardino,
mi nascondo e la scruto
ma il tuo corpo dov’è?
Noi per nutrire l’amore
ci sfidiamo a duello,
sarà sempre così.
Ma amore, non esiste un nemico
più bello di te.

Ha tutte le carte in regola:
testo e musica di Piero Ciampi

Ha tutte le carte in regola
per essere un artista
ha un carattere melanconico
beve come un irlandese
se incontra un disperato
non chiede spiegazioni
divide la sua cena
con pittori ciechi, musicisti sordi,
giocatori sfortunati, scrittori monchi

Ha tutte le carte in regola
per essere un artista
non gli fa paura niente
tanto meno un prepotente
preferisce stare solo
anche se gli costa caro
non fa alcuna differenza
tra un anno ed una notte
tra un bacio ed un addio

Questo e’ un miserere
senza lacrime
questo e’ il miserere
di chi non ha
piu’
illusioni

Ha tutte le carte in regola
per essere un artista
detesta lavorare
intorno a un parassita
vive male la sua vita
ma lo fa con grande amore
ha amato tanto due donne
erano belle, bionde, alte, snelle
ma per lui non esistono piu’

E perche’ e’ solo un artista
che l’hanno preso per un egoista
la vita e’ una cosa che prende, porta e spedisce



L’ULTIMA VOLTA CHE LA VIDI
I miei occhi erano pieni del suo sguardo,
poi vidi i suoi passi allontanarsi sulla spiaggia…
e fu l’ultima volta che la vidi
L’ultima volta che la vidi
mi chiese di fermare il tempo
e mi dette uno scrigno pieno di comete.
Io non posso ormai più andare
tra i sorrisi della gente
né chiedere alle cose un posto in mezzo a loro.
L’ultima volta che la vidi
mi chiese di fermare il tempo
e mi dette una mano piena di carezze.
Fu una lacrima candida e lunga
che cadendo sopra un fiore
mi fece ricordare
che se bianco è bianco e nero è nero
in questa vita io sono uno straniero.
Senza di lei il giorno non ha né alba né tramonto
e l’arcobaleno e il canto degli usignoli sono cose perdute….
Ed ogni sera ritornano su quella spiaggia
processioni di stelle e di comete
come l’ultima volta che la vidi.