A proposito di poesia contemporanea:

  • ° Nel corso del’900 si è diffuso il verso libero. Questo è avvenuto non solo tra quelli che vengono definiti dai cattedratici poeti dilettanti, ma anche da grandi poeti stranieri ed italiani. Laforgue fu il primo grande poeta ad adoprare il verso libero e a tal proposito scrisse: “mi dimentico di rimare, mi dimentico il numero delle sillabe, mi dimentico la distribuzione delle strofe”. Anche Pound fece un uso moderato nelle proprie liriche del verso libero. I poeti dell’imagismo scrivevano tutti in versi liberi. E. Lee Masters nella celeberrima Antologia di Spoon River adoprò spesso nei suoi epitaffi versi liberi e non prestò molta attenzione al rispetto della metrica. Per quel che riguarda il nostro paese i crepuscolari Corazzini, Gozzano, Govoni, pur utilizzando anche forme metriche tradizionali, introdussero il verso libero nella poesia italiana. Anche il poeta simbolista Gian Pietro Lucini scriveva sopratutto versi liberi e dichiarò che al momento della creazione non cercava “misure prestabilite(versi), nè sequenze numerate di misure(strofe)”, nè il posizionamento di accenti tonici. Inoltre bisogna ricordare che i poeti vociani Jahier e Boine scrissero solo prose poetiche. Infine i futuristi utilizzarono solo ed esclusivamente il verso libero. Sono favorevole all’uso di versi liberi perché come esseri umani abbiamo già notevoli limiti(mentali, psichici, gnoseologici, ontologici) ed  è a mio avviso fuori luogo aggiungere dei limiti stilistici, che oggi possono apparire ai più desueti. Se in poesia e in letteratura devono essere messe delle regole forse devono riguardare il rapporto tra l’arte e il tentativo di ideologizzazione dell’arte stessa. Ritornando al verso libero alcuni intellettuali ritengono che la vera libertà si acquisisca nell’ambito delle regole imposte e degli schemi precostituiti o almeno questa è la loro giustificazione alla loro concezione di una poesia, che per essere tale deve adoprare le forme metriche classiche. Altri intellettuali ritengono invece che nell’arte la libertà non esista, per cui devono essere accettate le regole imposte dalla tradizione. Per  il poeta Robert Frost “scrivere versi liberi è come giocare a tennis senza rete».
    Ma non è detto che chi scriva versi liberi e non rispetti la metrica tradizionale non si imponga altre regole riguardanti altri ambiti.
    Un tempo erano presenti dei canoni estetici. Oggi forse è più problematico valutare un poeta.
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Di nuovo sulla poesia

È sempre difficile giudicare la qualità delle poesie. È vero che è improponibile il paragone tra la poesia di un bambino di prima elementare e una di Montale. Ma spesso le differenze non sono così marcate. Un tempo si consideravano la metrica e l’eufonia. Oggi non più. Un tempo si considerava anche la persona del poeta, che doveva essere assennato e ponderato. Al poeta si richiedevano delle virtù come una certa moralità e la saggezza. Se era sregolato allora era solo un erudito e/o un immaturo. Non poteva considerarsi persona di cultura. Si guardava il comportamento. Si considerava soprattutto l’etica. Si giudicava la condotta. Era una visione in voga in certi ambienti cattolici, oserei dire democristiani. D’altronde anche la neoavanguardia valutava la persona(che doveva essere schierata ideologicamente). Loro erano gli unici puri ed o onesti. Consideravano anche la poetica. Quindi il contenuto veniva giudicato in modo fazioso perché secondo loro il linguaggio era “ideologia”. Insomma si doveva combattere. Si era in trincea. Bisognava condannare la borghesia. Quindi bisognava per forza di cose essere comunisti e odiare i piccoloborghesi. È chiaro che la neoavanguardia ha avuto anche dei meriti come quello di rinnovare il linguaggio, inventare il pluristilismo, provocare i perbenisti con piccoli shock e parodie. Le due “chiese” comunque si sono appropriate della cultura nella seconda metà del novecento. La maggioranza della gente se ne fregava. Negli anni settanta le nuove generazioni erano perse nella droga o nella politica. La letteratura era ritenuta cosa di poco conto e non incisiva. Addirittura era ritenuta evasione. Molti giovani di allora pensavano ad altro e si rovinavano con altro: l’eroina o il terrorismo. La stessa poesia da allora è stata relegata ai margini e non si è più ripresa. Giudicare le poesie è sempre impresa ardua e risente di una certa soggettività. Spesso è questione di gusto più che di criteri estetici.

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Sulla creazione poetica

La poesia può essere sia un esercizio di memoria che un atto di immaginazione. Tramite la poesia si possono descrivere emozioni, sensazioni, relazioni affettive, schemi mentali. Tramite l’arte in genere si può conoscere l’interiorità e rappresentare il reale. Ciò nonostante dal novecento in poi la poesia rivela il suo carattere fallimentare. Il poeta è un fallito, un matto o un disadattato. Scrivere in generale significa fallire. Gli uomini di sana e robusta costituzione fisica e psichica non si perdono in simile attività. Hanno ben altro da fare. Hanno ben altro a cui pensare. Gli artisti di solito hanno un temperamento saturnino e sono sfortunati in amore. Una volta ad un artista chiesero perché le sue creazioni fossero sempre così tristi e lui rispose che quando era di buon umore e stava bene se ne andava fuori: non stava certo a scrivere. Questo semplice aneddoto a mio avviso è molto eloquente riguardo alla creazione poetica ed artistica in genere.

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Alcune poesie di Lavinia Frati

Lavinia Frati è nata a Roma il 3.10.1964. Suoi testi sono apparsi su riviste poetiche (Poeti e Poesia, rivista internazionale n.32 e 34 del 2014, n. 44 del 2018 Direttore Elio Pecora. L’orto botanico di Monsieur Proust 2014, LaRecerche.it), in antologie di poesia (Il segreto della fragole, Lietocolle 2017; Enciclopedia di Poesia Contemporanea Mario Luzi, vol.7/2016, anno di edizione 2017; IPoet Lunario in versi, Lietocolle 2016; Il ventuno a primavera, Omaggio ad Alda merini; Il ventuno a primavera, Omaggio a Oriana Fallaci, Octopus edizioni 2015), sul blog “Carte sensibili. Nell’acqua della madre. Anidramnios. Lettura critica di Paolo Gera”

Sono nato. Caduto
dal grembo di mia madre
un corpo rattrappito sono
che non ha fiato
per essere annunciato.

§§§§§§§§§§§§§§§§

L’infermiera chiede il nome
prende tempo, madre, indugia
un neonato clandestino
approdato nel silenzio
che frantuma ogni discorso.

“Si chiamerà Eugenio, ευ γενης
ben nato, mio dolore”

§§§§§§§§§§§§§§§§§§

Nella culla c’è il calore
c’è l’ossigeno che insuffla
nei polmoni prematuri
quell’anelito di vita
che fa ancora battere il cuore.
Ti penso sempre, madre.

§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§

Ho cateteri venosi
tanti fili lungo il corpo
colorati e luccicanti
un tracciato nella norma
ma non riesco a respirare
e le luci della stanza
danno l’ombra a ogni cosa
sono stanco di sentire
i rumori degli allarmi
preferivo quello buio
del silenzio placentare.
Ora basta, chiudo gli occhi
dormirò sino a domani.

§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§

Torna madre, non ti vedo
hai paura che l’eterno
possa prendermi le mani?
Dammi in sogno occhi fermi
per poter frenare il cuore
che mi batte all’impazzata.
Vieni, madre, vieni vieni.

§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§

“Ce la farà a vivere?”
chiedeva madre

col sorriso un po’ sfrontato
l’infermiera rispondeva
“ha la forza di un minuscolo
torello che si strappa con destrezza
le cannule dal naso e per questo
nel reparto già lo chiamano
il figlio di Bil Laden”

sentivo madre lacrimare.

§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§

Mi raggiunge a tratti un’onda
il ricordo di un tepore
nella mano ho la stella
pronta già per ripartire
che mi rende lo stupore
della nascita nel mondo
unghie, piume, davanzali
e un pioppo che si muove
sembra quasi salutare
i neonati prematuri
senza occhi per guardare
senza ali per volare.

§§§§§§§§§§§§§§§§§

Lascia impronte sopra il vetro
che accarezzi con le dita
sembra un prato appena arato
se lo guardo in controluce
parla ancora con la voce
che mi dà felicità

chiama il nome nella gola
che vorrebbe abbracciare
questa madre impreparata
alle luci d’ospedale
agli allarmi che risuonano
se il respiro non lo trovo.

§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§

Imparo a riconoscerti
tu, madre mia, tra tante
che hanno sulla fronte
macerie di dolore
la vena delle tempie
che pulsa ogni istante
richiamo del mio sangue
memoria mia di quiete.

§§§§§§§§§§§§§§§§§§

Questa pancia artificiale
ha due oblò per afferrare
la fissità del destinato

guardare le lancette delle ore
e sentire l’aldilà farsi sfocato.

§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§

Io da te voglio sapere
se la vita è questo schianto
questo cumulo di suoni
che mi fa male agli orecchi
o c’è altro oltre il coraggio
che ti porta a visitarmi
io, fagotto inanimato
che trattiene il suo dolore
tu, mia luce che colora
e mi rende il tempo bello.

§§§§§§§§§§§§§§§§§§

Canta ora con la voce
che ti viene dal profondo
quella ninna nanna strana
che sapevi solo tu
“Figlio mio, mio tenerello
figlio mio, mio figlio bello
ogni giorno io e te
siamo uno dentro l’altro
ti ramifichi nel vuoto
tu crisalide che cresci
mi regali un mio doppione
due di tutto, mente, bocca
e anche cuore.”

§§§§§§§§§§§§§§§§§§

Madre mia che non ho
accanto, più vicina
del silenzio ti vorrei.

§§§§§§§§§§§§§§§§§

Questa notte ti ho sognata
col mio nome mi chiamavi
dalle pieghe delle mani
sino al bianco della sclera
piano piano riannodavi
ogni mio tessuto nato
troppo presto per restare
senza ordine di tempo
per potersi chiamar vita
quella che mi dona l’aria
con molecole di fiato
in un battito di ciglia
mi cullavi.

§§§§§§§§§§§§§§§§§

Sono un ospite inatteso
arrivato troppo presto
per trovare apparecchiato
sulla tavola imbandita

nessun nastro colorato
che festeggi la venuta
solo un sogno fatto a strappi
che non riesco a ricordare.

§§§§§§§§§§§§§§§§§§§

Nella terra abbandonata
mi trasformo e prendo aria
faccio suoni con la gola
ogni giorno avanzo un poco
alla forma che ora sono
con lentezza aumento il peso
perdo piume per pudore
resto in punta di parola
io l’approdo e la partenza.

§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§

Madre- Itaca ti cerco
nelle luci traballanti
nel biancore d’ospedale
io – Ulisse senza patria
getto reti su miraggi
che mi portano lontano
nell’aurora dove i morti
mi carezzano le mani.

§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§

In attesa della vita
sto nel limbo
dove sogno
il colore dell’incanto del tuo ventre
il tepore che mi manteneva caldo
tu caverna e sommo bene che riluce
senza ombre proiettate sopra i muri
verità che è sempre più evanescente
un cristallo così fragile e possente
che ti cerco – madre- tra il buio e lo spavento
di questa bianca stanza d’ospedale.

§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§

Indovino dalla conta dei respiri
dove sono, il luogo in cui dimoro
le cartilagini, le ossa, i cinque sensi
desti solo un poco, ma abbastanza
per assicurare
il passaggio incerto tra i due regni.

§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§

A ogni giro della notte sta in agguato
quella nebbia che avvolge il tuo sorriso
una frusta che disegna cicatrici
una chiave che chiude alla speranza
il sentire la vita brulicare

mettimi zavorre per non farmi volare.

§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§

Non c’è colpa cromosomica alla nascita
solo fretta che il respiro si trattenga
oltre l’onda amniotica che culla
vedo luce e palpebre di sonno
che scrutano il mondo nell’interno
per pudore di non venir riconosciute
dalle pance delle madri abbandonate.

§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§

Hai atteso tre giorni per vedermi
impaurita dalla mia venuta
aspettavi che io resuscitassi
o mi perdessi
in un punto imprecisato del tuo cuore.

§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§

So leggerti l’arco delle palpebre
il pensiero che incide più profonda
la ruga che sembra una barriera
tra le ciglia e l’umido degli occhi.
Mi guardi e sembra ti domandi
se così piccolo già fabbrico dei sogni.

§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§

Madre ti vorrei cullare
con le braccia prenderti
e portare nel silenzio della gola
dove fa il nido la parola e dove niente
ci divide, neanche la memoria.

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A mio avviso

La distinzione tra poesia di ricerca(come quella di Tarkos e Simone Buratti ad esempio) e poesia intimista per quanto riguarda questi ultimi anni in Occidente mi sembra riduttiva. Anche la distinzione tra poesia di ricerca e poesia lirica è riduttiva. Queste distinzioni non comprendono tutta la produzione poetica dei primi anni del duemila. Hanno sicuramente senso ma a mio avviso sono riduttive. La poesia anche oggi può essere sperimentale, può cercare di rinnovare il linguaggio come le avanguardie; può essere satirica, didascalica, religiosa(come fu quella di Turoldo, Rebora), aforistica, spirituale; può essere poesia sociale, può descrivere epifanie, può ricercare “corrispondenze”, può esprimere un sentimento amoroso; un poeta può scrivere anche metapoesia. In caso di metapoesia o poesia didascalica non mi sembra che un poeta esprima solo sentimento come si intende per la poesia lirica. Inoltre nella poesia di ricerca i poeti non esprimono sentimenti? Nella poesia di ricerca viene forse eliminata o ridotta in grandissima parte la soggettività come vorrebbero farci credere? Ho i miei dubbi. Non solo ma resta da stabilire una definizione della cosiddetta poesia di ricerca. Infine un poeta di solito non è monotematico. Può anche all’interno di una singola raccolta utilizzare svariati registri e affrontare vari argomenti. Non mi sembra che i poeti oggi facciano poi cose completamente differenti rispetto al novecento ad esempio, anche se senza ombra di dubbio è cambiato un poco sia il modo di sperimentare che di fare avanguardia. Si sono diffuse ad esempio rispetto ad un tempo la poesia visiva e quella sonora. Viene da chiedersi ora se il poeta soffre davvero. Viene da chiedersi se il poeta dice/descrive la verità. La risposta migliore a riguardo a mio avviso l’ha data Pessoa, secondo cui il poeta è “un fingitore”.

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Le varie fasi dell’amore…

L’amore è nella primissima fase fatto di attrazione, idealizzazione e quindi di infatuazione. In certi momenti avviene la fusione(molto raramente) o quantomeno la sua parvenza. Va avanti se c’è stima reciproca, rispetto, soddisfazione da parte di entrambi e cooperazione. Nell’ultima fase invece è già tanto se c’è un minimo di considerazione, abnegazione e molta sopportazione. Le circostanze della vita, i caratteri degli amanti scatenano o meno la collisione. I due amanti partono da giovani con la pretesa degli orgasmi simultanei e finiscono in vecchiaia con la speranza del quieto vivere e della pace in famiglia. Difficile stabilire cosa sia sano o meno oppure giusto o meno in amore. Le regole del gioco cambiano a seconda dei tempi, della società , degli amanti. Sicuramente la gelosia morbosa e la violenza non sono amore. Ci sono persone che vedono nell’altra metà un Dio o un maestro di vita. Secondo i criteri della psicologia non sono forme di amore maturo: sono legami contrassegnati da un tipo particolare di dipendenza. Ma io penso in ogni modo che bisognerebbe considerare amore ogni atto biofilo. Ad esempio io non so se l’arte, la riflessione e la cultura siano doni. Ritengo però che siano biofili.

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Oltre…

Per essere considerati letterati bisogna leggere Calasso. Disquisire su tutte le sue fatiche letterarie. È di moda anche dire che Montale era solo un borghese reazionario, che Alberto Bevilacqua non era uno scrittore, che Amelia Rosselli ed Alda Merini erano delle povere pazze, che Pasolini era solo un masochista e che Mario Luzi in fondo era un poeta minore. Insomma di fregnacce ne sento tante in giro ed io lascio dire. D’altronde anche la comunità letteraria ha i suoi limiti e le sue maldicenze. Cerchiamo di andare oltre. Nel frattempo fanno guerre o stringono alleanze a colpi di like sui social: sono i nuovi letterati.

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Determinismo vs libertà

Noi esseri umani rispetto agli animali abbiamo un maggiore margine di libertà. Noi abbiamo dei riflessi che fisiologicamente sono degli automatismi dei muscoli o dei nervi a degli stimoli esterni. Si pensi al medico che ci controlla i riflessi per vedere il nostro stato di salute. Ma molto probabilmente non abbiamo degli istinti come gli animali. Sembra infatti che non ci siano più schemi innati nella nostra specie. Anche il sesso sarebbe appreso. Oggi si ritiene che gli uomini abbiano delle pulsioni, freudianamente intese. Al massimo bisognerebbe distinguere tra pulsione e bisogno. La fame, la sete e il sonno sono dei bisogni. Il sesso e l’aggressività sono delle pulsioni. Il bisogno è sempre impellente. La pulsione non è una necessità. Uno può avere anche voglia di fare sesso ma rimandare oppure non fare sesso. La vera coazione a ripetere è il bisogno. Quindi sembra che le pulsioni ci offrano una maggiore scelta. Comunque non c’è da rallegrarsi troppo. Sembra infatti secondo la scienza che siamo molto più determinati di quello che si credeva un tempo quando si si credeva molto di più nel libero arbitrio. Siamo determinati biologicamente, socialmente e culturalmente. Siamo determinati quindi anche dall’ambiente. Un tempo tutto ciò si chiamava semplicemente destino.

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Recentemente…

Non si può affermare con certezza che esista nella specie umana il piacere di uccidere o di assistere alle uccisioni. Esiste l’aggressività, così come esiste il sadismo. Non si può affermare altro. Non si può sostenere che siano istinti. Le uccisioni su vasta scala sono iniziate soltanto recentemente, come sottolineava Fromm. Nelle società primitive non c’erano guerre cruente. Sono iniziate soltanto nelle ultime migliaia di anni con un maggiore utilizzo della logica, che ha permesso maggiore tattica, organizzazione e tecnica. Da quando siamo sapiens l’umanità ha fatto più di seimila guerre. Una maggiore capacità di concettualizzare ha scatenato e scatena eccidi su eccidi. Siamo molto più distruttivi oggi di quando eravamo primitivi e cacciavamo gli animali per campare. La cosa paradossale inoltre è che molti governi nel mondo vogliono debellare il crimine e poi fanno la guerra.

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Breve considerazione

I bigotti e le bigotte pensano solo alla loro salvezza, alla loro sorte ultraterrena. Chi è vero credente invece dovrebbe pensare non solo a se stesso ma anche ai grandi peccatori, a coloro che rubato o uccidono. Le preghiere dovrebbero essere disinteressate. In fondo la Madonna nelle sue apparizioni non dice sempre ai veggenti di pregare per l’umanità e il mondo intero? Chi crede davvero ama disinteressatamente l’umanità e dovrebbe cercare di vedere in ognuno non dico Cristo(perché sarebbe troppo) ma dovrebbe vedere in ognuno il lato umano. Se la fede non fa riscoprire l’umanità degli altri allora forse è meglio non credere.

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Sulle opportunità:

Ritengo che alle persone sia giusto e sacrosanto dare sempre un’altra opportunità. Questo vale anche per gli ex carcerati a cui dovrebbe essere data un’altra occasione per lavorare onestamente. Non dimentichiamoci che molto spesso hanno dei figli. Siamo tutti esseri umani. Non scordiamocelo. Inoltre ricordiamoci che l’uomo potenzialmente è tutto. Ognuno può cadere. Trovo che sia del tutto legittima la possibilità di riscatto. Trovo totalmente legittima la voglia di rivalsa quando non è sopraffazione o ritorsione sugli altri. Il problema però è che l’Italia è un Paese profondamente ingiusto e paradossale perché non solo non offre molto spesso una altra possibilità ma che non offre neanche la prima opportunità di lavorare a giovani che finiscono per diventare dei cervelli in fuga. Siamo allo sfascio. Al Sud la situazione è drammatica. I politici sono difficilmente perseguibili legalmente ma per queste ragioni li considero eticamente riprovevoli. Dovrebbero mettersi una mano sulla coscienza come si suol dire e riflettere sulle condizioni di indigenza in cui versano molti italiani.

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Sulla televisione

L’imperativo categorico è apparire in questa società. I personaggi televisivi sono considerati dei miti viventi dagli italiani. Non si può dire niente dei reucci del tubo catodico, dei “mostri sacri” delle trasmissioni. Non si può muovere alcuna critica perché hanno il loro zoccolo duro di adulatori e inoltre non bisogna urtare la loro suscettibilità(leggi anche la loro permalosità ed il loro ego smisurato, drogati come sono dal successo). L’importante è esserci nel piccolo schermo. Ci sono conduttori e opinionisti dei talk show pronti a vendere la loro madre per alzare di un punto l’audience. Non parliamo dei talk show in cui ha la meglio chi urla di più, chi è più offensivo nei confronti degli altri e chi è più cafone. Direi che questo tipo di televisione deforma più che formare le menti. Ci sono teledipendenti coglioni sempre pronti a venerare e a considerare dei geni questi vip. A mio avviso non è questione di intelligenza o di genialità. Questi personaggi non hanno davvero nulla di speciale. Molto spesso la fortuna di questi personaggi è che la gente si riconosce in loro. Molto spesso per fare un personaggio televisivo ci vuole una combinazione di quattro fattori: spigliatezza, narcisismo, estroversione, arrivismo. Che dire? Un tempo consideravano geni Dante e Leopardi! Forse da questo punto di vista siamo regrediti. Che succederebbe oggi se Dante o Leopardi soffrissero di ansia a parlare in pubblico o fossero troppo timidi? Sarebbe giusto e sacrosanto oggi più che mai abbattete tutti questi idoli, naturalmente dal punto di vista metaforico.

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Sulla sconfitta

L’uomo anche nella società post-industriale e nel cosiddetto tardocapitalismo è ridotto a cosa: è una cosa tra le cose. Vuole dominare tutte le cose e finisce solo per dominare i suoi simili. Il suo male è che domina la natura come ci insegna Leopardi e domina gli stessi suoi simili come ci insegna Marx. Alcuni autori di fantascienza hanno immaginato che le macchine dominassero in futuro l’uomo e a mio avviso siamo vicini a questo scenario. Essendo ridotto a cosa l’uomo ha represso alcuni bisogni fondamentali. Ogni lavoratore ha dei bisogni fisici, psicologici, sociali di cui l’attuale sistema lavorativo non tiene adeguatamente in conto, nonostante le scuole di relazioni umane e l’ergonomia. Allo stesso tempo però l’uomo è anche un consumatore e la pubblicità lo manipola, lo persuade in ogni momento. Quindi alcuni suoi desideri diventano dei falsi bisogni. In conclusione è doppiamente snaturato perché ogni uomo moderno è costituito da bisogni repressi dalla produzione e bisogni indotti dalla pubblicità. Non solo ma siamo continuamente spaesati. Questa è una società di massa e rischiamo di risultare anonimi ad opera del livellamento e della massificazione. Siamo in una società della comunicazione e rischiamo di perdere di vista la realtà tra la grande mole di informazioni. Siamo in una civiltà caratterizzata dalla razionalità scientifica, perciò logico-matematica, e dobbiamo sempre spiegare e quantificare tutto, non riuscendoci mai. Siamo in una civiltà dell’immagine e siamo disorientati dalla immensa molteplicità delle immagini. Aggiungiamo anche che c’è poca arte nelle opere d’arte e molte opere risultano di cattivo gusto. Secondo Nietzsche Dio è morto. Per gli strutturalisti è morto anche l’uomo. La situazione in cui si trova ogni occidentale è quella del “Finale di partita” di Beckett. Ogni mistico ed ogni pensatore sono destinati al fallimento. La sconfitta è inevitabile. Non può essere altrimenti. Tutto qui.

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Flusso di (in)coscienza

Per l’amore l’umanità può rischiare la sovrappopolazione o l’estinzione. Dimmi in nome di quale potere, ragione, libertà o arte hai rinunciato all’amore o alla sua parvenza. L’amore o la sua parvenza è un rischio incalcolabile; è un danno non quantificabile. È mischiare rabbia, angoscia, paura ed effusioni. L’amore o la sua parvenza ha i suoi momenti topici e i suoi luoghi ameni. L’amore o la sua parvenza significa incontrarsi senza prendere appuntamento. Significa coltivare i sogni altrui e non disperdere le carezze nel vento. È dannarsi l’anima e fregarsene dell’inferno. È guardare insieme l’orizzonte. È cercare un punto fermo. È provare la vertigine. È starsene insieme in silenzio, anche se ci sarebbero cose da dire. È essere compagni di giochi anche quando ci si annoia. È sperare insieme e condividere. È sopportare i difetti, i vizi, i tabù e gli errori. È le più disparate geometrie erotiche e le alchimie degli animi. È scavare la fossa insieme giorno dopo giorno. È fare i conti assieme e assieme cogliere le occasioni. È essere allo stesso tempo prigionieri e carcerieri. È lasciar finire alla dolce metà la bottiglia. È controllare che tutte le porte siano chiuse. È chiamarsi con nomignoli stupidi. È fidarsi e pretendere ben poco. È impazzire insieme e poi appartenersi. È abbassare la voce anche quando si ha ragione. È abbassare le difese e lasciarsi andare. È non avere paura di essere scontati o banali. È non sforzarsi di essere intelligenti. È avere attenzioni e riceverle senza bisogno di chiederle. L’amore o la sua parvenza combina le ingiustizie, illude le menti e confonde i corpi. Scalda gli amanti nelle stanze dell’inverno. Significa fare quattro passi insieme e maledire la quotidianità. Significa scopare e volersi un poco di bene quando finisce l’innamoramento che fa battere forte il cuore e tremare le gambe. Unisce i respiri nel piacere e distribuisce i ricordi nella disperazione. Semina trappole sul cammino. Dispensa sorrisi e lacrime sui visi. Rende certe notti stregate. Alterna attesa e nostalgia. Lascia senza fiato e senza parole. Divide tutti in vittime e carnefici, in vinti e vincitori. Fa ricordare tutti i mutamenti e gli smarrimenti. Nessuno sa dire certi turbamenti. Alcuni si giurano amore eterno. Altri si considerano complici ed altri ancora soci. C’è chi tradisce e poi racconta un fiume di bugie. C’è chi dice tutto e chi si tiene i segreti. Anche i più sadici finita la sessione si lasciano andare a tenerezze. I più sadici pensano che il dolore sia l’anticamera del piacere e che ognuno abbia un ruolo. Psicologi e psicoterapeuti vogliono insegnare cosa è e cosa non è amore, ma spesso c’è una linea sottile. Tutti parlano d’amore. Tutti pensano di aver provato l’amore, almeno una volta. Tutti pensano di poter dare una definizione, di poter fare una classificazione e di potersi perdere in sottili distinguo. C’è chi chiede consigli e chi invece li dispensa. Dio o chi per lui ci mette alla prova ogni giorno ed ogni notte. La casistica è infinita. La varietà è inesauribile. Tantissimi sono i tipi di corteggiamento. Non parliamo poi degli amplessi. Esistono i teorici ed i pratici. Ci sono anche in amore gli esteti, i cerebrali, i contemplatori. Un amore nuovo serve sempre a chi vuole rinnovarsi. L’amore in fondo è una iperbole della vita o una rielaborazione del lutto quando finisce. L’amore quando c’è può essere per alcuni una rivelazione: la prova dell’esistenza di Dio. L’amore o la sua parvenza può essere sopraffatto dalla distanza; può essere rinvigorito dall’immaginazione; può essere reso solenne dalla perdita e dal suo vuoto incolmabile. L’amore può essere maledetto quando non si sopporta l’assenza della persona amata. Ma quale amore se si è lasciati in modo freddo o traditi con dei sotterfugi? Talvolta le parti si invertono. Ci sono amori che sfuggono di mano. Ci sono ore passate ad aspettare telefonate. Difficile capire le dinamiche del desiderio. Ci sono istinti e storie immorali, ma se c’è rispetto tra le persone tutto diventa amorale. In amore c’è sempre sofferenza quando qualcuno ama da solo e quando c’è il terzo incomodo. Per alcuni la persona amata è il tramite per giungere a Dio. L’amore è un privilegio per i ricchi. È un lusso, un riscatto, addirittura una rivalsa per i più poveri o comunque i meno fortunati. L’amore o la sua parvenza è una continua sfida, una continua conquista. Ci sono alcuni che ci provano con tutte e poi è matematico che una su cento ci sta. Ci sono altri che piacciono a molte e non ci provano con nessuna. Ci sono alcuni che trovano la persona giusta al primo colpo. Altri che non la trovano dopo tanti tentativi. I più si accontentano alla fine. C’è anche chi cede per sfinimento. Dicono che bisogna avere tante esperienze. Ma l’amore non è un pallottoliere, anche se alcuni tengono la contabilità. Ci sono persone che non vengono mai prese in considerazione in amore. Ci sono altre che non gli daresti una lira ed invece hanno fascino e doti nascoste. Ci sono puttane che sembrano vergini e ragazze apparentemente morigerate che si rivelano puttane. Ci sono donne idealizzate e donne oggetto. Ci sono grandi amatori e ragazze che sono acque chete. Ci sono uomini che perdono intere fortune per amore e dei preti che si spretano per l’amore o la sua parvenza. Ci sono alcune persone che vengono travolte dagli scandali. C’è chi è sempre alla continua ricerca di amanti perché ricerca continuamente conferme. Tutti si raccontano gli amori, le vicissitudini e le acrobazie. Anche il gentil sesso è sempre più disinibito, disinvolto e ciarliero. Tutti gli amori poi portano a un vicolo cieco. La vita intera non è altro che una catena di amori, che a volte non si somigliano per niente ed altre volte si somigliano soltanto per gli errori in cui le persone ricadono. Solo gli amanti sanno ridere insieme dei santi e della morte. Amare significa rimandare la fine di se stessi e dell’umanità, ma forse è tempo perso perché forse tutto è destinato a finire. Amare significa riconoscersi nell’altra metà a poco a poco e fare un passo insieme nel vuoto. Quando tutto sembra perduto e quando qualcuno non ha più niente da perdere può arrivare l’amore o la sua parvenza. Ognuno cerca dei punti di riferimento. Ognuno cerca delle relazioni. Ognuno vuole mettersi in relazione. Ci basiamo su uno sciame di sensazioni. Ci si affida a segni e combinazioni. Sono infiniti gli universi paralleli. Ad ogni bivio della nostra esistenza ecco un nuovo universo. Abbiamo infiniti amori in infinite dimensioni, anche se in questa vita siamo soli e ciò dovrebbe consolarci. Non so se ciò che ho scritto per un fisico è corretto, ma mi piace immaginare che sia così. Ci sono sguardi che si incrociano e contatti che scaturiscono da niente o poco più. Si cerca l’inconfondibile. Ogni amore poteva anche non nascere: solo per questo gli amanti dovrebbero essere felici. Amare significa ritrovarsi sempre. Significa togliere di mezzo gli ostacoli e gli avversari. Ci sono storie inverosimili ma vere in amore o nella sua parvenza. Ma non prendetemi troppo sul serio: questo è solo un flusso di (in)coscienza.

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Sul vivere in Italia

Con certi personaggi, se ti prendono di mira, è tutto inutile. Puoi essere intelligente o creativo quanto vuoi, ma è lo stesso tutto vano. Cercano di demotivarti, di demoralizzarti, di distruggerti. Alcuni individui odiano così tanto che si lasciano sopraffare dall’antipatia che provano per una persona. Diciamo che per alcuni l’idiosincrasia è tutto. Non sanno valutare affatto in modo equanime. Ecco allora che giudicano in modo totalmente negativo il loro nemico. Lo considerano una nullità. Lo considerano un coglione totale, uno zero assoluto. Così facendo lo sottovalutano. Le cose quindi sono due. Dipende dal potere che hanno. Se hanno potere rovineranno le vite altrui. Se non lo hanno rovineranno la propria. In ogni caso saranno sempre calunniatori patologici. La loro sorte dipenderà anche da quanti nemici avranno. Dipenderà anche un’altra cosa: a quali consorterie e a quali cricche apparterranno questi individui. Infatti è risaputo che in Italia c’è talmente tanto corporativismo che vengono difesi e protetti i personaggi più indifendibili e più imbarazzanti. Così facendo giorno dopo giorno si consumano delle ingiustizie. Alcuni hanno bisogno di individuare e di avere almeno un nemico. Non possono vivere senza. Io mi chiedo: è da cristiani tutto ciò? È un modo di vivere e di intendere la vita da cristiani? E chiedo anche a questi professionisti dell’odio se tutto questo viene fatto in nome dell’uguaglianza o della rivoluzione proletaria. La realtà a mio avviso è che l’odio spesso non è dovuto a chissà quali ideali. Spesso i motivi di certi rancore sono più abietti. Gli italiani sono un popolo latino e per questo creativo. Ma allo stesso tempo sanno anche essere viscerali ed emotivi. La conflittualità è fisiologica in Italia. Pregi e difetti del vivere in Italia…

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Sul vivere in Toscana

In Toscana moltissimi fanno le battute. I luoghi per antonomasia dove avviene lo scambio di battute sono il bar(Stefano Benni in un suo libro ne ha fatto quasi una apologia del bar dello sport) e il circolo ARCI. Non ho niente contro la cultura popolare né contro la coscienza popolare ma la stragrande maggioranza delle battute non mi sembrano espressione di alcuna cultura o di alcuna coscienza. Mi sembrano delle espressioni triviali di bassa lega. Non mi sembrano affatto opere da grandi battutisti o da fini dicitori. Anche la brevità e la sintesi nel dire e nello scrivere possono essere opere di ingegno. Mi sono divertito anche io a scrivere aforismi. Ma l’aspetto che più detesto della mentalità toscana è che ognuno si sente legittimato a fare delle battute volgari ed offensive. Io apprezzo l’umorismo e l’ironia solo quando sono contrassegnati da un minimo di sensibilità. Naturalmente secondo la mentalità toscana il problema è di chi se la prende e non di chi ha offeso. Un altro difetto della mentalità comune dei miei corregionali è quello di mettere il dito nella piaga e di insistere a ferire, prendere in giro, offendere. Molto spesso vengono prese di mira le minoranze come ad esempio i gay. A me questi personaggi che si credono comici non mi hanno mai fatto ridere. Infine un ulteriore difetto è che spesso vengono confuse le battute dementi con le battute demenziali, che possono anche essere intelligenti. Personalmente preferisco non rispondere a certe battute. Pensino pure che non ho la prontezza di rispondere, che sono niente di fronte al contraddittorio, che non ho l’arguzia o appunto la risposta pronta: della loro stima non so che farmene. Il paradosso chiaramente è che coloro che agiscono in questo modo in gran parte si dichiarano di sinistra e si professano spesso paladini dei diritti civili. Invece sono sempre pronti ad affossare chi non la pensa come loro e a farlo risultare lo scemo del villaggio. Allo stesso tempo sono sempre pronti ad osannare il prete di campagna o il politico del loro partito del paese perché stimano in modo incondizionato queste figure e perché possono ottenere da loro dei favori. Qualcuno potrebbe obiettare che il mio disprezzo è tutto rivolto verso il basso. In verità io critico da tempo la classe dirigente di questo paese. Qualcuno mi dirà che avvengono cose peggiori in questi tempi di basso impero. D’altra parte non è colpa mia se mi imbatto nella mia vita quotidiana con questo tipo di personaggi, che cercano di condizionare in modo negativo la mia esistenza. Non so se la influenzano più negativamente certi potenti di caratura internazionale o certi personaggi locali. Scrivere è un modo di espellere le tossine. Spero di morire più tardi possibile. In ogni modo io certa gente non ce la voglio al mio funerale. Vadano a farsi un giro da altre parti o trovino qualcosa di meglio da fare quel giorno, che spero sia lontano.

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Sull’induzione

Popper è noto a molti per aver criticato l’induzione. Secondo il filosofo esiste una asimmetria logica tra verificazione e falsificazione perché non basta una grande quantità di prove a confermare una teoria scientifica, mentre basta un solo caso negativo per smentirla definitivamente. Per Popper l’induzione e il principio di verificazione che ne consegue non sarebbero scientifici. Una teoria invece sarebbe scientifica soltanto solo se può essere falsificata. Il marxismo e la psicanalisi per Popper quindi non sarebbero teorie scientifiche. La scienza perciò procederebbe in modo deduttivo tra “congetture e confutazioni”. La statistica induttiva sarebbe allora tutta da buttare? Certamente secondo il celebre filosofo. Ma io ho i miei dubbi. Un conto è la teoria. Un altro è la prassi. Che cosa sarebbero i medici senza induzione, ovvero senza pratica ed esperienza? Non devono anche loro vedere molti casi per diventare dei medici competenti? La critica che Popper fa alla psicanalisi non potrebbe forse essere rivolta alla medicina in genere? In mancanza di meglio ci si dovrebbe accontentare dell’induzione. Già Bertrand Russell aveva criticato l’induzione con l’esempio del tacchino induttivista. Per quel che mi riguarda non solo credo che l’induzione ci voglia nella ricerca scientifica, ma che senza di essa il tacchino di Russell morirebbe d’inedia molto prima delle feste. Nella nostra vita quotidiana risulta molto utile, addirittura necessaria, l’induzione. In fondo è grazie all’induzione se mangiamo, beviamo, prendiamo medicinali e ci manteniamo in vita.

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Sul porno

Il porno determina comportamenti stereotipati e offre agli adolescenti una visione distorta della sessualità. Questi ultimi crescono pensando che le dimensioni e le prestazioni sessuali siano l’unica cosa che conta nella vita. Pochi sanno le ripercussioni psicologiche di molte pornostar. Alcune addirittura in America si sono uccise. L’industria dell’hard in genere le spreme allo sfinimento e le sfrutta. Apparentemente le pornostar sembrano autorealizzate ed emancipate, ma in alcuni casi si lasciano sopraffare dal giudizio degli altri, specialmente quando diventano madri e disconoscono il loro passato. Ci saranno anche alcune starlette del porno libere e soddisfatte del loro mestiere, ma vanno messe in conto anche la fragilità e i risvolti interiori di queste giovani donne. Non parliamo poi con l’avvento di internet della diffusione esponenziale del porno amatoriale. In questi casi le ragazze della porta accanto vengono riprese da telecamere nascoste oppure subiscono le vendette di ex-fidanzati, che pubblicano on line i rapporti intimi di un tempo. Anche in questi casi in pochi si pongono il problema dei danni esistenziali e delle ripercussioni psicologiche subiti da queste ragazze, diventate delle pornoattrici loro malgrado. È inutile negare l’evidenza dei fatti. I siti porno sono tra i più visitati al mondo. Molti uomini sono allo stesso tempo pornografi e moralisti, sempre pronti a visitare siti hard e a giudicare frettolosamente senza alcuna pietà . Il caso di Tiziana Cantone però dovrebbe essere emblematico; dovrebbe insegnare qualcosa a questi pornografi talebani e ai legislatori di tutto il mondo.

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Sul martirio

Secondo me Maria Goretti non dovrebbe essere assolutamente un esempio per le ragazze cattoliche. Non ho mai apprezzato il suo martirio in nome della purezza e della difesa della verginità. Ciò non significa che disprezzi il martirio in senso lato. Se il martirio è sacrificio di se stessi per salvare altre vite umane posso anche apprezzarlo. Ad esempio posso apprezzare un prete che in tempo di guerra chiede di essere fucilato al posto di uno o più padri di famiglia. Ma a mio avviso sono molto più da portare da esempio le donne che si fanno stuprare e poi se rimangono incinte non abortiscono e crescono quei figli scaturiti da un atto di violenza e di odio. Apprezzo loro. Il martirio di Maria Goretti mi sembra invece un atto di rinuncia alla vita in nome di valori antiquati e passatisti. I preti che portano da esempio Maria Goretti alle ragazze sono ai miei occhi riprovevoli ed esecrabili. Ci sono già tanti femminicidi. Non abbiamo bisogno ulteriore di altre Marie Goretti. Qualcuno potrebbe obiettare sostenendo che questo è un caso limite. Ma io vi dico che anche dai casi limite si vede l’assurdità di una morale sessuale.

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Sull’aborto

Non voglio cercare di stabilire dopo quante settimane il feto è una nuova vita umana. Non si finirebbe più e non sarei nemmeno competente. Non voglio nemmeno stabilire se l’aborto sia un omicidio come ritengono alcuni. Voglio vedere il problema da un’altra prospettiva. Anche coloro che pensano che c’è vita appena uno spermatozoo feconda un ovulo devono ritenere la legalizzazione dell’aborto un male minore e un modo per ridurre gli aborti clandestini. Va ricordato che gli aborti clandestini sono ancora una realtà. Esiste anche oggi il sommerso per quel che riguarda gli aborti. L’aborto legale è un male e le ragazze non dovrebbero abortire a cuor leggero. Però è un male minore. Con l’aborto clandestino un tempo talvolta oltre al neonato si perdeva anche la ragazza. È molto meglio che le ragazze finiscano tra le mani dei medici specializzati che tra le grinfie di apprendisti stregoni. Ci sono nel nostro Paese troppi medici obiettori di coscienza e il rischio è quello di ritornare indietro, ovvero di ritornare alle mammane. La questione è chiaramente delicata, controversa e riguarda non solo la legge ma talvolta anche il contrasto tra libertà delle donne e coscienza. In alcuni casi abortiscono per necessità ed in altri per scelta. Ma è una illusione pensare che le ragazze che oggi abortiscono non abortirebbero se venisse proibito l’aborto. La stragrande maggioranza probabilmente abortirebbe clandestinamente.

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Sulla malignità

Il linguaggio inappropriato ed inadeguato lascia spesso intravedere la malvagità che sta dietro alle parole; lascia scorgere il vero retropensiero. Esiste molto spesso il sottinteso, anche se datori di lavoro e “professionisti” della psiche ad esempio per rendere più produttivi i dipendenti tendono a negarlo, sostenendo che siano tutte paranoie. D’altronde ognuno ha i suoi interessi. Persone in perfetta buona fede vi diranno pure di non cercare il pelo nell’uovo e non fare l’analisi di ciò che vi viene detto. Ma sono loro gli ingenui e gli sprovveduti. Chi ascolta attentamente parola dopo parola non compie altro che un suo diritto. Quando c’è un litigio, una discussione, una diatriba inoltre bisogna sempre ricordare chi ha cominciato prima ancora di chi ha concluso. Comunque anche chi ha concluso ha delle responsabilità. Non parliamo poi delle maldicenze, delle calunnie e delle diffamazioni. Anche questa è violenza psicosociale. I più giovani possono essere più scusati ed anche i rimbambiti. Le persone mature, anche di una certa età, assolutamente no. Sono totalmente responsabili, salvo casi eccezionali, di ciò che dicono. Chi ha a che fare quotidianamente con bambini o adolescenti deve essere doppiamente accorto perché loro sono molto più fragili degli adulti. Chi parla ha il dovere di non aggiungere disordine al disordine del mondo. È così facile scoprire i lati deboli degli altri e ferire gli animi altrui. Il problema non è prendersela o meno. Chi ferisce o offende dovrebbe smetterla. Camus sosteneva che ognuno non deve aggiungere dolore al dolore del mondo. Aggiungo io: specialmente se si ritiene, a torto o a ragione, cristiano. Anche chi scrive ha dei doveri. Io scrivo, per quel che mi riguarda, cercando di trattare delle magagne di tutti, senza mai andare sul personale. Chi parla invece stia attento a non parlare a vanvera. In questo piccolo gioco al massacro verbale vince chi passa sopra tutte le cattiverie. Vince chi non risponde alle malignità. Non vince certo chi è più crudele.

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Intervista alla poetessa Lavinia Frati

Lavinia Frati è nata a Roma il 3.10.1964. Suoi testi sono apparsi su riviste poetiche (Poeti e Poesia, rivista internazionale n.32 e 34 del 2014, Direttore Elio Pecora. L’orto botanico di Monsieur Proust 2014, LaRecerche.it), in antologie di poesia (Il segreto della fragole, Lietocolle 2017; Enciclopedia di Poesia Contemporanea Mario Luzi, vol.7/2016, anno di edizione 2017; IPoet Lunario in versi, Lietocolle 2016; Il ventuno a primavera, Omaggio ad Alda merini; Il ventuno a primavera, Omaggio a Oriana Fallaci, Octopus edizioni 2015) e sui blog Poeti&Poesia, Voci di poesia e Le stanze di carta.
Ricordo a tutti che Elio Pecora è un grande poeta ed è uno dei maggiori studiosi di Sandro Penna. Lavinia Frati assieme ad Ilaria Cino ha fondato il blog letterario Le stanze di carta. Personalmente ritengo Lavinia Frati una voce molto originale della poesia contemporanea. Ringrazio molto Lavinia per la sua disponibilità, la tempestività con cui ha risposto e anche naturalmente per la fiducia accordata.

1 A che età hai iniziato a scrivere?

Ho iniziato a scrivere poesia da circa 7 anni. In precedenza, avendo avuto un marito poeta, davo solo suggerimenti su quali varianti scegliere. 

2 Come ti sei avvicinata alla poesia? C’è stata una figura che ti ha formato?

Ho sempre letto poesia, sin da bimba. A 8 anni avevo la pretesa di imparare a memoria “A las cinco de la tarde” di Garcia Lorca. Naturalmente non vi riuscii: una poesia molto lunga per di più in una lingua che non conoscevo.

3 Leggi molti libri di poesia in un anno?

Leggo quasi esclusivamente poesia: penso sia l’unico modo per imparare a scrivere e comunque, l’unico mezzo per avere una rappresentazione di sé immediato, come accendere un interruttore in una stanza completamente buia.

4 Quale funzione sociale pensi che possa avere la poesia nella società dei consumi?

Solleticare la parte meno consumistica di noi, quella che rimane estasiata nel vedere un tramonto, per esempio.

5 Che rapporti hai con la comunità letteraria?

Le comunità sono impersonali: ho dei poeti, con cui colloquio e con cui, con alcuni, ho anche un rapporto d’amicizia. Penso in particolare a Lorenzo Mullon e ad Ilaria Cino, a Paolo Gera con cui annualmente capita di scriverci e a molti altri con cui mi confronto con scambi poetici frequenti.

6 Secondo te è possibile essere poeti senza pubblicare con una casa editrice?

Penso sia frequente perché pubblicare poesia attualmente è molto facile, se si vogliono seguire percorsi “facilitati” (tipo le autopubblicazioni) o affidarsi a case editrici che richiedono una qualche sovvenzione, mentre è davvero difficile pubblicare presentando semplicemente la propria opera alle case editrici. Credo però che non sia indispensabile pubblicare per essere poeti: pubblicare aiuta solo ad avere una cerchia di lettori un pochino più ampia.

7 Che ne pensi dell’editoria a pagamento?

Penso che può aiutare l’ego dei poeti.

8 Che rapporto hai con i classici? Ne hai letti molti?

Ho letto parecchi classici e, a volte, li rileggo. Cerco però di acquistare libri di poeti a me sconosciuti, contemporanei, anche se, devo ammettere, che alcuni autori mi fanno compagnia costantemente: li tengo, cioè, a portata di mano, come fossero dei salvavita, poggiati sul comodino, a volte impolverati perché sono lì da molto: eppure non mi sento di rinunciarci e di allontanarli da me, rimettendoli in libreria. Tra questi: Bevilacqua, Pavese, Testori

9 Che definizione daresti della poesia contemporanea?

Trovo che alcuni autori siano interessanti: ultimamente ho letto Leardini, Parvopassu e Strumia. Anche D’Elia è molto apprezzabile. C’è sempre da imparare dal confronto con altri poeti: quest’anno ho partecipato, come spettatrice, all’evento “Le ragioni della poesia” organizzata dal poeta Elio Pecora in cui la lettura, da parte dei poeti contemporanei presenti , tra cui Magrelli, Fo’, Gualtieri, Bre, e tanti altri, di loro opere ha arricchito la platea presente e indicato nuovi orizzonti da esplorare.

10 Che ne pensi della neoavanguardia?

Diffido sempre delle corporazioni e e non mi piacciono le regole, se non quelle che nascono spontaneamente da se stessi. Preferisco la poesia dell’ultimo Sanguineti a quella di quando faceva parte del gruppo ’63, tanto per fare un esempio. Fare parte di qualcosa è comunque una limitazione.

11 Che ne pensi delle scuole di scrittura?

Forse per chi scrive sceneggiature possono avere un senso: penso invece che, per quanto riguarda la poesia, si impara solo leggendo molto e scrivendo. Poi, dopo aver scritto, si deve rileggere a voce alta ciò che si è scritto. Non bisogna innamorarsi delle proprie cose, ma scriverle per donarle agli altri.

12 Che ne pensi della diffusione della poesia sui social?

Penso che qualsiasi mezzo è importante per far amare la poesia.

13 Quali sono i poeti contemporanei che ti hanno più influenzato?

Pavese. L’ho letto per un anno di seguito. La sua poesia è molto simile all’animo dei poeti. Parla della ricerca della felicità o, meglio, dell’aspirazione alla felicità in un territorio desolato e triste. Alfonso Gatto, di cui amo la straordinarietà nel costruire le frasi. La prima Alda Merini. Lucio Mariani. Fortini. Bonnefoy e tanti altri.

14 Che cosa ne pensi in genere della poesia contemporanea italiana?

Penso che la poesia contemporanea abbia, proprio per il momento storico che viviamo, così povero di energie intellettuali e, invece, molto florido di tristi urlatori egocentrici, un compito importante: quello cioè di preservare il pensiero libero e di proteggere la sensibilità del genere umano. E’ necessario far circolare la poesia per non lasciare che le anime si rattrappiscano.

15 Per te scrivere è passione, uno sfogo, un’arte o che cosa?

Forse tutte e tre le cose: è passione, perché non riesco a farne a meno. E’ uno sfogo, perché quando lo faccio mi sento felice. Non so se sia arte, lo spero.

16 Che ne pensi degli slam poetry? Hai mai letto in pubblico le tue poesie?

Mi è capitato, ma non è facile leggere in pubblico.

17 Diversi poeti si danno alla prosa per sopravvivere. Tu che ne pensi?

Ho provato a farlo anch’io ma, dopo poco, mi annoio mortalmente. Tutte quelle parole per dire qualcosa che, con metà dei fogli ma con il triplo di fatica, la poesia è così brava nel narrare.

18 Secondo te la scuola italiana potrebbe fare di più per far amare la poesia italiana contemporanea?

Si. Bisognerebbe innanzitutto ricominciare a studiare le poesia a memoria: poi abolirei lo studio dei “Promessi Sposi” per avere il tempo di studiare poeti a noi più vicini, come Penna, la Rosselli, Bertolucci e tanti altri completamente sconosciuti agli studenti.

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Sul vitalismo

C’è del vitalismo più o meno disperato nei romanzi di Bukowski, Truman Capote, Pavese, Celine, Tondelli. È il vitalismo appunto l’unica cosa che accomuna questi scrittori così diversi. Per me questi narratori hanno un tipo di scrittura che riesce ad aderire alla vita. A mio avviso coincide, corrisponde perfettamente senza espedienti ed infingimenti. Riescono a coinvolgere il lettore con la loro scrittura. Riescono a parlare con il cuore in mano. Ciò che mi piace dei loro testi è l’immediatezza, la scorrevolezza. Questi scrittori mi sembrano dei fiumi in piena. I loro testi non mi sembrano pensati e ripensati, corretti e modificati. Mi sembrano tutti pubblicati alla prima o al massimo alla seconda stesura. Se sono stati modificati molto probabilmente hanno tolto e non aggiunto perché in questi romanzi si tratta di levare più che di battere. Sembrano tutti scritti apparentemente semplici e trasandati. Non guardo quindi alla forma mentis dell’autore né allo stile. D’altronde in un romanzo o in una raccolta di racconti non cerco le congetture filosofiche, le introspezioni pseudo-psicanalitiche o le descrizioni di paesaggi o città. Non cerco tutto ciò. Tutto ciò mi annoia. Cerco di leggere invece chi riesce a raggiungere la vita o quantomeno si sforza di farlo. Cerco chi riesce a descrivere gli eventi, a riportare casomai le conversazioni e a narrare gli stati d’animo nel modo più realistico possibile. Molti romanzi, anche dei capolavori, se li paragono a quelli di questi miei scrittori preferiti, mi sembrano artefatti. Proprio questi autori invece che sono così antiletterari, se giudicati superficialmente, mi sembrano i più autentici. Il caso vuole che in modi diversi tutti questi miei narratori prediletti si siano autodistrutti: proprio loro che avevano inseguito la vita come nessuno fino ad allora a mio avviso hanno sentito il fiato sul collo della vita e sono caduti per sempre. Questi scrittori forse erano così vitali ed esuberanti con la penna perché nella realtà la loro vita sfuggiva loro di mano. Forse è questo il motivo: nella realtà non erano assolutamente padroni della loro vita, che forse sembrava seguire logiche ed automatismi inspiegabili. D’altronde tutto questo è comprensibile perché il vitalismo è sempre stato contrapposto al meccanicismo. Nessuno di questi autori era un viveur. Nessuno era gaudente. Tutti avevano un rapporto di amore ed odio nei confronti della loro vita. Capote fu criticato parecchio per la sua contiguità con il male da cui nacque “A sangue freddo”. Pavese era un caso a se stante perché senza ombra di dubbio era il più intellettuale, il più lucido e il più sobrio. Eppure lui, apparentemente il meno autolesionista, giunse all’autodistruzione totale, compiendo il gesto estremo. Proprio Pavese riuscì ad essere vitalista nei suoi romanzi e racconti grazie al neorealismo. Intendiamoci in ogni caso: il vitalismo di questi autori non è fittizio ma è sempre autentico. Non c’è niente di inventato. Un’altra cosa che mi piace è che questi narratori non si sono messi a studiare la vita in modo calcolatore e a tavolino ma sembra perfettamente che si siano messi a narrare in modo occasionale. Sembra che abbiano vissuto le loro peripezie e ogni tanto abbiano fatto una pausa tra una sfiga ed un’altra per annotarla sul loro taccuino. Questi scrittori ci raccontano la loro vita quotidiana ed allo stesso tempo non creano altre realtà: sono testimoni impareggiabili delle loro epoche, restituiscono senza sconti ed senza finzioni la loro cruda verità umana. È altrettanto vero che questi artisti hanno pagato totalmente il loro modo d’essere e di vivere. Alcuni di essi erano diverse spanne sopra le righe e spesso in stato alterato di coscienza. Sfiga dopo sfiga purtroppo la loro esistenza è diventata tragedia. Loro sono riusciti a narrarlo magistralmente nelle più svariate sfaccettature. Sono riusciti a fornirci una visione altra della vita, che riesce ad erompere dal contingente. Tutto questo non è poco. Anzi è merce rara in un libro di narrativa.

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Sull’amore

L’amore di cui parlano le canzoni, i romanzi e i film non esiste. L’amore inteso come esclusività, possesso, gelosia ed attaccamento non è vero amore. Oggi tutti vorrebbero sfuggire alla retorica dell’amore e poi si ritrovano vittime del sentimentalismo. Per il cristianesimo c’è l’erotismo, ovvero la carnalità. Ma c’è anche l’agape, un legame che unisce spiritualmente ed idealmente cose e persone. Nella società attuale secondo Bauman ci sono moltissimi amori liquidi, destinati a durare poco perché tutti sono alla costante ricerca del nuovo e nel capitalismo tutto è destinato a consumarsi. Nell’amore e nella vita spesso non c’è giustizia né merito. Secondo Fromm la società industriale è basata sullo sfruttamento e imperniata sul mito del successo. Secondo molti psicanalisti bisogna essere nevrotici per adattarsi egregiamente in questa società malata. Ma ritorniamo a quel che chiamano amore. Prerequisito fondamentale dell’amore dovrebbe essere la libertà, anche se attualmente tutti sono invischiati in mille condizionamenti. Marta Marzotto ad esempio sosteneva che “il principe azzurro deve essere chic, dare lo choc e avere lo cheque”. Le ragazze di oggi di certo non cercano “due cuori e una capanna”, anche se poi la realtà di tutti i giorni è triste, dura e non guarda in faccia nessuno. Diciamo però che molte inizialmente si fanno abbindolare dagli idoli e dai miti della società. Amare può significare molte cose: ubbidire all’istinto, essere infatuati, cercare di rompere la solitudine. Per Freud il sesso non è un bisogno, ovvero volendo se né può anche fare a meno. Naturalmente questa rinuncia ha il suo prezzo, anche se in fondo la civiltà non è altro che trattenere gli impulsi e barattare la libertà in cambio di un poco di sicurezza. Il sesso comunque è una pulsione. Pasolini si chiedeva che significato avesse il sesso. Dichiarava che bisognava pronunciare molte volte la parola “sesso”(sesso, sesso, sesso, sesso, sesso, sesso, etc) per poi vedere come sarebbe risuonata alla fine. Sempre per Pasolini il sesso poteva essere sia “metafora del potere” che “consolazione della miseria”. Io invito tutti a vedere “Comizi d’amore” di Pasolini e a riflettere sulle sue domande. Catullo ha scoperto che amore ed odio coesistono e che la vera passione è un impasto di questi due elementi. È chiaro quindi che l’amore rende sciocchi anche i più saggi, i più assennati, i più sobri e i più intelligenti. È un desiderio debordante e tracimante. La cosa più saggia sarebbe non desiderare nulla e non volere nessuna persona. Sarebbe più saggia che desiderare ciò che si ha, ma sarebbe una condizione innaturale che non apparterrebbe alla natura umana. Per quanto riguarda l’amore tutti pensano di sapere cosa sia e tutti pensano di averlo provato almeno una volta nella vita. Quel che chiamano amore è indicibile in realtà e nessuno riesce a spiegare con certezza i motivi per cui si è innamorato della sua moglie. La moglie aveva certe caratteristiche desiderate, però c’erano chissà quante altre ragazze con quelle caratteristiche! In Occidente viene inoltre mitizzato da secoli l’amore non corrrisposto o quantomeno l’amore infelice. L’amore è ciò che trascende la ragione. Le scelte sentimentali non hanno un perché, se sono veramente disinteressate. Spesso non c’è motivo. Nessuno sa dire esattamente perché. Si sa che le cose accadono. Questo e basta. Per amare veramente una persona gli esperti ci dicono che bisogna mettere in conto di perderla. La persona amata può sfuggire da un istante all’altro. Ciò va sempre messo in preventivo. Nessuno può essere certo di niente in amore. L’imprevedibile è sempre dietro l’angolo, anche nelle storie e nei legami più abitudinari. Ma lo stesso Bauman dichiarava che le emozioni passano e i sentimenti restano.

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Su Don Milani e la scuola di oggi

Non ce l’ho mai avuta con Don Milani ma con chi ha mitizzato questo grande prete e la sua scuola a Barbiana. A mio avviso alcuni suoi difetti erano la lettura ogni giorno dei quotidiani ai ragazzi e l’idiosincrasia nei confronti dei laureati. Don Milani cercava di insegnare l’italiano e cercava di far capire come andava il mondo tramite la lettura dei quotidiani. Proprio lui che era duro e puro non aveva mai considerato che i giornali erano e sono dei mistificatori della realtà? Non era meglio insegnare forse l’italiano con la lettura di buoni libri? Don Milani inoltre non voleva far incontrare i suoi ragazzi con i laureati. Probabilmente per lui l’università era inutile, rovinava le menti o quantomeno corrompeva le persone. Sappiamo che lui non volle fare l’università e che la sconsigliava ai suoi ragazzi. La scuola di Barbiana non preparava bene agli esami da privatisti perché non venivano insegnate bene materie come il latino e la letteratura che Don Milani riteneva inutili per i figli dei poveri. All’inizio queste materie non venivano insegnate per niente. I suoi ragazzi frequentavano la scuola di Barbiana per dodici ore al giorno, inclusi i festivi. La sua scuola era molto impegnativa e agli antipodi rispetto alla scuola pubblica che secondo lui era classista. Secondo Don Milani per rendere uguali il ricco e il povero i politici dovevano escludere i figli dei ricchi dalla scuola e non bocciare più nessuno. Oggi molte cose sono cambiate rispetto ai suoi tempi: ricordiamoci che morì nel 1967. Per il prete di Barbiana la parola faceva uguali, cioè una maggiore conoscenza della lingua da parte dei figli dei poveri li avrebbe resi in grado di interpretare la realtà. Oggi invece sono le conoscenze scientifiche e tecnologiche che “fanno uguali”. Ma alcune cose sono ancora attuali. Fino a pochi anni fa molti intellettuali pensavano che nella scuola avessero vinto i sessantottini e il donmilanismo. Alcuni sostenevano che Don Milani fosse uno dei maggiori responsabili del degrado scolastico, di una scuola diventata troppo egualitaria e di massa. Ma poi sono venute le facoltà a numero chiuso. Per superare le prove, fatte di quiz culturali e di test di logica, molti si preparano comprando libri e andando a lezioni private. I figli dei laureati sono avvantaggiati culturalmente ed economicamente. Oggi sono i test e non le professoresse a fare la selezione. La selezione oggi avviene con queste prove di ingresso. La retorica è che solo i capaci e i meritevoli accederanno ad alcune facoltà universitarie. In futuro però mancheranno i medici. E poi cosa ne è del sacrosanto diritto allo studio? Non sarebbe meglio se la selezione avvenisse tramite gli esami universitari e non tramite quiz e test? Oggi un nuovo Don Milani non scriverebbe più “Lettera a una professoressa” ma dovrebbe inviare le sue missive a presidi di facoltà, rettori e al ministro della pubblica istruzione. Dovrebbe convincerli ad abbandonare il numero chiuso. Dovrebbe insomma diventare una sorta di Herzog, il personaggio di un romanzo di Saul Bellow. Ma non credo che risolverebbe niente.

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Sui talent show

Oggi riscuotono un grande successo i talent show. La prima critica che faccio a questi programmi è che formano ballerini e cantanti ma non autori. Vengono premiati solo gli interpreti e non i poeti prestati alla musica né coloro che possono veicolare messaggi importanti o fare denunce sociali. Talvolta penso che questi format creino degli epigoni, se non degli imitatori. Non viene premiato in alcun modo lo spessore culturale. Inoltre eticamente mi hanno sempre lasciato perplesso. I giudici abbattono sul nascere i sogni e le aspirazioni di ragazzi troppo giovani. C’è il rischio di ferire in modo letale la sensibilità non solo artistica ma anche umana dei giovani. I talent show possono essere un trampolino di lancio, una opportunità, una esperienza formativa ma anche un supplizio senza fine. Un tempo diventavano famosi dopo anni di gavetta. Oggi questo bagno di folla, questa grande popolarità improvvisa può rivelarsi dannosa per giovani che devono ancora crescere e maturare. Nei talent gli aspiranti cantanti e ballerini hanno da subito una grandissima visibilità che può montar loro la testa o che può renderli infelici nel caso di riscontri negativi. Ai ragazzi viene data la possibilità di interagire con coach famosi, di duettare con artisti internazionali, di essere osannati dal pubblico nel migliore dei casi e dopo queste grandi scariche di adrenalina cosa resta due o tre anni dopo? Molto spesso niente. La carriera di un artista dovrebbe procedere per tentativi ed errori ma in questo genere di trasmissione è vietato sbagliare e perciò è vietato variare e sperimentare. In definitiva l’industria discografica è al servizio della televisione. La televisione dovrebbe essere il mezzo ed invece diventa il fine: su tutti e tutto regna incontrastato l’audience. Questi format portano a grandi ascolti però ciò va a discapito della qualità. Viene da chiedersi se necessariamente un giovane deve passare per le forche caudine della televisione per diventare un cantante o un ballerino famoso. L’eccessiva severità dei giudici, i fischi del pubblico in sala o il televoto possono demoralizzare e deprimere in modo cruciale i giovani. Esiste una parte statica ed una dinamica di noi stessi? Con il tempo si cambia e talvolta si migliora? In giovane età io penso che tutti abbiano dei margini di miglioramento notevoli, ma il talent sembra voler decretare in modo definitivo il successo o l’insuccesso di un giovane. Il talent sembra voler mettere una pietra tombale sui sogni di alcuni giovani, che dovrebbero essere trattati con più delicatezza e con meno brutalità. Nella vita normale molti si imbattono quotidianamente in colleghi, superiori, familiari, parenti, conoscenti che a torto o a ragione non li stimano. All’università alcuni docenti trattano male gli studenti, però questo avviene davanti ad una ristretta cerchia di persone. Anche nella vita quotidiana c’è il rischio del giudizio negativo, del fallimento e talvolta dello stillicidio continuo e della molestia morale. Ma la televisione amplifica tutto. Il talent dura poco. Ma tutto accade davanti a milioni di spettatori. Alle sfuriate di un giudice assistono milioni di spettatori. Le figuracce e le scenate diventano virali: addirittura nazionalpopolari. Non si può prescindere da tutto ciò? Bisogna illudere e poi deludere così questi giovani? Devono essere così sfruttati dalla logica televisiva e dall’industria della canzone? Spesso vengono tarpate le ali sul nascere in modo definitivo. Prima avveniva tutto in modo più graduale: c’erano delle tappe e dei livelli. Sono pochi quelli che ce la fanno. Alcuni addirittura vincono il talent e dopo qualche anno vengono subito dimenticati. Il sistema discografico è sempre più un mondo usa e getta. I talent mi sono sempre sembrati dei tritacarne senza umanità. Eppure tantissimi giovani ogni anno vanno a fare i provini. Vogliono svoltare come si dice a Roma. Forse non mettono in conto che oltre agli onori e ai guadagni essere famosi comporta anche degli oneri, delle responsabilità, dei compromessi e dei sacrifici. Beata la loro incoscienza!
A me i talent show fanno malinconia e ritengo fortunati gli ideatori non solo per il successo ma anche perché finora nessun giovane si è fatto del male. La controversa questione se questi format fanno male a chi vi partecipa rimane. Così come resta l’idea in molti che lo spettacolo abbia la meglio sulla musica, che seppur declinata in tutte le sue varianti ed i suoi generi viene per alcuni critici musicali rovinata. Nessuno però sa dire se era meglio prima quando aspiranti e sedicenti artisti cantavano ai matrimoni oppure ora. Mi fanno altrettanta malinconia a onor del vero le trasmissioni di vecchie glorie che rievocano i bei tempi e cantano i loro cavalli di battaglia. Comunque i talent show sono delle minestre riscaldate perché in gran parte dei casi vengono riproposti vecchi brani. Mi chiedo chissà quanta gente lavora dietro le quinte di questi programmi e non vedo i risultati concreti. Mi domando se ci sia qualcosa e qualcuno in questi format che possa veramente allargare gli orizzonti e aprire la mente dei telespettatori. Mi viene il dubbio a tal proposito che sia tutto intrattenimento. Mi viene il dubbio che i telespettatori aspettino la stecca senza alcuna empatia per il giovane più che il virtuosismo. Forse sarebbe più onesto e meno rischioso per i partecipanti fare una nuova Corrida in cui nessuno ha pretese artistiche e in cui ci si può mettere in gioco allegramente con spensieratezza. Inoltre penso che dietro una apparente strafottenza e la rincorsa al successo dei giovani molto spesso si cela l’insicurezza psicologica, l’incertezza esistenziale e la voglia di essere accettati per quello che realmente si è. Questa loro fragilità va tenuta in considerazione e non gettata in pasto al pubblico. I giovani potrebbero non essere ancora corazzati a livello interiore e potrebbero ancora non essere preparati psicologicamente. Il canto e il ballo sono anche delle attività ludiche ma nei talent show tutto viene prese terribilmente sul serio. Il giudizio dei coach e del pubblico risultano delle sentenze inoppugnabili. I giudizi sono spesso perentori e non ammettono repliche. Qualcuno potrebbe sostenere che non è colpa dei giudici se qualche ragazzo è troppo permaloso, troppo fragile, troppo vulnerabile, troppo delicato. A volte ho assistito a delle critiche destabilizzanti da parte dei giudici, che dovrebbero saper tener a freno la lingua e dovrebbero dimostrare più accortezza. Dovrebbero cercare di non ferire l’animo dei partecipanti. Un requisito fondamentale per essere giudici dovrebbe essere l’umanità, anche se lo show-business è una lotta di tutti contro tutti e bisogna essere agguerriti per sopravvivere. I giudici dovrebbero pensare non solo a selezionare i migliori ma anche alle conseguenze psicologiche ed esistenziali di chi non ce la fa. Perché sottoporre a tutto questo stress psicologico ed emotivo dei giovani? Perché i giovani continuano ancora a fare da carne da macello a questi spettacoli? Apparentemente sembra un gioco, ma dietro c’è rivalità, malignità ed aggressività tra ragazzi che vengono messi l’uno contro l’altro. Forse il problema sta a monte: moltissimi giovani sanno che non potranno mai contare qualcosa in questa società e pensano che i talent show siano la loro ultima spiaggia. I talent show quindi sono per coloro che hanno la voce per cantare ma che non avranno mai voce in capitolo nel mondo. Così ogni anno in migliaia si catapultano alle selezioni. Ci saranno coloro che verranno glorificati e coloro che saranno umiliati. Ogni anno lo spettacolo viene riproposto nel palinsesto. La strategia vincente non viene cambiata. La cosa più saggia è cambiare canale a mio modesto avviso. Ho concluso.

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Sul fallimento in genere

In principio c’è la scuola. C’è chi crede nella scuola pubblica. C’è chi crede nella scuola privata. C’è chi pensa che il greco e il latino siano delle lingue morte. Chi invece crede che formino ed aprano la mente. C’è chi crede nelle facoltà scientifiche e chi in quelle umanistiche. Tutto nella scuola è propedeutico per l’ingresso nel mondo lavorativo. Lo studente meritevole sarà un cittadino modello e un brillante lavoratore. A scuola non si esercita il senso critico perché lo studente deve diventare un membro della società. Non deve porsi troppe domande e non deve mettere in discussione il sistema. Non deve essere un libero pensatore perché deve essere un consumatore come tutti gli altri. I cittadini modello producono quando lavorano e consumano nel tempo libero. I cittadini modello devono essere rassicurati da abitudini, razionalizzazioni e luoghi comuni. Niente altro che questo, altrimenti il sistema si arresta, implode, finisce. Lo status quo non deve essere alterato. Il lavoro ha una sua etica rigorosa ed è considerato sia una virtù che un dovere. I cittadini lavorano per guadagnarsi il pane e garantire la sicurezza economica alla loro famiglia. Tutto deve essere fatto in nome dell’efficienza e del progresso. Il mondo del lavoro ha bisogno di persone che siano utili e pratiche. Tutto e tutti devono avere una utilità pratica. Viene considerato progresso costruire strade dovunque e fabbricare macchine sempre più veloci. Qualsiasi innovazione tecnologica e qualsiasi comodità inoltre vengono considerati progresso. Dell’evoluzione civile, etica e spirituale poco importa. Gli umanisti, i preti, gli artisti, gli intellettuali senza cattedra sono ritenuti dei falliti. La scuola quindi non può permettersi il lusso di educare alla creatività ed all’autonomia di pensiero. I liberi pensatori sono dei falliti. Chi ama l’arte e non viene riconosciuto dalla critica o dal pubblico viene considerato un artistoide in senso dispregiativo. Vince in questo sistema chi guadagna soldi e chi trasforma la sua passione in un lavoro. Vince chi si integra socialmente, chi arriva e si adegua al conformismo. Vince chi si adatta alla logica del mercato. Vince chi è commerciale. Gli altri sono semplicemente esposti al pubblico ludibrio. Sono considerati dei falliti. Si consiglia loro di darsi all’ippica o a qualche altro passatempo innocuo e meno impegnativo. Tutti possono ridere di loro. Tutti possono prenderli in giro. Sono persone che sentono e pensano diversamente e questo può essere il loro dramma. Sono uomini irrisolti. Vengono considerati gigioni e inconcludenti. Con il prossimo spesso hanno rapporti conflittuali. Sono pettirossi a cui tutti possono sparare. Invece dovrebbero essere rispettati perché tutti devono essere rispettati e perché ci sono anche artisti che hanno gloria postuma. La poesia merita un discorso a parte perché è la più povera delle arti, almeno qui in Italia. Coloro che scrivono versi sono considerati dei folli o dei disadattati. Le poetesse sono più tollerate, ma spesso gli uomini nei loro confronti hanno dei secondi fini. Non voglio nemmeno fare retorica riguardo ai poeti. Ci sono stati criminali che scrivevano poesie. Chi scrive versi non necessariamente è buono ed ha un animo nobile. I poeti vengono spesso derisi, sbeffeggiati, canzonati. La poesia, che per alcuni è quasi un bisogno fisiologico, viene sempre guardata e giudicata con sospetto. Il pubblico non vuole l’impegno. Vuole solo divertirsi. Riguardo ai guadagni Moravia, che vendeva molto, pensava che la stragrande maggioranza degli artisti fosse esclusa dai giri di soldi della società occidentale. A mio avviso chi scrive un bestseller si realizza come artista e fallisce come uomo. Coloro invece che vengono considerati dei semplici artistoidi falliscono come artisti ma si autorealizzano a livello umano e questa a mio avviso deve essere la massima aspirazione. Personalmente sogno un mondo in cui tutti possono inseguire i propri sogni a qualsiasi età. Ma so, realisticamente parlando, che non è possibile e che il giudizio degli altri è impietoso.

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Sulla politica in genere…

Da molto tempo vado oltre la logica degli schieramenti ed oltre le appartenenze partitiche. Non voto per nessuno e non tifo per nessuno. Non c’è nessun partito in cui mi posso identificare. Non c’è nessun partito di cui condivida i punti programmatici. Un partito mi può andare bene per una cosa ma non per mille altre cose. Diciamo che sono un liberale anticomunista intransigente ma non un liberista selvaggio. Sono un moderato. Credo nei diritti civili. Cerco di rispettare la dignità di tutti. Non ho mai avuto una tessera di partito. Mi ritengo un umanista moderno e non ho niente a che fare con i giovinastri forzisti o leghisti in giacca e cravatta. Mi piacciono le maglie comuni ed i jeans. Non credo in chi fa politica guardando i sondaggi. Non faccio parte nemmeno di nessun centro sociale. Non credo nei marxisti che non hanno mai letto Marx. Non voglio affondare i barconi dei migranti e neanche accogliere tutta l’Africa nella penisola italica. Non sono uno che è in lotta con se stesso e travisa tutto prendendosela con il mondo. Per quel che mi riguarda non posso cambiare il mondo e trovo che sia molto difficile anche cambiare se stessi. Non credo in chi si professa socialdemocratico ed invece è sempre un comunista ed un massimalista. Non credo in nessuna retorica. Non credo nelle promesse elettorali. Disapprovo chi bluffa. Non mi piacciono i talk show, le risse, i politici che si sovrappongono l’un l’altro. Non credo neanche in nessun tipo di tradizione. Non credo nell’uomo forte e neanche nel pensiero debole. Non sono per l’autoritarismo né per il permissivismo. Me ne frego di Keynes e di Von Hayek. Non voglio statalizzare tutto e neanche privatizzare tutto. Non credo comunque che il mercato si autoregola. Qualcuno ha pensato che la politica sia l’arte del possibile, del compromesso o della mediazione. Io non credo che sia un’arte. Non credo nemmeno nelle scienze politiche. Per me la politica non è una scienza. Non credo neanche negli ideali che dovrebbero muovere chi fa politica. A mio avviso la politica è fatta da interessi e da conseguenti logiche clientelari e di spartizione. Non mi piace neanche la propaganda. Non mi piace questo clima da campagna elettorale permanente. Lo trovo controproducente. Non mi piacciono i privilegi che divengono diritti acquisiti. Non mi piace il politichese né i politici populisti. Il populismo può rivelarsi pura demagogia e sfociare anche nella violenza e nel razzismo, ma non credo in una deriva autoritaria e/o fascista: certe ideologie non ritorneranno in auge. Il razzismo è disdicevole ma è in parte come sosteneva Sartre “lo snobismo dei poveri”: bisogna condannarlo ma anche considerare le guerre tra poveri in questa società. Più cresce la povertà e più cresce il razzismo. Tutto sommato l’Italia è un paese democratico perché si può manifestare il libero pensiero e si può esercitare qualsiasi tipo di critica nei confronti dei politici. Questo lo si deve almeno riconoscere. Forse esisteranno altre forme di democrazie più evolute ma alcune libertà in Italia vengono garantite e tutelate. Mi ritengo un tipo indipendente. Sono o quantomeno mi sforzo di essere un libero pensatore. Me ne sto a casa mia e gli altri se ne stanno a casa loro. Forse arruffianarsi con i politici, anche quelli locali, faciliterebbe a trovare un posto di lavoro. Ma sono comportamenti che per ora non mi si addicono e sfido chiunque a dimostrare il contrario. Non ho niente da spartire con nessuno, se non con i miei familiari. Non mi faccio prendere da tempo immemorabile da furori ideologici. Non ho un atteggiamento fideistico nei confronti di niente e di nessuno. Non credo nel relativismo né nell’Assoluto. Sono scettico su tutto. Non mi riconosco in nessun partito e in nessun leader carismatico, ammesso e non concesso che ce ne siano all’orizzonte. Ritengo che siamo prossimi allo sfacelo. Il futuro non lo vedo per niente roseo ma non posso farci niente. La politica è una brutta bestia, ti può portare alle stelle come nella polvere ed io me ne sto pacificamente fuori dalle sue grinfie. Io ne sto fuori. Mi auguro soltanto che i politici siano più responsabili e coscienziosi possibile. Non auspico niente altro. Questo è tutto.

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Sui giornali in genere…

Non mi netto il deretano con i quotidiani e con i giornali in genere perché soffro di emorroidi e perché intaserei il cesso. Alcuni possono essere anche ben scritti(come La Repubblica, La stampa e Il corriere della sera) ma i giornalisti non li considero indipendenti, abbracciano troppo il sensazionalismo e sono troppo snob. Sono così snob che sottovalutano il fenomeno internet, che appunto è la causa principale della crisi dei giornali. Stimo in genere coloro che scrivono nelle terze pagine, che spesso predicano nel deserto. Però spesso scrivono, volenti o nolenti, di costume, società e varietà più che di cultura. I giornalisti avranno tutto il diritto ad essere faziosi. Probabilmente non possono non essere faziosi(ogni giornalista sceglie i fatti in modo non obiettivo ed elabora una opinione non imparziale), ma la maggioranza esagera essendo servile a mio avviso. Non mi piace neanche il giochino secondo cui i giornalisti di sinistra sono illuminati o quantomeno obiettivi e gli altri invece sono venduti e ruffiani. Mi sembra alquanto puerile una valutazione di questo tipo. Personalmente non faccio distinzione tra lo yes man di uno o di di un altro editore, a cui i giornalisti fanno sempre riferimento. Non faccio neanche distinzione tra un cosiddetto servo di partito e uno yes man. Ma quando dico che non mi piace questo giornalismo in fondo questo è un mio gusto personale. I giornalisti non hanno alcuna colpa, anche loro hanno il diritto a campare. Magari dovrebbero campare meno con i contributi statali. Nel 2018 lo Stato ha finanziato i giornali per una cinquantina di milioni di euro. Cinquanta milioni di euro circa per garantire una libertà di stampa che non c’è. Il giornale che ha ricevuto più finanziamenti è stato l’Avvenire. È del tutto fuori strada chi crede che ricevono più contributi quelli più letti. Assolutamente no. Per niente. Ammetto la mia ignoranza: non so chi sono i direttori dei principali quotidiani. So all’incirca le loro linee editoriali e questo mi basta. So a malapena chi sono i proprietari di qualche giornale, che salvo casi rarissimi dettano legge. Sono io che sono ignorante o sono loro che non sono memorabili? Più il tempo passa e più propendo per la seconda ipotesi. Il cervello deve memorizzare ben altre informazioni per non rimbecillire. Sono poco attento alla politica e ai giornali. Non so i nomi dei ministri. Me ne frego di quel che dicono. So solo che siamo prossimi al disastro e non posso farci niente. Non posso cambiare il corso delle cose. In ogni modo un tempo i giornali formavano ed orientavano l’opinione pubblica. Oggi c’è la televisione e soprattutto ci sono i social media. I giornali influenzano ben poco. L’opinione pubblica per come veniva intesa un tempo non esiste neanche più. Le notizie inoltre si possono leggere in rete. Il giornalismo partecipativo di cui tempo fa su questo blog parlava il poeta e scrittore Michele Nigro sta facendo passi da gigante, anche se rimangono alcuni dubbi: è giusto dare tutte le notizie? Si può essere giornalisti senza deontologia? Ogni cittadino può essere veramente reporter? Io ad esempio preferisco i commenti di qualche ottimo blogger agli editoriali dei quotidiani. Su internet c’è più libertà che nelle redazioni ed io preferisco la libertà ad una presunta professionalità. Le domande per i professionisti invece sono altre: si può essere critici nei confronti della società, pur essendo all’interno del sistema? Si può davvero farlo, pur essendo uomini di parte e non semplici liberi pensatori? Si può essere veramente liberi quando si è stipendiati da un partito o da un editore? A mio avviso questi sono interrogativi legittimi. L’Italia inoltre non è mai ai primi posti nelle classifiche sulla libertà di stampa. Ciò è dovuto sia al fatto che esistono dei cronisti minacciati(d’altronde è un rischio del mestiere) ma anche dal fatto che i giornalisti ricevono pressioni da padroni e poteri forti. Il giornalismo di inchiesta perciò viene visto male perché troppo scomodo e molti giornalisti preferiscono così l’autocensura e finiscono per essere accomodanti ed accondiscendenti. Tutto ciò che appartiene ai giornali è in crisi: perfino i vignettisti e quelle che un tempo si chiamavano strisce a fumetti. Ritengo in definitiva che sia meglio leggere qualche buon libro. Sui libri non transigo: devono essere di qualità. Li compro usati e scontati ma di qualità(filosofia, psicologia, poesia, narrativa, saggistica). Non confondiamoci. I giornali dovrebbero informare. I libri invece dovrebbero formare. La distinzione è fondamentale. I libri letti restano impressi. I giornali no. Lasciano il tempo che trovano. La memoria è selettiva. I libri finiscono nella memoria a lungo termine. I quotidiani no. Le informazioni al mondo d’oggi giungono dappertutto. I giornali non sono più richiesti. Questo è tutto per quel che mi riguarda.

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Recensione di Ilaria Cino alla raccolta “Passi” di Francesco Repetto:

Ilaria Cino è una sociologa e una poetessa, nata a Napoli. È presente in varie antologie dell’Aletti. Ha fondato insieme alla poetessa Lavinia Frati il blog letterario “Le stanze di carta”. Ha partecipato a mostre e ha realizzato delle iniziative letterarie. Dal 2016 si occupa anche di critica letteraria. Per maggiori informazioni visitare Blog di Ilaria Cino

Francesco Repetto, nato a Genova nel 1972, giornalista pubblicista e poeta, ha vinto alcuni premi letterari. Ha collaborato anche a La Repubblica. Ha iniziato a scrivere poesie dall’età di 14 anni. Ha pubblicato con Liberodiscrivere la raccolta “Tra sogno e realtà “. Trovate tutte le informazioni sulla sua biografia e ben 38 sue poesie sul sito Larecherche.it. L’autore è presente anche su Facebook.

Recensione di Ilaria Cino alla raccolta poetica “Passi” di Francesco Repetto:
Quando si ha tra le mani un’opera che palpita, che sussulta di carnalità e misticismo, che trascina verso boschi sconosciuti, memorie, luoghi del divenire, allora è certo che siamo davanti ad un’opera di poesia; e una delle sintesi che meglio esprime la raccolta “Passi” di Francesco Repetto la troviamo nella poesia del poeta statunitense Henry David Thoreau:” Andai nei boschi perché volevo vivere con saggezza e in profondità e succhiare tutto il midollo della vita, sbaragliare tutto ciò che non era vita e non scoprire in punto di morte che non ero vissuto”.
Il midollo della vita di Thoreau, come anche l’inesprimibile nulla Ungarettiano, è ciò che si canta e decanta in questi straordinari versi, pieni di furore, saggezza e geniale follia: “Bruciami tempo/ ti prego/ istiga il mio canto/fammi sentire legato/con le tue mani addosso/ voglio guardarmi soffrire/ mischiarmi all’inferno/vivere/morire/; così proseguendo nella lettura di Fiamme e deliri: /ubriaco:/solo così mi avrete svuotato/e mi avrete riempito/ Risa, calore,/lasciate che veda,/le mie parole sono fuoco,/ed io sono impaziente/di impazzire/“.
Il nulla, luogo di visionari, di catarsi e contemplazione respira in una parola libera e musicale che penetra l’altrove animandolo di silenzi indolenti, di forme nude di erica nel vento, poiane in volo, borghi di mare, saraghi curiosi, profumi di nebbia e vitigni assonnati: /C’è stato un tempo distratto/in cui lasciarci cullare/su campi di fiori/e vitigni assonnati,/sotto cieli indolenti/nell’azzurro dei monti/atmosfere distratte/di baci infuocati/C’è sempre un tempo per le messi/ed uno/per la neve che cade,/; ma lo stesso nulla è ben colto nella sua dimensione temporale, come momento breve d’ascolto e di creazione; così il tempo, il “Cogli la rosa quando è il momento” parafrasando Whitman è una delle maggiori riflessioni che il Repetto sembra inseguire e perseguire nella sua poesia.
La caducità dell’esperienza artistica, l’ebbrezza di “smarrirsi, contemplare, sentire per il gusto di sentire” percorre l’intera opera dove vita e arte si mesciono sublimandosi nel verso. Dall’inno alla Liguria – terra di poeti che vive nella poesia del Repetto come in uno di quei paesaggi orfici del Campana, intrisi di sogno ed erotismo – alle poesie per il padre dove l’esperienza della morte diviene grido, elevazione poetica:/Il rancido mormorio di un respiro affannoso,/dopo anni e anni di cosa,/cos’è mai la vita, Papà?/Oggi,/stanotte,/in questo infinito momento,/cosa rimane della tua vita?/.
Contro “un tempo avaro di parole e sorrisi” sorge il “Dolce sorriso di Orfeo” , grazie al quale si conquista lo spazio della parola; uno spazio che non è mai vuoto, dove il vuoto stesso è “silente e fragoroso”, uno spazio che risuona di sensi, assonanze, pause che lasciano sospirare, che seducono l’immaginario del lettore portandolo per mano nelle foreste del poeta, regalandoci sguardi ed emozioni.
Con il Repetto possiamo azzardare che l’orfismo conosce nuovi natali e che sulla scia di Campana prende corpo in un linguaggio erotico – mistico, tanto vivace quanto inafferrabile dal momento che batte le strade del “sentire”; verbo particolarmente caro ad Alda Merini, altro poeta italiano che ha contribuito alla storia dell’orfismo con la sua opera “La presenza di Orfeo”, e che come ci ricorda “Sentire è il verbo delle emozioni, ci si sdraia sulla schiena del mondo e si sente…”.
La scelta di rinunciare alle gabbie metriche a favore di una propria autenticità nel canto trova una precisa volontà nel riferimento al poeta Sanguineti:/Come dice Sanguineti/il mio stile è non avere stile,/ quindi corrompo me stesso/e mi infradicio/di versi scomposti/su un’aiuola che non esiste,/e ripongo una virgola,/e un’altra parola ripongo/sull’anima del mondo/. Essendo l’autore di Genova e dedito alla poesia fin dalla tenera età è lecito supporre la conoscenza del pensiero di Sanguineti nell’approccio alla scrittura, che com’è noto si avvalse di uno sperimentalismo linguistico, di oggetti, cose, sensazioni, richiami psicoanalitici, e di tutto ciò che poteva essere utile allo sviluppo del linguaggio poetico.
In realtà in una scrittura così appassionata che fa di Francesco Repetto una voce chiara e distinguibile tra le mille voci di questo tempo, si percepisce a mio avviso, tutto lo spirito whitmaniano dello scrivere poesie; di quest’atto misterioso a cui non c’è risposta se non quella che ci fornì Whitman circa due secoli fa e cioè “Che tu sei qui, che la vita esiste e l’identità, che il potente spettacolo continua e che tu puoi contribuire con un verso”.

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Cosa è rimasto?

Un tempo alcuni credevano nell’individualismo sfrenato e nell’egoismo assoluto di Max Stirner. Molti credevano ciecamente nel collettivismo totale di Marx. Volevano tutto subito e volevano l’immaginazione al potere. Si mischiava qualsiasi cosa allora dal punto di vista culturale. All’inizio fu la ribellione nei campus americani e il Maggio francese. La contestazione giovanile fu fatta da molti elementi: i miti di Che Guevara, Mao, Feltrinelli, Don Lorenzo Milani, Bob Dylan e Joan Baez, la Controcultura, la Psicanalisi, il femminismo, inizialmente anche la nonviolenza, Marcuse, la rivoluzione culturale, la primavera di Praga, gli scontri di Valle Giulia, le facoltà occupate, la protesta contro la guerra nel Vietnam, i figli dei fiori, l’affermazione del potere studentesco, le assemblee, le manifestazioni, le lotte contro la retorica della famiglia e della patria. L’importante era ribellarsi al conformismo, all’autoritarismo, al paternalismo, alla tradizione. Si doveva fare tabula rasa perfino della storia: in una parola sola doveva essere ucciso il padre. Nel sessantotto infatti era preponderante non solo il lato politico ma anche quello freudiano. C’era anche chi idolatrava la beat generation e chi invece guardava ad oriente. E le donne? Alcune si emanciparono, ma nessuna divenne leader studentesca. Vennero relegate ai margini. Le più belle facevano le compagne dei leader. Erano tempi di fantasie ardite, che si rivelarono in seguito voli pindarici. Infatti queste utopie/fedi si sono dissolte nel giro di pochi anni. L’anarchia sarebbe risultata troppo drastica ed eversiva. San Max Stirner sarebbe inoltre risultato controproducente per la coesione della società e la rivolta sarebbe stata fine a se stessa. L’internazionalismo comunista invece è crollato insieme al crollo del muro di Berlino. La realizzazione di questi ismi poteva essere un rimedio peggiore dei mali. La cultura operaia non venne mai adeguatamente rappresentata nel tempo che fu. L’operaismo fu contrassegnato da cattivi maestri, che lanciavano il sasso e poi nascondevano la mano. Giunsero così gli anni di piombo. Gli operai rimasero da sempre sullo sfondo. I socialisti, i liberali, i democristiani, i fascisti non alzarono mai la voce per le ingiustizie. Si comportavano da veri reazionari di fatto e giustificavano il modo di essere di un sistema fallace. Il cittadino era un topo nel labirinto e nessuno gli indicava la via di uscita. Oggi almeno siamo dei topi in trappola: sappiamo la fine che ci attende e non nutriamo più alcuna speranza. I sessantottini sono invecchiati. Alcuni sono diventati carrieristi. Molti si sono imborghesiti. Alcuni sono morti giovani per l’eroina. Altri si sono dannati l’anima con il terrorismo. I loro figli sono completamente diversi. Non credono negli ideali dei loro padri. Forse non credono neanche nei loro esempi. Ad aumentare il gap generazionale sono stati internet, le nuove scoperte scientifiche, le nuove mode, lo strapotere delle multinazionali e dei mass media, lo strategic design, il marketing emozionale, la new age, le nuove droghe sintetiche, lo sballo del sabato sera, l’hi tech, il divario digitale, nuovi miti ed idoli del mondo del cinema, della TV , dello sport e della canzone. Gli ex sessantottini indubbiamente non hanno lasciato un bel mondo ai loro figli e nipotini. La creatività e l’allegria tipica delle civiltà latine sono scomparse oramai. La crisi di questa società si riflette nel microcosmo quotidiano di ognuno di noi: un microcosmo fatto di magagne, stress, malumori. I microcosmi spesso entrano in collisione perché l’altro viene considerato un nemico. Sono rimasti la concezione biblica del lavoro(considerato quindi come sofferenza), la competitività della società occidentale, la precarietà lavorativa. Tutto ciò ha causato una conflittualità fisiologica persistente nel mondo del lavoro. Ma più forte di tutto è l’angoscia di ritrovarsi per sempre a bordo campo, ovvero senza uno straccio di lavoro da un momento all’altro. Impossibile sapere chi ha ragione, chi dovrebbe ampliare i suoi orizzonti e chi invece dovrebbe immaginare nuovi orizzonti. La domanda cruciale è questa: potevano i sessantottini cambiare il sistema oppure era una cosa più grande di loro? Ed ancora viene da chiedersi se si possono veramente pensare responsabili di quel che è successo dopo. Forse si credevano lungimiranti ed invece si sono rivelati miopi. Forse qualcuno ha sbagliato sulla pelle altrui. Forse perfino sulla pelle dei propri figli e nipoti. Probabilmente sono stati compiuti in gran parte peccati d’omissione da parte delle generazioni più anziane. Cosa è rimasto dei sogni del sessantotto e anche del settantasette? Quasi niente ormai.

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Potere, ricchezza, successo, sesso…

Scrive Bertand Russell ne “L’elogio dell’ozio” che molti uomini moderni hanno “la smania di possesso” e per questo cercano di arricchirsi sempre più. Potrebbero lavorare la metà. Potrebbero dare lavoro a chi non lavora affatto. Potrebbero aiutare il prossimo senza chiedere nulla in cambio. Non lo fanno. Eppure sono uomini timorati di Dio che vanno regolarmente in chiesa. Si credono cristiani e invece sono solo cattolici praticanti: questo lo dico io. Alcuni non ne hanno mai abbastanza, anche quando potrebbero tranquillamente smettere di lavorare. Alcuni sono così ricchi che possono garantirsi una vecchiaia agiata e agiatezza anche ai loro figli e nipoti: nonostante questo continuano a lavorare febbrilmente. A mio modesto avviso ci sono uomini che perseguono soprattutto il potere, altri la ricchezza, altri il successo, altri ancora il sesso. Ci sono uomini che cercano di raggiungere potere, ricchezza o successo per fare sesso più facilmente. Ci sono donne che si concedono sessualmente per raggiungere successo, potere o ricchezza. I mezzi possono tranquillamente divenire fini e viceversa: dipende da persona a persona. Molti individui, pur avendo questi obiettivi, non riescono a raggiungerli e perciò diventano dei frustrati a vita. Naturalmente non hanno alcuna colpa nell’inseguire certi fini perché la società esercita una fortissima pressione su tutti fin dalla più tenera età. Chiaramente i più giovani sono più scusabili a mio parere. Chi non si conforma ai modelli dominanti o non riesce a raggiungere quei fini viene considerato un fallito. A mio avviso la maggioranza delle persone cerca di uniformarsi a questa scala di disvalori. Televisione, cinema, quotidiani, periodici, internet, scuola, mondo del lavoro premiano i vincenti. Questo discorso non sembrerebbe valido per tutti di primo acchito. Qualcuno potrebbe affermare che esiste anche una massa indistinta di lavoratori che si accontenta di avere un lavoro stabile, di farsi una famiglia e avere uno stipendio per tirare avanti. Ma cosa sognavano un tempo questi lavoratori probi e indefessi per loro stessi? Soldi, potere, successo. Magari volevano queste cose soltanto fino all’adolescenza o fino alla giovinezza e poi si sono rassegnati a ben altro e hanno cercato un’altra ragione d’essere. E inoltre cosa sognano questi lavoratori probi e indefessi adesso per i loro figli e nipoti? Soldi, potere, successo. Tutti desiderano il meglio per i loro figli e nipoti e per meglio cosa si intende? Soldi, potere e successo. Così siamo punto e a capo se queste sono le pregiudiziali dei più umili ed onesti. Alla fin fine sono pochi e sempre gli stessi i moventi che determinano le azioni di gran parte degli individui occidentali. C’è una carenza di vere vocazioni. Molti non riuscendo a raggiungere gli obiettivi prefissati optano per il cosiddetto piano b, ma è solo un ripiego. Alcuni sanno suonare bene il piano o sono dei bravi atleti, ma non avendo avuto fortuna in queste attività finiscono per fare un lavoro a cui non si appassioneranno mai veramente. Al mondo d’oggi ci sono eserciti di atleti, artisti e studiosi mancati che sono costretti a esercitare un altro mestiere. Alla fine tutti vengono sottomessi al principio di realtà come scoprì Freud. Ma che dire del principio di piacere? In fondo in queste persone non era così autentico perché si trattava di sogni ed aspirazioni prefabbricate e non originate dal loro interesse e dalla loro immaginazione. Questa società reprime sogni prodotti in serie. Un tempo produceva in massa solo automobili ed oggi invece anche illusioni e sogni. Detto in parole povere questa civiltà dei consumi sembra razionale ma in verità è totalmente irrazionale e nessuno sa dove sta andando. È apparentemente civile ma come osservò Fromm ha un elevato grado di distruttività umana. Il pesce grande mangia sempre il pesce piccolo. Molti lavoratori sono delle rotelle dell’ingranaggio. Niente altro. La pubblicità crea falsi bisogni e riflessi condizionati. La società produce aspettative sempre elevate e desideri costantemente inappagati. I mass media ci istupidiscono, mischiando sapientemente vero e falso, ci manipolano e propongono modelli irraggiungibili. Il mondo dello spettacolo ci propina falsi miti e falsi idoli. Il mondo del lavoro dà rinforzi positivi o negativi e attua il condizionamento operante in modo brutale. A una fetta sempre più consistente della popolazione vengono garantiti i diritti civili ma non i bisogni primari. I ricchi finiscono spesso per essere volgari e per ostentare la loro ricchezza. Le dinamiche socioeconomiche conducono all’ineguaglianza; eppure il comunismo come pensava Churchill quando è stato realizzato è diventato solo “condivisione della miseria”. I politici coniano slogan, indicano capri espiatori, creano allarmi, raccontano frottole da abili demagoghi quali sono, fanno continuamente propaganda, promettono cose impossibili, si spartiscono il bottino e lasciano nelle sabbie mobili i poveri. Questa società civile è apparentemente democratica ma il potere è sempre saldo nelle mani di pochi. Non c’è niente di cui stupirsi. Tutto può succedere. Per Russell perfino gli scienziati, che un tempo lavoravano per amore della verità, attualmente lavorano per potere e per manipolare la natura. E la libertà? La bellezza? La ricerca della verità? La contemplazione? L’altruismo? La spiritualità? Solo una esigua minoranza si pone questi obiettivi. La vita non è facile per questi individui anche perché un certo benessere economico garantisce salute, sicurezza, comodità, etc etc. Infine anche gli individui apparentemente più spirituali potrebbero avere dei secondi fini. Il mondo è pieno di santoni che raggirano e truffano il prossimo. Eppure sembravano così distaccati e disinteressati! Le persone a onor del vero non si conoscono mai bene fino in fondo.

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Semplice divagazione…

Non siamo mai contenti di niente. Non siamo mai contenti di niente forse perché vorremmo essere tutto e vorremmo avere tutto. Ci poniamo grandi interrogativi e non troviamo risposte: troviamo solo altre domande. Domande si sovrappongono alle domande. Il senso di tutto ciò ci sfugge. Forse siamo qui per conoscere noi stessi come pensavano gli antichi greci. Siamo forse su questa terra e in questa vita per completare il processo di individuazione come scriveva Jung. Ma molti non vogliono che ci si occupi troppo di sé perché nel mondo ci sono troppe cose da fare e tirarsi indietro è da vigliacchi. Alcuni pensatori hanno distinto tra vita attiva e vita contemplativa. Per molti bisogna fare più che pensare, guardarsi dentro o contemplare. Così è per alcuni cattolici, per i calvinisti, per i marxisti, i capitalisti. Ognuno certamente ha ragioni e motivi diversi. È come se l’essere umano non fosse fatto per stare fermo a pensare. Forse perché così facendo si imbatte nell’ozio, nel non senso, nel nulla. Forse ciò ha anche un motivo strettamente fisiologico, cioè il nostro organismo e la nostra psiche non possono essere sottoposti eccessivamente a stress da sottoattivazione. Molti non stanno mai fermi per non trovarsi faccia a faccia con il vuoto. Ma quale è il loro vero scopo di vita? Quale è la loro ragione di esistere alla fine? Sono come dei moderni Sisifo per ricordare il grande saggio di Camus. L’ingiustizia nel mondo non è però data tra chi fa troppo e chi fa troppo poco ma tra chi ha troppo e chi ha troppo poco e non è assolutamente detto che chi ha troppo fa troppo. Alcuni uomini molto ricchi si giustificano così: loro fanno troppo, loro lavorano tantissimo, si fanno un mazzo così. In realtà cosa principalmente distingue un imprenditore dagli altri è solo la propensione al rischio. Ci sono anche molti lavoratori che fanno molto e guadagnano solo il necessario per campare. A molti inoltre non viene data l’opportunità di fare e non hanno un capitale da investire in un attività. La vita a molti sembra in definitiva non avere senso. Molti cercano metafore per spiegare la vita. Probabilmente la vorrebbero spiegare prima di tutto a se stessi. La vita ci pone di fronte degli ostacoli, delle asperità, degli inciampi. Viviamo molte contrarietà. Spesso sono difficoltà oggettive. Talvolta sono difficoltà insormontabili. A mio avviso l’importante è non essere unicamente orientati al lavoro e al consumo. Si può morire anche di stress da sovrattivazione, cioè dal troppo lavoro, come sanno i giapponesi. Saremmo veramente poca cosa se fossimo solo quelli della società dei consumi. Probabilmente c’è qualcosa di più per cui vale la pena vivere. In Occidente gli individui devono cogliere l’attimo, devono dimostrare vitalità fino alla fine, devono prodigarsi in slanci vitali. Una innocente pubblicità televisiva diceva che la vita si misura non in anni ma in istanti o qualcosa di simile. Questo slogan riassume innocentemente la concezione della vita di molti occidentali. Però da questo allo sballo e all’autodistruzione il passo è breve perché spesso da giovani non si conosce il senso del limite e la moderazione nei piaceri. Spesso non conoscono il godimento estetico delle piccole cose. Spesso si bruciano in fretta. Molte cose sono adulterate anche nel nostro Paese. Uno vuole fare del bene e dà degli spiccioli a un lavavetri ma non sa che c’è il racket. Uno vuole compiere una buona azione e al ristorante compra una rosa da un bambino ma non sa che c’è anche il racket sulle rose. Ci sono troppi inghippi per vivere consapevolmente. Le nostre relazioni non sono mai genuine e spontanee. Eppure nonostante questo siamo interconnessi. In questo mondo vince il falso. Molti seguono le mode e aspettano che il mercato si autoregoli. Invece c’è lo strapotere delle multinazionali. Quasi tutti abbiamo una coscienza infelice, anche quelli che si ritengono duri, puri e incorruttibili. Questi ultimi al massimo scendono ogni tanto in piazza per sentirsi parte della comunità ma le cose poi restano identiche a prima. Quasi tutti gli occidentali cercano le comodità e si fanno i cazzi propri in questo senso: sicuramente molti spettegolano dei vicini ma quando si tratta di occuparsi delle vere problematiche di questo mondo si tirano indietro. Tutti ormai si sono ritirati nel privato. Ma ora concludiamo. D’accordo l’autoconoscenza totale non può avvenire e l’io è iscritto nel Sé che è sempre sfuggente come scrive Jung. Ma non sarebbe meglio vivere comunque una vita più in profondità? Come cantava il mitico Claudio Rocchi: “o sei parte del problema o sei parte della soluzione”.

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Sul terrore…

Lo straniero può fare paura talvolta. Potrebbe essere un kamikaze. Potrebbe farsi esplodere per andare in paradiso e diventare un martire(almeno così si considerano). Nelle grandi città e nelle città d’arte ci si guarda sempre attorno. Ci si muove con circospezione soprattutto nei luoghi di culto o nei posti sovraffollati. Ci sono sempre individui sospetti. Potrebbero colpire ovunque e in qualsiasi momento. Siamo sempre in pericolo o quantomeno ci sentiamo quasi sempre in pericolo. Z. Bauman parlò a tal proposito di “angoscia dell’imprevedibile”. Oriana Fallaci scrisse che i terroristi volevano colpire “il nostro sistema di vita”. Vogliono farci cadere in un incubo senza fine. A questo mondo è stata globalizzata l’informazione ed è stato globalizzato anche il terrore. I terroristi sono abili a usare come mezzo di propaganda internet e ad usare i mass media come cassa di risonanza delle loro azioni. Spesso cercano di colpire dei simboli. Chiunque può essere la vittima: dei turisti, dei passanti oppure degli avventori di un bar. C’è sempre timore, paura, diffidenza. Bisogna però mantenere la calma e non farsi prendere dal panico. A volte basta anche una borsa dimenticata da un turista per determinare allarmismo. C’è il rischio concreto di diventare paranoici. Per gli esperti ormai il campo di battaglia è ovunque praticamente. Questa viene definita dagli studiosi “guerra asimmetrica” e i terroristi si avvalgano ormai di armi improprie come il loro corpo o un camion guidato a tutta velocità per investire più persone possibile. Chi vive in certe città però finisce per non fare più caso a niente, finisce per non pensarci più. Gli americani hanno armato i talebani perché alleati contro i russi. Gli americani hanno voluto occidentalizzare il mondo ed esportare la loro idea di democrazia dappertutto. Le lobbies economiche, certi gruppi politici e la volontà di potenza occidentale hanno voluto la guerra. La guerra ha causato stragi di civili innocenti e ha generato anche fondamentalismo islamico. La guerra ha prodotto il terrorismo, che a sua volta ha determinato altra guerra e così via senza sosta in un circolo vizioso. Una concausa del fondamentalismo islamico è stato senza ombra di dubbio il conflitto arabo-palestinese. Un fattore da non sottovalutare è la povertà e i terroristi si presentano sempre come i giustizieri dei più poveri e dei più deboli. Un altro fattore è la mancanza di governi democratici in molti paesi arabi. Come se non bastasse alcune nazioni arabe finanziano il terrorismo. Come se non bastasse da Giugno 2014 bisogna fare i conti anche con lo Stato Islamico. Quale responsabilità ha il cittadino occidentale singolo? Assolutamente nessuna. Quale potere decisionale effettivo ha il cittadino occidentale singolo? Assolutamente nessuno. Quale colpa ha? Assolutamente nessuna. La cosiddetta sovranità del cittadino è inesistente. Accade perciò che a rimetterci siano sempre gli innocenti e mai i responsabili, che non si sentono assolutamente tali.

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Dire tutto…

Non si può mai essere totalmente naturali con gli altri. C’è sempre qualcosa di falso e di artefatto che si frappone tra noi e il prossimo. C’è sempre la corazza che ci siamo costruiti giorno dopo giorno. C’è sempre un poco di reticenza con cui salvaguardiamo parte dei nostri pensieri. Non possiamo dire tutto. Solo i pazzi e i poeti cercano di dire tutto. Ma forse nessuno è così pazzo da dire tutto: qualche freno inibitorio ce l’hanno anche i più pazzi e i più poetici. Non si può dire tutto lo schifo che si prova con alcuni o in certe circostanze. Non si può dire tutte le sensazioni o le emozioni che si provano. Non si può mai dire tutto quello che ci passa per la testa. Ognuno ha la sua oscurità. Ognuno ha la sua Ombra per dirla alla Jung. Il linguaggio in questo caso più che strumento di espressione deve essere considerato niente più che una convenzione. A onor del vero nessuno è mai così sincero nei confronti di se stesso da confidarsi totalmente, da confessare a se stesso certe cose. Ognuno ha dei pensieri così cattivi e dei desideri così arditi che spaventano e lasciano interdetti prima di tutto noi stessi. Certi desideri li nascondiamo perfino a noi stessi. Molti avrebbero paura addirittura che i loro desideri più pressanti venissero esauditi. Essere civili significa anche reprimere la parte più ancestrale di noi stessi. Nessun esperto sa dire esattamente cosa è la normalità in questi casi. Non ci sono statistiche. In fondo cosa scriveva Diderot a riguardo? Scriveva: “I miei pensieri sono le mie puttane”. Immaginiamoci se è possibile dire tutto agli altri! Bisogna in buona parte dei casi essere accorti, essere prudenti e tacere. Non è forse una utopia pensare di dire alla persona amata tutte le proprie fantasie oppure tutti i dubbi a riguardo della relazione? Gli amanti potrebbero forse comunicarsi il fastidio, la noia, l’insofferenza che talvolta provano quando stanno insieme? Eppure si tratta di persone che sono in sintonia e che vivono buona parte del tempo in armonia. Immaginiamoci con persone con cui non c’è feeling! È giusto che ognuno abbia delle remore nel confidarsi. Non si può essere troppo spudorati. I credenti dovrebbero dire tutti i peccati al prete. I pazienti dovrebbero dire tutte le idee allo psichiatra. Ma chi lo fa veramente? C’è sempre una qualche forma di censura. C’è sempre un sentimento di vergogna. Ecco allora che c’è chi si confessa a un barista di un posto lontano da dove vive oppure a uno sconosciuto oppure a una prostituta, che talvolta trova chi vuole solo parlare ed ecco che è costretta a fare, volente o nolente, l’assistente sociale o la psicologa. Ma sfogarsi verbalmente è salutare, dire tutto forse non lo è. Forse il gioco non vale la candela. Forse non ne vale la pena. Bisogna sempre pensare alle conseguenze. L’animo umano in fondo è fatto così male che talvolta se ci arrabbiamo diciamo cose che non pensiamo perché siamo sopraffatti dall’ira. La situazione può sempre sfuggire di mano. Dobbiamo sempre tenerlo presente. L’animo umano è fatto davvero male anche perché come scrisse Nietzsche si ama sempre il desiderio e non l’oggetto desiderato. La maggioranza di noi ha quindi delle regole, delle consuetudini e di conseguenza anche delle aspettative a cui gli interlocutori si devono adeguare. Chi si sottrae a questi schemi viene ritenuto gravemente disturbato, redarguito, criticato, sbeffeggiato, ridicolizzato. Quindi se insiste chiamano chi di dovere per un trattamento sanitario obbligatorio. Immaginiamo cosa succederebbe se trasgredissimo le regole della prossemica e ci mettessimo a distanza di pochi centimetri da un conoscente. Anche la comunicazione non verbale ha le sue leggi non scritte. Viviamo anche di formalità ed ipocrisie. Ognuno deve rispettare le regole del gioco: anche quando parliamo o comunque anche quando interagiamo con gli altri.

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Una considerazione semplice…

Per Edoardo Sanguineti la poesia è “uno sguardo vergine sulla realtà “. Ciò significa che ogni bambino è un artista potenziale e che i veri artisti per essere tali sono dovuti ritornare bambini. La poesia non la colgono soltanto i letterati: pensare ciò sarebbe limitativo e forse addirittura fuorviante. La poesia a mio avviso non c’è solo nelle liriche ma anche in altre discipline dello scibile, come ad esempio nel cinema d’autore o nella fotografia. Il cinema d’autore spesso è una rappresentazione poetica della realtà. Laddove c’è poesia a mio avviso c’è sintesi; laddove c’è sintesi della realtà c’è enfasi perché ad alcuni aspetti della realtà viene dato risalto, mentre altri non vengono trattati o trattati solo in modo marginale. La rappresentazione non è mai totalmente fedele. La realtà è una commistione di drammaticità, tragedia, comicità, erotismo, mistero, etc etc. Noi non possiamo immagazzinare tutti gli stimoli del reale e ne selezioniamo solo alcuni per un puro fatto di economia cognitiva e per i nostri limiti mentali. Nella rappresentazione ne scegliamo solo alcuni da mostrare. La realtà ha moltissime sfaccettature e noi ne evidenziamo solo alcuni aspetti salienti. Sono illimitati i rapporti che un fatto, una cosa o un soggetto può avere con altri fatti, cose o soggetti. È impossibile prendere in esame l’immensa eterogeneità del reale e l’enorme casistica degli eventi. Gadda scriveva dello “gnommero”. Montale a tal riguardo scrisse del “filo da disbrogliare”. Per Vincenzo Gioberti la verità è “un immenso poligono” dai lati infiniti. L’immaginazione umana è anche essa un immenso poligono dai lati infiniti. Quindi anche i più alti ingegni umani non possono che rappresentare tutto ciò in modo parziale. La realtà è un enorme caos. Noi possiamo solo cercare di fare dei modelli del reale. Possiamo solo dare una forma al caos. Ogni opera subisce perciò una deformazione in base al punto di vista e alla prospettiva dell’autore. La copia perfetta della realtà non esiste. La mimesi perfetta non esiste. Non esiste nel cinema come non esiste nella fotografia. Non esiste in nessuna arte. Nella scienza è diverso perché viene conosciuta la realtà naturale in modo quantitativo. L’artista invece la conosce in modo qualitativo. Il grande Modigliani a chi chiedeva perché dipingeva personaggi con un occhio chiuso ed uno aperto rispose che l’occhio aperto serviva per guardare il mondo e quello chiuso serviva per guardarsi dentro. In fondo gli artisti riescono a rappresentare sia il mondo esterno che quello interiore in modo parziale e soggettivo. Ciascun essere umano ha un occhio aperto ed uno chiuso, quest’ultimo per l’introspezione. La realtà umana è costituita da una illimitata molteplicità di eventi e di stati mentali. La realtà umana in fondo è una continua interazione tra io e mondo. È un continuo feedback. La realtà non esisterebbe senza i fenomeni neurochimici del nostro cervello, che ci permettono di rappresentarla. Quella che alcuni chiamano oggettività è solo una conoscenza condivisa. L’arte è un impasto di oggettività e soggettività. Anche gli artisti più realisti, che vogliono dare una visione più possibile impersonale e distaccata della realtà, non possono mai essere totalmente oggettivi. In definitiva l’arte non dipende solo dalla verosimiglianza e dal realismo raggiunti. Una scoria di soggettività resta sempre. Per Picasso in fondo “l’arte è la menzogna che ci permette di conoscere la verità”.

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Pensiero banale sull’arte…

Ogni idealista che si rispetti rifiuta il fatto in sé dei positivisti, ma rifiuta anche che le contingenze storiche e materiali siano totalmente determinanti e decisive. Un idealista dignitoso rifiuta la realtà in sé dei marxisti. Ecco perché Marx ed Engels ce l’avevano tanto con Stirner. Ecco perché lo ridicolizzavano. Ogni idealista privilegia il soggetto. Ogni realista privilegia il mondo esterno. Ma il soggetto è un a priori. Il mondo è come lo percepisco, come lo penso, come lo faccio e come lo rappresento. Nessun realista riuscirà mai ad eliminare l’apriorismo del soggetto. L’artista ad esempio è tale quando nella sua soggettività si rispecchiano il pubblico o i critici, cioè quando nel suo modo di sentire e di pensare gli altri si riconoscono. Dire che un artista arriva alla gente volgarmente significa affermare che le persone riescono a cogliere l’unicità o quantomeno l’originalità del suo modo di esprimersi. Quando ciò avviene le persone si emozionano. In tutto ciò l’oggettività c’entra davvero ben poco. Nell’arte non ci sono rappresentazioni oggettive né tantomeno riscontri oggettivi per valutarla. Vasco Rossi ha cantato per pochissime persone negli anni settanta e oggi riempie tutti gli stadi. Non scordiamoci mai che Platone criticava Omero e chiedeva ironicamente cosa avesse mai fatto di utile per l’umanità. Non dimentichiamoci che Adam Smith ne “La ricchezza delle nazioni” considerava tutti gli artisti degli assistiti perché senza mecenati a quei tempi non sarebbero stati autosufficienti. Questo dovrebbero ricordarselo tutti coloro che si sentono arrivati. Coloro che vengono celebrati e osannati dovrebbero ricordarsi che alcuni grandi artisti sono stati ingiustamente ostracizzati, oscurati, rimossi totalmente. Alcuni grandi artisti sono stati banditi ed emarginati in vita, ma non solo: anche da morti è gravata su di loro una damnatio memoriae. Certi artisti per la maggioranza ancora oggi è come se non fossero mai esistiti.

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Sull’umanesimo moderno…

Che cosa è che non va nelle università umanistiche italiane? Innanzitutto nelle facoltà umanistiche fanno studiare le opere su Kant, Marx, Hegel, etc. Non mettono mai in programma di esame le opere di Kant, Marx, Hegel, etc etc. Studiano quindi le interpretazioni dei grandi filosofi o dei grandi scrittori da parte dei professori. Sono perciò in gran parte conoscenze di seconda mano. Invece a mio avviso ci dovrebbe essere una esperienza diretta da parte dello studente con le opere dei grandi pensatori e dei grandi artisti. Ci dovrebbe essere una conoscenza diretta e non mediata né filtrata da nessuna testa d’uovo. I professori universitari, così facendo, riescono a dare un corpo organico e sistematico di conoscenze agli studenti, ma sono conoscenze di seconda mano. Non solo ma tutti i docenti delle facoltà umanistiche perseguono i criteri di scientificità per i loro lavori. Se i docenti universitari fanno una rivista accademica scrivono che è una rivista che garantirà i più alti livelli di scientificità. Questo mi sembra un controsenso, addirittura un paradosso! Sempre più studiosi usano il termine “scienze filosofiche”. Eppure è un ossimoro! È davvero il caso di dire che lo scientismo non risparmia nessuno. Inoltre i programmi di esame molto spesso sono troppo datati. Infine trovo che nella facoltà di lettere moderne diano troppa importanza alle patrie lettere e troppo poca a grandi autori esteri come Eliot, Pound, Musil, Joyce, Proust, Kafka, etc etc. Naturalmente queste lacune e questi vuoti possono essere colmati da soli oppure in sede di dottorato, ma a me suona particolarmente strano che molti possono avvalersi del titolo di dottore in lettere o in filosofia senza aver approfondito seriamente certi autori. Questa naturalmente è l’opinione di un autodidatta(per quanto riguarda la letteratura) che ha lacune e vuoti. Per la psicologia la questione è diversa ad esempio perché è una scienza umana e il laureato in psicologia si deve ricordare soprattutto scuole ed esperimenti più che le opere di questo o quello psicologo: di esperimenti e ricerche ne vengono fatti a migliaia ogni anno. In psicologia quindi fondamentale è la sintesi. Passa in secondo piano aver letto tutto Festinger. Bisogna sapere cosa è la dissonanza cognitiva. Per quanto riguarda la letteratura certe lacune possono essere colmate comprando le opere omnie dei grandi scrittori pubblicate dalla Newton Compton. Si chiamano Mammut e costano 9,90 euro. Sono lontani i tempi in cui c’erano soltanto i Meridiani della Mondadori e i Classici della Bompiani, che erano particolarmente costosi. Oggi c’è una maggiore fruizione della cultura: una maggiore fruizione per tutti e non solo per gli studenti.

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L’indifferenza….

I più gravi problemi che affliggono l’umanità sono le guerre, la sovrappopolazione, la fame nel mondo, la scarsità di risorse naturali, l’inquinamento, l’analfabetismo. Oggi i governanti di tutto il mondo stanno facendo ancora troppo poco per un vero sviluppo sostenibile. I cittadini dei paesi più industrializzati non muoiono di fame ma stanno vivendo la crisi economica e una quota consistente della popolazione vive ipnotizzata dal tubo catodico, anestetizzata da psicofarmaci e tranquillanti. Questo avviene perché la società occidentale è stressante, ansiogena e deprimente. Ci sono anche alcuni dirigenti di azienda e chirurghi che per tirarsi su e reggere i ritmi lavorativi sniffano cocaina. È in crisi non solo la morale ma anche il morale delle persone. Siamo orfani di vecchi valori e vecchie ideologie e altri valori ed ideologie non ce ne sono all’orizzonte. Negli anni ottanta pensavamo che saremmo morti per la bomba atomica e invece oggi l’unico bombardamento a cui siamo sottoposti è quello delle notizie. Che dire della televisione? Come dichiarò Bruce Springsteen ci sono centinaia di canali ma quasi nulla dentro. In gran parte solo intrattenimento. Non solo ma offre anche rappresentazioni distorte della realtà. Inoltre siamo sempre più schiavi di internet, cioè siamo sempre più in balia di codici, immagini, ed algoritmi. Secondo Terenzio “nulla di ciò che è umano” dovrebbe essere “estraneo”. Nella società occidentale sta regnando invece l’indifferenza nei confronti degli altri. Forse non potrebbe essere altrimenti. L’umanesimo e anche l’umanitarismo sono stati sacrificati sugli altari dell’efficienza e del benessere. Io personalmente non punto il dito e cerco di comprendere questa indifferenza. In fondo i cittadini stanno ripagando il prossimo con la stessa moneta con cui i politici e la classe dirigente in genere hanno pagato loro. C’è indifferenza perché è molto più comodo girarsi dall’altra parte e non guardare quando avviene qualcosa di cui dovremmo essere testimoni. Si hanno meno noie se non si interviene e non si è neanche visto niente. Così facendo però mancano i presupposti per una pacifica convivenza civile. Ci manca forse la partecipazione emotiva o forse è soltanto più comodo per noi fare finta di niente. Con tutto quello che succede a questo mondo però- bisogna dirlo- l’indifferenza finisce per essere un peccato veniale.

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Sull’umano e sul divino

Chi è cristiano dovrebbe credere nel riscatto proprio ed altrui. Non dovrebbe farsi condizionare dal suo passato né da quello altrui. Dovrebbe pensare che una persona da un certo punto in poi della sua vita è quello che decide di essere. Alcuni cristiani credono nella redenzione etico-religiosa. Però questa visione ottimista del mondo può sempre portare ad essere ingannati dai farabutti, che fingono di essersi pentiti ed invece non lo sono affatto. Detto in parole povere alcuni cristiani rischiano sempre di essere messi di mezzo perché ingenui e sprovveduti. Diciamo che quando un credente cerca di vedere nell’altro Cristo cerca di umanizzare il Cristo e divinizzare il prossimo allo stesso tempo. Chi dice di credere in Cristo dovrebbe credere negli altri e agli altri dovrebbe sempre dare un’altra possibilità. Una visione più laica invece non dà credito così facilmente agli altri. I laici sono più cauti e guardinghi. Secondo il pensiero laico la fiducia si conquista giorno dopo giorno, a piccoli passi. Il cristiano ha dalla sua parte l’utopia che deriva dall’escatologia. Il laico ha invece il pragmatismo. Io sto trattando di quello in cui dovrebbero credere idealmente i cristiani, che però invece spesso all’atto pratico credono diversamente e si comportano in modo differente. Spesso sono cattolici non per una vera fede ma per abitudine o talvolta peggio ancora per una credulità che rasenta la superstizione. Talvolta alcuni cattolici rispettano la liturgia della chiesa ma non si sono di fatto mai convertiti veramente al cristianesimo. Perciò io sto ragionando di cristiani in via puramente teorica. Spesso il loro modo di sentire, di pensare e di comportarsi non è affatto dissimile da quello dei laici non credenti. Alcuni cristiani(forse una minoranza) comunque hanno aspettative troppo alte nei confronti degli altri. Per molti laici la profezia si autoavvera quando interagiscono con il prossimo. Alcuni cristiani credono nell’homo homini deus. Buona parte dei laici credono invece nell’homo homini lupus. Ma la realtà è a metà strada. Nell’uomo albergano barlumi di spiritualità ma anche momenti di ferinità. La miglior cosa sarebbe credere nell’homo homini homo: niente di più e niente di meno. Sarebbe il miglior punto di partenza. Per il resto bisognerebbe vivere nel presente senza farsi condizionare troppo dai fatti passati né dai progetti futuri. Vivere il presente senza rimanere troppo ancorati nel passato o troppo proiettati nel futuro. Facile a dirsi e arduo a farsi.

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Sull’arte in generale

Per ogni artista lo stile dovrebbe essere un compromesso tra l’inconscio(ma forse sarebbe meglio parlare di varie forme di inconsci) e la consapevolezza dei suoi mezzi espressivi. Ci sono stati artisti che erano tutti “inconscio” ed altri che studiavano a tavolino e nei minimi dettagli ogni loro opera. Però, al di là delle eccezioni, anche chi sembra agire senza raziocinio spesso giunge alla fase creativa dopo una lunga fase di gestazione. Ogni artista medita, contempla e pensa prima di creare. Lo stile dovrebbe quindi scaturire da un mix tra fantasie, istinti e razionalità. Ogni arte dovrebbe manifestare che l’essere umano non è un accidente ma il culmine della creazione. Tutto ciò possibilmente non dovrebbe essere più filtrato da nessuna prepotenza ideologica(ci si ricordi del concetto di arte degenerata concepito dai nazisti) né da nessun culto della personalità. L’artista dovrebbe guardarsi bene dal vecchio materialismo così come dal vecchio spiritualismo. Fatte queste premesse non penso che nessuno potrà mai rispondere se gli artisti nascono tali oppure diventano tali e neanche quale sia mai la funzione sociale dell’arte. Forse l’arte non serve a migliorare l’uomo ma solo pochissimi uomini. Migliaia di guerre sono state combattute su questo pianeta e l’arte non è mai riuscita a combatterle, a prevenirle, a debellarle. Forse è vero il contrario, ossia che la presenza delle guerre stimola e migliora l’arte, al di là di ogni forma di mecenatismo e di ogni imprenditorialità illuminata. Probabilmente è la guerra che fa progredire l’arte. La poesia ad esempio non è forse come la colomba di Kant che si slancia più in alto quanto più incontra resistenza nell’aria? Forse l’arte non fa progredire l’umanità se è vero che all’incirca ogni minuto su questo pianeta muore di fame un essere umano. Eppure in qualche modo chi la esercita così come chi ne fruisce non può che sentirsi più sollevato spiritualmente. Ciò nonostante l’arte esiste da quando esiste l’uomo. Non erano forse espressioni artistiche i graffiti degli uomini nelle caverne, che rappresentavano scene di caccia? Può forse l’arte oggi dirci qualcosa di più sull’uomo? Se prima aveva qualche funzione oggi non l’ha forse esaurita? Che sia forse un palliativo o un enorme effetto placebo? Che cosa chiediamo all’arte se non la capacità di emozionarci, di farci riflettere e di farci vivere per brevi tratti vite immaginarie? L’arte dovrebbe rappresentare l’essere umano, che è sia biologia che storia ed anche sia condizioni socio-economiche che pensiero. L’arte dovrebbe essere tale quando la psiche individuale dell’artista giunge a una qualche forma di verità. Ma in fondo questo non è già abbastanza? Perché chiedere di più?

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Sull’innamoramento….

Certe persone vivono di rimpianti. La loro vita è costellata di fantasmi. Ecco allora che una passante o una compagna di viaggio su un treno diventano importanti. Sono i sognatori. Sono sempre pronti ad idealizzare, a mitizzare le ragazze che hanno detto loro no, a mettere su un piedistallo quelle che li hanno rifiutati. L’innamoramento è in gran parte questione di proiezione perché viene proiettata sulla persona amata la nostra parte migliore. Grazie alla proiezione vengono esagerate ed enfatizzate le sue qualità, che per l’appunto non sono mai quelle reali. Può accadere che una persona sensibile ad esempio ritenga che la persona amata sia sensibile perché ha trasferito questa sua qualità interiore sulla persona idealizzata. Ma può avvenire anche il contrario, cioè che si proietti le nostre qualità negative. Questo può avvenire quando si è lasciati e si soffre ad esempio di dipendenza affettiva. Ecco che in casi come questi alcuni uomini possono arrivare al femminicidio, che però è dovuto anche all’incapacità di accettare un no definitivo. Nel caso del femminicidio comunque l’abbandonato è borderline e vive la fine della relazione come un lutto che non riesce a elaborare. Ricordo che il termine “femminicidio” si è diffuso dopo il libro omonimo di Barbara Spinelli del 2008(prima si utilizzava solo il termine uxoricidio ed era perciò limitativo perché riguardava solo le mogli). Ci sono persone sempre pronte a rovinare il prossimo sentimentalmente, ma è altrettanto vero che ci sono anche persone sempre disposte ad autodistruggersi. Il no sentimentalmente è una grave ferita narcisistica per alcuni; è un evento che può indurre a una grave perdita di autostima. È meglio essere lasciati o essere rifiutati senza neanche essere stati insieme ad una persona? Dipende. Se si viene lasciati dopo un matrimonio e dei figli è allora meglio essere rifiutati senza neanche essere stati insieme. Ma è sempre difficile entrare in certe dinamiche psicologiche. Dipende anche quante volte una persona viene rifiutata. Essere un eterno pretendente, un eterno spasimante fallito può portare alla depressione. Cocenti delusioni sentimentali possono indurre all’umore nero. Tutto ciò però può essere considerato un dramma solo nell’adolescenza e nella giovinezza. Se si è persone non gravemente disturbate si soffre in questi frangenti, ma si va avanti e ci si lascia alle spalle tutti i rimpiantI e i ricordi. Sentimentalmente ci sono sempre tanti modi di rifarsi una vita perché sono tante le persone che possono contraccambiare un affetto. Ci sono persone capaci di rifarsi una vita dopo cataclismi. Molto probabilmente gli uomini delle caverne non vivevano di nostalgie. Campavano venticinque anni e si scannavano. Molto probabilmente le donne non potevano dire no. Già nel medioevo invece ecco la donna angelicata e l’amore cortese. In fondo Dante scrisse solo per Beatrice e non per la moglie Gemma. Ma ritorniamo ad oggi. Il mondo è fatto di occasioni, di possibilità. L’importante è non darsi mai per vinti, a costo di risultare degli illusi. L’ostinazione, prima o poi, paga sempre.

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La crisi della sinistra

La sinistra in questi ultimi tempi per alcuni pensatori si è dimenticata dei penultimi. Si è interessata agli ultimi, ma le poche cose che ha fatto per questi le ha fatte a scapito dei penultimi. Per penultimi intendo i poveri italiani: i giovani precari, i padri separati, i disoccupati, gli operai, gli esodati, gli anziani con la pensione minima. Da tempo è iniziata una guerra tra penultimi ed ultimi(immigrati). Va detto comunque che non tutti gli immigrati sono migranti. Inoltre non tutti i migranti sono richiedenti asilo ma ci sono anche i migranti economici. Nonostante ciò è una guerra in cui cercano di fare da mediatori e da pacieri i politici progressisti con tutta la loro retorica buonista e la loro ideologia veterocomunista. La realtà forse è che la sinistra si sta dimostrando miope? Ad esempio è innegabile che vadano difesi i richiedenti asilo ma gli scafisti perché non sono stati adeguatamente puniti tempo fa? In Italia le cose si fanno sempre quando è troppo tardi ormai. Perché non è stata fatta una politica di aiuti economici per i paesi africani? Perché si è iniziato troppo tardi a cercare degli accordi con i paesi africani per contrastare efficacemente gli sbarchi? Mi spiace dirlo ma sull’immigrazione ci sono troppi che speculano nei modi più disparati: da chi fa business dell’accoglienza ai vari politici xenofobi e xenofili. Inoltre l’Italia non deve essere lasciata sola dall’Europa. I governi italiani si sono mostrati inefficaci a far sentire la loro voce. Il Papa non aiuta per niente in questo senso. Impartisce lezioni di carità e misericordia alla sola Italia, ma si scorda che anche le altre nazioni europee sono cristiane e dovrebbero accogliere anche esse una quota di migranti, che sbarcano sulle coste italiane. Perché solo l’Italia? Ma andiamo oltre. La sinistra è in crisi da tempo ormai. Non riesce più a rappresentare le persone in difficoltà economica, quelle che faticano a sbarcare il lunario. Non riesce a tutelarle, a garantire loro dei diritti sacrosanti. Ecco allora l’affermarsi dei populismi, che riescono a far presa sull’elettorato perché sanno parlare alla pancia della gente. Da una parte l’astruseria intellettualoide e l’affettazione della sinistra che non riesce a far presa sulla realtà. Dall’altra l’ipersemplificazione e l’emotività delle nuove destre. Non c’è alternativa o almeno non sembrano esserci vie di mezzo. Gli elettori dovrebbero ricordarsi le molte bugie e le molte promesse vane fatte da tutte le parti politiche. Ma i mass media bombardano di notizie e non aiutano a ricordare niente. Siamo ormai un popolo senza memoria e tutto ciò non aiuta a risolvere i problemi, che non sono polvere che può essere nascosta sotto il tappeto. I problemi della Italia sono ormai evidenti e sotto gli occhi di tutti. I politici non possono mistificare e fare demagogia più di tanto. Sta finendo la pazienza del popolo italiano.

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Sul non scritto

Il non scritto di un testo spesso può sembrare ovvio, ma talvolta può rivelarsi enigmatico. Il non scritto può essere tale perché indicibile, inesprimibile. Il non scritto può essere anche tale per una volontaria omissione(per paura di una riprovazione sociale, per non trasgredire la legge o per tutelare la propria incolumità fisica). Scrivere è rischioso. D’altronde ci si espone e non si può piacere a tutti. Si rischia sempre di urtare la sensibilità di qualcuno. Satire o provocazioni innocenti possono essere ritenute offensive da alcune categorie o comunità, anche se di fatto non si è offeso nessuno. Non dico che manchi la libertà di espressione, ma bisogna sempre essere guardinghi. Ci sono anche i censori che vorrebbero limitarla in modo autoritario. Siamo o no in democrazia? Ed allora anche i più incompetenti, i più estremisti e i più disturbati devono dire la loro, anche perché nessuno è onnisciente e qualche problema psicologico ce l’hanno tutti al mondo d’oggi. Come ha dichiarato il filosofo Umberto Galimberti le migliori case editrici di tutto il mondo sottopongono a colloqui aspiranti correttori di bozze ed aspiranti editor per assicurarsi che siano ossessivi. Infatti per molti dirigenti e psicoterapeuti chiamati in causa soltanto un ossessivo può svolgere egregiamente quel tipo di lavori. L’intera industria culturale è in mano quindi a persone con un disturbo psichico. Non parliamo poi degli autori che molto spesso soffrono di disturbi psicologici, psichiatrici o semplicemente dell’umore. Quindi pontificare e ritenersi estremamente colti e totalmente sani mentalmente mi sembra idiota. Ma i censori non ci stanno e magari giudicano aggravanti delle attenuanti. Una società aperta dovrebbe garantire libertà di parola a tutti. Mi sembra lapalissiano. Una società veramente aperta deve tollerare anche gli intolleranti e non deve essere razzista con i razzisti. Deve poter accogliere nel suo discorso tutto e tutti, se vuole risultare veramente democratica ed aperta. Ognuno infatti ha i suoi pregiudizi e le sue generalizzazioni. L’importante è non tenere comportamenti discriminatori o incitare all’odio. Naturalmente a chiunque deve essere permesso di giocare con i luoghi comuni e gli stereotipi. Inoltre come ci sono autori disturbati ci sono anche lettori disturbati. Attualmente in diverse scuole superiori il tema è stato sostituito dalla prova della comprensione del testo. Nonostante questo è un terreno assai scivoloso comprendere un testo. Testi apparentemente di facile comprensione possono essere fraintesi. Come ha dimostrato Alfonso Berardinelli la semplicità o complessità di un testo sono relativi. Per Italo Calvino ogni testo scritto, anche quello apparentemente più trasparente, può risultare ambiguo. Il grande scrittore parlava di “padronanza del senso” e sosteneva che l’autore procede dal significato al significante, mentre il lettore compie il processo inverso. Magari un autore vuole soltanto argomentare o provocare ed invece si pensa che voglia persuadere in modo occulto o mettere alla berlina qualcuno. Talvolta si equivoca riguardo a ciò che dovrebbe essere stato sottinteso. Questo accade specialmente in Italia dove la presunta intenzione conta spesso di più dell’azione. Insomma è il caso di dire che non bisogna mai dare niente di scontato, neanche quando si scrive quattro righe. Tira una brutta aria. Nel web il clima è infuocato. Scrivere qualcosa sui social può voler dire essere accerchiati virtualmente. Possono nascere veri conflitti. Molti colgono subito la palla al balzo per fare polemiche al vetriolo. Alcuni si dimostrano veramente suscettibili. Pensano di essere stati offesi ed allora reagiscono in modo spropositato. Gli stessi letterati spesso non hanno una chiara percezione di ciò che è legale e di ciò che è illegale. Nel corso di studi di Lettere dovrebbe essere previsto un esame di diritto per insegnare cosa sono i reati di ingiuria, calunnia, diffamazione, diffamazione aggravata. Alcuni personaggi inoltre si sentono i paladini del politicamente corretto e invece sono portatori sani della violenza “educata”. Cercano di scannare il prossimo virtualmente. Ma molto probabilmente lo fanno in modo preterintenzionale. D’altronde la situazione può sfuggire di mano a chiunque. Per capire veramente un testo in ultima analisi bisogna intuire la soggettività altrui, l’altrui punto di vista. Non sempre si riesce ad interpretare tutto correttamente. Può darsi che l’autore non si sia spiegato/espresso bene o che il lettore non abbia compreso bene. Comunque leggere è fondamentale perché, conoscendo un testo, un soggetto conosce la prospettiva di un altro soggetto in modo approfondito.

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Sul futuro…

Anche secondo gli antropologi più comunisti in ogni società permane sempre come costante antropologica un certo margine di etnocentrismo. Anche secondo i più progressisti degli psicologi sociali è presente in tutti gli uomini una distorsione cognitiva che tende a favorire il proprio gruppo di appartenenza rispetto ad altri gruppi. Ma quello che sta accadendo in questa epoca e in questa società porta ad un rovesciamento di qualsiasi certezza. Io sento come imminente innanzitutto la fine di questa civiltà occidentale, da troppo tempo in declino. In civiltà come questa, caratterizzata da un declino inarrestabile, ogni certezza ed ogni sapere possono essere relativizzati. Da tempo il cristianesimo è in crisi irreversibile. L’etica laica non ha mai riscosso grande successo qui da noi. L’imperativo categorico si fonda sull’autoevidenza come hanno notato in molti. Ma non è affatto scontato a mio avviso il passaggio dal poter fare al dover fare. Specialmente in Italia non abbiamo senso del dovere. Machiavelli e Hobbes hanno avuto la meglio da tempo immemorabile su Cristo e Kant. Virtù come la fede e la speranza sono morte ormai qui da noi e non è detto per forza di cose che sia un male. Semplicemente però prima avevamo una morale. Oggi no. Tutto è andato alla malora. La nostra razionalità, il nostro mercato, la nostra industria hanno colpito a morte la natura. Non gioco a fare l’apocalittico. Scrivo ciò che vedo e che ho sotto gli occhi. Inutile negare i fatti. Non possiamo andare avanti così. È molto meglio se questa società occidentale fa karakiri e si suicida. L’Islam avanza inarrestabile. L’islamizzazione è molto più forte dell’evangelizzazione. Non possiamo farci niente. Solo constatare questo dato di fatto. Ma non sappiamo con certezza cosa accadrà in futuro. C’è chi dice che ci sarà il crogiolo, ovvero una società multirazziale. C’è chi dice che avremo una teocrazia islamica. Sarà un bello scontro. Da una parte l’islamizzazione. Dall’altra il consumismo occidentale. Staremo a vedere. Non possiamo fare altro che aspettare.

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Gli ultimi uomini

Diversi pensatori hanno parlato di morte di Dio, di morte dell’arte, di fine della politica, di fine della storia. Il poeta Giorgio Caproni riteneva che Dio ad esempio fosse morto solo nella coscienza dell’uomo. A mio modesto avviso arte, politica, storia, Dio moriranno soltanto con la morte dell’ultimo uomo. Quale sarà l’ultimo uomo? Non certamente noi o i nostri posteri. L’uomo occidentale a cui tutto è dovuto non ha futuro. All’uomo occidentale è dovuto tutto: l’amore, il benessere, la tecnologia, la conoscenza, le comodità. Ma è destinato anche esso alla fine. Non fa figli. Non ha futuro. Se fa figli non fatevi illusioni: soccomberanno anche loro. Al posto dell’uomo occidentale ci saranno quei disperati che vengono con i barconi. Loro fanno figli. Loro credono in Allah. Loro ci credono. Loro sono giovani e forti. Molti si sposeranno con donne europee. Ci saranno alcuni che perderanno la retta via. Alcuni si autodistruggeranno. Ma si integreranno, pur tra mille difficoltà. Non so dire che tipo di società sarà né che tipo di valori saranno predominanti. So che l’Italia non sarà più cristiana e il mondo non sarà più Wasp. Non possiamo farci niente. Chiamatela migrazione epocale. Chiamatela invasione. C’è chi li chiama migranti; chi li chiama clandestini; chi semplicemente li chiama immigrati. Sarà una colonizzazione alla rovescia. I cittadini di nazioni più povere invaderanno le nazioni più ricche. L’importante è evitare lo scontro di civiltà. I flussi migratori non si possono controllare. Tutto può avvenire in modo soft ed incruento. Tutto può avvenire in modo pacifico. Finché ci saremo anche noi pagheranno le pensioni degli italiani(non tutti avranno la pensione) e faranno lavori che non vogliamo o che non possiamo più fare. Loro hanno futuro e sono il futuro, anche se vengono da posti in cui niente è dovuto. Inutile combattere contro il futuro. Un tempo eravamo noi crociati ad andare da loro per conquistare la Terra Santa oppure in tempi più recenti un posto al sole. Oggi chi è veramente cristiano dovrebbe rinunciare a difendersi. Forse gli ultimi uomini avranno nelle loro camere sia la Bibbia che il Corano. Parleranno forse arabo ed inglese. Nessuno può dirlo con certezza. L’Italia, l’Europa, il mondo sono destinati a cambiare volto. Inutile combattere. Inutile inoltre parlare di noi e di loro. Inutile evitare contrapposizioni. In breve tempo diventeranno italiani. Anzi sono i nuovi italiani.

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Sui quiz e sui test a scuola

Attualmente studenti ed aspiranti docenti vengono valutati con dei test per valutare le capacità intellettive e con dei quiz per esaminarne la preparazione culturale. La superficialità ha vinto sull’approfondimento. Il nozionismo ha avuto la meglio sul senso critico. La velocità sulla ponderatezza. In questa società sempre più dotata di macchine capace di immagazzinare i dati sarebbe meglio se gli esseri umani si dimostrassero capaci di rielaborarli. La cosa peggiore è che si tratta di una pseudoselezione perché i quiz e i test vengono creati senza la consulenza di veri esperti e molto spesso alcuni quesiti vengono ripresi da concorsi o esami precedenti. Quindi talvolta ha la meglio chi ha tempo e soldi per addestrarsi e simulare gli esami. Che dire poi del fatto che il caso può essere determinante in quesiti a risposte multiple? Alla faccia della verifica della sistematizzazione delle conoscenze! Tra pochi anni probabilmente tutte le facoltà saranno a numero chiuso. Basta pensare che nelle facoltà umanistiche, ancora a numero aperto, chi non raggiunge un certo punteggio nei test di ingresso ha subito un debito formativo. Anche studiare ed insegnare dovrebbero essere considerate delle attività creative, anche se non ricreative. Perché corpo docente e corpo discente non cercano di opporsi a questo andazzo generale?

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Sempre sul web

Questa è l’epoca degli Youtuber, delle fashion blogger e dell’influencer marketing. Queste persone hanno raggiunto una grande notorietà grazie ai social e ora sono diventate milionarie. Sono il non plus ultra della attuale industria culturale(termine coniato da Adorno). Internet può essere croce o delizia. Delle adolescenti si suicidano a causa del cyberbullismo; delle giovani possono cadere in gravi stati d’ansia o di depressione perché vittime di porno revenge. Internet può essere al tempo stesso un Paradiso o un Inferno e molto spesso non dipende dal merito o dal talento. Alcuni potranno pensare che ciò che differenzia le star del web dalle vittime del web sono la furbizia e l’intelligenza. Potrebbe sembrare di primo acchito che le prime a differenza delle seconde hanno compreso potenzialità e pericoli della rete. Ma ciò a mio avviso è ingeneroso nei confronti delle vittime. È ovvio che coloro che si sono arricchiti pensano di essere speciali ma molto spesso è l’esatto contrario: sono talmente comuni che il pubblico può identificarsi facilmente con loro. La viralità di una foto, di un post o di un video può arricchire o umiliare. Internet è ancora un luogo virtuale che può arricchire senza sacrificio e allo stesso tempo un territorio selvaggio che non rispetta i diritti più elementari delle persone, primo tra tutti quelli della privacy. Alcune persone per esorcizzare i pericoli del web potranno pensare che le vittime virtuali sono tali perché non sono state accorte o attente. A mio avviso anche le vittime sono persone comuni, che però non sono state adeguatamente tutelate dalla legislazione. Non vedo in certe vittime del web delle gravi colpe o dei grandi demeriti. Molto spesso sono vittime involontarie ed innocenti, stritolate dagli ingranaggi del mondo virtuale. Inoltre i social network sono commerciali e inducono all’ossessione perché molti controllano sempre gli aggiornamenti e alla fine finiscono tutti per essere più controllati. La realtà è che finiamo tutti per essere più online che offline, ovvero dei veri dipendenti da internet. Se non si ha migliaia di “amici” non si conta nulla. In questo caos ci dovrebbero guidare i maestri dello stile di vita, che hanno una miriade di follower e naturalmente anche degli hater. Anche i politici molto spesso diventano giocoforza delle Twitter star. Non possono esimersi. Non possono tirarsi indietro. Devono dimostrare di essere sempre pronti a dire la loro, ad essere sempre più opinion leader. Spesso si fanno aiutare da dei consulenti della comunicazione. Ma scrivere sempre la propria in tempo reale chiaramente non risparmia nessuno dalle gaffe e dalle brutte figure, anche se l’importante è essere sempre lì sul pezzo e farsi notare; l’importante è essere sempre pronti e non passare mai inosservati. I vip, cioè calciatori e persone del mondo dello spettacolo, usano sempre più Twitter ed Instagram: come sono lontani i tempi in cui i vip si facevano gestire il loro profilo Facebook o la loro pagina myspace da esperti o fan. Oggi siamo tutti finiti in questa bolla virtuale. Insomma si potrebbe dire: “È il web, bellezza!”. Per il momento i governanti di tutte le nazioni non hanno ancora preso provvedimenti. Per ora è tutto.

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Distopie

A mio avviso un uomo è sano di mente quando è cosciente delle sue azioni, è capace di intendere e di volere, la sua mente è integra(ovvero non è scissa). Ciò nonostante possono essere molti i conflitti interiori che permeano e disturbano una psiche. L’autoanalisi può essere un buon antidoto e può rivelare a se stessi se c’è qualcosa che non va nella nostra persona. Sapersi guardare dentro è un segno di salute mentale. Sapersi guardare dentro è il modo migliore per revisionare e controllare se stessi. Bisogna riflettere: riflettere anche su se stessi. Questo naturalmente non significa saper guardare in fondo a se stessi perché il Sè non ha un fondo. Quando c’è qualcosa che non va in noi bisogna avere la ragionevolezza di chiamare un esperto. D’altronde se c’è qualcosa che non va al cuore tutti chiamano il cardiologo e nessuno pensa di potercela fare da solo. Invece per resistenze culturali ed arcaismi ancora oggi molti pensano di potercela fare da soli quando qualcosa non va in loro dal punto di vista psichico. In quanto alla libertà ci sono innumerevoli condizionamenti e sovrastrutture che ci sovrastano. La nostra libertà varia, oscilla sempre entro un certo range. Coloro che spesso pensano di essere liberi totalmente sono spesso persone che agiscono in antitesi con i loro principi di un tempo: la libertà totale non esiste, men che mai in questa società in cui bisogna essere reperibili, rintracciabili e in cui si è sempre schedati, osservati. Le grandi utopie non si sono realizzate. In realtà stiamo vivendo le distopie. I libri non sono stati ancora bruciati come in “Fahrenheit 451”; in compenso però li leggono in pochi. Ora siamo tutti controllati e videosorvegliati come in “1984” di Orwell. Viviamo lo stesso stato di massificazione e al contempo di anedonia presenti in “Ritorno al mondo nuovo”, scritto da Huxley. Non possiamo certo dire che i grandi scrittori non ci avessero avvertiti. Avevano già capito decenni fa le prime avvisaglie. Avevano già captato tutto grazie alle loro antenne, prevedendo il mondo attuale con largo anticipo.

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Piccola provocazione sui politici

Negli ultimi decenni abbiamo potuto constatare lo scadimento della classe politica. I politici dovrebbero essere esperti di diritto(devono scrivere leggi), economia(devono amministrare), arte(devono tutelare il patrimonio artistico). Invece da decenni non hanno una formazione specifica. La politica in Italia purtroppo è da sempre facile ricerca del consenso. Un tempo era ricerca del voto in cambio di un posto di lavoro, poi di una spesa. Ci vuole sempre di meno da parte dei politici per accaparrarsi il voto. Oggi basta fare promesse irrealizzabili. Un tempo c’era il voto di scambio, poi il voto di protesta, ora il voto di bufala. I risultati non contano nulla. Non è mai tempo di bilanci. La colpa muore sempre fanciulla. Non si può mai distinguere il fatto dall’antefatto. La politica dovrebbe essere invece responsabilità sociale. I politici dovrebbero essere realmente servitori dei cittadini e dello Stato. Dovrebbero essere al loro servizio. Invece sono solo politicanti che pensano solo alla poltrona. Naturalmente questo è lo sfogo di un cittadino qualsiasi, che però ha il diritto-dovere di criticare la propria classe dirigente, senza per questo sconfinare nel qualunquismo becero o nel rivoluzionarismo astratto. È chiaro che i governanti non possono far contenti tutti ma che dire di tutti i governi fallimentari che si sono succeduti secondo tutti i più accreditati politologi? Se un imprenditore rischia il carcere per il reato di bancarotta fraudolenta nel caso del fallimento di una piccola società privata, invece a quanto dovrebbero essere condannati dei politici che commettono il reato anche soltanto di bancarotta semplice dello Stato italiano? Mettiamo il caso che portino al fallimento lo Stato anche solo per imprudenza o perché sono dei visionari. Ebbene a quanto dovrebbero essere condannati? Perché non ci sono delle leggi che contemplano la responsabilità e gli oneri nell’amministrare la cosa pubblica? Perché soltanto privilegi? Che guadagnino pure dei lauti compensi se amministrano bene! Ma se amministrano male perché non perseguirli o quantomeno non ridurre loro gli stipendi? Perché non sono stati condannati quei politici che hanno ingigantito il debito pubblico italiano? Sarebbe l’ora di finirla con l’impunità. Sarebbe l’ora di finirla di considerare il popolo italiano come un popolo bue. Chiaramente so bene che questa è pura utopia. La mia è una pura provocazione. Eppure questo raffronto tra chi amministra una società a livello privato ed i politici che amministrano la cosa pubblica rende bene l’idea dei grandi privilegi di cui godono questi ultimi. Qualcuno di loro direbbe che altrimenti nessuno oserebbe fare più politica. Io ritengo invece che tutti i politici , se ci fossero delle leggi severe, amministrerebbero lo Stato in modo molto più oculato. A mio avviso non è questione di valutare le capacità, la competenza, l’esperienza, l’onestà. Non mi importa se è preferibile il politico valido e disonesto a quello incapace ma onesto. Lascio ad altri questo tipo di valutazioni. Si dovrebbe invece guardare ai danni procurati. A mio avviso si dovrebbe valutare unicamente la gestione della cosa pubblica. Probabilmente la maggioranza degli ex parlamentari e dei parlamentari sarebbe in carcere o indagata se venissero perseguiti quei politici che hanno sperperato le risorse pubbliche. Prima o poi saremo costretti a salvare il salvabile. Prima o poi sarà il caso di considerare davvero chi ci specula e chi invece vale qualcosa. Forse inizieremo a farlo quando sarà troppo tardi. Forse siamo alla fine della democrazia rappresentativa. C’è troppo disinteresse, troppa rassegnazione e troppo disimpegno per una democrazia partecipativa. Nessuno sa veramente cosa ci aspetta in futuro. Forse siamo alla deriva.

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Sul centrosinistra

Che cosa ha distinto il centrosinistra italiano in questi anni? A mio avviso a livello economico l’austerità e il neokeynesianesimo; a livello intellettuale invece l’utopismo ideologico e una sorta di pseudoilluminismo. Inutile osservare che essere utopici e pseudoilluministi può portare a delle contraddizioni insanabili. I problemi principali però sono stati che gli italiani si sono stancati dell’austerità e che la mancanza di sicurezza non dipende da una errata percezione soggettiva dei cittadini ma da dati di fatto. Ciò nonostante il centrosinistra ha avuto anche dei meriti, che sono sotto gli occhi di tutti e che non sto ad elencare. Però nemmeno i suoi stessi politici sono stati sufficientemente bravi ad elencare durante la campagna elettorale. Forse ciò che distingue a livello caratteriale molti suoi politici sono l’estrema litigiosità, il disfattismo ed il masochismo morale. Probabilmente ciò che ha creato maggior dissenso è stata l’impopolarità di alcune scelte politiche. È una coalizione che ad un certo punto non ha più ascoltato il popolo nè gli intellettuali, che erano quasi tutti dalla sua parte. Forse avevano timore di essere considerati populisti o gramscisti? I suoi elettori hanno pensato che i politici di centrosinistra fossero più dalla parte dei banchieri che dei lavoratori. Il risultato è che si sono turati il naso e hanno votato Lega e Cinquestelle. Un centrosinistra così in crisi fa male alla stessa democrazia perché si crea un vuoto e molti cittadini progressisti non si sentono rappresentati. I pericoli antidemocratici infatti possono scaturire dal disagio sociale ed economico, sempre crescente, ma anche dalla crisi di identità politica dei cittadini.

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Salvo imprevisti…..

Nella vita non si sa mai. Si pianifica. Si fanno dei programmi a lunga scadenza. Eppure bisognerebbe sempre aggiungere “salvo imprevisti” o forse meglio ancora “salvo cause di forza maggiore”. Talvolta la morte arriva senza preavviso. Sopraggiunge in un attimo e cancella tutti gli appuntamenti e gli impegni dell’agenda. Più la scomparsa è prematura e inaspettata, più causa sconforto. Ma è sempre difficile fare paragoni. Che dire del dolore continuo di chi sta vicino a un malato incurabile? Anche quel tipo di dolore mette a dura prova qualsiasi fede. La vita si è allungata grazie ai progressi della medicina e al benessere nella società occidentale. La morte viene considerata oscena. Nessuno più gioisce per la morte di un proprio caro come facevano certi frati quando moriva uno di loro; addirittura festeggiavano. In America oggi spesso il funerale finisce con un brunch, ma non lasciatevi ingannare: anche lì la morte viene considerata inaccettabile al di là della facciata e della convenzione. In Italia andare al funerale per alcuni è come timbrare il cartellino. È una formalità. Non dimentichiamoci che questo era il paese delle prefiche. Non sarebbe meglio se ci fossero meno persone al funerale? Non sarebbe forse un vero momento di raccoglimento per i cari del defunto? La morte comunque è sempre inaccettabile oggi nella nostra società, anche quando una persona soffre di cancro da anni, ha vissuto novanta anni, ha il sondino da tempo, è in coma irreversibile. Ci vuole sempre del tempo ad elaborare il lutto. Quello che fa più paura probabilmente è la sofferenza. Ecco allora che alcuni cercano una buona morte. Vogliono l’eutanasia. Alcuni vogliono il suicidio assistito. L’importante è evitare al morente il dolore. I cari spesso chiedono al medico: ha sofferto? Oppure chiedono: si è reso conto di niente? Oltre alla sofferenza anche la coscienza della malattia, del trauma o comunque della morte imminente da parte del morente sono cose che nessuno vorrebbe augurare al prossimo nella nostra società. La morte non viene più considerata sorella come faceva San Francesco. Non è più liberazione degli affanni come per Leopardi. Totò considerava la morte una livella. Per Jaspers la morte è una situazione limite che nullifica ogni poter essere. Per Heidegger l’uomo deve essere per la morte per giungere ad una esistenza autentica. La nostra società invece inneggia alla vita. Eros fa da padrone. Thanatos viene rimosso. Non è forse un caso che esiste anche la cosmesi per i morti? Ho letto che estetiste rimaste senza occupazione si mettono a lavorare nel ramo della cosmesi funeraria. Il morto deve avere un bell’aspetto. Deve essere così impeccabile da sembrare vivo. La morte è in definitiva quel triste evento che vorremmo sempre procrastinare, eppure nessuno può sfuggirvi o può sgusciare via.

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Su Freud

Riguardo all’eziologia della nevrosi la vera causa non è il trauma sessuale come riteneva Freud. Diciamo che l’isteria è scomparsa da decenni. Per alcuni l’isteria è stata una invenzione di Freud. A mio avviso e non solo mio è legittimo parlare di pansessualismo per quel che riguarda la dottrina freudiana. La psicanalisi non riesce a curare la schizofrenia, per il cui trattamento sono necessari i farmaci. La psicanalisi si occupa prevalentemente dell’individuo ma trascura le dinamiche di gruppo. L’unica opera di Freud che concerne questo è “Psicologia delle masse e analisi dell’io”. La psicanalisi finisce sempre con il dare troppa importanza ai primissimi anni di vita. Secondo Freud tutto dipende dall’infanzia e trascura tutti gli altri periodi della vita. Per Freud i rapporti parentali determinano totalmente il mondo intrapsichico. Gli psicanalisti da alcuni detrattori sono considerati come dei guru, dei ciarlatani, degli apprendisti stregoni. Ma la psicanalisi non è che una delle tante talking cures con i suoi pregi e i suoi difetti. Come molte altre scuole di psicoterapia è basata sull’induzione ed è soggetta alle distorsioni cognitive dell’analista. La psicanalisi d’altronde come le altre psicoterapie è basata sull’osservazione clinica e sull’interpretazione. Secondo alcuni studiosi l’analista è freddo, distaccato, sempre silenzioso, quasi sempre in ascolto: il rapporto terapeutico quindi non sarebbe caratterizzato dall’empatia. Un altro difetto della psicanalisi è il seguente: è un trattamento a lungo termine e costoso. Ci sono cose alquanto discutibili nella psicoanalisi come ad esempio l’invidia del pene da parte delle donne. Può darsi che Freud abbia concepito molte idee subendo l’influsso della Vienna di fine ottocento. In particolare Freud ebbe in cura molte signore borghesi e molte nobildonne di quella società moralista. Ma passiamo oltre. Gli psicanalisti hanno da sempre trascurato le cause organiche e sopravvalutato quelle psicologiche. Se uno è un fumatore per loro è senza dubbio per una regressione orale o per un tratto ossessivo della personalità e non per la dipendenza dalla nicotina. Alcuni pensatori come Popper hanno subito messo in dubbio la scientificità della psicanalisi. Freud è stato accusato di essere un maschilista, un omofobo, un estimatore delle droghe ed anche un falsificatore di dati. Il celebre studioso è stato considerato anche tendenzioso e dogmatico: questa chiaramente è una critica di carattere metodologico. Altra accusa che viene fatta a Freud è quella di essere stato un uomo avido. Sono state fatte molte critiche sia sulla persona che sulla disciplina, da alcuni considerata una ideologia e addirittura da altri una mitologia. Ciò non toglie che su alcune cose Freud avesse indubbiamente ragione come ad esempio la struttura tripartita della psiche, i meccanismi di difesa, l’ambivalenza nelle relazioni affettive, la rimozione, le formazioni reattive, la coazione a ripetere, le pulsioni, il principio di piacere, il principio di realtà, il complesso edipico(valido solo nella società occidentale), la sublimazione, il transfert ed il controtransfert, etc etc. Naturalmente negli ultimi decenni questi concetti sono stati riformulati ed aggiornati dagli psicanalisti. Attualmente si può affermare che esistono diverse psicanalisi. In fondo i primi scissionisti furono Jung ed Adler. Freud inoltre è stato il primo studioso della mente a dimostrare l’esistenza dell’inconscio grazie all’ipnosi, alle associazioni, all’interpretazione dei sogni. È stato lo scopritore della psicologia del profondo. Fu inoltre il primo a scoprire che per la psiche la quiescenza è piacevole e l’eccitazione è spiacevole. Non solo ma la psicanalisi è terapia della parola e ci sarà sempre un effetto cuscinetto per i pazienti, anche se per alcuni questa psicoterapia è più utile agli artisti che a chi soffre veramente di patologie psichiche. In effetti la psicanalisi è più efficace per chi ha problemi psicologici che per chi ha problemi di natura psichiatrica. Ci sono alcune persone che vanno in analisi per anni e non riescono a risolvere nessun problema. Riescono solo a riempire il portafoglio dello psicanalista. Ma Freud ha anche molti meriti. Bisogna ricordare ad esempio che le parole possono cambiare la neurochimica. Questo vale sia per le parole dette che per quelle ascoltate. Le parole possono curare ma possono anche indurre ruminazione negativa. Le parole possono essere terapeutiche ma possono anche risultare degli stressor negativi. Detto in parole povere possono rendere euforici ma possono anche ferire e deprimere. Gli effetti della comunicazione sono dimostrabili con le più moderne tecniche di neuroimaging. Chiaramente non si tratta di valutare solo le parole ma anche il contesto, l’interlocutore, la durata degli stimoli negativi. La psicanalisi punta su questo, ovvero a guarire con le parole. Freud ha anche il merito indiscusso di essere stato un geniale esploratore del Sè. La psicanalisi indaga nella parte più oscura di ognuno. Non fa sconti a nessuno. Ma Hitler e i suoi gerarchi non potevano certo essere psicanalizzati. I nazisti avevano paura di questa scuola di pensiero. Infatti i libri di Freud furono i primi ad essere bruciati.

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Ieri e oggi

Con queste righe non voglio fare una analisi rabberciata della situazione attuale ma solo fornire uno spunto di riflessione. Gli anni settanta erano gli anni dello spontaneismo politico, che in piccola parte purtroppo sfociò anche in spontaneismo armato(qualcuno portava la p38 alle manifestazioni). Furono anni fecondi dal punto di vista intellettuale. Nacquero riviste e gruppi di giovani intellettuali destinati ad entrare nella storia. Cito ad esempio i Quaderni piacentini di Bellocchio(che arrivarono a vendere 11000 copie) e Tam Tam edita da Adriano Spatola e Giulia Niccolai, che vissero per anni nel mulino di Bazzano, dando ospitalità a giovani poeti. Allora essere intellettuale era una missione. L’intellettuale doveva cambiare il mondo, trasformarlo. Doveva fare presa sulla realtà. Oggi i termini di paragoni sono improponibili e non è questione solo di statura intellettuale dei protagonisti o di levatura morale. Assolutamente no. Gli intellettuali dovevano trasformare il mondo. Il mondo invece li ha trasformati profondamente. Sono sempre più precari, marginali e perciò ricattabili dal potere. La rivoluzione marxista non è arrivata. Le strutture economiche sono mutate completamente e con esse anche le dinamiche sociali. Molto tempo fa i capitalisti per guadagnare aumentavano anche le ore non pagate(il pluslavoro, quella quantità di lavoro in più rispetto alla quantità necessaria per la sussistenza giornaliera del lavoratore e della sua famiglia) per aumentare il plusvalore assoluto. Oggi nel primo mondo con le innovazioni tecnologiche continue non fanno altro che aumentare il plusvalore relativo, ovvero non fanno altro che ridurre il tempo della quantità di lavoro necessaria per il fabbisogno giornaliero del lavoratore e della sua famiglia. Questo in termini marxiani, un poco semplificati. Oggi non c’è più la produzione di massa. Tutti guardano al Just in time(magazzini snelli, gestione delle scorte ridotte al minimo, produrre solo ciò che è stato venduto). Ci sono la robotica, l’informatica, la connettività, i sistemi socio-tecnici, lo sviluppo dell’automazione, l’e-commerce, le forme atipiche di lavoro, i sindacati che non rappresentano più adeguatamente certi lavoratori, l’avvento della crisi globale, l’esternalizzazione, l’invecchiamento della popolazione nei paesi industrializzati. Oggi sono aumentati i servizi nel mondo del lavoro. Ci sono sempre più lavoratori della conoscenza. Un tempo c’era il capitalismo di stato a fare da padrone. Oggi con la globalizzazione delle merci e dei capitali fanno da padroni la delocalizzazione e il capitalismo finanziario. Il capitalismo ha trovato altre strade. Forse più subdole. Gli intellettuali sono rimasti spaesati. Sono rimasti, come si suol dire, al palo. Ma la cosa più difficile è fare gruppo oggi. Una volta su un muro ho letto questa scritta: “sempre più connessi, sempre più soli”. Con questo non voglio dare assolutamente la colpa ad internet, che è solo un segno dei tempi. Voglio solo dire che l’impegno e la partecipazione alla politica da parte degli intellettuali sono finite. In parte si sono ritirati a vita privata. I politici non li vogliono più come guide, ma al massimo solo come consulenti di immagine o estensori di discorsi. Al massimo i più cortigiani stanno dietro le quinte. Insomma disadattati oppure riciclati.

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Sui figli e sulla morte

La mia generazione, quella dei nati negli anni settanta, tutto sommato è stata sconfitta.
C’è chi si è integrato e chi invece no. Ma complessivamente la mia generazione è più povera e più precaria dei nostri padri. C’è chi ha fatto figli e chi come me no. Ci sono pareri diametralmente opposti a riguardo. C’è chi pensa che dovremmo fare più figli perché gli italiani stanno scomparendo. C’è anche chi pensa che chi non fa figli sia un fallito e la sua vita non abbia un senso; questa mentalità è un antico retaggio della cultura contadina quando i figli rappresentavano nuove braccia che potevano aiutare nel lavoro. C’è invece chi pensa che dovremmo astenerci dal farli perché il mondo è già sovrappopolato. Personalmente ritengo che fare figli non sia un merito né una colpa. Talvolta non di tratta di una scelta vera e propria ma di un segno del destino. I genitori sono disposti a fare grandi sacrifici per i figli. Anche l’amore per i figli è esso stesso una proiezione, ma questo è spesso un errore di valutazione(i padri qualsiasi cosa facciano comunque sbagliano perché essere padri è un ruolo difficilissimo): i figli non sono dei genitori che li hanno cresciuti, sono del mondo. Talvolta percorrono strade che ai genitori risultano incomprensibili. Talvolta sono bastian contrari e vanno apertamente contro ai genitori. Nessun genitore può prevedere niente a riguardo. Niente è programmabile. Ciò nonostante i genitori cercano sempre di pianificare tutto. La morte fa meno paura a chi è genitore se sa che i figli sono realizzati. Gli artisti invece sublimano e compensano. Vorrebbero vivere della loro passione. Vorrebbero lasciare una minima traccia di sé al momento della dipartita. Ma anche coloro che sicuramente saranno ricordati dai posteri hanno paura della morte. Voltaire ebbe una crisi religiosa nei suoi ultimi giorni. Napoleone voleva un prete molto istruito per confidargli dubbi e tormenti. Pochi restano coerenti agli ideali. Carducci alla fine della sua vita scrisse che era rimasto quello di “A Satana”. Ma i più vacillano. Molti anticlericali nel dubbio chiedono un conforto spirituale, anche coloro che hanno vissuto senza Dio con noncuranza. In fondo in Italia siamo cattolici. Nel nostro Paese c’era il dogma dell’infallibilità pontificia e allo stesso tempo c’era il nepotismo(li chiamavano nipoti ma in realtà erano figli segreti dei Papi). L’Italia è il Paese dei santi e dei poveri ossessi. Succede anche che alcuni atei si convertono quando ne hanno il tempo: nella vita di molti credenti la fede vacilla, mentre in punto di morte è l’ateismo a vacillare. Questo naturalmente non significa non riconoscere gli errori della Chiesa. È solo il segno tangibile della debolezza umana. Debolezza umana da entrambi i lati: quello di chi crede e di chi non crede. Il padre vuole lasciare il suo DNA nel mondo. L’artista vuole lasciare una testimonianza. Il credente in teoria non pensa a questo mondo e non si cura della vita terrena. Ma questo solo in teoria. Anche la fede comporta contraddizioni, crisi e battute d’arresto. Flaiano a proposito nel suo Diario degli errori scriveva che chi ha guardato in fondo alla sua vita non può avere fede ma solo rassegnazione.

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Sul darwinismo sociale

…sono solo due le opzioni: si può essere di sinistra o darwinisti sociali. Una cosa esclude l’altra. Terzo escluso. Chi vuole essere entrambe le cose è incoerente. Il darwinismo sociale è una dottrina per ultraconservatori e non certo per marxisti o progressisti. A onor del vero il darwinismo sociale non dovrebbe essere contemplato neanche da liberali autentici, a meno che non vogliano diventare liberisti selvaggi. Infatti il darwinismo sociale non considera minimamente la solidarietà. Si fa presto a passare da concetti come la selezione, la legge del più forte, la lotta per la vita all’eugenetica e all’eliminazione di chi ritenuto disadattato. Il darwinismo sociale è ancora in voga. È rintracciabile anche nel pensiero di chi dice di essere di sinistra. Eppure lo sanno in molti che la società umana non è solo biologia ma è caratterizzata da più elementi, che con la biologia non hanno niente a che fare. E poi siamo forse animali? Ci dovremmo scannare come animali? Un conto infatti sono gli animali delle Galapagos studiati da Darwin ed un conto sono gli esseri umani. Un conto è la natura ed un altro è la società umana condizionata fortemente sia dalla cultura umanistica che dal progresso tecnico-scientifico. Alcune teorie genetiste farebbero pensare ad un nuovo tipo di determinismo. Ma non tutti gli uomini di scienza sono d’accordo con i fautori della sociobiologia. L’uomo non è frutto solo del suo DNA. Il fenotipo dipende anche dall’ambiente e dal caso. E poi si potrebbe veramente parlare di evoluzionismo? Forse ci siamo evoluti solo dal punto di vista scientifico. Ma dal punto di vista culturale, storico e psichico? Che dire? Il darwinismo sociale ha fornito giustificazioni al colonialismo e all’imperialismo sulla fine dell’Ottocento e dopo ai massacri di Hitler. Al mondo di oggi è un caposaldo anche per coloro che pretendono in economia la deregulation. Lo stesso Darwin non fu mai un darwinista sociale. Si tenne sempre alla larga da simili deformazioni e strumentalizzazioni della sua teoria. L’uomo ha dalla sua parte l’etica perché la società non sia una lotta di tutti contro tutti. Forse l’unico fondo di verità del darwinismo sociale è che molti cercano il massimo successo riproduttivo e probabilmente per questo la crescita sta diventando insostenibile. Personalmente ritengo che in una società liberale e aperta dovrebbero coesistere competizione e cooperazione, ma a quanto mi pare oggi siamo ben lontani da tutto ciò. Dovrebbero esserci libera concorrenza e allo stesso tempo salvaguardia dei più deboli, ma in pratica entrambe le cose finora non si sono realizzate.Ricordiamoci che essere darvinisti sociali non significa essere solo incongruenti concettualmente, ma anche di fatto essere persone che non vogliono uno stato assistenziale. Eppure dovremmo ricordarci che dovrebbero essere garantiti anche i diritti dei più deboli. Esistono dei diritti che sono considerati universali. Sarebbe un controsenso volere uno stato di diritto che garantisca le libertà di tutti e allo stesso tempo volere smantellare il cosiddetto welfare. Sarebbe assurdo! Un conto naturalmente è legittimare la meritocrazia e un altro è giustificare totalmente le ineguaglianze. È forse solo per merito che una ristretta elite fa guadagni stratosferici a discapito della grande massa di produttori-consumatori? Non sarebbe l’ora di vedere che l’ingranaggio può incepparsi da un momento all’altro se non migliorano le condizioni materiali di tutti? Essere darwinisti sociali significa essere miopi. Significa non saper vedere oltre. Soltanto gli ultrareazionari possono abbracciare il darwinismo sociale. Di solito ci sono due tipi di darwinisti sociali: i giovani autoesaltati(dalle letture di Nietzsche e Spencer) e gli uomini di una certa età, ormai arrivati, che hanno una visione edulcorata del mondo e della vita(secondo cui chi si impegna ce la fa). Sarebbe l’ora di finirla. Per vivere in una società veramente democratica un welfare efficiente dovrebbe essere garantito. Il welfare dovrebbe essere la premessa fondamentale della democrazia. Gli industriali e gli economisti credano pure alla mano invisibile di Smith o alla selezione naturale di Darwin, ma dovrebbe esserci un welfare che riesca ad assistere anche i più deboli! A mio avviso non si tratterebbe di dare ad ognuno a secondo dei suoi bisogni o delle sue capacità, ma di garantire prima a tutti un minimo indispensabile per la sopravvivenza! Questa è la condizione ineliminabile senza la quale ogni società aperta fallisce e non si rivela più tale. Se non lo fanno gli individui almeno lo Stato dovrebbe provvedere ad aiutare chi non ce la fa indipendentemente dal motivo per cui non ce la fa. In Italia nella seconda metà del novecento c’è stato molto assistenzialismo, che ha disgustato molti alla fine ed era dovuto ad un senso della solidarietà malinteso e travisato. Oggi alcuni sono agli antipodi. In tempi di crisi economica alcuni sono più cattivi e di manica stretta. In fondo anche affermare che non si può aumentare le pensioni minime o migliorare la sanità perché grava sui cittadini italiani la spada di Damocle del debito pubblico è puro darwinismo sociale. Basterebbe pensare infatti a quante sono le spese militari, che crescono di anno in anno ed incidono pesantemente nel bilancio dello Stato italiano. Sono davvero necessari tutti quei caccia e quei missili? È pura utopia ritenere che queste spese dovrebbero essere ridotte? Credo davvero di no. Sarebbe l’ora di finirla. Non è un caso a mio avviso che di solito i guerrafondai sono anche darwinisti sociali.

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Sulla salvezza

Vanno dosate le forze e soppesate le parole. Bisogna evitare di scadere nelle ovvietà e nelle semplificazioni. È lecito contraddirsi perché la realtà è essa stessa contraddittoria. Aveva ragione Walt Whitman: chi si contraddice vuol dire che contiene “moltitudini”. Inoltre è risaputo che chi si contraddice spesso diventa per questo motivo una persona coerente. Mai arroccarsi troppo sulle nostre posizioni. Bisogna andare oltre la sedimentazione del vissuto. Di tanto in tanto quel che resta di un giorno trascorso è una reminiscenza. Spesso non resta niente. Ci sono giorni comuni come fiori di campo e giorni speciali come le rose. Ma l’importante è non fare la grammatura del passato. Nella vita si confondono e si mescolano sempre memoria e desiderio come scriveva Eliot. Gli elementi materici dei ricordi sono l’inganno e l’impostura. Gli innamorati del passato sono dei noti rompicoglioni. Le loro sono inquietudini da ricchi. Commemorare gli amori non ricambiati è roba da canzoni per adolescenti. Anche i grandi innamoramenti si logorano con il tempo nel matrimonio. Non tutto andava meglio un tempo. Non volgersi mai troppo indietro dunque perché viene il torcicollo. La memoria ha più strati. A forza di fare i funamboli con le parole e la memoria si cade nel vuoto. Secoli fa avevano orrore del vuoto. Tutte le persone incontrate nella vita ti danno qualcosa. Spesso ti lasciano soltanto negatività, ma anche da questo puoi trarre degli insegnamenti. Si perdono amicizie. Si fanno nuove amicizie. La vita è come un treno. Ognuno ha la sua fermata. Ognuno ha la sua destinazione. C’è chi lo abbandona prima di noi e chi dopo. Ciò lo chiamano destino. Gli antichi cercavano segni del destino ovunque. Si pensi a omen nomen. Siamo sullo stesso treno. Si è nello stesso scompartimento, gomito a gomito, eppure accade anche che non ci diciamo niente e guardiamo annoiati fuori dal finestrino. Siamo compagni di viaggio ed estranei allo stesso tempo. C’è chi si fa prendere dall’ansia di voler comunicare ma si fallisce in questo senso perché vince sempre l’incomunicabilità. Ci vuole molta esperienza per saper vivere. Si impara spesso la serenità a proprie spese, dopo tentativi ed errori. Si impara a vivere e a sapere che farsene della nostra vita spesso quando si è maturi. Ma fermiamoci qui. Non parliamo della corda in casa dell’impiccato. Con una corda tuttavia ti ci puoi impiccare. Ad una corda però ti puoi anche aggrappare. Deve essere salvaguardata una seppure esile speranza. Magari è la stessa corda del suicida e tu con quella ti salvi. Chi non ce la fa è prima di tutto perché pensa di non farcela. Come diceva Zanzotto nella vita bisogna aggrapparsi ai propri capelli per togliersi dalle sabbie mobili come fa il barone di Münchhausen. La lettura ti può portare a nuove connessioni e a nuovi pensieri. La riflessione ti può far giungere all’epifania, la preghiera all’epifonia, la meditazione al nirvana. Si è sempre in cerca dell’illuminazione. Hanno ragione i preti: l’umanesimo non dà la salvezza ultraterrena senza avere fede. Ti dicono che nella letteratura e nella filosofia non c’è salvezza; ti dicono che anzi certe letture ti allontanano dalla retta via, ti tolgono la fede, ti fanno diventare un miscredente. Ma si scordano di dire che anche il cristianesimo è umanesimo. Umanisti sono stati dei santi. Umanisti sono stati dei dittatori sanguinari. È risaputo che i cristiani all’inizio venivano sbranati dai leoni e successivamente la Chiesa ha compiuto nefandezze con le crociate, la Santa Inquisizione, l’aiuto dato a criminali nazisti per sfuggire alla giustizia, la protezione data a preti pedofili, etc etc. Infatti c’è bontà e saggezza in ogni umanesimo ma anche violenza. Le idee di Platone(la Repubblica), Machiavelli, Marx, Hegel, Nietzsche hanno provocato disastri nel nostro Occidente. Lo stesso dicasi dell’interpretazione letterale dell’Antico Testamento. Infine la spiritualità non è solo dei religiosi ma anche di mistici eretici, moralisti squinternati, artisti sregolati, ascetici ieratici. Pensare e riflettere può salvare la pelle in questa vita, anche se non l’anima. Non salva l’anima ma l’animo dalle brutture del mondo.

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Pro e contro riguardo lettura e scrittura

Tre possibili opinioni(è solo un gioco):

Non bisognerebbe avere buona memoria. Bisognerebbe leggere e poi subito dimenticare i grandi autori e le loro grandi opere, anche perché ti restano sempre impresse nella mente in modo inconscio. Bisognerebbe cercare di scacciare dalla mente il più possibile i grandi per non scimmiottarli, per non imitarli goffamente. Chi legge troppo rischia di commettere plagio o addirittura di essere plagiato dalle voci degli autori. Non bisogna essere scolaretti pedanti, allievi troppo diligenti. Bisogna dimostrare di avere delle proprie idee, di avere personalità. Bisognerebbe cercare di dimenticare per essere o perlomeno sentirsi più liberi nella scrittura. Chi è più ignorante non si autocensura troppo, non si inibisce ed è più creativo. La Deledda, Quasimodo, Montale, Dario Fo non erano dei letterati: erano prima di tutto degli autodidatti molto creativi. Sembra un paradosso ma è la realtà: in Italia sono stati più gli autodidatti che gli accademici a vincere il Nobel per la letteratura. Ciò significa che almeno nel nostro Paese abbiamo degli ottimi autodidatti oppure degli accademici non autorevoli. Le persone troppo colte di solito diventano teste d’uovo e non sono creative. Troppa cultura soffoca la creatività.

Bisognerebbe avere ottima memoria e ricordarsi tutte le opere lette per non ripetere gli stili e le idee dei grandi autori. Bisognerebbe avere ottima memoria per avere delle basi e dei punti di riferimento, per non ripetere gli errori delle brutte opere lette. Leggere significa assorbire. Bisogna solo leggere e scrivere per diventare scrittore secondo molti intellettuali. Chi è più colto sa veramente se quello che scrive è creativo o meno. Per scrivere dignitosamente bisogna avere conoscenza della tradizione letteraria: in fondo anche per trasgredire le regole bisogna prima conoscerle. Anche per essere veramente originali bisogna sapere cosa è stato scritto prima. La cultura aumenta la consapevolezza di quel che si fa. A conferma di questo bisogna ricordare che solo le persone colte riescono ad avere risultati apprezzabili nella scrittura. Naturalmente uno può acculturarsi da solo come autodidatta, ma sono pochissimi gli autori veramente naïf. Le letture sono degli stimoli e possono ispirare gli scrittori. Dal niente non viene niente per quanto riguarda la scrittura. Ma una cosa importante è rileggersi e valutare quel che si è scritto: questo lo può fare decentemente solo chi ha un poco di cultura unita ad un poco di amor proprio.

Talvolta non si tratta di essere colti o meno. Forse scrivere dipende in alcuni casi dalla capacità di inventare storie e in altri dalla capacità di raccontare le storie che si è vissuto. Spesso non dipende neanche da questo. Che cosa è che tiene incollato qualcuno alla scrivania in una bella giornata di sole? Spesso chi scrive lo fa soltanto perché è una persona che soffre. Spesso gli scrittori sono persone che soffrono di disturbi di personalità più o meno lievi oppure di disturbi dell’umore(depressi, ciclotimici, bipolari). Ciò che contraddistingue gli scrittori quindi non sarebbe tanto la cultura, l’intelligenza o le abilità verbali quanto la capacità di esperire più intensamente gli stati di animo. In particolare gli artisti sarebbero più saturnini. La scrittura spesso è consolatoria. Allo stesso tempo riesce anche a risarcire certe ferite dell’animo e a placare le sofferenze interiori. Spesso la scrittura è determinata dall’assenza. Chi scrive lo fa perché gli manca qualcuno o qualcosa.

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Due parole su Lavinia Frati:

 

Quel che mi interessa in questa sede non è trattare della vocazione poetica, della formazione culturale, dell’apprendistato, dell’immaginario di Lavinia Frati. Non voglio disquisire sugli eventuali debiti contratti con i grandi del passato. Ciò che so di lei è il bisogno di confrontarsi e l’impulso quasi quotidiano di scrivere poesia. Questo mi basta. Inoltre ritengo che l’artista dovrebbe essere una persona d’alto sentire e questo è quello che penso di Lavinia. Per Picasso “il reale è ciò che vede la maggioranza”. Posso pensare che la Frati abbia scelto da tempo di stare con la minoranza e di dare voce a quella che viene considerata diversità. Oserei dire che lo scotto che l’artista paga molto spesso è quello di essere diverso o di sentirsi diverso. Molto spesso il poeta è una vittima. Si pensi a Pasolini. La ragione è semplice: in questo tempo in cui tutti sono prodotti in serie e con lo stesso marchio di fabbrica gli artisti si distinguono. Sfuggono alle regole e al livellamento di massa. Rischiano molto perciò. Il rischio minore è quello di essere presi per pazzi. Eppure gli artisti dimostrano spesso anche di saper rinascere continuamente dalle ceneri.
La Nostra si caratterizza per la sua capacità di autooblazione, cioè per la sua capacità di offrire se stessa e le sue parole agli altri. Questa è una qualità che può tornare utile perché ogni lettore vuole riconoscersi nel poeta. Se dovessi classificare la Frati o etichettarla potrei affermare che non è una poetessa di ricerca(è distante da un modo di versificare che aspira all’oggettività. La sua poetica non risente assolutamente dell’accademismo degli epigoni della neoavanguardia) ma una neolirica: non ha paura a scrivere “io”, affermando la sua individualità e l’irripetibilità del suo dettato senza scadere nel narcisismo, nel sentimentalismo o nell’autobiografismo(tre difetti in cui può incorrere la poesia tradizionale). In questo caso non siamo di fronte al diarismo ma ci imbattiamo in una personalità veramente artistica. Non siamo di fronte alla pura registrazione delle effemeridi di una adolescente. La sua sensibilità non a caso si traduce in una spiccata espressività. Sa suscitare emozioni ed è ciò che quasi tutti chiedono ad un artista. Qualsiasi poeta si trova attualmente di fronte ad un bivio: accettare la propria soggettività in modo pacifico(considerando la tradizione) oppure oggettualizzarla(molti cercano l’oggettività e giungono invece all’oggettualità). La Frati sceglie senza ombra di dubbio la prima strada senza risultare eccessivamente introspettiva, perdersi nel flusso di coscienza o nei meandri della psicoanalisi. Sa essere sia intimista che descrittiva. È poetessa non solo per i felici esiti dei suoi componimenti ma prima di tutto perché gli urge esprimere qualcosa da dentro e perché aspetta le rivelazioni dell’inconscio. Si muove nel solco della tradizione novecentesca. Non crea cut up. La sua non è una poesia visiva, sonora o performativa. Allo stesso tempo non crede nella sacralità della parola e non è neoorfica. Un altro aspetto che mi pare evidente è che non si pone nei confronti del mondo in modo sistematico ma in modo intuitivo. Un tempo si diceva e si scriveva che i veri artisti per essere tali dovevano avere una visione del mondo che permetteva loro di avere uno stile inconfondibile. È vero in moltissimi casi. Ma in fondo oggi per capire la realtà è forse meglio avere una visione onnicomprensiva e totalizzante oppure il mondo è conoscibile solo parzialmente? Probabilmente Lavinia Frati è per la seconda opzione. In fondo non potrebbe essere altrimenti. Filosofie ed ideologie sono state distrutte nel novecento. È rimasto solo il consumismo. Per il resto non voglio cercare di spiegare la fonte della sua creatività con l’ausilio della psicologia dell’arte o con alcune nozioni di nuove branche dello scibile come la neuroestetica. Secondo un antico detto della retorica: “se hai i contenuti, le parole verranno”. Noi ci atteniamo a questo principio e non indagheremo a fondo sull’origine dei suoi versi. Dal suo io sgorgano immagini, sensazioni, percezioni, pensieri. Sa cesellare con cura i suoi versi e sa soppesare le sue parole. Ogni espressione è ponderata. Ma ora veniamo al suo ultimo lavoro, che è un caso a se stante. In questa nuova raccolta di poesie “Anidramnios”(in memoria di Irene Carbonara) si può rintracciare la catarsi che libera dall’angoscia, cerca di superare il dolore e le contraddizioni dell’essere umani. La poetessa sa affrontare la tematica del dolore con sensibilità, tatto, dignità allo stesso tempo. Scrivere alla rinfusa le proprie paturnie è semplice. Manifestare con rigore e compostezza il dolore non lo è assolutamente. In questo caso specifico la morte potrebbe agire veramente contronatura e dare scacco matto a tutti. L’infanzia dovrebbe essere sinonimo di felicità o quantomeno di spensieratezza. Invece in questo caso il destino è inconcepibile ed incomprensibile. La Frati esprime anche “l’infinita vanità del tutto”. Per questo motivo ritengo che queste sue poesie siano esemplari per il pathos ed abbiano una notevole portata sia emozionale che estetica. Sono più drammatiche di qualsiasi dramma teatrale. Qui non c’è il teatro dell’assurdo con le sue finzioni, le sue trovate metateatrali. Ricordo che chi scrive ciò non è assolutamente un detrattore di Beckett. Ma qui c’è la vita vera o meglio una vera non vita: una scomparsa totalmente prematura. Secondo Herman Hesse la vita ha solo il senso che le diamo. Ma quale significato possiamo mai attribuire alla brevissima esistenza di Irene? Questa raccolta mi ricorda Levinas quando scriveva che ogni figlio è figlio unico perché eletto. Ma potrei citare anche lo psicanalista Recalcati secondo cui ogni figlio è una poesia. Queste liriche quindi trattano del mistero della vita e della finitezza umana. Lo fanno con profondità e realismo. Trattano di un destino crudele, non certo di rimpianti e sliding doors. Anzi trattano di due destini: il figlio di Lavinia, nonostante le difficoltà ce l’ha fatta, mentre Irene Carbonara no. Alcune di queste liriche sono davvero riuscite. Sono da includere in antologie scolastiche, anche se bisogna considerare la dimensione macrotestuale; bisogna considerare che si perderebbero i rimandi interni e la coesione dell’opera intera: qualcosa andrebbe perso perciò. Alcuni testi sono memorabili a mio avviso, ma naturalmente la loro fortuna critica non dipende certo da me. Si nota uno scavo della parola mai pienamente pacificato, ma che può essere condiviso da tutti. La sua poesia non è didascalica, estremamente eufonica o mercificabile: è molto di più, ovvero è poesia autentica ed ha un suo fondamento etico. È una poesia che ti fa chiedere dove sia l’origine del Male e allo stesso tempo è una poesia su cui grava la maledizione non espiata per l’uccisione dell’albatro. È una poesia che tratta del dolore umano e cerca di trascenderlo. Anche questo genere cosiddetto di nicchia ci vuole in una editoria sempre più schiava del marketing e delle classifiche. Anche questo ci vuole in una società tecnocratica, postindustriale e di massa come quella odierna. Questa raccolta di poesie è imprenscindibile. Va letta. Bisogna per forza farci i conti. La Frati sa emozionare senza essere melensa né provocare struggimento. Non è mai stucchevole e propensa al poetese. Evita sempre le romanticherie e lo sdilinquimento con cui la maggioranza crede di diventare poeta. Per la sua poesia vale ciò che scrisse Saffo: “non c’è posto, da noi, sacerdoti di Poesia/ per la lagna: non è in armonia con noi”. Passione e ragione si controbilanciano nei componimenti della Frati. Inoltre per dirla alla Berardinelli forse la sua poesia è invendibile come la stragrande maggioranza della poesia contemporanea ma è leggibilissima. È chiara e mai sibillina. Non c’è mai un retropensiero o un sottotesto. Ma sono tempi difficili per i poeti. Si veda ad esempio la chiusura de Lo Specchio. È estremamente arduo far quadrare i conti per le case editrici che pubblicano poesie. La domanda è scarsa. L’offerta è notevole perché con l’aumento del tasso di scolarizzazione tantissimi provano a scrivere e ciò a mio avviso non va giudicato da snob. La Frati riesce comunque a mettersi fuori dalla mischia. Meriterebbe a mio avviso riconoscimenti e premi. Meriterebbe più attenzione dai critici letterari, che dovrebbero accogliere entusiasticamente questa sua ultima prova. Dovrebbe essere valorizzata maggiormente e spero che venga fatto in modo almeno tardivo nel corso della sua vita: cercate di voler bene agli artisti quando sono vivi. La gloria postuma spesso non serve nemmeno agli eredi. Questo è quello che avevo da dire e ciò che per me conta. Non altro. Spero di essere stato sintetico e non schematico. Per il resto staremo a vedere in futuro se la sua poesia diverrà memorabile. Io me lo auguro. Dipenderà tutto dalla fortuna critica. Questo è ciò che mi ha ispirato la lettura di queste liriche. Tutto il resto passa in secondo piano in una epoca come quella attuale in cui le parole vengono bistrattate. Sono considerate inutili in questa cosiddetta civiltà dell’immagine, eppure mai come oggi vengono utilizzate a sproposito in sms, telefonate, quotidiani, telegiornali, talk show, mass media. Quindi faccio una ultima considerazione di carattere generale. La poesia viene considerata inutile e pochi la leggono. Ciò nonostante leggere poesie può essere un mezzo per mantenere in esercizio la mente e allo stesso tempo un modo per risvegliarsi dal torpore. Talvolta poeti e poetesse sanno inquadrare il reale in prospettive nuove. Forse se la poesia esiste da quando esiste l’uomo è perché questo ne ha sempre avuto bisogno. Forse è solo apparentemente inutile. Oppure forse come esseri umani abbiamo bisogno anche dell’inutile. La poesia forse serve a combattere un linguaggio ordinario che è sempre più spazzatura e fortemente stereotipato. Forse serve a scardinare i luoghi comuni che intasano le teste di tutti ormai, anche dei più saggi. Forse.

 

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Sul crederci:

Molti credono ciecamente in ciò che fanno, indipendentemente dal successo ottenuto. Ciò può essere un bene perché possono affrontare gli ostacoli, grazie alla perseveranza ed alla determinazione. Ma può essere anche un male perché senza autoironia ed autocritica talvolta possono essere minori i margini di miglioramento e la possibilità di correggere i propri errori. Anche essere troppo critici nei confronti di se stessi può portare all’immobilismo e all’autocensura. La convinzione nelle proprie idee e nei propri mezzi può rivelarsi determinante in alcuni casi, ma talvolta può anche essere controproducente. Talvolta la fiducia in se stessi può diventare ostinazione e può condurre al baratro. Ciò accade quando l’autostima diviene presunzione. Non è assolutamente detto che crederci troppo possa essere una marcia in più. Essere dei caterpillar può essere estremamente dannoso per se stessi e gli altri. Secondo la legge di Yerkes e Dodson l’arousal, ovvero il livello di attivazione fisiologica, deve essere intermedio per raggiungere il massimo della prestazione. La relazione tra stress e prestazione è curvilinea; più esattamente si tratta di una curva rovesciata. Alti livelli di attivazione conducono gli individui a basse prestazioni. Detto in parole povere essere troppo stressati può essere controproducente. Altro aspetto della motivazione sul lavoro è che ci sono due tipi di fattori che la determinano: i fattori intrinseci(la soddisfazione del lavoro in sé) e quelli estrinseci(la retribuzione, lo status socioeconomico, i benefit). A mio modesto avviso la maggioranza lavora per questi ultimi. Sono poche le persone a cui piace il proprio lavoro e che si sente autorealizzata a lavorare. Gli psicologi parlano a riguardo di autoefficacia, coaching, performance, convinzione, motivazione, achievement, stress and coping, q.i, locus of control interno. Eppure la situazione può sempre sfuggire di mano e anche le persone più efficienti non sempre sono in grado di dominare gli eventi. Infatti ci sono anche le circostanze esterne e fattori che non dipendono dagli attori. L’atteggiamento mentale non sempre è determinante perché non sempre dipende da noi. Non sempre è questione di saper fare. Talvolta dipende anche da ciò che gli altri o le circostanze ci lasciano fare. Talvolta le potenzialità restano inespresse. È per questo che molte persone a questo mondo falliscono, non riescono e non raggiungono i risultati sperati.  Molto spesso gli psicologi e gli psicoterapeuti per non far avere ai loro pazienti pensieri negativi li inducono a non pensare. Spesso prescrivono loro dei farmaci che riducono l’ideazione. Molto spesso per non far provare ai loro pazienti blocchi emotivi li inducono con la psicoterapia e qualche forma di training a essere sempre meno emotivi. Gli specialisti della mente cercano di cancellare stati mentali o stati emotivi spiacevoli, spesso con pillole della felicità. Il risultato è che i soggetti non pensano e non sentono più autenticamente. Dal loro campionario di emozioni viene cancellata la tristezza. Vivono ma non sentono più e nemmeno pensano più. Sono piatti ormai o quantomeno risentono di un certo appiattimento. Non sono più autentici. Questo sarebbe il male minore se soffrissero di gravi psicopatologie, ma qui stiamo trattando di moltissime persone che hanno qualche piccolo disturbo dell’umore tutt’al più. La realtà è che oggi siamo nella stragrande maggioranza dei casi smarriti, spaesati, sfasati. Siamo soggetti che hanno perso la loro soggettività. I nostri io hanno perduto la dimensione interiore particolare. Ma resta sempre un quid umano che genera disagio e sofferenza. Viviamo infatti nella cosiddetta società della prestazione che genera in molti ogni forma di ansia di prestazione. Come ci sono batteri resistenti agli antibiotici ci sono anche sofferenze psichiche resistenti agli psicofarmaci. Questo non significa che chi prova sofferenza psichica non deve rivolgersi ad uno specialista perché da solo farebbe peggio ed è una illusione pensare di farcela da soli o che tutto si risolverà senza prendere provvedimenti. Alcuni individui ad esempio senza un aiuto fanno peggio perché utilizzano le droghe come anestetici. Lo stesso suicidio spesso viene considerato un danno collaterale nella società del benessere. Qualcuno alla fine finisce per essere sopraffatto. Ma questa società occidentale non è anche essa suicida perché sta avvelenando l’ecosistema? E forse le cosiddette società in via di sviluppo non si stanno suicidando a causa della sovrappopolazione? Non è il mondo stesso suicida?  Ora torniamo all’autoefficacia e a Bandura. Mi dispiace dirlo ma Bandura, il teorico per antonomasia dell’autoefficacia percepita, è nordamericano ed è vissuto in una cultura intrisa di darwinismo socioeconomico. Ciò la dice lunga sulla sua teoria psicologica, che è una semplificazione grossolana della realtà. Per Bandura la prestazione, la gestione degli eventi, il successo dipenderebbero quasi esclusivamente dalle convinzioni delle persone. Invece a mio avviso ci sono molti più fattori in gioco e la questione è più complessa e confusa. Spesso nella vita non ci si arricchisce né si fa carriera se non si ha fortuna o se si fa delle scelte controcorrente, indipendentemente dalla motivazione, dalla determinazione o dalla intelligenza. Talvolta può essere il destino a rendere difficile un cammino. Talvolta si è come gocce nel mare. È impossibile opporsi all’onda. Talvolta si riesce ad opporsi ma sono le scelte di vita a rendere impervia una strada. Talvolta nella vita per avere successo bisogna essere conformisti, seguire le mode o la tradizione, godere di buone entrature in certi ambienti. Talvolta il successo in una nazione come la nostra può scaturire dalle pubbliche relazioni e dalle conoscenze. Naturalmente c’è chi dice che queste cose siano determinanti e chi invece ritiene che possono aiutare ma che non sono decisive. Però tutto ciò non viene messo in conto da nessuna teoria psicologica. In fondo la stragrande maggioranza di queste teorie psicologiche presumono che gli esseri umani abbiano tutti gli stessi bisogni e gli stessi desideri. Presuppongono che tutti vogliano raggiungere gli stessi obiettivi, ma che siano le capacità e gli sforzi a fare la differenza e a determinare il successo o l’insuccesso. Si è sempre cattivi giudici in questi casi. C’è chi pensa che tizio o caio abbia avuto successo perché ha avuto fortuna, oppure perché è stato determinato o perché è intelligente. È sempre difficile valutare. Spesso ci si imbatte in una combinazione di fattori, in una mix di concause. In India pensano che dipenda dal karma. Per i protestanti c’è la predestinazione. Per i cattolici è questione di libero arbitrio. Per gli antichi greci c’era il Fato. Ogni cultura ha la sua spiegazione e naturalmente le teorie psicologiche subiscono l’influsso della cultura di appartenenza. Ma questo non c’è scritto nei manuali di psicologia e non perché viene considerato pacifico, sottinteso o scontato. Bisognerebbe comunque valutare sempre ogni caso: non si può generalizzare. Non ci sono delle regole ferree. Sono molte le variabili in gioco. Di una cosa sono certo: non prendersi sul serio può salvare da un disastro imminente e dal ridicolo. Nella vita è difficile autorealizzarsi e fare della propria passione un lavoro retribuito. Ma l’umanesimo può essere un salvagente a cui aggrapparsi quando si fallisce secondo la mentalità comune. È grazie alla lettura di libri e alla coltivazione di una passione che si può evitare di diventare “uomini ad una dimensione”. Bisognerebbe salvaguardare un aspetto di noi stessi da nascondere ai più perché non vale la pena ostentarlo. Purtroppo la maggioranza considera ciò tutto inutile, ma le letture private possono essere fonte di arricchimento interiore e possono essere ad ogni età formative. Come diceva Manzi “non è mai troppo tardi”. Basta pensare alla biblioterapia e all’arteterapia. Le letture aprono la mente e aiutano a prendere con filosofia ed ironia i problemi della vita: di questo ne sono assolutamente certo.

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Sulla felicità

Per gli antichi era felice chi perseguiva la virtù. Oggi la felicità viene considerata niente altro che uno stato d’animo. Basta poco per essere felici. Si è felici quando non si prova dolore, non si ha alcun dispiacere, ma non è detto che si debba provare un grande piacere. La felicità non è necessariamente uno stato di estasi o di godimento totale. È una beatitudine di un attimo. È un momento di pace interiore. È un istante di grazia. La noia è nemica della felicità. Tutto è abitudine e ci è familiare. Quindi per essere felici bisogna cercare di guardare con occhi nuovi le solite cose della nostra vita.  A mio modesto avviso la felicità non va confusa con la contentezza di chi ad esempio ha soddisfatto i suoi bisogni. La contentezza è un appagamento di tipo materiale a mio modesto avviso. La felicità è per me un istante o poco più. È qualcosa di transitorio e passeggero. Non è una condizione duratura.  Epicuro nella sua lettera della felicità parlava di come avere una vita felice. A mio avviso si può avere al massimo una vita serena, ma la felicità è un picco difficilmente raggiungibile. Certamente si può essere felici con poco ed essere insoddisfatti, pur avendo molto.  Questo è uno dei paradossi della felicità. Un altra cosa insolita è che la felicità altrui è spesso insopportabile. Al massimo si può solo godere della felicità dei propri cari. Ci sono alcuni che godono delle disgrazie altrui. Quindi anche ciò può essere causa di gioia per alcuni. Altra stranezza è che solo due tipi di persone, almeno secondo la saggezza orientale, possono essere felici spesso: gli sciocchi e i mistici.  Spesso viene considerato felice chi è libero. Lo esprime magistralmente in una sua canzone Lucio Dalla: “Ah felicità, su quale treno della notte viaggerai…”. Nella dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti la ricerca della felicità è un diritto inalienabile. Nei bugiardini degli antidepressivi c’è scritto che possono causare euforia. Può accadere ad esempio quando uno psicologo sbaglia diagnosi e scambia un maniaco-depressivo o un ciclotimico per un depresso. Quindi la felicità indotta ed artificiale viene chiamata euforia? Oggi più che mai ci sentiamo in obbligo di essere felici. Ma le cause di insoddisfazione possono essere molteplici. Freud riteneva ad esempio che non si potesse ridere da soli. Il riso anche secondo Bergson è contagioso. Eppure ritengo che si possa anche essere soli e felici perché come in uno Short di Auden chi è solo ad una certa ora, una volta chiusa la porta di casa, non ha nessun ficcanaso che lo importuna. Non è necessariamente detto che essere ricchi significhi essere felici. Come scrisse Ezra Pound i ricchi hanno maggiordomi e non amici.

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Pensierini di Davide Morelli

Pensierini banali di Davide Morelli

 

I poeti:
I poeti vanno sempre in cerca
di associazioni e connessioni.
Ci sono poeti che osservano
il mondo dalla finestra.
Altri che osservano
passare i treni.
C’è chi sostiene
che siano dei perditempo
o che sprechino davvero male
il loro tempo libero.
Spesso perdono il filo.
Ciò nonostante solo
la poesia collega
le zolle dei campi
e le striature del cielo.

 

Ogni sera:
Ogni sera vengono a fare
l’amore nella stradina buia
dietro casa.
Amanti, più o meno clandestini ,
si appartano vicino alle abitazioni
per evitare maniaci di ogni sorta.
Tra poco da questa casa
me ne andrò via.
Proprio adesso
che queste auto alcova
in qualche modo
mi facevano compagnia.

 

Il nulla:
Dietro ogni facciata delle cose
è difficile trovare la vera faccia.
Il reale ha infinite sfaccettature.
Gli uomini hanno vergogna
a mettere a nudo le loro reali intenzioni.
Ci sono sempre secondi fini
e altrettanto triplici o quadrupli sensi.
Nessuno sa veramente ciò che vuole,
ma non voglio perdermi in inutili giri di parole.
Che cosa è peggio? L’inferno o il nulla?
Sono i capi di stato, i presidenti delle
multinazionali, i fabbricanti di armi
a decidere per noi.
Qui in Occidente siamo privilegiati:
anche i più disagiati. In altri luoghi
si vive molto peggio che alla giornata, si vive tra gli orrori;
la vita umana conta meno di zero.
Quelli sono totalmente disperati.
Che cosa è peggio? Il loro inferno
o il nostro nulla?

 

Del resto:
Non bisognerebbe correre
rischi avventati
e non essere irragionevoli.
Ma ogni volta che si pensa
alla terra si rischia di
mettere troppa carne al fuoco
ed ogni volta che si pensa
al cielo si rischia di
andare fuori tema.
Passano gli anni.
Dai gemiti si passa
ai vagiti. Poi tutto
finisce in un rantolo.
Per tutta la vita
siamo come
uccelli migranti.
Del resto chi
vuole abbracciare il mondo
finisce per amare
solo il suo ventre infecondo.

 

 

 

 

 

 

 

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Polemica di Davide Morelli

 

Voi siete genericamente la gente:
uomini senza volto,
che vi permettete sempre
di perdervi in chiacchiere
e in azioni
per evadere la noia.
Giovani o vecchi
non ha importanza.
Quel che vi distingue
è la vostra tracotanza.
Voi siete il branco.
Siete coloro che colpiscono
in gruppo, che tirano il sasso
e poi nascondono la mano.
Vi nascondete sempre
nell’anonimato.
Gli altri sono sempre le cause
e voi gli effetti.
Cosa importa se le vostre mani
finiscono per essere lorde di sangue?
Voi sgambettate il prossimo.
Lo affossate.
Voi tramate.
Voi congiurate.
Voi avete la supremazia
grazie ai vostri luoghi comuni
della vostra benamata comunità.
Vi distinguete
per la vostra frivolezza,
per la vostra superficialità.
Vi fate scudo
con la vostra indifferenza.
Ma ricordatevi che
non è stata la legge a fare il peccato,
ma l’esatto contrario.
Almeno così è stato
fino all’altro ieri
e non cercate il benché
minimo pretesto.
Io non credo a voi
né voi a me.
Io non credo in voi
né voi in me.
Eppure ci accomuna
lo stesso identico destino
di essere umani!
Ma io non mi illudo.
Non mi giustifico.
Vostro è l’ordine del discorso.
Il resto va da sé.
Voi pensate con certezza
assoluta di sapere
chi è in errore.
Voi siete la pratica
e io un principio
talmente astratto
da essere astruso.
Voi sapete come
stare al mondo.
Ma io non pretendo
che il minimo indispensabile.
Voi volete sapere l’inessenziale
e io voglio capire:
ecco perché non ci troviamo mai.
Siamo su due piani diversi.
Voi ve ne state ovattati nell’ovvio.
Io mi sporgo sull’abisso.
Per voi la vita è questione di metodo,
mentre per me è di istinto,
che voi confinate in un recinto.

 

 

 

 

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Altro pensiero della sera di Davide Morelli

Altro pensiero della sera:
Questo mondo fatto di
strade, storie,
voci, segni,
cose si consegna
ogni notte alle ombre
e al silenzio della notte.
All’alba riprendono
i soliti discorsi
triti e ritriti.
Ogni giorno si ripetono
all’infinito
la sequenza dei gesti,
la catena dei ruoli.
C’è chi si sente
vittima delle circostanze
e chi colpevole
delle due scelte.
Ognuno cerca sempre
di riempire il vuoto,
di rimandare la sua ora.
Ma i pensieri
non si alzano mai in volo
e le parole
non si schiudono come fiori.
La mente ha un suo doppiofondo.
L’immaginario ti parla sottovoce.
Talvolta l’unica promessa
è in un guizzo di luce.

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Pensierino di Davide Morelli

L’insignificante può
diventare essenziale,
l’insensato può eccedere di senso.
Quello che è probabile
non si potrebbe avverare.
Quello che è impossibile oggi,
domani potrebbe diventare
soltanto improbabile.
Ci si può sempre appellare a qualcosa.
Ognuno fa dei passi falsi.
Ognuno tenta degli stratagemmi.
Si improvvisa sempre.
Si naviga sempre a vista.
Tutto qui è provvisorio.
Nessuno capisce il senso
della fame, della malattia,
del dolore, delle disgrazie.
Ma ogni medaglia ha sempre il suo rovescio.
Riscopri perciò la fortuna di esserci,
anche se queste colline
sembrano non avere più niente da dirti.
C’è sempre qualcosa che sfugge,
ma tu cerca una relazione tra le cose.
Cerca di cogliere le armonie nell’entropia.
Le ore si rincorrono.
Il giorno continua a dare il cambio
alla notte. Alcuni eventi ci segnano.
Ognuno aspetta qualcosa o qualcuno.
C’è chi fa il conto alla rovescia.
Il momento opportuno
non fa quasi mai parte di questa vita.
Ma chi lo coglie per merito o per fortuna
ha tutti dalla sua parte.
In ogni caso non ti abbattere
per quello che ti è possibile.
Pensa, ama, sogna, perdona.
Sherazade inventa ogni notte
una nuova storia.
Il Grande Inquisitore rimane
stupito per sempre dal bacio.
Dietro al paesaggio
forse c’è un altro paesaggio.
Ognuno reca un messaggio.
Alcuni dicono che la fine
sia solo un passaggio.

 

 

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Sull’ostracismo artistico

Quando un artista viene messo ai margini o quantomeno non viene riconosciuto come tale si parla di ostracismo artistico. A mio modesto avviso è una cosa alquanto scorretta, ma non è illegale. È illegittimo ed eticamente riprovevole, ma non credo affatto che sia perseguibile legalmente(a meno che non venga diffamato). La critica deve essere selettiva e cercare di distinguere il grano dal loglio, anche se quello che oggi può essere considerato di pessimo gusto domani può essere considerato un capolavoro. Ogni critico adotta dei criteri ma spesso è anche questione di gusto personale e del cosiddetto gusto dell’epoca. So di essere impopolare ma il vero artista dovrebbe essere sempre costante e non farsi abbattere dalle incomprensioni e dalle avversità. Dovrebbe cercare di coltivare il suo talento, nonostante abbia contro tutti. Non voglio citare tutti i casi celebri nella storia di artisti incompresi. Non si finirebbe più. Sono state molte le ingiustizie. Dopo la morte di un poeta o di uno scrittore viene sempre studiata quella che viene definita fortuna critica. Ci sono stati casi di artisti emarginati. Ancora oggi si discute ad esempio sui casi di Campana e di Silone. A mio avviso però essere artisti è innanzitutto una vocazione, una passione, una missione e non un lavoro come un altro. Si dovrebbe parlare di mobbing solo quando un lavoratore ha un contratto e fa l’operaio, l’insegnante, l’impiegato, il dirigente, etc. Se invece è un artista(quindi inquadrabile come un libero professionista) bisogna tenere presente che nessun medico gli ha ordinato di fare l’artista e che i liberi professionisti un giorno possono guadagnare molto e un giorno nulla. Dovrebbe quindi gestire in modo oculato i suoi compensi, senza stare a piangere miseria. Va anche detto che ci sono molti personaggi dello spettacolo che si considerano a tutti gli effetti degli artisti e che per loro interesse economico alcuni conduttori televisivi che presentano trasmissioni politiche, considerati a tutti gli effetti dei giornalisti, si reinventano artisti ed hanno la pretesa di essere considerati degli artisti. Viene da chiedersi chi può essere considerato artista. Molto spesso tutti i personaggi dello spettacolo si considerano tali, ma io di molti dubito che abbiano un minimo di talento. Per la popolazione sono questi i veri creativi, mentre anche scrittori e poeti affermati sono misconosciuti dal grande pubblico e non hanno alcuna visibilità. La legge Bacchelli molto spesso si rivela inadeguata quando si tratta di aiutare artisti in stato di indigenza. Inoltre molto ingenuamente la popolazione ritiene che i vip siano persone speciali quando invece spesso il loro tratto distintivo è quello di non avere alcun talento specifico e perciò le persone si identificano per questo con loro. Molto spesso la stragrande maggioranza di vip sono tali solo perché frequentano il cosiddetto vippaio come disse scherzosamente Galeazzi. Il problema è che il termine artista è inflazionato. La categoria degli artisti comprende tutti e il contrario di tutti. Spesso si tratta di artisti senza arte. Per la cronaca io non mi considero artista. Oggi chiunque sia un minimo estroso o eccentrico può arrogarsi il diritto di ritenersi tale. Talvolta si tratta di fenomeni da baraccone o di presunti geni. Un’altra cosa che non mi va bene è che la SIAE si impegni più a tutelare le canzonette che le opere letterarie. Molto spesso vengono considerati artisti solo coloro che fanno intrattenimento. Viene considerata arte solo l’evasione, il disimpegno. Molti vip hanno oggi successo e lauti compensi. Le grandi case editrici pubblicano i libri di molti vip. L’importante è essere commerciali. Alcuni creativi che vivono nell’anonimato e nella clandestinità non possono che sperare nei posteri e nella gloria imperitura. Non gli resta altro. Mala tempora!

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Nella libreria di un cristiano

Nella libreria di un cristiano:
Secondo l’ottica cristiana si deve sopratutto far del bene e/o pregare. Ci sono però secondo i fedeli anche persone illuminate da Dio che ricevono le stigmate e in un certo qual modo dovrebbero avere un rapporto privilegiato con il padre eterno e la Madonna. Ci sono altri che vivono una vita di pensiero. Sempre secondo alcuni cristiani ci sono anche alcuni scrittori, poeti e filosofi che sono particolarmente ispirati da Dio. In fondo non solo i profeti possono ritenersi ispirati. So bene che i critici letterari e i filologi storcono il naso se si parla di ispirazione divina perché ritengono che l’arte sia frutto di disciplina e perseveranza. Ora io vorrei parlarvi proprio di alcuni autori che considero particolarmente ispirati, nonostante io sia un credente non praticante e anticlericale. Ci sono alcuni libri cristiani che io considero più importanti della Bibbia. Uno di questi ad esempio è “Le confessioni” di Sant’Agostino perché è l’opera autobiografica di un santo, che prima di convertirsi è stato un grande peccatore. Inoltre ne “Le confessioni” ci sono molte riflessioni e in molti passi c’è un colloquio tra il santo e Dio. Spesso le vite dei santi non sono così accidentate, tormentate, dissolute. Spesso si conoscono le vite dei santi dalle agiografie, che sono biografie e non autobiografie. Ne “Le confessioni” c’è anche il tormento causato dalla debolezza della carne. Un altro libro a mio avviso fondamentale per un cristiano è “I pensieri” di Pascal, in cui si trovano alcuni dei più importanti aforismi della storia del pensiero occidentale. È un’opera in cui si intrecciano filosofia e religiosità. Per il pensatore l’uomo vive tra tutto e nulla, e nella vita quotidiana può soltanto distrarsi per non pensare alla morte. Ecco allora che deve cercare Dio. Pascal era una mente universale perché fu un grande matematico e un grande filosofo. È il filosofo cristiano per eccellenza perché è memorabile per quel che riguarda la fede la sua scommessa. Altre opere particolarmente interessanti sono quelle di Kierkegaard, Teresa d’Avila e Ignazio di Loyola. Questi sono libri datati, sono classici, ma quali sono i libri più recenti che non dovrebbero mancare nella biblioteca di un cristiano? A mio avviso illuminanti sono i libri di Simone Weil, che procede per intuizioni, riflessioni, meditazioni. Ha scritto diverse opere sotto forma di diario. Fondamentali sono i suoi Quaderni, i suoi scritti sulla condizione operaia, le sue poesie. La filosofa riesce a contemplare il vuoto dell’animo come pochi pensatori. Scrive ne “L’ombra e la grazia” ad esempio: “Amare il prossimo come se stessi non significa amare egualmente tutti gli esseri, perché io non amo egualmente tutti i modi di esistenza di me stessa”. Ancora scrive sempre nella stessa opera : “Quel che rende l’uomo capace di peccato è il vuoto. Tutti i peccati sono tentativi per colmare dei vuoti”. Queste sentenze la dicono lunga sulla profonda conoscenza della natura umana di questa autrice, che è anche una mistica cristiana, sempre combattuta tra il fardello della condizione materiale e la spiritualità. Altro autore importante a mio modesto avviso è il filosofo Augusto Del Noce, che nelle sue opere ha trattato i temi della tecnocrazia, del marxismo, dell’ateismo, della secolarizzazione, del nichilismo. Interessante il suo punto di vista sull’ateismo secondo cui non è l’irrazionalismo di Nietzsche ad aver causato la mancanza di fede, ma il razionalismo che ha portato l’uomo contemporaneo a credere in un falso dio, ovvero nella scienza. Negli anni settanta ed ottanta si credeva in Bobbio o in Del Noce, che fu anche un pensatore di Comunione e liberazione. Celebre fu la sua presa di posizione nei confronti del marxismo. Famosa fu l’espressione “eterogenesi dei fini” riferita agli intellettuali marxisti, che non intenzionalmente creavano elite comuniste, che facevano capo a enormi burocrazie. Questa è l’estrema sintesi perché il pensiero delnociano a riguardo è complesso come ad esempio la sua lettura di Cartesio. Ci sono vari passaggi filosofici e diversi sottili distinguo. Il pensiero di Del Noce è sempre attuale per chi volesse capire dove sta andando questa civiltà in declino e dove sta andando l’uomo in questa epoca di transizione. Per chi poi volesse approfondire Del Noce va detto che considerò come suoi maestri Vico, Malebranche, Maritain. Ma tra i libri importanti per un cristiano io metterei anche le opere poetiche di Clemente Rebora, David Maria Turoldo, Giacomo Noventa, Luzi ,Testori e santa Teresa di Calcutta. Quest’ultima è conosciuta ultimamente anche per la sua fede tormentata, per i suoi rovelli interiori. Eppure in vita riuscì a osservare in modo esemplare i voti di castità, povertà, obbedienza e carità. Non lasciò mai trasparire i suoi dubbi e le sue inquietudini. Alcuni maligni hanno fatto da difensori del diavolo e hanno messo in cattiva luce la Santa. Ma va considerato che ogni santo si imbatte nelle tentazioni. Quelle di madre Teresa non furono tentazioni carnali ma punti interrogativi esistenziali e metafisici. Nessun pensatore o poeta cristiano però è riuscito e forse mai riuscirà a spiegare l’esistenza,la persistenza del male e la perenne fascinazione che esercita sull’uomo.

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“Sulla Pasqua” di Davide Morelli

“Sulla Pasqua” di Davide Morelli:
L’errore più comune
è quello di ritenere il domani
come l’ieri e l’oggi.
Pensare che un tempo
sorridevo di chi scrisse
che è subito sera.
Invece ora penso che abbia ragione
chi crede che oggi è già domani.
Anche il futuro passa subito.
Il potere, la bellezza e la ricchezza non restano.
Potete combattere alcuni segni del tempo,
ma non il tempo.
Scorre inesorabile la sabbia nella clessidra.
Il mondo continua a girare.
La vita di ognuno è un cantiere aperto.
Molti uomini sono persi nella loro routine.
Difficilmente qualcosa o qualcuno cambiano
il corso o lo stile della loro vita.
Talvolta è troppo tardi per cambiare:
il croupier ha già detto “rien ne va plus”.
I giochi ormai sono fatti.
C’è anche chi muore di fame o di guerra,
ma il resto dell’umanità è inerme
di fronte a queste disgrazie.
I pochi che governano la terra
se ne infischiano.
Si sentono invincibili.
Nel mondo occidentale
si è molto attaccati alla vita
e i medici anche nei casi disperati
non lasciano mai niente di intentato.
Poi quando non c’è più niente da fare
dicono ai familiari che allo stato
attuale delle conoscenze….
e qualche parola per esprimere cordoglio.
Molti aspettano un colpo di fulmine;
altri un colpo di scena; poi rimangono
bloccati dal colpo della strega o
vengono vinti da un colpo apoplettico.
C’è chi viaggia il mondo
e chi invece si accontenta
di viaggiare dentro se stesso.
Ognuno ha i suoi giorni, i suoi istanti,
i suoi affetti, la sua noia,
il suo dolore, i suoi fantasmi.
Ognuno immagina la sua morte.
Ognuno lotta a suo modo contro il niente.  Certe volte si vorrebbe  essere un frullo di ali, un chicco di uva, una rondine. Certe volte si vorrebbe
far parte del cielo, essere un raggio di sole
o essere un semplice segno di interpunzione.
Certe volte si vorrebbe essere una geometria
non euclidea, una fonte sorgiva o almeno
un biglietto di auguri. Essere più dimensioni,
essere più mondi paralleli, più universi.
La realtà invece è che spesso siamo una
cosa qualsiasi, monotona, monotematica e monocorde: una cosa
a cui dire soltanto vaffanculo. Vorremmo al contempo
essere unici e come gli altri, speciali e rassicurati.
Vorremmo far scattare delle molle nelle nostre menti
e in quelle degli altri. La realtà è che ci si trova in un labirinto,
che diventa carcere a vita, oppure
in un deserto che diventa morte. Non bisogna mai darsi arie da grande poeta.
Bisogna essere un minimo autoironici
per non risultare ridicoli. Basta che togli
una “o” e il poeta diventa solo una peta.
Secoli fa tutti cacciavano, piantavano, coltivavano.
Non sentirti superiore agli uomini di qualche millennio fa.
Siamo solo dei nani sulle spalle dei giganti.
Ci vogliono sempre ore ed ore per creare gli utensili di quei tempi.
Negli anni settanta tutti erano ideologici;
volevano prendere posizione,
come se ciò volesse per forza di cose
far parte di qualcosa di grande.
Un tempo molti votavano per tradizione.
Dopo il sessantotto molti giovani contestatori
votavano contro la tradizione.
Spesso si fanno scelte eterodirette.
Siamo soggetti a molti condizionamenti.
Altre volte si fa i bastian contrari per puro gusto di andare contro.
Ma si è veramente liberi di scegliere?
Siamo sempre tutti ricerca e attesa. Cercare tra i segni.
Aspettare un simbolo. Più simboli fanno un’opera.
Ascoltare un latrato, un fischio, un fruscio di vento.
L’anello che non tiene montaliano.
La gnommero gaddiano.
La docile fibra dell’universo ungarettiana.
Scoprirsi in disarmonia. Scoprirsi ossimori.
Fissare un punto indefinito nell’infinito. Ritengo
che questi siano i presupposti della poesia.
Scusate le mie divagazioni. Ritorniamo alla questione principale.
Non c’è quasi mai pareggio
tra l’avere amato e l’essere amati.
Per quel che mi riguarda
non ho mai creduto all’amour fou.
Un tempo i latini dicevano
che gli amanti erano pazzi
e che l’amore era cieco.
Oggi non so davvero se
sia sempre così.
Oggi non so perché penso ai popoli, alle lingue, ai cibi, ai fatti, ai misfatti,
ai peccati, ai peccatori, alle malattie, ai malati, ai libri, alle opere, agli eroi
del mondo. Io vedo un garbuglio, un caos enorme e non certo un congegno.
Cerco e ricerco ma non trovo alcun filo logico.
In questo giorno penso anche ai barboni.
Sempre più spesso penso ai barboni.
Sarà che ho sempre più paura del futuro.
Per stare sulla strada bisogna godere di buona salute.
È difficile resistere altrimenti quando è troppo caldo
o troppo freddo. I barboni si lavano alla meglio peggio.
Spesso non si lavano. Come fanno quando hanno
mal di denti o quando qualsiasi dolore si fa acuto?
È difficile vivere di accattonaggio o comunque
vivere di espedienti. Li vedo. Li osservo. Li scruto.
Non fanno che aumentare di numero. Mantengono
sempre una loro dignità. Sono dei santi laici.
Perché non vengono beatificati loro? Con quello
che soffrono espiano anche i peccati degli altri.
Un tempo si diceva che in buona parte dei casi
era una scelta di vita,
ma oggi? Con la crisi economica che avanza…
stando così le cose…. alcuni di loro sono i nuovi poveri…
alcuni pensano che si autodistruggano…altri che resistano
fino all’inverosimile… lascio a voi la conclusione.
Finisco qui la mia digressione. Non voglio certo
essere accusato di pauperismo da qualche negazionista
dell’Olocausto. Ritorniamo a noi.
Raramente si riesce ad anticipare le mosse della vita.
Spesso si viene ingannati dai giochi di specchi.
Si rimane ammaliati dai riflessi e dai riverberi.
Spesso si dà più importanza alle stelle
che ai fili di erba. Eppure ogni cosa
dovrebbe avere un fine o un senso.
Ognuno cerca la pace nella quiete.
Dicono che non tutti i paesaggi
rasserenino l’animo, ma questa
non è una cosa rilevante;
anzi è secondaria.
Ognuno di tanto in tanto si ferma
a contemplare lo spettacolo della vita.
Nascere è vincere alla lotteria
ma vivere è un azzardo.
Morire è la più grande delle incognite.
Ognuno cerca una ragione d’essere.
Personalmente non ho mai capito
come chi ha pessime carte
possa fare una bella partita,
fuor di metafora possa vivere
una bella vita.
Non illudetevi. Anche la felicità
è un fuoco di paglia e niente più.
Non credo che sia importante scegliere
di credere tra deus ex machina, deus absconditus
o deus siva natura. Forse addirittura
non si sceglie ma si viene scelti.
Spesso di una vita non restano che
nome, cognome e due date.
I cari ricordano poche gesta e poche parole.
I più ottimisti lasciano figli al mondo.
Scapoli e zitelle lasciano animali domestici.
Pochissimi lasciano una traccia nel mondo.
Pochissimi lasciano un epitaffio
nella lapide del mondo.
Ma è solo un atto che ai più sembra inutile
come del resto a molti sembra inutile,
dove è avvenuto un incidente o un omicidio,
erigere un cippo funebre.
Ma in fondo a ben pensare

quel che ci distingue dagli animali è il culto dei morti.
Scusate se sono stato lapalissiano.

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“Codice terrestre” di Gabriela Fantato

L’autrice si contraddistingue da sempre sia per la qualità dei suoi componimenti che per la prolificità che le ha fatto pubblicare svariate raccolte poetiche. Non starò qui a elencare gli importanti premi letterari vinti o la pubblicazione in autorevoli riviste. Basti citare che è stata inserita in una antologia di poesia della Einaudi. Ciò vuol dire che quel che scrive è da tenere in massima considerazione. La poetessa ha anche  una fiducia incrollabile nella poesia, nonostante i mala tempora della poesia in questa civiltà incivile delle immagini e del consumismo sfrenato. I più grandi poeti italiani al massimo vendono poche migliaia di copie. Un tempo si soleva affermare che tali libri erano libri per pochi. Molti sono i sedicenti poeti che spesso non riconoscono minimamente l’autorevolezza, il talento e la competenza di chi è più affermato. Comunque va detto che nessun giudizio critico in poesia è totalmente oggettivo, definitivo, imparziale. Ma veniamo alla nostra, che  è milanese come Raboni, la Valduga, Loi, Cucchi e De Angelis. Di nomi chiaramente se ne potrebbe fare molti altri. Penso anche ai più giovani come allo scrittore Giuseppe Gennna e ad Aldo Nove, milanese d’adozione. Questo è il segno che in Italia oggi esiste ancora una linea lombarda, che riesce ad essere protagonista delle patrie lettere. A Milano i poeti trovano un humus fertile. La grande città sembra essere maggiormente stimolante oppure più pragmaticamente lì si trovano le più grandi case editrici. La provincia invece sembra essere più sonnolenta. Ma proseguiamo oltre. Veniamo a “Codice terrestre”. A mio avviso non esiste linearità in questi versi e non potrebbe essere altrimenti per il fine che  molto probabilmente si è posto la Fantato. Questa opera è complessa e spero di non banalizzarla. Questa poesia ha tra le sue qualità più di altre  la polisemia e l’ambiguità. Sono versi che trascendono sia il principio di causalità che il principio di non contraddizione come tutti i lavori che aprono la via all’inconscio e non lo rimuovono. D’altronde i freddi razionalisti non si imbattono facilmente nelle aporie, nei paradossi e nelle contraddizioni della logica deduttiva? La via scelta dalla poetessa non è quella della assertività. La Fantato non sceglie neanche la metafisica, la discorsività della coscienza oppure la moltiplicazione/frammentazione dell’io. La poesia in questione non è tutta di testa e neanche tutta di cuore. Non è intellettualistica né strappalacrime. Allo stesso tempo non c’è neanche traccia di autocompiacimento. Questa poesia è testimonianza senza essere per forza un patetico grido di dolore. Come scrive Milo De Angelis sono “tantissime le figure e le voci dell’infanzia” ma allo stesso modo in questo poemetto troviamo i consuntivi della maturità. L’autrice dimostra di essere osservatrice attenta del mondo(non dimentichiamoci che è anche saggista e critica) senza per questo mai scadere nella cronaca. Con questo lavoro dimostra anche di aver saputo ascoltare la parte più profonda di se stessa. Probabilmente è sempre stata in attesa per cogliere l’inaspettato che facesse capolino dalla sua interiorità oppure che gli oggetti si manifestassero come entità per dirla in termini filosofici. Per usare una sua espressione “la materia parla ostinata, a sottintesi”. Ma c’è di più: è anche alla ricerca della sua Ombra per dirla alla Jung e per trovarla deve essere in presenza della luce, che fuor di metafora è la coscienza. Non c’è altra soluzione. La Fantato parte dalla sua esperienza e procede verso l’ignoto. In questi versi si alternano pensieri ed immagini. Tutto questo diventa ottima prosa poetica. Quel che è venuto fuori è una mistura sapiente di prosa e poesia. Molto probabilmente per rendere più chiara al lettore l’opera della Fantato sarebbe doverosa una ampia premessa, ma non voglio in questa sede fare una analisi letteraria e neanche rintracciare i maestri dell’autrice. Non voglio dire niente nemmeno della poetica. Mi interessano invece le tracce esistenziali, la realtà fenomenica, l’esperienza verbale. Quel che mi interessa in particolar modo è dare una interpretazione psicologica a questo libro. La poetessa procede per intuizioni inconsce, che di volta in volta vengono filtrate dalla mente razionale. Non si tratta di quel che comunemente si definisce insight perché non hanno a che fare con il problem solving. Talvolta si usa l’espressione “salto logico”. In questo caso invece parlerei di salti inconsci e dei loro contenuti emotivi. Sono cortocircuiti linguistici scaturiti dall’incontro tra conscio e subconscio. Non sono però lapsus come quelli della Amelia Rosselli.  In questo poemetto la nostra non si aggrappa neanche al significante come invece fanno Zanzotto e i suoi epigoni. Non ci sono neanche battute di spirito. Sono materiali dell’inconscio trattati con il massimo possibile dell’oggettivazione. L’autrice getta un ponte quindi tra conscio ed inconscio. Oserei dire che i fotogrammi sono inconsci ma la regia è quella della coscienza per far capire tutti. Non a caso Jean Cocteau scriveva che “l’arte è il matrimonio tra conscio ed inconscio”. Naturalmente questo rapporto è complicato perché come scriveva Lacan l’inconscio è uno spazio vuoto oppure una menzogna: in ogni caso è “un capitolo censurato” della propria storia personale. Ma usiamo una espressione della poetessa: “Resta una fedeltà ai pochi/ a fare il perimetro/ e un giardino selvatico prima del bosco,/ oscuro quanto quello”. Quindi anche il nostro “giardino selvatico” è oscuro. L’io lirico in questo caso riporta alla luce tracce del proprio vissuto e descrive frammenti eterogenei dell’inconscio. Si potrebbe anche chiamarli detriti oppure punti morti di noi stessi. Le immagini descritte sono appartenenti spesso all’inconscio e a questo riguardo bisogna ricordare che per Jung noi abbiamo sempre la responsabilità di capire le immagini provenienti dalla parte più enigmatica di noi stessi. Le parole della Fantato spesso sono le parole dell’inconscio e quindi non bisogna stupirsi se il linguaggio talvolta è simbolico o se altre volte è analogico. Ognuno poi le interpreti come meglio crede queste parole. Ognuno cerchi a sua volta un significato latente. Ciò non significa necessariamente cercare significati sessuali. Non dimentichiamoci che Freud è stato accusato più volte di pansessualismo. Comunque l’inconscio viene sempre controllato e sorvegliato dall’autrice; infatti non è mai debordante, non prende mai il sopravvento. Ciò che viene estratto dal profondo è solo la punta dell’iceberg, ma non potrebbe essere altrimenti: nessuno può accedere ed esplorare totalmente la nostra parte più atavica e remota. La stesura di questi versi probabilmente è stata catartica. Naturalmente io credo alla terapia della parola o quantomeno alla scrittura come valvola di sfogo. La scrittura inoltre può anche scaturire dall’assenza di qualcuno o di qualcosa. Probabilmente alla poetessa le mancano le voci care della prima parte della vita. Con questo non voglio assolutamente pensare che l’autrice sia solo nostalgica e malinconica. D’altro canto la nostra coscienza può entrare in contatto con l’inconscio solo tramite i sogni, gli atti mancati e per l’appunto i ricordi. Comunque il  suo sguardo non è rivolto esclusivamente all’indietro. Piuttosto voglio dire che con questa poesia compie un percorso liberatorio. Infatti scrive della libertà e della liberazione del soggetto, che non cataloga e non ordina freddamente. Un soggetto che esplicita e mette in luce del materiale latente senza per questo abbandonarsi all’irrazionalismo. La poetessa non si fa abbindolare dalle pastoie del già detto, dall’impossibilità dell’indicibile, dall’oscurità del non detto. Sa bene che ogni artista è destinato al fallimento come ci ha insegnato Beckett. Per la Fantato l’inconscio non è un sottosuolo abominevole ma un luogo di se stessi dove privilegiare il potere rivelatore delle immagini e della parola. D’altronde per essere spirituali si può solo prendere due strade: elevarsi verso Dio o scavare dentro se stessi. In conclusione questa opera è la riprova che la Fantato è una delle poetesse più originali e significative di questa epoca in Italia.

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Quattro poesie di Adriano Spatola

Similitudine è il suo viaggio inaspettato
provocato da irruente debolezza
per la teoria della valvola di sfogo
dentro vagoni luridi e impestati
da viaggiatori colpiti da incertezza
un modo come un altro di lasciarsi andare
di cadere e cadere senza precipitare.

 

 

gennaio, forse

Neve e sale sono sentimenti dilatati
pensieri pensati per pensare con prudenza
a gesti intimi e alieni di un diagramma
che la vita offre appena sconsacrato
in giochi 0 enigmi in segni rosicchiati
nella zona sensibile della cute rugosa
del corpo congelato nell’apposito ghiaccio
parlo del suo corpo sbagliato e provocante
neve e sale sono un convincimento insultante
autolesionista insanguinato irritante
ma la pigmentazione è leggera e posata
strofinata con dita fredde e unghie corte
sbadatamente colpevoli di un po’ di morte
non per questo insincere o incapaci
anzi tenaci anche se troppo meccaniche
troppo umide bagnate oppure rugiadose
nel bianco della neve e del sale accecante
che il tempo nel frattempo può accumulare
intenerito per le vere verità che verranno
in gennaio che è il primo mese dell’anno.

 

febbraio, forse

Gli alberi sono stati concepiti nella seta
della memoria satura di un odio sufliciente
alla sonnolenza della nitida segregazione
qualcosa di poco tagliente e di abbandonato
a immagini sbiadite di foto sovresposte
parlo delle sue foto ottuse ed eloquenti
bandiere consumate di antiche riluttanze
per vanità capricci oscenità di buon gusto
tra gli alberi sospesi in rami articolati
ormai spenti in un incendio soffocato
lattiginoso nella corruzione trasparente
parlo dell’ultima foto queila più decente
quasi demenzione molto più che innocente
scentrata rispetto al suo nucleo visibile
inesplorato ingrato felice inesorabile
intenerito per le vere verita che verranno
in febbraio il secondo mese dell’anno

 

 

 

Quanto di sopportabile un po’ quasi tutto
pozzi ginestre inferriate soli lumache
gomme per cancellare bottiglie matite
macchina da scrivere leggermente avariata
disegni di una mente vagamente incantata
sogni balbuzie linguaggio da osteria
altro materiale che abbiamo accatastato
per evitare di non essere salvato.

 

 

 

 

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Quattro poesie di Giulia Niccolai

Una sessantenne alla cassa
del Supermercato. Invece di dire
quanto devo? dice: vorrei un caffè.
Il giovane cassiere le sorride
e risponde: pensare che ho sempre
voluto fare il barista!
Un caso, o con la crisi stiamo
diventando più umani?

*

Si dice: faccia della medaglia
e faccia della moneta.
Questo perché
solitamente
su medaglie e monete
ci sono facce di profilo
o perché medaglie e monete
hanno due profili
come le facce?
E cosa dire delle
due facce di una persona?

 

*

La mia gioia sono le parole
che si inseguono come biglie
dentro e fuori le gallerie
di un castello di sabbia.

*

Parole che bisbigliano
e si danno colpetti:
toc.
Quell’indimenticabile toc
che promette. Promette tutto

 

da “New frisbees”(2013)

 

 

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Due poesie di Franco Fortini

FOGLIO DI VIA
Dunque nulla di nuovo da questa altezza
Dove ancora un poco senza guardare si parla
E nei capelli il vento cala la sera.

Dunque nessun cammino per discendere
Se non questo del nord dove il sole non tocca
E sono d’acqua i rami degli alberi.

Dunque fra poco senza parole la bocca.
E questa sera saremo in fondo alla valle
Dove le feste han spento tutte le lampade.

Dove una folla tace e gli amici non riconoscono.

 

 

LA ROSA SEPOLTA
Dove ricercheremo noi le corone di fiori
le musiche dei violini e le fiaccole delle sere

Dove saranno gli ori delle pupille
Le tenebre, le voci – quando traverso il pianto

Discenderanno i cavalieri di grigi mantelli
Sui prati senza colore, accennando. E di noi

Dietro quel trotto senza suono per le valli
D’esilio irrevocabili, seguiranno le immagini.

Ma il più distrutto destino è libertà.
Odora eterna la rosa sepolta.

Dove splendeva la nostra fedele letizia
Altri ritroverà le corone di fiori.

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Sulle elezioni

Renzi dichiara che non farà accordi con gli estremisti(5 stelle e lega). Mattarella dichiara che dovranno essere i leader politici a trovare una maggioranza e che senza questa non si andrà da nessuna parte. Vedremo se in seguito non si rimangeranno le parole. C’è chi dice che sarebbe anomalo avere un governo senza il primo partito italiano(rappresentativo di un terzo della popolazione). Altri invece dicono che sarebbe anomalo avere un governo senza la prima coalizione italiana(rappresentativa del 37% della popolazione). Questa legge elettorale mista(con soglia di sbarramento e premio di maggioranza) doveva ridurre i difetti del proporzionale(frammentazione e possibili ricatti dei partitini) e del maggioritario(mancata rappresentatività di tutte le forze politiche). In realtà come ha detto lo scrittore Camilleri hanno fatto una legge per non far vincere nessuno. Questo rosatellum ha portato l’ingovernabilità. Siamo in una situazione di stallo. Difficilissimo dire quale potrebbe essere l’alternativa a questa legge perché fare il ballottaggio significherebbe escludere un polo. Una cosa appare chiara: alcuni politici della sinistra avevano l’intenzione di far fuori Renzi e politicamente hanno fatto un omicidio-suicidio. Va però detto che la sinistra è in crisi in tutta Europa. Va considerato quindi anche lo scenario internazionale. Non solo ma è altrettanto chiaro che il PD ha pagato per i fatti di Macerata. Lucia Annunziata a mio modesto avviso ha colto nel segno quando ha detto a Renzi che non è stata proferita una parola di pietà da parte dei democratici su quella povera ragazza massacrata. Giusto e sacrosanto condannare le gesta di quel folle estremista che ha sparato agli immigrati, ma una manifestazione di pietà nei confronti di Pamela doveva esserci. Forse questo ha colpito l’opinione pubblica. Molto è dipeso in campagna elettorale da immigrazione e sicurezza. È stata una brutta campagna elettorale, piena di gesti e di scontri violenti: troppo basata sull’emotività e sulla pancia del popolo. Invece sì è parlato poco di politiche del lavoro e di quel che aveva fatto il partito democratico in questi anni.  Nessuno aveva previsto un successo così eclatante dei cinque stelle e della lega. Gli exit poll si sono rivelati attendibili, ma nessun sondaggista aveva previsto tutto ciò qualche settimana prima del voto. Il popolo italiano ha sorpreso tutti i politologi. La fisionomia dell’Italia è cambiata totalmente. Estrema destra e estrema sinistra hanno preso pochissimi voti, mentre sembravano ancora in auge durante la campagna elettorale in cui si era respirato un clima da anni settanta. Ora l’Italia è azzurra al centro e al nord, mentre è gialla al sud.  Non c’è bisogno di essere dei fini analisti politici per capire che al nord hanno votato la Flat tax e al sud il reddito di cittadinanza. In queste politiche sono pochi  i territori rimasti rossi. Questo non l’aveva previsto nessuno. Ciò significa che alcune persone si vergognano di dichiarare che votano lega e cinque stelle. Questo avviene probabilmente perché la lega viene considerata razzista e i cinque stelle un partito che ha puntato molto sull’antipolitica. Questi ultimi sono stati anche accusati di essere degli incompetenti, degli sprovveduti. Ma ciò non si è rivelato dannoso per i cinque stelle che non hanno risentito neanche del cosiddetto rimborsopoli. Vedremo come si comporteranno coloro che andranno al governo. Un conto è alzare i toni e fare gli incendiari per accaparrarsi più voti. Un altro è dimostrarsi affidabili e responsabili quando governeranno. Ma torniamo un attimo alla campagna elettorale. Durante questa non è stata rispettata la par condicio. Ad alcuni piccoli partiti non è stata data alcuna voce in capitolo. A mio avviso doveva essere concesso loro un minimo sindacale di visibilità. In campagna elettorale si è visto alcuni vip che facevano da sponsor ai partiti. Naturalmente tutti costoro avevano un loro tornaconto. Ho assistito anche a giornalisti faziosi che facevano propaganda. Personalmente avrei dato voce a tutti, ma poi fosse dipeso da me sarei stato per un maggioritario estremo. Pochi parlamentari ma buoni. Pochi ma che sappiano amministrare dignitosamente la cosa pubblica e che siano allo stesso tempo rappresentativi degli italiani. Comunque staremo a vedere. Qualche imprenditore aveva anche pensato che se avessero vinto i cinque stelle sarebbe scappato. Ora i vertici di Confindustria ritengono di aver visto di peggio dei grillini e che non sono affatto preoccupati della tenuta economica e democratica del Paese. Staremo a vedere. Ora molto difficile sarà fare un governo per i leaders. Più passerà il tempo e più saremo soggetti a speculazioni. Per ora cinque stelle e elettorato sono in luna di miele, ma basta poco: se non manterranno le promesse saranno alla frutta. Viene da chiedersi dove troveranno i soldi per il reddito di cittadinanza? Forse faranno una superpatrimoniale? Hanno vinto lega e cinque stelle: due forze populiste, antieuropeiste, antisistema. Renzi e Berlusconi hanno perso. C’è da riflettere. C’è anche da riflettere che il partito degli astensionisti è consistente, anche se nessun osservatore politico menziona questo fatto. Io non ho votato e non me ne dolgo. Chi va a votare sa bene che il suo unico voto non sarà determinante. A onor del vero non influirà in alcun modo. Lo fa invece perché lo considera astrattamente un suo diritto-dovere. Lo fa perché il voto è simbolo della propria libertà di espressione. Però a mio avviso anche il non-voto sta a significare che non ci sente rappresentati da nessuno e che si lascia ad altri la scelta dei politici e dei partiti che governeranno. Il non-voto in fondo può essere considerato una delega. È anche un atto di fiducia nei confronti dell’elettorato perché si spera che la maggioranza delle persone vada a votare. L’astensione rappresenta la volontà di non scegliere perché nessuno in fondo ci convince. È una scelta che deve essere rispettata perché una persona deve essere libera anche di non andare per esclusione e di non votare coloro che ritiene i meno peggio. L’astensione significa anche rifiuto di partecipare a questo rito democratico che è il voto perché non si ha più alcuna fiducia nella classe politica e nella democrazia. Astensione può voler significare che non si crede ormai che qualcosa cambierà. Può voler significare tutte queste cose assieme. Niente altro che questo. Comunque può darsi che a breve ci saranno nuove elezioni. Niente ancora è perduto. È ancora tutto da vedere. Buona giornata.

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Tre poesie di Vittorio Sereni

 

In me il tuo ricordo
da “Frontiera”

In me il tuo ricordo è un fruscìo
solo di velocipedi che vanno
quietamente là dove l’altezza
del meriggio discende
al più fiammante vespero
tra cancelli e case
e sospirosi declivi
di finestre riaperte sull’estate.
Solo, di me, distante
dura un lamento di treni,
d’anime che se ne vanno.
E là leggera te ne vai sul vento,
ti perdi nella sera.

 

Dimitrios
da “Diario d’Algeria”

Alla tenda s’accosta
il piccolo nemico
Dimitrios e mi sorprende,
d’uccello tenue strido
sul vetro del meriggio.
Non torce la bocca pura
la grazia che chiede pane,
non si vela di pianto
lo sguardo che fame e paura
stempera nel cielo d’infanzia.

È già lontano,
arguto mulinello
che s’annulla nell’afa,
Dimitrios, su lande avare
appena credibile, appena
vivo sussulto
di me, della mia vita
esitante sul mare.

 

Fissità
da “Gli strumenti umani”

Da me a quell’ombra in bilico tra fiume e mare
solo una striscia di esistenza
in controluce dalla foce.
Quell’uomo.
Rammenda reti, ritinteggia uno scafo.
Cose che io non so fare. Nominarle appena.
Da me a lui nient’altro: una fissità.
Ogni eccedenza andata altrove. O spenta.

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Due poesie di Giorgio Caproni:

Foglie:

Quanti se ne sono andati…
Quanti.
Che cosa resta.
Nemmeno
il soffio.
Nemmeno
il graffio di rancore o il morso
della presenza.
Tutti
se ne sono andati senza
lasciare traccia.
Come
non lascia traccia il vento
sul marmo dove passa.
Come
non lascia orma l’ombra
sul marciapiede.
Tutti
scomparsi in un polverio
confusi d’occhi.
Un brusio
di voci afone, quasi
di foglie controfiato
dietro i vetri.
Foglie
che solo il cuore vede
e cui la mente non crede.

 

Alba:

Amore mio, nei vapori d’un bar

all’alba, amore mio che inverno

lungo e che brivido attenderti! Qua

dove il marmo nel sangue è gelo, e sa

di rinfresco anche l’occhio, ora nell’ermo

rumore oltre la brina io quale tram

odo, che apre e richiude in eterno

le deserte sue porte?… Amore, io ho fermo

il polso: e se il bicchiere entro il fragore

sottile ha un tremitìo tra i denti, è forse

di tali ruote un’eco. Ma tu, amore,

non dormi, ora che in vece la tua già il sole

sgorga, non dirmi che da quelle porte

qui, col tuo passo, già attendo la morte.

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Le ultime satire di Antonio Padovano

Innanzitutto spendo due parole per presentare Antonio Padovano. È un artista versatile che ha scritto novelle, racconti, un romanzo, delle opere teatrali, delle poesie. Valutarlo globalmente è un problema ancora aperto. La sua è la voce inconfondibile di un uomo dal cristianesimo problematico(anche se non è antidottrinale) o almeno questo è quello che percepisco. Quel che mi è sempre interessato è che denuncia le ingiustizie sociali e descrive i tratti della nostra epoca. È sempre stato appartato e non ha mai seguito mode letterarie; non ha mai fatto parte di tendenze dominanti.  Non ha mai mitizzato il sessantotto. Non si è mai schierato ideologicamente e non gli è mai interessato il ritorno al privato negli anni ottanta. Non è mai salito sul carro del vincitore. Ha sempre puntato alla qualità e mai al mercato. Non fraintendetemi però. Non voglio farne in alcun modo una agiografia. Non lo conosco di persona e vi dirò anche il motivo. Personalmente ho sempre scelto di non incontrare alcun artista per non rimaner deluso dalla sua persona o dal suo comportamento. Preferisco leggere i contemporanei che incontrarli, piuttosto che fare il contrario. Ritengo che si possa ricevere molti input soltanto leggendo le opere, anche se dal vivo possono essere dati chiarimenti(ma per questo oggi ci sono anche le email e i social tanto criticati). Per il resto non voglio cercare di psicanalizzare Padovano grossolanamente, anche perché ho sempre ritenuto con Svevo che la psicanalisi sia una manna più per i romanzieri che per chi soffre seriamente. Quindi niente chiavi di lettura psicodinamiche. Potrei affermare che nelle sue opere viene presa in esame sia la crisi del soggetto che la crisi dei valori. Ha sempre cercato di spiegare al prossimo come va il mondo e quali sono le condizioni in cui gli italiani sono costretti a vivere. Lascio ai letterati la parafrasi dei testi, l’analisi delle figure metriche e delle figure retoriche. Mi interessa molto di più il significato e i messaggi di questi due libri, che vogliono fare un fermoimmagine a questo mondo così veloce. Padovano ha le antenne per captare le problematiche di una società tutta proiettata verso il futuro e che conserva la memoria solo nei computer. Sonda sempre la realtà circostante. È sempre all’erta per cogliere nuovi collegamenti e nuove connessioni. Ci sono sempre per lui nuovi dati da elaborare, nuovi materiali da studiare. Inoltre non solo è pronto ad osservare sempre ma anche a lavorare su se stesso come ogni creativo che si rispetti. Ora mi occuperò dei suoi ultimi lavori. Le ultime satire di Antonio Padovano(“Battaglia di civiltà” e “Maschere in circolazione”), come scrive nella prefazione Angela Furcas, non sono un’accurata disanima di quelli che un tempo venivano considerati vizi(che vengono nominati solo di straforo in questi versi) ma una critica acuminata al malcostume della classe dirigente. Come scrive Padovano in “Battaglia di civiltà” ci è stato dato di vivere in “anni tumultuosi” e in una “Italia sorniona”.  Il Nostro è diretto. È senza fronzoli. È comunicativo. È empatico nei confronti dei poveri. Non gli è mai interessata la fine imminente dell’arte e neanche cercare di tracciare una linea di demarcazione tra leggibilità e illeggibilità. A mio avviso non riduce mai in modo abnorme l’io e nemmeno scade in una ipertrofia dell’io.  Le sue satire sarebbero divertenti se non fossero una rappresentazione della realtà italiana odierna. Invece possiedono un tono drammatico. Il suo è innanzitutto uno sguardo antropologico, che mette a fuoco i protagonisti dell’Italia. Potranno mai incidere praticamente questi suoi versi ? Molto probabilmente no. Come è ormai risaputo i poeti non solo sono stati declassati, ma addirittura sono stati usurpati di qualsiasi titolo e di qualsiasi considerazione. Perfino chi pubblica con la Mondadori o con Einaudi viene ritenuto autorevole solo da una ristretta cerchia di persone. I libri di questi poeti, che molto probabilmente finiranno nella storia della letteratura, sono letti solo da poche migliaia di persone. Se si facesse un sondaggio chiedendo alle persone quali poeti viventi conosce si scoprirebbe probabilmente che la stragrande maggioranza non ne conosce nessuno. Infatti la massa non legge libri di poesia contemporanea e non vede poeti in televisione, forse perché non interpellati o forse perché sono gli unici restii a cercare di bucare lo schermo. La poesia oggi è un bene di nicchia. Il poeta Davide Rondoni ha scritto recentemente che la scuola danneggia la poesia e l’insegnamento della letteratura dovrebbe essere facoltativo. Le poesie a suo avviso vengono insegnate in modo mortifero. Il saggio di Rondoni è anche un atto di accusa nei confronti degli insegnanti. Non solo la poesia sembra aver perso qualsiasi tipo di credibilità; non solo può darsi che non esisteranno i posteri come pensava già Montale ma per quanto riguarda i libri di poesia per gli esperti c’è un temibile horror pleni. Ne vengono pubblicati troppi ed è impossibile rimanere aggiornati, così come è impossibile distinguere il grano dal loglio. Ogni lettore, anche il più grande divoratore, rischia di fare un indigestione, cercando di fagocitare libri, che non dovrebbero essere mai considerati tramezzini. Nel frattempo i poeti sono sempre più vittime disegnate.  Intanto attorno falsi profeti fanno proseliti, abusando della credulità popolare e facendo leva spesso sulla superstizione. Non solo ma va detto che la poesia di oggi molto spesso è rarefatta. Quella di Padovano invece è densa. L’artista non lascia tregua al lettore. Il ritmo è incalzante. Le figure messe in ridicolo si susseguono senza sosta. Non c’è un istante di pausa. Le satire hanno il pregio di essere concettose e allo stesso tempo leggibili. Sono fruibili da chiunque. Non sono solo per una cricca di addetti ai lavori ieratici. In questa sede non mi interessa dare un giudizio estetico su quel che scrive.  Ho già scritto più volte che ho molti più dubbi che certezze riguardo a cosa possa essere o no poesia. Non sono un intellettuale organico. Probabilmente non ho basi teoriche. Quindi non  voglio scrivere niente riguardo ai suoi presupposti culturali,  ai suoi intenti espressivi, alla gradevolezza estetica delle sue opere, ai suoi riferimenti e ai suoi modelli. Preferisco in questa sede perciò occuparmi della sostanza che tratta nelle sue satire, sperando di non mettere troppa carne al fuoco perché tedierebbe troppo il lettore. Spero naturalmente di non risultare farraginoso. A mio modesto avviso le opere di Padovano sono creazioni artistiche di valore, ma non voglio in questa sede analizzare somiglianze e differenze con libri di illustri poeti del passato. Tutto ciò a onor del vero neanche mi compete. In questi ultimi anni si scrive poesie ormai senza guardare alla tradizione. Non voglio però qui ripercorrere criticamente tutte le poetiche del novecento. Tutto oggi sembra essere innovazione. Spesso è solo presunta. Si scrive senza più la consapevolezza di un tempo. Ciò può essere un bene o un male.  Pasolini ci ha insegnato che la poesia non ha “valore metastorico”. Non ha alcun carattere di assolutezza. Al contrario ha valore “iperstorico” perché si può leggere in qualsiasi epoca e in nessun periodo storico esaurisce la sua “carica ambigua” come scrive Pasolini ne “Il caos”. Allo stesso tempo è sempre più difficile distinguere tra poesia e non poesia come faceva Benedetto Croce. Per quel che mi riguarda inoltre lascerei per il momento l’estetica ai filosofi. Non ci sono più criteri validi universalmente. Non ci sono più canoni estetici. Che cosa è oggi la poesia? È intuizione lirica? È espressione di pensiero? È mimesi? È irrisione? È denuncia sociale? Trovo valida personalmente la definizione dell’artista del filosofo Abbagnano come di colui che ritorna platonicamente alla caverna per liberare gli altri. Bisogna perciò essere cauti nel giudicare un artista. Nel frattempo la terza pagina e gli elzeviri sono scomparsi. Le parole hanno il carattere transitorio degli spot, degli slogan, dei messaggini sui telefonini: niente a che vedere con la tensione civile e spirituale di questo artista. Io non voglio giudicare la compattezza o l’originalità stilistica di Padovano. Dico solo che all’esordio sembrava essere un poeta lirico, mentre oggi è più difficile classificarlo. Non è un neo-orfico. Non è uno sperimentatore. Non è un poeta dialettale. Non fa parte della poesia di ricerca. Le sue satire non sono caratterizzate dal pluristilismo. Non ha mai fatto parte di alcuna neoavanguardia. Non ha mai fatto proclami. Non è un postmoderno, eppure allo stesso tempo non scrive in una lingua morta. Attualmente fa della satira politica e sociale. Comunque è problematico etichettarlo e nemmeno mi interessa. Non voglio collocarlo e posso dire solo che quel che mi interessa è la sua testimonianza. Il poeta è qui ed ora. È nel mondo come sosterrebbero i fenomenologi. Consiglio ai più di leggerlo. Invece mi urge fare una sintesi riguardante i contenuti di questi due libri di satire. Veniamo al dunque. Il poeta mette in evidenza che qui e ora la corruzione la fa da padrona. È endemica. In economia prevale lo strapotere della finanza e del capitalismo di Stato, sempre protetto, a scapito della piccola e media impresa, negli anni precedenti vero motore del Paese. Le multinazionali pagano pochissime tasse, delocalizzano sempre la produzione. I top manager fanno fusioni, licenziando molto personale e ricevendo in cambio benefici di milioni di euro. Più lavoratori vengono licenziati con la fusione e più le azioni aumentano in borsa. La politica è sempre più debole. Quasi non esiste più. Sono rimaste solo le tifoserie. Sono rimasti solo i politici, che depredano e dissanguano l’Italia, ma che contano davvero poco a livello internazionale. Si pensi al fatto che attualmente le nazioni senza un governo politico aumentano il pil, mentre se una nazione ha un leader politico inviso ai poteri forti internazionali può invece essere oggetto di speculazione inverosimile. L’autore mette in guardia anche dai mass media, che spesso fanno “disinformazione organizzata” e sono spesso lacchè del potere(“non è vero/ che i giornalisti/ italiani si vendono:/ si affittano soltanto”). Il pluralismo delle opinioni è apparentemente garantito, ma l’opinione pubblica non esiste più perché frastornata dal bombardamento di informazioni. Il conformismo culturale della società attuale è allarmante. La televisione non è da meno. Vomita violenza, blatera e produce varietà superficiale, crea anche TV spazzatura. Eppure quasi tutti vogliono andarci. Quasi tutti cercano il quarto d’ora di celebrità. Sono pochi gli schivi. Padovano non fa sconti a nessuno. Anche i progressisti vengono sbeffeggiati a dovere. Un tempo la sinistra aspirava all’uguaglianza, la destra invocava l’ordine e vinceva il centro. Oggi è rimasto ben poco delle appartenenze e delle contrapposizioni ideologiche di un tempo, anche se qualcuno vorrebbe intorbidire le acque e ritornare agli opposti estremismi. Gianni Agnelli a suo tempo aveva dichiarato che non gli dispiaceva affatto la sinistra al governo perché a suo dire sarebbe stata minore la conflittualità sociale e si sarebbero potute fare delle riforme. Ma era forse questa la vera ragione? La verità non era forse che tutti i politici indistintamente nutrivano un grande timore reverenziale nei confronti delle grandi imprese e che la stessa sinistra era succube del consociativismo? L’autore questo lo ha capito perfettamente come ha capito che per analizzare la nostra penisola bisogna rifarsi ai libri degli storici stranieri e non di quelli italiani come riteneva lo stesso Indro Montanelli. L’autore dissacra tutti gli idoli e fa una radiografia della classe dirigente italica, giudicata arretrata, egoista e obsoleta. La classe politica ha creato un enorme debito pubblico non certo per migliorare le infrastrutture ma per destinarle all’assistenzialismo. Il debito pubblico aumenta ancora a macchia d’olio e i politici non fanno altro che tergiversare, trastullarsi e poi aumentarsi lo stipendio. Non parliamo inoltre dei vitalizi, veri e propri privilegi dei lestofanti di Stato. L’Italia attraversa una crisi economica profonda e le aule di Montecitorio sono sempre deserte perché ai politici tutto è dovuto. Sono una casta di intoccabili e di privilegiati! Venissero pagati almeno in base ai gettoni di presenza! Politici dediti al compromesso e finanzieri di assalto hanno una cosa in comune nel nostro Paese: sono entrambi massoni o pseudomassoni(probabilmente non sono iscritti alle logge ufficiali ma appartengono a varie consorterie). Alla massoneria dei secoli scorsi molti studiosi riconoscono dei meriti perché sapeva essere illuminata ed era dedita al vero progresso. Padovano però condanna quella attuale, molto più oscura e dedita al favore, al compromesso, al malaffare, alla cura del proprio particulare. Probabilmente la massoneria ha sempre avuto due anime- una illuminata e una oscura- ma ai giorni nostri si riesce a scorgere solo quella oscura. Padovano non può salvare nessuno. Gli stessi magistrati sono avidi di potere, in cerca di visibilità, talvolta malati di protagonismo e politicizzati. Il discorso comunque non resta confinato all’Italia ma si allarga alla civiltà occidentale intera. Questo è un villaggio globale dal punto di vista economico e delle comunicazioni di massa. Si sta di giorno in giorno sempre più occidentalizzando. L’autore ad esempio fa una critica al vetriolo anche alla scienza, che spadroneggia nella società occidentale. Si leggano nell’opera “Battaglia di civiltà” le liriche seguenti: “Laboratori mefistofelici”, “Ignoranza dotta”, “Scienza dell’assurdo”, “Scienza e presa per i fondelli”, “Scienza e pregiudizi”. Basta ricordarsi a tal proposito che già Archimede con le sue catapulte e i suoi specchi ustori era un uomo di scienza al servizio del potere. Leonardo da Vinci aveva lavorato per gli Sforza. Galileo stesso, prima di diventare una vittima dell’autorità papale, era stato alle dipendenze di signori e potenti. Per non parlare poi di Fermi e Einstein che hanno lavorato per la creazione della bomba atomica. Lo stesso Einstein dichiarò che se lo avesse saputo prima avrebbe fatto l’idraulico: probabilmente avrebbe avuto meno rimorsi di coscienza e avrebbe anche guadagnato di più! Per il resto gli scienziati hanno scoperto che da una piccolissima massa si può sprigionare una grandissima energia. I risultati li sappiamo tutti. Oggetti di satira non sono comunque solo la scienza ma anche talvolta gli effetti paradossali delle scoperte scientifiche tra cui quelle dell’atomo e dell’ingegneria genetica. Viene da chiedersi talvolta se questo sia progresso. Padovano è polemico e perfettamente razionale. Non si fa blandire dalle sirene della retorica e non istiga emotivamente alla rivolta. A mio avviso queste due opere andrebbero lette attentamente perché ritraggono magistralmente l’Italia attuale e lo fanno adoprando la memoria storica. Secondo me non c’è da offendersi se sentiti chiamati in causa: sono satire, che sono costate al poeta l’impiego di talento, impegno e fatica. Per dirla alla Pasternak l’atto creativo è “un donarsi”: bisogna sempre tenerlo presente. Naturalmente si può dissentire talvolta. Il poeta ha i suoi pregiudizi e il suo punto di vista sulle cose, ma ognuno ha i suoi pregiudizi(nessuno ne è immune) e ha la sua visione. Padovano ad esempio raramente ricorre ad espressioni triviali e non vuole essere politicamente corretto. Il politicamente corretto ad esempio in America è stato tacciato perfino di essere un nuovo fondamentalismo. D’altronde in ambito satirico nessun poeta è corretto e le espressioni triviali rare nelle sue opere sono un modo per dire pane al pane e vino al vino. Ad esempio anche il Vernacoliere di Livorno, giornale satirico, fa battute triviali, spesso a sfondo sessuale, eppure mai nesssuno si è mai sentito offeso per queste. Diciamo che dove non arriva la libertà poetica arriva la libertà di satira. Il Nostro sa bene che non si può fare gli ipocriti perché per dirla alla Karl Kraus “le perversioni sono le metafore dell’amore” quando naturalmente non sono di una gravità inaudita da essere reato penale. Inoltre Padovano non risparmia nessuno nella sua critica. Prendiamo quindi il Nostro nella sua totalità. Prendiamo le sue argute riflessioni e le sue provocazioni. Valutiamo che talvolta gioca con le parole e le idee. Non per questo possiamo ritenerlo un eversivo o un insensibile. Consideriamo anche che riesce ad esaminare in modo fedele e lungimirante al contempo la politica e l’economia di oggi. Non vuole essere “legislatore del mondo”. Vuole invece commentare e pensare la realtà italica. L’intento principale inoltre è quello di mettere alla berlina il potere e non di stigmatizzare comportamenti altrui o di ferire nell’animo i singoli cittadini. Padovano prima ancora che un moralista è uno scrittore che pone da sempre l’accento sulla questione morale e la coscienza civile della classe dirigente. Comunque è senza ombra di dubbio pervaso da una rabbia antipartitica e antipolitica. Non solo ma condanna la società civile attuale perché idolatra l’uomo faber, l’uomo economico e i vari vitelli d’oro. Molti inseguono potere, successo, denaro, bellezza. L’autore vuole invece farci presente soprattutto che “la vita è un breve passaggio nell’anticamera della morte” come scrive nel suo libro “Maschere in circolazione” e che per questo motivo è meglio non sprecarla. Inoltre voglio fare un’altra considerazione. Dietro alla tecnica sembra celarsi il vuoto, ma Junger nel suo saggio “Oltre la linea” scrive che esistono giardini a cui il nichilismo non ha accesso. Uno di questi è l’arte. È in questa “terra selvaggia” che l’uomo può avere la meglio sul Leviatano. È la creazione artistica che può trascendere il nulla, mentre il declino di questa civiltà sembra essere ineluttabile. L’arte è uno dei rimedi possibili, mentre nel mondo c’è una guerra di tutti contro tutti. Questo dovrebbero tenerlo presente tutti coloro che pensano agli artisti come dei folli o dei poveretti. Anche leggere queste satire significa entrare in uno spazio libero, privo di nichilismo. Alcuni vorrebbero la poesia pedagogica; altri la vorrebbero consolatoria; altri ancora la vorrebbero frutto di perizia tecnica. Io penso che possa essere poesia anche una serie di pregevoli sberleffi al potere come questi di Padovano, che ha il coraggio e la follia di prendere sempre posizione. Padovano non è un poeta vate ma in queste opere si presenta come un poeta clown, che si concede le invettive e le battute di spirito. Insomma il suo sdegno e il suo impeto sono tracimanti. Resta però da vedere se fatti e personaggi della cronaca, che lui tratta in modo ludico e disincantato, siano memorabili o meno. Viene da chiedersi perché dare loro tanta importanza e dedicare così tanta attenzione. Inoltre il nostro castigatore denuda tutti, smaschera tutti e giocoforza finisce per mettersi a nudo anche lui perché in alcuni topoi presenta il parossismo di alcune idiosincrasie.  Talvolta in queste opere l’ironia cede il posto al sarcasmo, ma ciò è del tutto legittimo. È da valutare molto positivamente la genuinità della sua indignazione e il fatto di essersi cimentato nel genere satirico, poco praticato dai poeti in questi ultimi anni.  A mio avviso il Nostro dimostra di essere un abile funambolo e di possedere un eclettismo per niente dilettantesco. L’uniche pecche delle poesie di Padovano sono in fondo i limiti intrinseci di qualsiasi satira. Da un lato nessuna ideologia o nessun sistema di valori è perfetto: neanche la visione del mondo proposta dall’autore satirico. Dall’altro lato nessun autore satirico è privo di imperfezioni e debolezze, nonostante metta alla berlina i peccati altrui. Comunque nessun poeta satirico è esente da questi difetti, che sono connaturati in ogni uomo. Forse per aggiustare un poco il tiro ogni poeta satirico dovrebbe approdare all’autogogna. Forse questa sarebbe la ciliegina sulla torta ma non si può avere tutto.  Forse chiedo l’impossibile a Padovano perché pochissimi sono disposti all’autogogna poetica. Ora però andiamo oltre. Le espressioni che considero più significative in “Battaglia di civiltà” sono le seguenti: “quanto sono distanti, quanto sono lontani dalla vita di tutti i giorni i politici che hanno perso il senso dell’esistenza”, “i media controllano le menti degli uomini”, “la politica invece è l’arte delle menzogne salutari per convincere il popolo”, “la repubblica delle lettere è un’orgia della volgarità”. Invece in “Maschere in circolazione” ho trovato espressioni felici: “c’è solo la rete web che permette di incrinare quel terribile monopolio dell’informazione”, “nella nostra evoluta società siamo orgogliosi delle macchine pensanti e sospettosi degli uomini intelligenti”, “la sacrestia e la massoneria sono due componenti inscindibili del potere”, ” il popolo rimane lì a sopportare i suoi infami dirigenti che derubano il povero con la copertura delle leggi”. Padovano vuole anche ricordarci che dovremmo cercare di valorizzare il nostro Paese, considerando di più “l’Italia di poesia e di bellezza”, anche se non abbiamo una classe dirigente in grado di tutelare il patrimonio artistico e paesaggistico della penisola. L’autore evita nelle sue liriche semplicismi, ovvietà e pragmatismi. Vuole ricordare ai potenti che il cittadino italiano non è un suddito e che dovrebbe avere tra i suoi diritti inalienabili anche il perseguimento della felicità o quantomeno della serenità. Invece molto spesso è costretto alla rassegnazione per il quieto vivere. Quello che il poeta in estrema sintesi ci vuole dire è che la felicità di un popolo non si misura in base al reddito ma in base a quello che viene chiamato l’indice di sviluppo: bisogna guardare non solo al benessere economico ma anche alla qualità della vita, che dipende anche dai servizi erogati dallo Stato. Infine vuole anche ricordarci che la sovranità appartiene al popolo e che la Repubblica è fondata sul lavoro: eppure ci sono politici lautamente pagati che non lavorano e dovrebbero farlo, mentre ci sono disoccupati che vorrebbero e non possono. In definitiva il potere deve essere richiamato alle sue responsabilità etiche e il cittadino invece deve avere soprattutto l’obbligo morale di cercare di capire. Il potere deve dare il buon esempio ai cittadini che talvolta per barcamenarsi arrancano nell’illegalità e negli escamotage. Per finire ricordo a tutti un famoso verso di Franco Fortini: “…La poesia/ non muta nulla. Nulla è sicuro, ma scrivi.” La poesia e i poeti possono fare ben poco oggi. Rarissimamente possono trasformare il mondo come intendeva Marx. Al massimo possono solo interpretarlo. Cosa possono fare con le loro vite dedite al pensiero e alla ricerca di parole? Eppure ha ragione Fortini. Del resto mentre Leopardi era in vita le sue opere erano conosciute da pochissime persone. Nonostante questo noi italiani oggi non saremo quello che siamo senza Leopardi. Nessuno per il resto sa come andrà a finire o in quale direzione stiamo andando. Altre considerazioni le lasciamo ai futurologi.

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Idealismo e realismo in poesia:

In poesia una rosa non è soltanto una rosa perché può avere diverse connotazioni(che possono essere anche considerate delle sfumature emotive. Anche la nominazione più precisa può avere quindi una sua vaghezza), può provocare le più svariate “corrispondenze” tra l’io e l’oggetto( più banalmente risonanze interiori). Inoltre ogni oggetto può essere suggestivo, può ispirare l’artista.  Joyce ha insegnato che qualsiasi cosa può essere rivelatrice e chiarire l’esistenza. L’arte anche per questo motivo dimostra essere ineffabile.  Le “corrispondenze” tra gli stati d’animo e il mondo non solo variano da individuo ad individuo ma anche di giorno in giorno e di istante in istante.  Cambiamo continuamente noi. Cambia continuamente il mondo. Di conseguenza cambiano continuamente le corrispondenze. Ogni artista quindi deve sempre cogliere le occasioni perché le corrispondenze hanno carattere episodico. I pensieri sono casuali come le gocce di pioggia sull’asfalto. Sta al poeta mettere ordine tra i suoi pensieri. Una rosa non solo può suscitare diverse sensazioni ma anche portare ai più svariati simbolismi. In poesia ritengo che si dovrebbe perciò privilegiare l’idealismo(naturalmente non assoluto) o almeno un realismo molto(ma molto) critico. Non solo l’io sceglie gli oggetti ma anche la descrizione degli oggetti. A essere più puntigliosi il poeta rappresenta più che descrivere ed ogni rappresentazione possiede deformazioni e approssimazioni. Osservare, selezionare, percepire, rappresentare sono entrambe azioni dell’io. Eludere l’io, occultarlo per avere uno sguardo diretto ed oggettivo è impresa impossibile. Essere realisti estremi per cercare di rifuggire dall’intimismo porta alla rimozione  totale di qualsiasi sentimento. Tutto ciò è paradossale. Invece bisogna considerare che esiste  sempre una componente emotiva dell’artista: la sua soggettività. C’è sempre un quid mentale e parziale così come è innegabile che esiste una realtà in certa parte comune e condivisibile. Bisogna però ricordare ai realisti estremi che senza gli esseri umani sugli oggetti del mondo si spegnerebbero i riflettori della coscienza. Un modo saggio ed equilibrato per essere realisti in poesia non è tanto quello di ritenere che i nostri pensieri corrispondano alla realtà ma piuttosto che i nostri pensieri, le nostre sensazioni, le nostre emozioni possano spesso corrispondere al mondo interiore dei poeti. Spesso un grande poeta viene stimato colui che riesce a descrivere sensazioni, emozioni o pensieri che la maggioranza delle persone fino ad allora non pensava di riuscire a descrivere. Cercare di eludere l’io per vedere meglio le cose, per distanziarle, per vederci più chiaro è impresa vana a mio avviso. L’io c’è sempre. Vigila anche quando si affaccia l’inconscio. Non intendo comunque per io quello freudiano ma tutta l’interiorità: tutta la psiche. Non entro nel merito se siamo parlati o scritti come pensava Lacan oppure no.  Per Rimbaud “l’io è un altro” e al contempo non si può dire “io penso ma io sono pensato”. L’io secondo il poeta francese è quindi un oggetto e non un soggetto. Ma per quanto Rimbaud si volesse porre contro la poesia soggettiva(che si ripiegava su di sé), così in voga al suo tempo, anche lui non poteva escludere la sua interiorità dalle sue liriche: a che cosa era dovuta in fondo la sua poesia visionaria se non all’immaginazione del suo io? In poesia come ho già scritto tutto nasce dall’io e tutto ritorna nell’io perché è sempre l’io che rivede, autocensura e corregge. In questo senso nessun artista può registrare oggettivamente il suo inconscio. È impossibile. C’è sempre la mediazione della coscienza. Inoltre l’inconscio è per gran parte inattingibile e la coscienza non può accedere totalmente ad esso: molte zone restano inesplorate. Anche l’interpretazione dell’inconscio è arbitraria: la psicanalisi non è una scienza esatta(per alcuni non è neanche una scienza). Ci sono anche alcuni poeti che riescono ad essere originali rappresentando il mondo da una zona morta della coscienza.  Ma andiamo oltre. In poesia abbiamo un impasto di oggettività e soggettività sia per quanto riguarda la scrittura che la lettura. La realtà nell’esperienza artistica ha sia dei dati oggettivi che soggettivi e nessuno può riuscire nell’impresa di dividere l’oggettività della realtà dalla soggettività. Ogni poeta, grazie alla sua soggettività, è unico. È anche grazie alla soggettività che un poeta inventa un linguaggio o rinnova il linguaggio. Ognuno, anche il più mediocre, ha la sua angolatura e da questa scaturisce la sua particolare prospettiva. Si usa dire che un artista apre un mondo quando trova un nuovo filone di cose, ovvero rappresenta un mondo che fino ad allora non era stato rappresentato. Per Claudio Magris il poeta è “un nessuno che parla per tutti”. Un poeta lavora per intuizioni verbali, piccole rivelazioni gnomiche, illuminazioni liriche. È efficace quando le sue parole riescono ad essere evocative, quando riesce ad esprimere il fluire di immagini nella sua mente e anche quando riesce ad accostare cose lontane tra di loro. Ma non voglio andare oltre. Molteplici sono le operazioni linguistiche e le strutture portanti di una poetica. Un artista può rappresentare una nuova realtà oppure se è della neoavanguardia può cercare di trovare un nuovo linguaggio, cercando di dare forma all’informe. L’artista è tale quando fa diventare universali i suoi pensieri e le sue percezioni. Non voglio poi disquisire su altro. Anche il lettore del resto recepisce a suo modo il testo poetico. Ma per ora mi fermo qui.

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Su Sanremo così nazionalpopolare e la poesia così marginale

Ci sono canzoni eccellenti che non hanno vinto Sanremo e che avrebbero meritato la vittoria come “Ciao amore, ciao” di Tenco, “Ma che freddo fa” cantata da Nada, “Le mille bolle blu” cantata da Mina, “Nata libera” di Leano Morelli, “4/3/1943” e “Piazza Grande” cantate da Lucio Dalla, “L’uomo che si gioca il cielo a dadi” di Vecchioni, “Montagne Verdi” cantata da Marcella Bella, “Vita spericolata” di Vasco Rossi, “Almeno tu nell’universo” cantata da Mia Martini, “Gianna” di Rino Gaetano, “Quello che le donne non dicono” cantata da Fiorella Mannoia, “Il ragazzo della via Gluck” di Celentano, “Un’avventura” di Lucio Battisti, “L’italiano” di Toto Cutugno, “Ancora” di Eduardo De Crescenzo, “Cosa resterà degli anni 80” di Raf, “Signor tenente” di Giorgio Faletti, “E dimmi che non vuoi morire” cantata da Patty Pravo, “Timido ubriaco” di Max Gazzè, “Spunta la luna dal monte” di Bertoli e Tazenda, “Maledetta primavera” cantata da Loretta Goggi. Mi scuso per averle citate alla rinfusa. È pacifico dire che molte di queste canzoni sono state vere e proprie vincitrici morali del festival e successivamente sono diventate dei grandi successi. Naturalmente non bisogna sopravvalutare Sanremo, che è una grande kermesse canora e non certo il Premio Tenco: la stragrande maggioranza delle canzoni sono semplici, commerciali e trattano quasi tutte di amore nel modo più strappalacrime possibile. Insomma è una grande gara nazionalpopolare e non bisogna aspettarsi di più. Le canzoni sono fatte soprattutto per “arrivare” subito alla gente e non hanno molto spesso la pretesa di essere poesia e talvolta nemmeno di essere espressione artistica. Il rapporto tra canzone d’autore e poesia comunque è problematico e controverso. In America non vengono fatte distinzioni tra Bob Dylan, Lou Reed, Leonard Cohen, Jim Morrison e i poeti della beat generation. In Francia cantautori come Brassens, Brel e Ferrè sono considerati dei veri poeti. In Italia cantautori come De Andrè, Edoardo De Angelis, Enzo Jannacci, Guccini, Battiato, Dalla, Paolo Conte, Edoardo Bennato, Vecchioni, De Gregori, Piero Ciampi, Claudio Lolli, Alice, Ivano Fossati, Giorgio Gaber, Enrico Ruggeri, Tenco, Ivan Graziani, Mario Castelnuovo, Vinicio Capossela sono riusciti a scrivere testi che hanno una certa dignità letteraria. Però non vengono considerati poeti a tutti gli effetti da parte dei critici letterari. D’altra parte in Italia il pubblico della poesia è inesistente e sono gli italianisti(che hanno sempre cattedre universitarie) a decidere chi deve finire nelle antologie scolastiche. I cantautori invece godono di un grande seguito e il popolo conosce a memoria le canzoni e non le poesie: come già ho avuto di scrivere sono i cantanti i surrogati dei poeti al mondo di oggi. Facendo una considerazione a largo raggio ritengo che oltre alla razionalità tecnologica imperante ci sia anche una sorta di irrazionalismo strisciante,  che porta i più deboli a credere agli oroscopi, ai maghi, alle fake news e naturalmente anche ai cantanti. Comunque sempre in Italia in passato sono state fatte cose interessanti per quel che riguarda il rapporto tra poesia e musica. Baglioni ad esempio ha musicato una poesia di Trilussa(“Ninna nanna”) e Guccini una poesia di Gozzano(“L’isola non trovata”). Inoltre la canzone “Le passanti” di De Andrè è un testo di un poeta francese. “Il cantico dei drogati” l’ha scritta assieme al poeta Riccardo Mannerini. Lo stesso cantautore genovese ha scritto “Una storia sbagliata” in memoria di Pasolini. “Le lettere d’amore” di Vecchioni si riferisce al grande poeta portoghese Pessoa. Va ricordata anche la collaborazione tra Roversi e Dalla, durata 7 anni. Personalmente ritengo che la canzone, anche quella d’autore, possa essere considerata al massimo poesia popolare e spesso il testo, letto senza musica, non possa essere considerato a tutti gli effetti poesia. Spesso il testo della canzone non è eufonico. Inoltre quando si fanno dei raffronti tra un poeta e un cantante bisogna sempre paragonare non un singolo testo di canzone e una poesia, ma un album ad esempio di dieci brani e una intera raccolta poetica. In due o tre anni circa infatti un cantautore pubblica un album e nello stesso arco di tempo un poeta pubblica una raccolta. Una singola canzone o una singola lirica sono sempre troppo poco per giudicare. Bisogna invece considerare la totalità delle creazioni di un determinato periodo di tempo. Bisogna considerare non solo il testo ma anche l’unità macrotestuale.  Ritorniamo però al festival. La stragrande maggioranza di noi spesso si dimentica chi ha vinto a Sanremo, mentre invece si ricordano di più certi piccoli scandali verificatesi nell’evento come ad esempio la vista del seno di P. Kensit e la farfallina di Belen Rodriguez. Sanremo è anche gossip e varietà. Sanremo non è solo cultura pop ma anche un fatto di costume. Spesso molte donne stanno una settimana intera a parlare degli abiti e dei trucchi delle cantanti. Non ci sono regole per giudicare questo evento. Se cercassimo di darci delle regole probabilmente finiremmo per essere ridondanti o cadremmo in contraddizione. I mass media di solito considerano la riuscita o meno di un festival dallo share e in base a questo valutano il conduttore e il direttore artistico, che talvolta sono la stessa persona. Dicevo prima che le canzoni di Sanremo peccano troppo di sentimentalismo. La poesia contemporanea oggi considera invece le questioni amorose come banale autobiografismo e stucchevole diarismo. A mio avviso la verità sta nel mezzo. Non bisognerebbe edulcorare troppo i propri sentimenti come accade nelle canzoni, che sono pensate e scritte per un pubblico adolescente o comunque giovane. Non bisognerebbe però razionalizzare, intellettualizzare troppo la poesia di oggi. Anche grandissimi poeti come Saffo, Catullo, Dante, Petrarca, Montale, Neruda e Salinas hanno scritto poesie d’amore. Molto spesso alcuni poeti e alcune poetesse hanno raggiunto la fama imperitura grazie a canzonieri in cui venivano descritte le loro pene e i loro sentimenti amorosi. Nella poesia odierna forse non si trattano più i sentimenti amorosi perchè ancora pesa uno stilema neoavanguardista, ovvero quello di “riduzione dell’io”, come se la poesia dovesse essere sempre neooggettuale(non nel senso che la soggettività viene eliminata ma che si nota il primato dell’oggetto sul soggetto nei Novissimi) e ogni componimento poetico non dovesse essere la risultante equilibrata di una interazione tra io e mondo. Nella poesia odierna forse non viene trattato il sentimento amoroso perché sempre per la neoavanguardia bisognava evitare ogni intimismo. A mio modesto avviso un’altra limitazione della neoavanguardia è il fatto che per questi intellettuali le opere degne di nota erano soltanto le creazioni appartenenti alla loro scuola. Tutto quello che non era neoavanguardia non era memorabile o peggio ancora era tarato. Gli appartenenti alla neoavanguardia si sentivano superiori ideologicamente, intellettualmente ed esteticamente. Questo atteggiamento a mio avviso esiste ancora oggi in taluni e può portare ad una sorta di esclusivismo, che talvolta può sconfinare nell’autoghettizzazione. Questi individui si sentono spesso inattaccabili e non accettano critiche da nessuno. Ogni minimo appunto lo ritengono un atto di lesa maestà o comunque offensivo. Nessuno dovrebbe muovere loro delle critiche. Sono competenti solo coloro che li lodano. Gli altri probabilmente sono solo delle nullità. Stanno bene soltanto quando si fanno i complimenti tra di loro. Si sentono i migliori. Si considerano illuminati. Nel frattempo la poesia è sempre più un genere marginale e non potrebbe essere altrimenti con questi protagonisti e con queste premesse. Questo tipo di artisti allontanano le persone dalla poesia. Cosa fare allora? Quale è il rimedio? Per il poeta Giovanni Raboni bisogna evitare “l’idea della poesia come valore alto se non addirittura supremo, come sinonimo e emblema di nobiltà, di superiorità, d’eccellenza”. Nel novecento invece la poesia è diventata una signorina algida, fredda, snob e troppo intellettualistica. La poesia per essere tale deve cercare di “toccare il nadir e lo zenith” della sua “significazione” per dirla alla Luzi, deve cioè descrivere i meandri più oscuri della psiche e nominare il mondo. Ma è anche vero che “niente è così facile come scrivere difficile” come scriveva il filosofo Karl Popper. Chi ha una visione del mondo dovrebbe riuscire sempre a semplificare senza essere semplicistico. Molto spesso invece nella poesia contemporanea vengono complicate persino le cose semplici e rese incomprensibili le cose complesse. Non vi venga assolutamente in mente che i poeti di oggi sono incompresi perché volano troppo in alto e le persone comuni non possono capirli: come cantava scherzosamente De Gregori anni fa spesso “non c’è niente da capire”. Quello che sto scrivendo so bene che mi attirerà antipatie ma personalmente sono stanco del poetichese nostrano così astruso. Lo scrivo a costo di risultare provocatorio o addirittura caustico. I poeti di oggi snobbano a Sanremo, ma avrebbero bisogno di piccole dosi omeopatiche di questo festival. Gli farebbe bene ascoltare qualche canzone. Sappiamo che la scrittura a differenza dell’oralità è per dirla con Vygotskij “un linguaggio per un interlocutore assente” ed è un atto “monologico”, maggiormente articolato e privo di intonazione. Inoltre la poesia è una forma particolare di scrittura perché già con il Pascoli ad esempio veniva privilegiata la conoscenza alogica e analogica. Insomma i poeti cercavano una strada prerazionale. È altrettanto vero però che molti oggi imitano come pappagalli Zanzotto e Amelia Rosselli, scrivendo più per se stessi che per gli altri; scrivono infarcendo le loro poesie di citazioni colte; scrivono per una ristrettissima cerchia di eletti. Il loro è un linguaggio per allusioni. È un linguaggio criptico. Non si sforzano minimamente di essere compresi. La realtà è che spesso non sanno neanche più dire e interpretare quello che hanno scritto a distanza di tempo. La realtà è che spesso non riescono a comprendere quello che hanno scritto. Non solo gli altri non li capiscono, ma neanche loro stessi si capiscono. La lirica invece dovrebbe ricercare la validità universale. Per Nietzsche uno solo ha sempre torto e soltanto con due persone inizia la verità. Sempre per il grande psicologo russo Vygotskij “la verità è un’esperienza socialmente organizzata”. Da soli si delira. Bisogna rivolgersi agli altri per avere una presa di coscienza. Le canzonette di Sanremo a differenza di molte poesie di oggi forse sono scritte da autori furbastri; però hanno una notevole capacità comunicativa, anche se forse la maggioranza di esse non sono arte. Insomma il mattone non è più un investimento. I soldi non sono più sicuri in banca. I cittadini chiedono più sicurezza. Nel frattempo ci sono troppe tasse e servizi inefficienti. La crisi ha impoverito molti. Un titolo di studio umanista talvolta è un ostacolo per trovare un posto di lavoro. Alle elezioni il primo partito sarà senza ombra di dubbio quello degli astensionisti e la vittoria verrà decisa invece da coloro che nei sondaggi si dichiarano indecisi, che solitamente appartengono all’elettorato moderato. I politici, nonostante tutto, continuano a promettere l’impossibile. Milioni di italiani però, nonostante tutti questi problemi, si fermano e si incollano davanti ai televisori per cinque serate per commentare le canzoni. La comunità poetica invece lo snobba totalmente: eppure tutti avremmo bisogno ogni tanto di essere riportati all’essenziale. I poeti in definitiva devono scegliere se mettere un poco di ordine o aggiungere disordine ad una letteratura come quella attuale già troppo confusionaria, caotica e dispersiva. Non chiedo certo di dare una definizione esaustiva della poesia o dell’arte, che sarebbe come assiomatizzare l’ineffabile. A tal proposito ho una unica certezza a proposito dell’arte, ovvero -come scrisse Henry Miller- che “non dovrebbe insegnare nulla, tranne il senso della vita”.

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La poesia di ricerca(tra il serio e il faceto)

I poeti di ricerca non si contano certo con le dita di una mano. Sono una miriade. Molti di più di quel che si pensi. In questa definizione possono essere compresi tutti coloro che fanno poesia sperimentale. Sono un esercito. Possono aspettarti sotto casa se li critichi. Possono ferirti con un cut up. Sono milionari. Guadagnano quanto i calciatori. Le poetesse di questa corrente invece sfilano sul red carpet. Sono più famose delle fashion blogger. Nessuno può fermarli. Sono i boss della nuova letteratura. Sono capaci di distruggere con un cipiglio il festival di Sanremo, il trash, il pulp. Sono i nuovi chierici vaganti. Sono i viandanti a cui devi dare ospitalità. Possono talvolta anche scaccolarsi in pubblico. Scrivono le loro poesie anche nei cessi degli autogrill. Sono il contropotere. Sono quindi molti di più di quelli che sono stati canonizzati, ovvero antologizzati dai critici. Personalmente sono contrario alle etichette e alle mappe, che possono creare fraintendimenti e talvolta possono anche essere fuorvianti. Di solito mi piace valutare i letterati in base alla loro ispirazione piuttosto che all’appartenenza o meno di una scuola. Sicuramente ci sono delle eccellenze tra questi artisti sperimentali(c’è sempre chi sbaglia il bersaglio prefissato ma riesce a centrarne un altro), ma qui vorrei trattare delle loro premesse teoriche. Non voglio lodare nessuno(è innegabile comunque che la qualità letteraria di questa corrente è molto elevata, anche se talvolta di nicchia. I caposcuola di questa corrente sono geniali e scrivono magistralmente. Entreranno a pieno diritto nella storia della letteratura) e neanche stroncare nessuno;  non ne avrei l’autorità(la poesia non è una scienza e si basa su queste due cose: io sono più di te e ne so più di te). Vorrei perciò disquisire sui presupposti teorici senza fare un processo alle intenzioni. D’altronde riflettere su di essi è legittimo perché nell’arte bisogna sempre valutare la poetica, anche se è la gestalt finale che conta.  Vorrei quindi analizzare concettualmente questo tipo di poesia. A mio avviso i poeti in questione hanno almeno tre cose in comune: il voler sminuire  l’io, l’essere raffinati letterati e il raro pregio di essere intellettuali non cortigiani ma spesso militanti.  In questo senso potrei definirli anche come dei continuatori della neoavanguardia, anche se talvolta alcuni di loro a mio parere aggiungono una sorta di pseudo-scientismo. D’altra parte ricercare nuovi strumenti espressivi non vuol dire essere tabula rasa. Nessuno è totalmente innovativo. Con qualche autore si contraggono sempre dei debiti. Qualcuno bisogna pur sempre averlo alle spalle. Direi quindi che questi nuovi poeti cercano un rimodernamento nel seno della “tradizione del nuovo”. Ci sono tre cose che mi lasciano perplesso. La prima è considerare la maggioranza della poesia italiana di questi anni caratterizzata dall’ “epigonismo lirico”. Allo stesso modo io definisco la poesia di ricerca un epigonismo neoavanguardistico(potrei affermare a riguardo che preferisco gli originali: preferirei quindi il gruppo 63 e il gruppo 93). Anche per il gruppo 63 si parlò di neooggettualismo, ma questo gruppo considerò anche l’arte come “fabbrica di antislogan” e demifistificò la civiltà consumistica, ritenuta alienante e mercificante. Non solo ma la neoavanguardia rifletteva la crisi della società neocapitalista e la crisi dell’uomo moderno. Tutto ciò allora era innovativo. La seconda cosa che non mi convince è la considerazione negativa della poesia lirica, in quanto espressione dell’io. A mio avviso la poesia lirica è anche ricerca di corrispondenze, uso di figure retoriche,  ritmo e immagini.  Allo stesso modo potrei valutare negativamente la poesia sperimentale, ritenendola solo collage o gioco combinatorio. Un’altra cosa che non mi convince è quella di ritenere questa poesia una novità. Comunque va dato atto che questa poesia ha ricercato l’originale. Poi bisognerà discutere se lo ha fatto più o meno infruttuosamente. La poesia di ricerca oggi è sempre più invasiva, fa notizia nell’ambito della clandestinità del mondo poetico, cerca di dominare la scena, reclama sempre più spazio e vorrebbe ridurre quanto più la soggettività. È possibile che i poeti di ricerca vogliano delegittimare le impressioni, le sensazioni e i sentimenti? Uno scrive poesie per cercare un poco di libertà e invece a conti fatti non ha nemmeno più la libertà di scrivere il pronome “io”! Personalmente trovo del tutto legittima la poesia come espressione dell’io: anche quella più egocentrica o incentrata tutta sulla psicologia del profondo. La lirica può essere considerata conoscenza anche per la descrizione degli stati interni e i processi inconsci dell’individuo.  La poesia lirica può avere come limite quello di riguardare una dimensione privata e risentire troppo della personalità dell’autore. Allo stesso tempo può essere maggiormente evocativa e avere un valore fonico e musicale, qualità di cui non si curano questi nuovi poeti. È  ovvio che bisogna guardarsi bene dagli eccessi del lirismo come il narcisismo e il compiacimento. Non è possibile però a mio avviso rimuovere ed escludere la soggettività, anche perché conosciamo la presunta oggettività della natura grazie alla nostra soggettività. Secondo il più recente approccio post-razionalista ogni individuo tramite la propria esperienza cerca di dare un senso al mondo.  Non solo ma se per oggettività si intende una poesia degli oggetti bisogna chiaramente ricordare che essi sono scelti dal soggetto. Nessun autore può giungere ad una rappresentazione realista oggettiva perché nessuno è privo di condizionamenti e pregiudizi. L’oggettivismo è sempre preteso. Anche i fatti vengono scelti in base alle proprie idee. Ogni poeta ha un suo sguardo sul mondo e come sostiene Vittorio Sgarbi “la bellezza è oggettiva. La visione è soggettiva”. Il rispecchiamento fedele e imparziale non esiste. C’è chi a riguardo della poesia di ricerca ha parlato di “annichilimento dell’io” ma nella scrittura tutto inizia dall’io e tutto ritorna nell’io.  Inoltre se  per oggettività si intende qualcosa di valido per tutti e quindi di universale allora bisogna ricordare che in poesia questa è impossibile perché è caratterizzata dall’ambiguità. I poeti di ricerca mi sembrano i neopositivisti della poesia. Ricordo che secondo il neopositivismo la metafisica doveva essere eliminata e la filosofia doveva ridursi all’analisi del linguaggio! Questi poeti vogliono cominciare forse delegittimando totalmente molti loro colleghi e sparando a zero sulla tradizione letteraria lirica(d’altronde tutti nascono “incendiari”)? Mi sembra quasi che questi nuovi poeti vogliano riprendere l’impersonalità del naturalismo francese e del verismo di Verga. Oggettivare il mondo è solo un’espressione. Si può anche dire “oggettivare uno stato d’animo”, che significa solo esprimere uno stato di coscienza. In realtà non c’è niente di oggettivo nella descrizione della realtà da parte di un artista.  I poeti di ricerca si dimenticano forse che la realtà è la nostra costruzione logica e non solo: dipende anche da fattori psichici ed esistenziali. Per gli esistenzialisti ognuno ha la sua “intuizione del mondo”. Ho l’impressione che i poeti di ricerca non stimino coloro che vengono definiti poeti lirici. Eppure qualsiasi tipo di poesia è una interazione tra io e mondo. È un feedback continuo e incessante. Protagora aveva affermato che l’uomo è “misura di tutte le cose”. Bisogna ricordarsi a tale proposito del criticismo kantiano(si pensi allo schematismo trascendentale) e di Schopenhauer secondo cui il mondo è sempre una rappresentazione del soggetto e quindi della coscienza. Per Schopenhauer tutto quello che conosciamo “si trova nella coscienza”. Anche Cartesio mette il cogito davanti a tutto. Qui non si tratta di ritornare ad essere platonici o idealisti in senso assoluto. Il soggetto non può determinare tutta la realtà. Non si tratta neanche di subordinare l’oggetto al soggetto o viceversa. Si tratta invece di considerare la continua correlazione tra soggetto ed oggetto. Insomma i poeti di ricerca per imbattersi in qualcosa di oggettivo dovrebbero darsi alla ricerca scientifica. L’oggettività in poesia è solo supposta. Mi sembra che i poeti di ricerca siano orfani del materialismo marxista ed allora abbracciano un realismo totalizzante.  Possono certamente criticare l’introspezione e la ricerca di interiorità perché possono ritenere che uno in questo modo guardi il proprio ombelico. Però il mondo è una nostra percezione. Niente altro. Un tempo si diceva che l’idealista pensa e il realista conosce. Oggi invece nelle scienze umane e nelle scienze si sta sempre più affermando il costruttivismo. Probabilmente il costruttivismo radicale è un eccesso, una forzatura. Porterebbe al relativismo totale perché, secondo il costruttivismo radicale,non esiste una realtà oggettiva ma tante interpretazioni quanti sono gli esseri umani. È altrettanto vero che non si può essere realisti a tal punto da mettere tra parentesi l’io. Il mondo là fuori non ci viene dato in base alle proprietà intrinseche dei fenomeni. Noi conosciamo le cose sia perché abbiamo una coscienza sia perché esse sono intellegibili. Potremmo affermare filosoficamente che la ricerca della verità umana è basata sulla compartecipazione di soggetto ed oggetto. In psicologia si usano altri termini e si dice che esiste una interdipendenza tra osservatore e realtà osservata. Il concetto comunque è lo stesso. Naturalmente bisogna sempre considerare che l’osservatore modifica sempre ciò che osserva e che l’osservatore fa anche esso parte di quel che osserva. La poesia di ricerca quindi, al di là del talento dei suoi rappresentanti, mi sembra fondata su presupposti e su premesse totalmente errate. La realtà sensibile non può essere una cosa a sé stante. La coscienza è un flusso continuo, una continua interconnessione tra soggetto e realtà. Non si può fare a meno della coscienza nella poesia. Concludo ricordando che per R. Barthes leggere era uno dei tanti piaceri della vita. Bisognerà vedere, indipendentemente da tutte le dichiarazioni di poetica e da tutte le teorie, quanto i lettori ricaveranno piacere da questi testi della poesia di ricerca. Un’ultima considerazione: il panorama letterario attuale è asfittico. Da una parte troviamo in internet un proliferare di autori, che sgomitano per avere visibilità. Dall’altra parte nel mercato editoriale abbiamo una elite  ristagnante di soliti noti, che talvolta con l’intento dichiarato di fare una scrematura finiscono di fatto per fare il bello e il cattivo tempo, giungendo a limitare la popolarità  di alcuni validi e a ricacciarli nel sottobosco poetico. Difficile inoltre è trovare punti di riferimento nella poesia contemporanea, in cui esiste una grande varietà stilistica e linguistica.  Moltissimi hanno questo bisogno irrazionale di esprimersi. Difficile fare un rendiconto o dare definizioni esaustive. Ci si trova spesso in una situazione di impasse quando si vuole collocare gli autori o sistematizzare. Vedremo cosa accadrà a questi poeti di ricerca. Vedremo se si integreranno(come io ritengo probabile) o se invece rifiuteranno le dinamiche del sistema(cattedre, giornali, gettoni di presenza per conferenze, posti nelle case editrici), situandosi ai margini dei margini. Vedremo se, oltre ad essere poeti che scrivono in modo diverso, saranno anche uomini che pensano e agiscono in modo diverso.

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A proposito dell’ “Olocausto animale”

Isabella Santacroce tempo fa ha scritto una lettera al Papa in cui usa l’espressione “Olocausto animale” per indicare l’uccisione degli animali da parte di noi esseri umani. Viene da chiedersi se questo paragone non sia una forzatura. Per Olocausto si intende oggi il genocidio degli ebrei da parte dei nazisti tra il 1930 e il 1945. Causò milioni di morti. Furono milioni a “passare per il camino”. Si rifletta anche sul fatto che gli ebrei hanno ripensato la teologia dopo l’Olocausto, visto e considerato che non potevano più considerare Dio un essere infinitamente buono in quanto permetteva tutto quel male. Non solo ma molti sopravvissuti all’Olocausto si sono sentiti in colpa tutta la vita per essere appunto superstiti. La Corte europea dei diritti dell’uomo ha vietato alla Peta tedesca di utilizzare questa espressione. Insomma viene da chiedersi se sia corretto fare questo parallelismo tra animali e uomini da parte di vegani e animalisti. C’è chi sostiene che i carnivori non abbiano empatia nei confronti degli animali e chi invece sostiene che animalisti e vegani, utilizzando questa espressione, non abbiano un minimo di empatia nei confronti degli ebrei. A onor del vero però la Santacroce non è la sola scrittrice ad aver fatto questa analogia. In passato hanno utilizzato l’espressione “Olocausto animale” anche alcuni scrittori ebrei per porre l’accento sullo sterminio di animali dovuto alla macellazione e agli esperimenti scientifici. Lo stesso Primo Levi utilizzò questa espressione. Non solo ma la parola “Olocausto” veniva anche intesa come sacrificio animale durante un rito religioso. Era una pratica antica degli ebrei e degli antichi greci. Per Aristotele l’uomo è un animale politico e sociale. Per gli stoici l’uomo è un animale razionale. Per Cassirer l’uomo è un animale simbolico. Di parere opposto è Cartesio, secondo cui l’uomo è capace di pensare e l’animale è solo una macchina, in grado di reagire ma non di rispondere né di cogito. Ma tutta questa è pura filosofia e sappiamo anche quanto possa essere farraginosa e paradossale la filosofia! In filosofia può essere vero tutto e il contrario di tutto!  Secondo la scienza invece  gli esseri umani si sono evoluti grazie  all’opponibilità del pollice(che ci permette di afferrare e costruire oggetti), alle aree cerebrali adibite al linguaggio(area di Broca e area di Wernicke), alla presenza dell’amilasi salivare che ci permette di digerire l’amido. Inoltre il cervello umano è molto più complesso di quello delle scimmie antropomorfe. Allo stesso tempo però abbiamo il 98,5% di DNA uguale a quello delle scimmie e secondo Darwin discendiamo da esse. Attualmente per gli animalisti la maggioranza dell’umanità ha una visione del mondo antropocentrica e così facendo a loro avviso distrugge il mondo. Viene da chiedersi se l’uomo possa sottrarsi alla catena alimentare presente in ogni ecosistema. Io mi chiedo anche perché debba essere ritenuto offensivo dare della cagna, della porca o della maiala ad una donna, visto e considerato che gli animali devono essere considerati allo stesso modo di noi esseri umani. Perché considerare questi epiteti lesivi della dignità umana quando gli animali sono i nostri fratelli? La mia naturalmente è soltanto una battuta. In realtà volevo evidenziare il fatto che quando un uomo odia un suo simile molto spesso lo considera una cosa o un animale. Viene anche da chiedersi se la lettera al Papa della Santacroce sia una provocazione fine a se stessa per suscitare polemiche o se la scrittrice ci creda veramente. La cosa che mi rattrista è notare l’intolleranza da parte di alcuni animalisti e vegani, che addirittura talvolta dimostrano di odiare e minacciano di morte altri esseri umani. Non è un caso che Cruciani li abbia definiti “fasciovegani”. Personalmente alcuni di loro li considero dei veri e propri spostati. Secondo me non si può essere animalisti o vegani al 100%. Ad esempio per quanto riguarda l’alimentazione ogni individuo avrebbe bisogno di una dieta equilibrata e secondo molti medici e ricercatori le proteine animali non sarebbero sostituibili perché ad alto valore biologico. Molti animalisti e vegani spesso tengono dei comportamenti non coerenti.  Un’altra cosa che mi indigna è l’idealizzazione da parte dei vegani degli animali. In realtà la natura non è priva di crudeltà. È pacifico che molti di noi hanno un animale domestico in casa e lo considerano un membro della famiglia, ma non ci dovrebbe essere un ordine di priorità? Non dovrebbero venire prima i diritti umani rispetto a quelli animali? Le polemiche su questo argomento sono molto accese e i due schieramenti non si risparmiano insulti. Nessuno rispetta nessuno. In questo modo non vengono tutelati né i diritti degli uomini né quelli degli animali.

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Sempre sulla mente umana

A livello percettivo potremmo affermare che noi categorizziamo il mondo come pensava Kant, che teorizzava lo schematismo. Il criticismo kantiano è stato considerato da alcuni studiosi un idealismo gnoseologico perché secondo questo sistema di pensiero noi conosceremmo i fenomeni tramite le nostre forme a priori, che  sarebbero perciò categorie “trascendentali”, ovvero delle modalità indescrivibili e inesprimibili di catalogazione dei dati dell’esperienza.  Queste categorie ci consentirebbero di percepire il mondo ma non di giungere al nuomeno, ovvero alla realtà ultima(la cosa in sé). Più recentemente diversi psicologi cognitivi hanno pensato che tutto funzioni come riteneva il filosofo. Miller parla di piano, Neisser di strutture cognitive; ci sono altri psicologi che parlano proprio di schemi e altri che utilizzano il termine “copioni”. Non sono un profondo conoscitore di Kant, ma mi sembra di poter dire che l’unica cosa che Kant non aveva previsto nella sua teoria della conoscenza era il feedback, ovvero la continua retroazione tra io e mondo. Secondo Umberto Eco lo schematismo non può essere trascendentale come quello kantiano ma semiotico, dopo aver analizzato  il caso dell’ornitorinco che non è mammifero e neanche oviparo. Per questo animale ci vuole una nuova categoria(quella dei monotremi) introdotta e condivisa dalla comunità. Per gli esploratori australiani questo animale non era classificabile come per Marco Polo i rinoceronti. Quindi per Eco il nostro schematismo è storicamente e socialmente determinato. Comunque anche Chomsky distingue tra struttura superficiale e struttura profonda(che ci fornisce la competenza semantica). Anche la sua “grammatica universale” sarebbe un insieme di regole e schemi innati propri della nostra specie. Ciò non significa che siamo esseri totalmente razionali. Il nostro modo di rappresentare la realtà si basa su regole implicite, che non giungono alla soglia di coscienza e che molto spesso non possono essere verbalizzate. Il fatto che adoperiamo degli schemi non significa quindi che la mente umana sia computazionale. Questo significherebbe ipersemplificare la questione. La mente umana non funziona in base a degli algoritmi, ma molto spesso in base ad analogie, simboli, euristiche(chiamate anche bias o distorsioni cognitive). Il cervello non è un computer e la mente non è un software. Questo modello è ormai antiquato. Il riduzionismo e il meccanicismo hanno fatto ormai il loro tempo. Il cervello umano è formato da miliardi di neuroni e attualmente nessuna mente artificiale può simularlo efficacemente. La produzione linguistica infinita di ogni essere umano ad esempio attualmente non può essere eguagliata da nessun computer. L’intelligenza artificiale non può al momento riuscire a risolvere il frame problem, ovvero il problema del quadro di riferimento che la mente umana utilizza quando ad esempio deve interpretare un testo. La mente umana è in grado di fare abduzioni, che sono solo probabili, soggette ad errore e che necessitano di prove. Nessuna macchina è in grado di fare questo. Non credo che nel futuro prossimo i computer potranno creare poesie, aforismi, romanzi o fare dimostrazioni matematiche oppure fare esperimenti scientifici. Qualcuno potrebbe sostenere che l’intelligenza artificiale è solo agli albori. Qualcun altro potrebbe invece ritenere che l’insight umano non potrà mai esistere in una macchina per quanto mirabilmente congegnata. Una altra cosa che forse un computer non riuscirà mai ad avere è l’autoconoscenza, anche se talvolta questa negli uomini può portare a degli autoinganni. Per farla breve il mind  uploading(“il trasferimento della mente”) non è ancora possibile, anche se molti ritengono che in futuro potrà essere realizzato. Per alcuni studiosi per compiere questa impresa non sarebbe nemmeno necessario conoscere tutto sul cervello umano ma solo tutte le regole di base. Per ora comunque la scienza ha fallito. Non solo ma la psiche non è lineare come ritenevano i razionalisti.  Spesso la mente lavora utilizzando associazioni mentali e la relazione tra un pensiero e quello successivo non è necessariamente logica come pensava Hume. Il poeta Auden aveva espresso magistralmente ciò quando scriveva: “I suoi pensieri vagavano dal sesso a Dio senza punteggiatura”. Anche il linguaggio, come scoprì Wittgenstein, ha una dimensione extralogica(“è un gioco le cui regole si imparano giocando”). Inoltre potremmo dire che sono diverse le concause che determinano la nostra psiche. Più specificamente si parla di multifattorialità. Infine una parte della psiche è composta dall’inconscio ed è irrazionale. Si pensi anche che secondo Bion perfino le persone più normali possiedono nel proprio interno dei “nuclei psicotici”. Nessuno perciò sarebbe completamente normale. Più banalmente potremmo affermare che in noi sono presenti anche pulsioni ed emozioni. Nella nostra mente non sono presenti solo stati mentali ma anche stati di animo. Decenni fa i comportamentisti consideravano la psiche una black box. Attualmente la mente umana è considerata come un sistema complesso e non lineare. La mente non farebbe perciò eccezione perché in natura la stragrande maggioranza dei sistemi fisici non sarebbe lineare. Ormai è la teoria del caos a spiegare la mente e questo in parte equivale a dire che le nostre facoltà cognitive sono inspiegabili. Secondo E. Morin infatti “nei sistemi complessi l’imprevedibilità e il paradosso sono sempre presenti e alcune cose rimarranno sempre sconosciute”. Cartesio poteva sbagliare su diverse cose ma resta ancora valido il suo Cogito: posso dubitare di ogni sensazione o percezione, però non posso dubitare di dubitare, ovvero non posso dubitare di pensare. Questa forse è l’unica certezza rimasta sulla mente, anche se i pensieri sono spesso accidentali e frammentari.

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A proposito di coscienza

La coscienza è oggetto di studio per la psicologia, l’etica, la teologia, la medicina, la filosofia, la politica, la letteratura. Ad esempio a livello morale si usa dire “la voce della coscienza”, che in fondo è la nostra parte più intima e con cui tutti dobbiamo fare i conti. Si usa anche dire “rimorso di coscienza” quando si ha un senso di colpa perché abbiamo compiuto una cattiva azione. La coscienza riguarda anche la teologia perché esiste in noi anche il numinoso, ovvero il sentimento del sacro. In letteratura esiste il flusso di coscienza. Basta leggere la Woolf, H. James, W. Faulkner, Joyce. Gli scrittori inseguivano i loro pensieri senza punteggiatura. La loro scrittura registrava i dati psicologici, la loro interiorità; descriveva la loro mente che vagava da una idea all’altra. Allora la mente non era ancora considerata esclusivamente un insieme di processi fisico-chimici. Naturalmente da allora è innegabile che siano stati fatti dei passi in avanti perché non si parla più di spirito e sappiamo che privati del sistema limbico non sapremmo più provare emozioni. Secondo la psicologia la coscienza è innanzitutto autoconsapevolezza. È allo stesso tempo consapevolezza del vissuto e responsabilità delle proprie azioni. Per Jaspers è “la vita psichica di un dato momento”. È autoriconoscimento, memoria di sé, percezione di sé, conoscenza di sé, senso di sé; recentemente i neuroscienziati hanno parlato di sè autobiografico, ovvero conoscenza del proprio passato e presente. Coscienza significa accorgersi anche degli stimoli esterni. Coscienza è attenzione. È consapevolezza della propria identità. È organizzazione psichica di attenzione, memoria, linguaggio, desideri, intenzioni, emozioni, valori, stati mentali. Secondo il cognitivismo è anche metacognizione, ovvero conoscenza delle proprie operazioni mentali. Tutto ciò risulta in parte labile ed ineffabile. A tal riguardo dobbiamo ricordarci che il Sé è sempre sfuggente ed elusivo. Ma non è solo questo il problema. Secondo gli scienziati un’ulteriore complicazione deriva dal fatto che la coscienza è difficile da analizzare perché è un processo e non un oggetto come gli altri. Molte cose che sappiamo della coscienza le sappiamo grazie all’introspezione. La coscienza è un mistero. È dal 1879 che la psicologia studia ufficialmente la mente. Infatti in quell’anno Wundt aprì nell’università di Lipsia un laboratorio per studiare sensazioni, percezioni, associazioni mentali. Nonostante ciò gli psicologi non riescono ancora a mettersi d’accordo a proposito. La questione è tra le più complesse. Sono innumerevoli gli aspetti problematici della coscienza. Per la medicina essa è l’attività delle facoltà mentali superiori. Ma cosa riesce a dare unità e coerenza ad essa? È possibile una teoria della coscienza valida senza avvalersi della soggettività? Attualmente molti neuroscienzisti sono riduzionisti e alcuni ritengono che sia possibile creare una mente artificiale dotata di coscienza. Per loro la coscienza è l’analisi dei correlati neurofisiologici. È lo studio del funzionamento del cervello tramite le tecniche di imaging,  le ricerche sugli animali, lo studio delle lesioni cerebrali. Alcuni riduzionisti e alcuni studiosi dell’intelligenza artificiale ritengono che il cervello umano possa essere equiparato ad un computer. Però Searle a riguardo ha proposto l’esperimento mentale della stanza cinese, in cui un uomo chiuso a chiave in una stanza non sa il cinese ma ha un calcolatore che riesce a fornire risposte in quella lingua. Si suppone quindi che un computer riesca in futuro a dare risposte in cinese senza però capire la lingua. In questo caso gli input e gli output sarebbero costituiti da ideogrammi, ma l’uomo ignorerebbe il senso di tutto ciò. La mente umana quindi a differenza del computer non è solo sintassi. Fuor di metafora, solo gli uomini possono comprendere. I computer invece non possono. Un conto è la sintassi e un altro è la semantica. Non solo ma delle macchine per quanto complesse non potranno mai avere la plasticità neurale degli esseri umani. Altro aspetto rilevante è che non esistono solo sinapsi elettriche nell’uomo ma anche sinapsi chimiche, che determinano gli umori grazie ai neurotrasmettitori. I computer molto probabilmente non potranno mai sapere cosa è un umore, uno stato d’animo. Inoltre per Vittorino Andreoli la psiche umana è la risultante di tre fattori: l’eredità, l’esperienza, l’ambiente. Questi tre fattori probabilmente non caratterizzeranno mai un computer. Ma passiamo oltre. Esistono inoltre diversi stati di coscienza come la veglia, il sonno, gli stati alterati dall’assunzione di droghe o alcool, l’ipnosi, la trance, la meditazione, l’estasi mistica. Nessuno sa con certezza che cosa accade in questi casi. Cosa accade poi esattamente in casi come le percezioni extrasensoriali? Nessuno ancora lo sa con certezza. Un tempo Freud contrapponeva l’attività conscia all’inconscio. La coscienza allora era esclusivamente l’io. Ma ha senso forse oggi questa distinzione così limitativa? Per Husserl ciò che contraddistingueva la coscienza era l’intenzionalità. Ma cosa fa in modo che prestiamo attenzione a degli stimoli piuttosto che ad altri? Nessuno ancora una volta può dirlo con certezza. Sappiamo solo che la nostra mente processa, rielabora e codifica una miriade di stimoli interni ed esterni. Ma ciò che conta è solo quel che resta nella mente. Il resto non deve essere considerato importante. Il resto non conta. Gli altri stimoli persi, che non sono stati presi in considerazione, vuol dire che non contavano nulla. Per Daniel Kahneman “what you see, is all there is”, che tradotto significa “tutto quello che vedi, è tutto ciò che c’è”. Sappiamo che c’è una selezione. Sappiamo che c’è un filtro. Conta però solo il risultato finale: la gestalt globale. In definitiva ne sappiamo ancora ben poco allo stato attuale delle conoscenze. Gli studiosi devono essere sintetici ed avvalersi dell’indagine empirica. Scusate il gioco di parole ma è il caso di dire che non si è ancora preso totalmente coscienza della coscienza. Forse la mente umana resterà sempre un enigma insolubile.

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Sul web

Internet può essere uno strumento meraviglioso(mi riferisco alla possibilità di fare nuove amicizie, di trovare la dolce metà, di comunicare in tempo reale con persone che stanno lontane, di fare acquisti on line a prezzi scontati) ma può anche risultare nocivo. Basti pensare alla dipendenza da internet, al cyberbullismo, alle truffe on line, agli hater, al revenge porn, alla diffusione tra gli adolescenti del sexting, alle hidden cam, al gioco di azzardo on line, alle fake news. Non solo ma nel deep web si possono trovare snuff movie; si possono comprare fucili di assalto, droghe e veleni. Si possono anche trovare le istruzioni per costruire ordigni. Utilizzando i motori di ricerca si può trovare siti di sette sataniche e di sette religiose. Ricordo anche l’Isis che fa propaganda sul web e spesso trova nuovi soldati in rete. Tramite internet oggi si può fare di tutto. Si può anche assoldare sicari o istigare delle ragazze ad essere anoressiche. La rete è piena di pericoli per i minori. In alcune chat ci sono anche sessantenni che adescano ragazzini e ragazzine. In altri siti- l’ho letto sui giornali- sono le stesse minorenni che si vogliono far pagare per denudarsi in web cam. La stragrande maggioranza delle persone del mondo occidentale sono connesse e alcune nonostante ciò sono sempre più isolate. Alcuni confondono il mondo reale con quello virtuale. Inoltre a nessuno è dato sapere cosa accadrà in futuro con i big data, cioè con questa enorme raccolta dati. Forse sarà utilizzata per orientare i gusti dei consumatori e i voti degli elettori. Ma non c’è solo questo pericolo. Tutti vogliono condividere tutto on line, specialmente sui social network. Ecco allora che la stupidità e l’indifferenza dominano incontrastate. Lo ha dimostrato il caso di quel ragazzo di Rimini, che ha filmato un suo coetaneo morente al bordo della strada, dopo un incidente in motocicletta. Oggi tutti giocano a fare il reporter come quei ragazzi che hanno filmato gli ultimi istanti di vita di Niccolò, che veniva preso a calci e pugni in una discoteca spagnola: tutti intenti a filmare e nessuno che interveniva per fermare gli aggressori. Internet lo hanno utilizzato per primi i militari americani. Nessuno poteva prevedere anni fa degli usi distorti che si potevano fare di questo mezzo. Quello che sta accadendo adesso pochi decenni fa era imprevedibile. Forse il più grande vantaggio che internet possiede è quello di mettere a disposizione una enorme intelligenza collettiva. Ognuno può contribuire in base alle sue competenze a questa gigantesca mole di conoscenze, che sono sempre facilmente reperibili on line ma che spesso sono prive di fonti. Internet comunque a distanza di anni dalla sua comparsa è ancora un territorio selvaggio, in cui predatori e pirati informatici spesso la fanno franca. La legge è sempre indietro. Basta riflettere sulla web tax. Ma pensiamo alla cattiveria. La violenza psicosociale perpetrata tramite internet sembra essere inarrestabile. Gli adolescenti e i giovani più fragili e vulnerabili si uccidono talvolta. Alcuni decenni fa le ragazze morivano per overdose di eroina o per aborto clandestino. Un tempo la violenza psicologica era rappresentata dal bullismo, dal nonnismo, dal mobbing, dallo stalking. Queste forme di violenza esistono ancora. Però la rete le ha aggravate e ne ha generate anche di nuove. Oggi le ragazze si suicidano talvolta dopo essere state vittime di cyberbullismo o di revenge porn. Tutto può sembrare un gioco ma un gioco non è, perché ne va della vita di una persona. Internet allora diventa l’inferno.  Il mondo delle vittime crolla. Compare il vuoto esistenziale e la voglia di scomparire dalla faccia della terra. Il web si rivela un abisso e manifesta la sua irrazionalità. È la dimostrazione che non è un luogo per anime belle. Questa è una forma subdola di distruttività. È un modo di cancellare l’altra persona, di infangare per sempre la sua reputazione, di lasciarla da sola nella sua disperazione. Spesso le vittime denunciano in ritardo e gli inquirenti agiscono quando ormai è troppo tardi e il danno è stato fatto. Nei casi di cyberbullismo e di revenge porn il privato è pubblico e la privacy è sempre più evanescente. Oserei dire che la privacy è inesistente. I politici che dovrebbero dimostrare sensibilità e fare delle leggi efficaci naturalmente pensano ad altro. Nel frattempo sempre su internet vengono diffuse una grande quantità di bufale, che sembrano anche esse inarrestabili. Non solo ma non tutti i giornalisti professionisti attualmente compiono un fact checking. Un tempo uno dei problemi mentali dell’uomo contemporaneo era l’eccesso di informazione. Ora uno dei problemi è l’eccesso di disinformazione. Tramite internet si rischia di immagazzinare un surplus di notizie e nozioni, che sovraccaricano la nostra memoria a breve termine e anche quella a lungo termine. I veri problemi dei cittadini spesso non vengono considerati nel mondo virtuale. Molti giovani spesso passano la maggior parte del loro tempo su siti porno.  Internet quindi spesso finisce per essere una   semplice distrazione, mentre pochi potenti decidono la sorte del mondo intero. Nessuno di noi ci può fare niente. A tutti può andare bene così, fino a quando non si diventa parte offesa. Però vi ricordate Giorgio Gaber quando cantava “la libertà è partecipazione”? Chi è che partecipa più? Chi è che scende più in piazza ormai? Oggi si va in piazza ormai quando si ha l’acqua alla gola. Si frequenta invece più spesso le piazze virtuali, ovvero le bacheche di Facebook ad esempio. Nessuno crede più alla politica. Oggi in fin dei conti forse siamo più liberi di vivere vite virtuali e meno liberi di pensare, agire e creare.

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Due parole sul nichilismo

Il nichilismo è un termine che si può declinare in molti modi ed ha perciò diverse accezioni. È un termine troppo diffuso e perciò inflazionato. Spesso viene frainteso perché considerato solo anarchia, rifiuto delle istituzioni o negazione dell’oggettività. È un termine che non ammette sinonimi. Nessuna altra parola rende bene l’idea. Quindi scusatemi se ripeterò continuamente il termine “nichilismo “.  Esso è un termine abusato nel linguaggio comune. Quindi partiremo considerandolo da un’altra ottica. Il nichilismo è innanzitutto un problema filosofico complesso, che può portare il pensiero a girare a vuoto. In queste poche righe cercherò di semplificare la questione. Naturalmente spero di non banalizzarla. È così facile poi  andare fuori tema, divagare e debordare. È così facile contraddirsi. Questo   problema è una patologia occidentale ed è difficilissimo sapere la terapia e la prognosi. Il nichilismo a livello speculativo comprende molti passaggi filosofici e concetti-limite. Anticamente Gorgia aveva avvertito: “nulla è; se anche fosse, non sarebbe conoscibile; e se anche fosse conoscibile, non sarebbe comunicabile”. Per Nietzsche è un “ospite inquietante” della metafisica occidentale e per questa ragione Heidegger pensava che va “guardato in faccia”. Trattare il nichilismo e filosofare su di esso significa confrontarsi con i limiti ontologici, mentali, esistenziali dell’uomo perché come pensava E. Junger è impossibile per ogni essere umano rappresentare il niente. Il nulla non si può ascoltare:  il silenzio assoluto non esiste. C’è sempre qualcosa che lo scalfisce. Il niente è anche indicibile e invisibile. Chiudiamo gli occhi per guardare il buio ma ci sono i fosfeni. C’è sempre una impurità fisiologica tra l’io e il nulla. Il nulla lo possiamo solo intuire. Non lo possiamo percepire totalmente e neanche comprenderlo.  Abbracciare il nulla è solo un modo di dire. Il nulla non si può pensare. Anche pensare a nulla è solo un modo di dire. La coscienza come insegna Husserl è sempre intenzionale. È sempre orientata verso qualcosa. In realtà il nulla ci trascende in tutto e per tutto. Dire “il nulla è” a rigor di logica è già una contraddizione di termini. L’unica cosa che possiamo affermare è che il nulla è non essere. Anche desiderare nulla a mio avviso è impossibile. Al massimo si può desiderare di non desiderare nulla ma ciò significa desiderare qualcosa. Insomma qualcosa si desidera sempre. Nichilista è chi non crede in niente. Il nichilista non trova alcuna risposta a domande come “perché  sono venuto al mondo?” o “che senso ha la mia vita?”.  Alcuni illustri pensatori sono nichilisti come ad esempio Cioran. Il nichilismo è il destino dell’Occidente. Essere nichilisti invece in buona parte dei casi è una scelta come essere atei. Quindi se un nichilista uccide spesso non ha scusanti. D’altronde non si può dare sempre la colpa all’ambiente, alla società, alla cultura. Per Nietzsche il nichilismo nasce dalla morte di Dio ed è la svalutazione di tutti i valori della tradizione. Tutti i valori hanno perso valore. Per il filosofo tedesco non ci sono più le categorie di unità, verità, fine. Niente ha più uno scopo. Niente è più vero. La realtà finisce per frammentarsi. È stato l’uomo occidentale ad uccidere Dio. È nostra la colpa.  Ma ciò da alcuni è stato considerato positivo perché ci ha liberato da ogni pretesa di assoluto. Indietro comunque è impossibile tornare.  Nietzsche distingue un nichilismo passivo da uno attivo. Il nichilismo passivo è rappresentato dalla distruzione dei valori e in casi estremi anche dal disprezzo della realtà e quindi dal dire no alla vita. Al contrario il nichilismo attivo vuole distruggere i valori per ricreare, attuare una trasvalutazione di essi e dire sì alla vita. Nietzsche è anche l’artefice di un altro nichilismo, quello delle interpretazioni. Il filosofo può essere per questo considerato il padre del relativismo, perché ha anticipato di un secolo gli antropologi culturali. Infatti per lui non esistono fatti ma solo interpretazioni. Nel romanzo “Padri e figli” di Turgenev il protagonista è lo studente di medicina Bazarov, che crede solo nella scienza(non fa altro che sezionare rane) e nell’utile, disprezzando il bello, il bene, il vero. Questo è il nichilismo russo, che è anche un nichilismo politico che si pone contro il potere degli zar. Per Heidegger il nichilismo nasce dal fatto che per la metafisica occidentale l’essere diventa un ente tra gli altri. Il nichilismo secondo lui è oblio dell’essere. Non solo ma per Heidegger esiste anche un nichilismo della tecnica, che assieme al denaro domina la nostra società. Queste due entità hanno preso il posto di Dio attualmente; lo hanno sostituito totalmente. Secondo Heidegger dietro alla tecnica non c’è alcun fondamento ontologico: c’è il nulla. Non va però confusa la tecnica con la tecnologia. La prima è una mistura di razionalità strumentale e massima efficienza. La tecnologia invece è l’insieme di prodotti creati grazie all’impiego della tecnica. Per Marx l’uomo è alienato ed è anche cosa tra le cose in un mondo caratterizzato dal feticismo delle merci(le relazioni sociali sembrano rapporti tra cose, nonostante si salvi l’interdipendenza) e dal valore di scambio degli oggetti. Marx tuttora può essere considerato attuale, nonostante il pessimo sfruttamento delle sue idee: nonostante i comunismi e alcuni comunisti. Per Emanuele Severino il nichilismo è originariamente dovuto alla credenza che le cose e le persone sono nel niente, esistono per un determinato periodo di tempo e ritornano nel niente. Il divenire quindi sarebbe solo l’apparenza del nulla. Ciò comporta di conseguenza una totale assenza di valori perché se il niente ha la meglio non c’è più alcun senso della vita, che non vale più la pena di essere vissuta. Secondo Severino il nulla fagociterebbe tutti i principi della società. Per Umberto Galimberti i greci consideravano il tempo come ciclico per cui il nichilismo non poteva avere la meglio, perché tutto era prestabilito ed era destinato a ripetersi. Invece per i cristiani il tempo è lineare: il passato è il peccato originale, il presente è la redenzione, il futuro è la salvezza. Ma questo senso del tempo con la morte di Dio è scomparso. Il nichilismo deriverebbe quindi anche dal fatto che siamo orfani di un senso. Inoltre i greci avevano il senso del limite, mentre la razionalità tecnologica-scientifica non si pone mai limiti. Anche la produzione industriale non si pone limiti. Continua senza sosta. Junger la chiama “mobilitazione totale”. Ciò non è altro che il faustismo della civiltà occidentale individuato da Spengler. Il nichilismo perciò si manifesta nella tecnica. I greci avevano anche una altra cosa che noi non abbiamo più per combattere il nichilismo: una letteratura mitopoietica, che fissava degli archetipi nei miti. Per Stefano Zecchi solo una nuova concezione dell’arte(il mitomodernismo) può salvare dalla decadenza inevitabile a cui conduce il nichilismo.  C’è inoltre un nichilismo morale(“se Dio non c’è tutto è permesso” nei fratelli Karamazov), secondo cui si può anche uccidere e un nichilismo esistenziale, che può portare in casi estremi all’autodistruzione(“Meglio bruciare subito che consumarsi lentamente” di Kurt Kubain). Ci sono filosofi che sostengono che bisogna ritornare a pensare come i greci per sconfiggere il nichilismo. Altri che ritengono che bisogna pensare come gli orientali ed altri che propongono la rinascita di una società cristiana, anche se secondo molti lo stesso cristianesimo contiene in sé alcuni elementi nichilistici. Inoltre il cattolicesimo ha mostrato molte contraddizioni, un perbenismo e una ipocrisia di fondo da parte dei propri rappresentanti, che ha generato in alcuni il nichilismo. Non solo ma molti cattolici sono dei nichilisti. Per alcuni filosofi il nichilismo è il vaso di Pandora. Per alcuni marxisti invece è un falso problema perchè per essi è la struttura economica a determinare la sovrastruttura ideologica. Per gli idealisti è esattamente il contrario. Per altri ancora struttura e sovrastruttura invece interagiscano continuamente e quindi non ci sarebbe il primato dell’una sull’altra.  Ma andiamo oltre. Ognuno- dicevamo- ha la sua ricetta per debellarlo. Alcuni intellettuali aspettano l’avvento di un “ultimo uomo” che riesca a coesistere pacificamente con il nulla. Altri propongono “il pensiero debole” di Vattimo che indebolisca il soggetto e la ragione. Altri aspettano la radura di Heidegger: il gioco di ombre e di luci, che disvela l’esserci. Altri ancora sono a favore di una metafisica dei limiti.  C’è chi aspetta un nuovo umanesimo e chi invece un nuovo Dio. Camus per combattere l’assurdo proponeva la rivolta: “mi rivolto, dunque siamo”. Il suo era un appello alla solidarietà tra gli uomini. Lo scrittore francese riprendeva la frase di Karamazov: “Se non sono salvi tutti, a che serve la salvezza di uno solo!”. Camus diceva no alla religione per abbracciare l’umanismo. Nel frattempo il nulla ci sovrasta. Forse il nichilismo non è ancora il peggiore dei mali, ma è senza ombra di dubbio uno dei più insidiosi perché non ci sono ancora rimedi efficaci e nell’affrontarlo spesso si rischia di imboccare dei vicoli ciechi e di finire nelle trappole della metafisica. Riflettere su questo problema culturale può voler dire spesso fare una grande confusione e talvolta rischiare di prendere degli abbagli. Per Umberto Galimberti  nichilismo non significa caduta dei valori ma totale assenza di essi. Nichilismo quindi significa che i vecchi valori supremi non esistono più e non sono neanche stati rimpiazzati, sostituiti. Per alcuni filosofi il nichilismo nasce da una civiltà che pensava di aver raggiunto la verità e affermare che si ha il rimedio per sconfiggere questo male del nostro secolo significherebbe affermare che si sa la verità. Forse il nichilismo non ha soluzioni invece e finirà per divorarci. Il nichilismo è un termine che può acquisire tantissimi significati e può essere considerato la radice di tutti i mali e delle ingiustizie umane. C’è anche chi sostiene che il capitalismo selvaggio e il consumismo siano dovuti al nichilismo. Altri ancora sostengono che dietro le guerre ci sia il nichilismo e la volontà di potenza. Alcuni a torto ritengono che anche i kamikaze siano dei nichilisti, ma è tutto il contrario perché loro sono degli integralisti, degli assolutisti: ai loro occhi solo i loro valori sono gli unici veri e devono imporsi ad ogni costo sulla civiltà occidentale. Comunque il nichilismo può essere considerato un rompicapo metafisico, un rovello culturale, un atteggiamento esistenziale. Non solo ma dal punto di vista gnoseologico il nichilismo è scetticismo.  Non dimentichiamoci poi che il nulla, così pervasivo nella società, causa disorientamento e malessere in alcune persone, che sono probabilmente anche più fragili psicologicamente. Secondo taluni tutto è vuoto e vano. Non c’è più fede. Non c’è più alcuna ideologia e neanche alcuna utopia. Non c’è più futuro. Nessuna prospettiva. Tutto è menzogna.  Tutti sono degli impostori. Tutto è sterile. Tutto è caos. Nessuno può essere se stesso perché tutto è recita. Tutto ciò che era verità oggi è divenuto favola. Non c’è più alcuna certezza assoluta. Il senso di annichilimento, lo sgomento del vuoto sono il brodo di coltura. Il nichilismo diviene inconfutabile. Il nulla è una ombra costante. I simulacri sono infiniti. Non si esce dal circolo vizioso del nichilismo se si cerca di  speculare.  Chi vuole smascherare la metafisica si trova al cospetto di un fantasma. Tutto è visto in modo pessimista.  Tutti vorrebbero fuggire dal nichilismo ma è sempre più difficile farlo. Andy Warhol a proposito della vita scriveva:  “Ti ammali e muori. Tutto lì. Perciò non devi fare altro che tenerti occupato». Alcuni si drogano. Altri ammazzano. L’emblema del nichilismo più significativo è quello di giovani che lanciavano sassi dal cavalcavia, nonostante avessero bevuto molte birre e probabilmente avessero disturbi di personalità. Quando a questi ragazzi chiesero per quale motivo l’avessero fatto risposero che non sapevano come passare il tempo. Però non tutti i nichilisti si comportano male. Bisogna anche ricordare che sono molto di più gli studiosi europei che quelli americani ad esempio a riflettere su questa problematica perché probabilmente appartengono ad una civiltà più antica e percepiscono di più il tramonto della civiltà occidentale. La domanda che bisogna porsi per oltrepassare il nichilismo è la seguente: perché il nulla sta prendendo il sopravvento?  I filosofi non si trovano minimamente d’accordo. Molteplici sono le diagnosi ma forse il nichilismo è una malattia inguaribile di noi occidentali. È un virus invincibile; un veleno senza antidoti. È una piaga. Per alcuni è l’origine di ogni male.  Hemingway scriveva: «Nulla nostro che sei nel nulla, nulla sia il tuo nome ed il tuo regno, nulla la tua volontà in nulla come in nulla. Dacci oggi il nostro nulla quotidiano e rimetti a noi i nostri nulla come noi rimettiamo ai nostri nulla e liberaci dal nulla». E che dire di Leopardi, secondi cui “Tutto è nulla”? Probabilmente avevano entrambi compreso molto e cioè che l’essenza della nostra civiltà era il nulla: una società reificata e fondata sul nulla.

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Due parole su Chomsky

Non posso condividere tutto ciò che scrive il padre della psicolinguistica Noam Chomsky, secondo cui l’America e Israele sono i mali principali del mondo, anche se lui naturalmente nega di aver scritto questo. Lo studioso scrive che c’è un unico modo per fermare il terrorismo nel mondo ed è quello di smettere di praticarlo da parte degli Stati Uniti. Non voglio difendere a spada tratta la politica estera e il militarismo degli USA, che spesso si sono rivelati controproducenti. Ma mi sembra eccessivo sostenere come fa lo studioso che il principale responsabile del terrorismo nel mondo sia l’America. Troppo estremista a mio avviso! Troppo esagerato! Chomsky ad esempio dimentica che gli americani hanno sconfitto sia il nazifascismo che il comunismo, che erano regimi totalitari sanguinari. Minimizza riguardo ai crimini dei comunisti. Nega ad esempio quelli di Pol Pot in Cambogia. Chomsky critica totalmente gli USA ma in vita sua ha parteggiato per il Venezuela di Chavez, il comunismo sovietico, la dittatura cubana, il maoismo, il terrorismo palestinese. Che dire del fatto che il linguista ha difeso Osama Bin Laden, che povero e indifeso non doveva essere ucciso nel suo nascondiglio? Tutti gli intellettuali odiavano Oriana Fallaci per l’emotività del suo pamphlet, ma pochissimi liberali si sono scagliati contro questo pensatore, che odia l’Occidente e tuttavia vive agiatamente in America. Non solo ma non distingue tra democrazia e dittatura. Eppure dovrebbe tifare per la “società aperta” di Popper ed essere contro i suoi nemici! Sostiene che gli Stati Uniti siano responsabili di “crimini non intenzionali”. Allora c’è qualcosa di marcio nella democrazia di quel paese! Ma cosa? Sono le solite lobby delle armi che fanno pressione sui governi affinché promuovono guerre nel mondo? C’è anche dell’altro? Cosa esattamente fa in modo che gli americani colpiscano nelle operazioni all’estero le popolazioni civili? Cosa c’è di ontologicamente e strutturalmente malvagio nella democrazia occidentale? Le democrazie occidentali sono violente perché schiave del capitalismo? Perché l’America, che è la più grande democrazia del mondo, ha bisogno di una tattica violenta? È la cosiddetta inevitabilità della violenza? Questo Chomsky non lo spiega. Sostiene che gli Stati Uniti fanno così perché sono i più potenti del mondo e che altri prima facevano esattamente come gli Stati Uniti. È lapalissiano perciò dire anche che in futuro altri faranno come gli americani. Chi comanda perciò fa sempre così. Questo risponde lo studioso a chi gli chiede se considera l’America “l’impero del male”. Per lui l’America è il gendarme del mondo che abusa perennemente del suo potere. Però dice anche che chiunque al suo posto farebbe così. Allora perché puntare sempre e comunque contro il dito contro l’Occidente e non contro tutti gli stati? Quale è poi la ricetta di Chomsky? Una rivoluzione ancora più violenta che instaura un regime comunista più sanguinario? O forse quello di Chomsky è l’antiamericanismo di una eterna anima bella, che vuole essere spacciato come un nobile pacifismo? Io mi domando anche se sia totalmente attendibile quando snocciola i dati riguardo al terrorismo di stato americano. Viene da interrogarsi inoltre se qualsiasi nazione per fare i propri interessi non violi in politica estera i diritti civili, perché in fondo nel mondo tutti sono in guerra contro tutti? Si salva qualcuno e qualcosa nell’analisi di Chomsky? A onor del vero lui salva i cittadini, che non vanno confusi in una democrazia scarsamente rappresentativa con una elite politica che governa malamente e malvagiamente. Si salva la democrazia all’interno degli Usa, che consente diritti civili ai cittadini. In America inoltre c’è la possibilità di ottenere molte informazioni sui governi americani e ci sono le garanzie per fare controinformazione. Infine il governo non ha alcuna influenza sui mass media. Questi sono i pregi dell’America secondo lui. Però non inalberatevi troppo per le parole di Chomsky o per le mie parole(più probabile perché Chomsky ha molti fan, viene considerato una star e le università toscane ad esempio gli hanno conferito diverse lauree ad honoris causa). In fondo l’America non è più una superpotenza. Tra qualche anno altri stati domineranno il mondo. L’antiamericanismo allora non avrà più modo di esistere. Non avranno più modo di esistere tutte le paranoie sul potere americano. Solo allora sapremo se il rimedio comunista ad esempio sarà migliore o peggiore dei mali. Vedremo come si comporteranno i cinesi ad esempio. Il famoso linguista però come studioso è riuscito a liquidare la psicanalisi ma come uomo ne avrebbe avuto bisogno per comprendere a pieno questa sua ossessione nei confronti dell’America.

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Molestopoli

Dopo tangentopoli, affittopoli, vallettopoli, villettopoli, ricattopoli, calciopoli, sanitopoli, sprecopoli, concorsopoli, parentopoli, ricettopoli ecco molestopoli! In America è scoppiato il caso di Weinstein, ex produttore della Miramax e predatore seriale, che secondo le più recenti stime dovrebbe aver molestato 93 donne. Asia Argento è stata una delle prime a denunciarlo. Molti l’hanno attaccata o difesa per partito preso. Molti l’hanno attaccata perché non piaceva loro il suo personaggio e perché donna di sinistra, appartenente ad una famiglia di sinistra. Molti l’hanno difesa sempre per le stesse ragioni. Sono fioccate querele e sono nate polemiche. In Italia Miriana Trevisan ha accusato Tornatore di molestie e dieci ragazze hanno accusato Fausto Brizzi tramite il programma televisivo “Le iene”. In rete è diventato famoso l’hashtag “Quella volta che”, scaturito da una lettera di Giulia Blasi. Ci sono femministe che sostengono che ciò non sia sesso ma solo abuso di potere e prevaricazione. Sempre secondo questa scuola di pensiero tutto dipenderebbe dal patriarcato. Secondo Laura Boldrini manca l’educazione di genere. L’opinione pubblica si è divisa. Ci sono colpevolisti e innocentisti. Alcuni garantisti hanno paura di un effetto domino e di una caccia alle streghe, anzi di una caccia al mostro da sbattere in prima pagina. Maria Elena Boschi legittimamente ha dichiarato che tante ragazze vanno in televisione ad accusare molestatori, mentre sono poche davvero coloro che vanno al commissariato. Accade questo per sfiducia nelle istituzioni o per altro? In Italia si fanno i processi sommari in televisione e sui giornali, mentre una persona dovrebbe essere considerata innocente fino al terzo grado di giudizio. Eppure anche il mondo del giornalismo ad esempio non è immune da questo fenomeno delle molestie. Si pensi ad Olga Ricci(pseudonimo) che ha aperto il blog “Porco al lavoro” e che ha scritto anche il libro “Toglimi le mani di dosso”. Nessun ambito è escluso. In Italia però l’ultima ricerca sulle molestie sul luogo di lavoro è una indagine Istat del 2009. C’è chi sostiene che bisogna schierarsi sempre e comunque dalla parte delle donne. È difficile stabilire chi abbia ragione. Bisognerebbe aspettare le sentenze dei giudici. C’è chi dice che le denunce sono state troppo tardive e sono dovute solo ad esibizionismo e opportunismo. Altri invece ritengono che l’elaborazione del trauma e la paura di subire danni alla carriera determinino un outing fatto a distanza di anni. Va detto che la legislazione americana e quella italiana differiscono sostanzialmente anche nel caso di stupro e molestie. In Italia questi reati vanno in prescrizione dopo sei mesi, mentre in America non vanno in prescrizione. Quindi se una ragazza accusa dopo anni qualcuno in Italia può essere condannata per calunnia o diffamazione. Non solo ma bisognerebbe sempre distinguere nettamente tra proposta indecente, ricatto sessuale, molestia sessuale, abuso, violenza sessuale. Oggi a mio avviso c’è la caccia al mostro. Però io ho i miei dubbi. Le starlette potrebbero andare a caccia di notorietà e visibilità. Alcune potrebbero volersi vendicare per non essere diventare le protagoniste di un film. Inoltre quando una donna accusa un uomo di molestie è favorita da quel che definiscono “una presunzione di credibilità”. Un tempo le donne non venivano credute ma oggi il clima è completamente differente. Si crede incondizionatamente alla donna. Le molestie sessuali spesso dipendono dalla percezione soggettiva della presunta vittima. Spesso non ci sono prove. Tutto accade in una stanza tra due persone. È stato abuso? Era consenziente? Non ci sono riscontri oggettivi. Va detto anche che a distanza di tempo si possono creare dei falsi ricordi. La memoria può ingannare. Sulla sindrome della falsa memoria è stato detto tutto e il contrario di tutto dalla comunità scientifica. Non solo ma secondo alcuni, ritenuti retrogradi a torto o a ragione, una donna non dovrebbe essere mai una sprovveduta e dovrebbe anche sapersi difendere. Non dovrebbe perciò mai trovarsi in situazioni imbarazzanti come trovarsi sola al cospetto di un uomo malintenzionato in un luogo equivoco. Ricordo anche che non ci sono solo i ricattatori sessuali. Secondo Flaiano le “spaccadivanetti” erano sempre esistite nel mondo del cinema. Ci sono sempre state donne disposte al compromesso. Le signorine Gradisca ci sono sempre state nei confronti di uomini ricchi e potenti. Lo stesso dicasi per ragazzi disposti a compromessi per lavorare con Pasolini e Visconti come ricordano intellettuali non più giovani. Non è forse che alcune starlette accusano di molestie un potente solo perché questo non ha mantenuto le promesse fatte? Quello che probabilmente manca in tutti gli ambiti lavorativi italiani in tema di molestie è un codice di regolamentazione. Infatti tutti teoricamente hanno il diritto di stare bene sul luogo di lavoro, anche se una certa dose di conflittualità viene ritenuta fisiologica in Italia. Inoltre anche se l’uomo viene assolto dal reato di molestie è marchiato a vita. Essere accusati di molestie è una accusa infamante, che nessuno riesce a togliersi di dosso. Una cosa che non mi va bene è che in Italia non si abbiano delle priorità. Il nostro è il Paese per antonomasia dei femminicidi e ultimamente si parla solo di molestie nel mondo del cinema. Prima invece bisognerebbe considerare la violenza fisica più estrema e poi quella psicosociale.

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L’autenticità

La vita occidentale sembra talvolta senza punti di approdo. Per Sartre gli altri sono l’inferno. Eppure siamo continuamente alla ricerca degli altri. Eppure nessuno riesce ad essere totalmente misantropo. Secondo la psicologia l’immagine che abbiamo di noi stessi dipende dalla considerazione che gli altri hanno di noi. Come scrive Goleman: “Il nostro senso dell’io nasce nelle nostre interazioni sociali: gli altri sono gli specchi che riflettono la nostra immagine, un’idea che è stata riassunta nella frase: sono ciò che penso che tu pensi che io sia”.  Almeno questo è quello che succede nei primissimi anni di vita, in cui prima viene l’interpsichico e dopo l’intrapsichico. Successivamente a mio avviso è più l’idealismo che il realismo a spiegare le nostre azioni. Naturalmente c’è chi anche in età adulta imita gli altri. Talvolta impersoniamo una parte, recitiamo un ruolo. Talvolta siamo maschere. Secondo Schopenhauer nella vita perdiamo 3/4 di noi stessi per essere come gli altri. La maggioranza di noi preferisce essere amata a tutti i costi dagli altri. Preferisce essere amata anche se questo significa perdere genuinità e significa essere amata per ciò che non è. Tutti vogliono essere accettati. Secondo la vulgata ognuno è unico e irripetibile. Però nel corso dell’esistenza ci sforziamo di essere delle copie. Ci facciamo omologare e appiattire. Spesso ci perdiamo nella chiacchiera impersonale, che Heidegger criticava perché priva di sostanza, frivola e talvolta infondata. La chiacchiera spesso è un discorso fine a se stesso. Spesso sfocia nel pettegolezzo. Ma in fondo è anche essa un modo per passare il tempo. È una distrazione. Per Heidegger l’esistenza è realmente autentica solo se è continuo memento mori. Ma ne siamo davvero così sicuri? Viene da chiedersi cosa c’è di realmente autentico in questa vita. Il lavoro è sovente noioso, ripetitivo, alienante. Dovrebbe nobilitare l’uomo e spesso lo stressa, lo abbrutisce. Senza lavoro d’altra parte si sta ancora peggio perché l’essere umano è contemplato solo come homo faber e come homo oeconomicus. Il lavoro non autorealizza quasi mai ma è l’unico mezzo di sostentamento. I soldi comunque non bastano mai e c’è sempre una ricerca continua del colpo gobbo, partecipando a lotterie, scommesse e giochi a premi. C’è qualcosa di autentico in questo? C’è qualcosa di autentico nelle abitudini che costellano la nostra esistenza e che appaiono così rassicuranti? Non sono routine? Non sono anche esse alienanti? C’è qualcosa di autentico nel pensiero, che nella migliore delle ipotesi è fatto di reminiscenze e conoscenze di seconda mano? C’è qualcosa di autentico nel conformismo e nella continua competizione con gli altri? C’è qualcosa di autentico nel vestire bene e nell’inseguire sempre tutte le mode? C’è qualcosa di autentico nella curiosità morbosa che ci fa assistere a spettacoli di tragedie e altri fatti di cronaca nera? C’è qualcosa di autentico nel sesso con la consorte, che sovente è puro e semplice dovere coniugale? Oppure c’è qualcosa di autentico nel sesso occasionale, pura e semplice ricerca del piacere? Non è in fondo anche il sesso diventato una forma spiccia di comunicazione interpersonale e un modo per autoestraniarsi? C’è qualcosa di autentico nel divertimento? C’è qualcosa di autentico nello sballo e nella musica assordente e stordente del Sabato sera? C’è qualcosa di autentico nel picnic primaverile? E nella vacanza esotica con l’agenzia di viaggio? Tutti vogliono girare il mondo mordi e fuggi. Ma cosa resta di tutto ciò? Cosa c’è di vero e cosa di apocrifo? Talvolta visitano luoghi molto distanti senza considerare le bellezze di casa nostra. In questa vita tutto sembra simulacro. Tutto sembra un mezzo per raggiungere un altro mezzo. I frammenti di noi stessi sono stati persi in giro. Cosa davvero è un fine? Cosa davvero resta? La ricerca di libertà e di felicità sono davvero autentiche? Si può sempre parlare di intimi convincimenti in un mondo in cui tutto è sempre più imposto? Anche le risposte della religione sembrano inadeguate perchè i credenti delle prime file delle chiese non sono altro che bigotti maligni e alcuni preti che dovrebbero prima di tutto dare il buon esempio non sono che falsi preti. In fondo anche le persone religiose in buona parte dei casi sono chiuse, credono nei luoghi comuni e negli idoli come tutti gli altri. Questa società corrompe quasi tutti. Insomma non mi sembra che ci siano appigli. Tutto è alla deriva e sono veramente pochi coloro che si salvano. Come dicevano gli antichi tutto è vanità di vanità. Niente e nessuno sfugge a questa logica.

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Alcune poesie di Milo De Angelis

Da “Tema dell’addio”:

Contare i secondi, i vagoni dell’Eurostar, vederti
scendere dal numero nove, il carrello, il sorriso,
il batticuore, la notizia, la grande notizia.
Questo è avvenuto, nel 1990. E’ avvenuto, certamente
è avvenuto. E prima ancora, il tuffo nel Ticino,
mentre il pallone scompariva. E’ avvenuto.
Abbiamo visto l’aperto e il nascosto di un attimo.
Le fate tornavano negli alloggi popolari, l’uragano
riempiva un cielo allucinato. Ogni cosa era lì,
deserta e piena, per noi che attendiamo.

In te si radunano tutte le morti, tutti
i vetri spezzati, le pagine secche, gli squilibri
del pensiero, si radunano in te, colpevole
di tutte le morti, incompiuta e colpevole,
nella veglia di tutte le madri, nella tua
immobile. Si radunano lì, nelle tue
deboli mani. Sono morte le mele di questo mercato,
queste poesie tornano nella loro grammatica,
nella stanza d’albergo, nella baracca
di ciò che non si unisce, anime senza sosta,
labbra invecchiate, scorza strappata al tronco.
Sono morte. Si radunano lì. Hanno sbagliato,
hanno sbagliato l’operazione.

 
Ci teniamo vicini
all’urlo, mentre passa il dodici
e l’attimo separato
dal suo vortice resta qui, nel cuore
buio dell’estate, nell’annuncio
di una volta sola. Tu
non ci sei. Resta la tua assoluta
voce nella segreteria, questa
morte che non ha luogo.

 

Da “Biografia sommaria”:

La Doxa mi chiede per chi voterò. La voce
è di un ragazzo che, dall’altra parte, respira.
Non so quale chiarezza dentro la rovina. Tutto
ritorna qui, confine del luogo. Quel non parlato
di chiodi per terra. Il Professor D’Amato spiegava
un pronome… nemo: nessuno, non nemo: qualcuno Nessuno
giungerà oltre le vene, è semplice, ragazzi. Qualcuno
è scomparso o comunque non dà notizie. Il postino
mi consiglia di guardare meglio nella buca,
anche in quelle vicine. Guarderò. Neminem
excipi diem: per nessun giorno ho fatto eccezione. Morire
è dunque perdere anche la morte, infinito
presente, nessun appello, nessuna musica
di una chiamata personale. Oltre le vene che furono rito
e dimora, milligrammo e annuncio, grido infinito
di gioia o di soccorso, nessuno mai
oltre queste vene. È semplice, ragazzi, nessuno.

 

Da “Somiglianze”:

Era
nelle borgate, camminando in fretta
quell’assolutamente
oltre
che dai libri usciva nella storia
radendo le bancarelle, d’estate.
Domanderemo perdono
per avere tentato, nello stadio,
chiedendogli di lanciare un giavellotto
perché ritornasse l’infanzia.
Non si poteva
ma la somiglianza era noi
nell’immagine di un altro, ravvicinato, nel sole
volevamo trattenere il nostro senso
verso lui
in un gesto da rivivere: chi poteva sancire
che tutto fosse al di qua?

Prese la rincorsa, tese il braccio…

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Alcune quartine di Patrizia Valduga

C’è un solo incontro e non c’è un solo addio

e devo sempre stare sul chi vive:

nel grande cimitero dei miei io

vivo una vita tutta recidive.

 

<<Guardalo questo corpo: ti appartiene.>>

Non ho occhio che pesa e che misura

e per vedere veramente bene

mi serve il buco della serratura.

 

In questa stanza che non ha piú uscita,

come stormisce il sangue, e al suo stormire

è il mio turno di vivere… di vita…

Io so che sai che cosa voglio dire.

 

 

Baciami; dammi cento baci, e mille:

cento per ogni bacio che si estingue,

e mille da succhiare le tonsille,

da avere in bocca un’anima e due lingue.

 

Tu mandali a dormire i tuoi pensieri,

devi ascoltare i sensi solamente;

sarà un combattimento di guerrieri:

combatterà il tuo corpo e non la mente.

 

 

 

 

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Due poesie di Giovanni Giudici

LA VITA IN VERSI
Metti in versi la vita, trascrivi
fedelmente, senza tacere
particolare alcuno, l’evidenza dei vivi.

Ma non dimenticare che vedere non è
sapere, né potere, bensì ridicolo
un altro voler essere che te.

Nel sotto e nel soprammondo s’allacciano
complicità di visceri, saettando occhiate
d’accordi. E gli astanti s’affacciano

al limbo delle intermedie balaustre:
applaudono, compiangono entrambi i sensi
del sublime – l’infame, l’illustre.

Inoltre metti in versi che morire
è possibile più che nascere
e in ogni caso l’essere è più del dire.

 

UNA SERA COME TANTE

Una sera come tante, e nuovamente
noi qui, chissà per quanto ancora, al nostro
settimo piano, dopo i soliti urli
i bambini si sono addormentati,
e dorme anche il cucciolo i cui escrementi
un’altra volta nello studio abbiamo trovati.
Lo batti col giornale, i suoi guaiti commenti.

Una sera come tante, e i miei proponimenti
intatti, in apparenza, come anni
or sono, anzi più chiari, più concreti:
scrivere versi cristiani in cui si mostri
che mi distrusse ragazzo l’educazione dei preti;
due ore almeno ogni giorno per me;
basta con la bontà, qualche volta mentire.

Una sera come tante (quante ne resta a morire
di sere come questa?) e non tentato da nulla,
dico dal sonno, dalla voglia di bere,
o dall’angoscia futile che mi prendeva alle spalle,
né dalle mie impiegatizie frustrazioni:
mi ridomando, vorrei sapere,
se un giorno sarò meno stanco, se illusioni

siano le antiche speranze della salvezza;
o se nel mio corpo vile io soffra naturalmente
la sorte di ogni altro, non volgare
letteratura ma vita che si piega nel suo vertice,
senza né più virtù né giovinezza.
Potremmo avere domani una vita più semplice?
Ha un fine il nostro subire il presente?

Ma che si viva o si muoia è indifferente,
se private persone senza storia
siamo, lettori di giornali, spettatori
televisivi, utenti di servizi:
dovremmo essere in molti, sbagliare in molti,
in compagnia di molti sommare i nostri vizi,
non questa grigia innocenza che inermi ci tiene

qui, dove il male è facile e inarrivabile il bene.
È nostalgia di un futuro che mi estenua,
ma poi d’un sorriso si appaga o di un come-se-fosse!
Da quanti anni non vedo un fiume in piena?
Da quanto in questa viltà ci assicura
la nostra disciplina senza percosse?
Da quanto ha nome bontà la paura?

Una sera come tante, ed è la mia vecchia impostura
che dice: domani, domani… pur sapendo
che il nostro domani era già ieri da sempre.
La verità chiedeva assai più semplici tempre.
Ride il tranquillo despota che lo sa:
mi numera fra i suoi lungo la strada che scendo.
C’è più onore in tradire che in essere fedeli a metà.

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Intervista a Michele Nigro

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Intervistando Michele Nigro

a cura di Davide Morelli

Michele Nigro, nato nel 1971, vive a Battipaglia (Sa). Si diletta nella scrittura di racconti, poesie, brevi saggi, articoli. È un artista poliedrico. Dimostra talento in ogni cosa in cui si cimenta. Il suo ingegno è versatile. Ha diretto la rivista letteraria “Nugae” fino al 2009 e attualmente cura il blog personale “Nigricante”: http://michelenigro.wordpress.com. Ha pubblicato la raccolta di poesie “Nessuno nasce pulito”,  la raccolta di racconti “Esperimenti”, il racconto lungo “Call Center” e il saggio “La bistecca di Matrix”. Ha scritto su un quotidiano di Salerno e in tanti altri posti. Oltre ad essere poeta e scrittore è anche giornalista partecipativo. Ha frequentato nel 2008 a Roma, presso la Giulio Perrone editore, il Corso di Giornalismo Culturale. Ha partecipato al Laboratorio di scrittura creativa Rai Eri “Il libro che non c’è”. Ha vinto numerosi premi letterari e ha ottenuto vari consensi da parte della critica. Suoi racconti e poesie sono stati pubblicati in molte antologie.
Chi lo segue sui social sa che non lesina battute argute sui fatti del giorno. È ironico e anche autoironico. Riesce ad essere, come si suol dire, sempre sul pezzo. Scrive aforismi pregevoli. È sempre presente su internet ma rifugge dall’esibizionismo e dal successo. Questa è una descrizione molto sintetica di Michele Nigro. Non ho voluto fare il critico letterario e neanche il biografo. In questa intervista gli ho rivolto delle domande, forse un po’ banali ma utili a comprendere di più l’autore. Se volete saperne di più leggetela attentamente e poi magari commentate. (d.m.)
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DM. A che età hai iniziato a scrivere?
MN. Mi chiedi di compiere un “carotaggio mnemonico” nei terreni del Passato: credo che i primi esperimenti risalgano alla seconda metà degli anni ‘80. Ricordo che mi divertivo a scrivere delle sottospecie di componimenti poetici utilizzando l’inchiostro di china e il pennino: il fatto di dover intingere di tanto in tanto, con un gesto d’antan, mi forniva una pausa dalla scrittura compulsiva e mi induceva a riflettere. Oggi con la videoscrittura questa lentezza è andata un po’ persa, ma cerco sempre di fare un “passaggio lento” su carta prima di riversare tutto in un file, almeno per le scritture a cui tengo di più. Poi c’è stato un lunghissimo periodo diaristico, quando vivevo a Napoli: il diario s’intitolava “Napoli e io”, seppellito in garage; sono trascorsi quasi vent’anni dall’ultima pagina scritta lì sopra, ma non ho ancora trovato il “coraggio” di rileggerlo. Un giorno, quello giusto, lo farò: sono convinto che troverò molte “materie prime” per la scrittura di oggi.
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Da quanto tempo sei un artista multimediale?
Ah, lo sono? Non sapevo di esserlo… Se con la definizione “artista multimediale” ti riferisci all’esperienza di webpoetry sul mio blog “Nigricante” (http://michelenigro.wordpress.com) con cui cerco di integrare coerentemente poesia (o altri tipi di testo), immagini e video musicali in un unico post, allora possiamo parlare di una sorta di multimedialità. Per il resto non credo di aver sperimentato chissà che. L’arte multimediale è ben altra situazione: ne sanno qualcosa gli organizzatori dell’OLE Festival di Napoli (Festival Internazionale della Letteratura Elettronica); la vera multimedialità applicata all’arte prevede anche un compromettente grado d’interazione tra autore e fruitore, che può addirittura modificare l’opera: nel mio caso non si va oltre l’ipertestualità o il classico “mi piace”, la condivisione e i commenti, tipici del blogging e del social networking. Sono ben lontano dai più moderni concetti di Crossmedialità o di Transmedialità.
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Ti definisci un lettore onnivoro, ma quali sono state le letture che ti hanno formato?
Assolutamente onnivoro: la monotematicità mi ucciderebbe. Di libri importanti ne ho incontrati tantissimi; dal punto di vista letterario non ho una formazione accademica (per fortuna o per sfortuna) quindi non ho dovuto leggere un elenco di libri consigliati per superare gli esami. Ricordo con affetto i libri sugli animali che mia madre acquistava a Port’Alba a Napoli tra la fine dei ‘70 e gli ‘80, e poi gli almanacchi di Topolino e Paperino, la Bibbia, una raccolta di fiabe giapponesi, le mitiche enciclopedie “Conoscere” e “Universo” (altro che Wikipedia!), l’Atlante geografico De Agostini, e ovviamente la letteratura fantascientifica… Ma le letture interessanti e formative sono quelle che ancora devo fare: la mia libreria chiama!
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Alcuni ritengono che i blog non abbiano più modo di esistere. Cosa ne pensi a riguardo?
Penso che, al contrario, i blog rappresentino (almeno per quel che riguarda il web) l’ultimo avamposto prima della definitiva invasione di una certa “liquidità”, a cui faceva riferimento Bauman, applicata alla scrittura in rete. Il social networking ha amplificato a dismisura questa condizione disumanizzante: qualcuno parla, a ragione, di “soliloqui incrociati” trasportati da un flusso elettronico verso il mare del Nulla. Anche un blog è effimero: basta un clic e addio! Ma se il blogging è curato, nutrito con materiali consistenti, se è articolato e non teme di essere complesso, può rappresentare un valido argine all’effimero individualismo del web. C’è chi afferma che i post, per essere efficaci (termine relativo: efficaci per chi, per fare cosa?), debbano avere una struttura elementare, essere brevi, leggeri, mi verrebbe da dire “liquidi”, appunto. Io invece dico: scrivete, quando è possibile, post lunghissimi, difficili, “pesanti”, articolati. Avrete molti visitatori frettolosi in meno, questo è sicuro, ma non sarete trasportati dalla corrente del fiume: la “vostra rete” sarà salda, più solida, meno trafficata ma più resistente al tempo. Tutto il resto, poi, dipende dai motori di ricerca e dall’indicizzazione dei contenuti. Se un libro è valido, anche se collocato in un punto dello scaffale poco frequentato, perché non dovrebbe meritarsi di esistere?
E poi, mi tolgo qualche sassolino dalla scarpa, non comprendo lo snobismo di certi “scrittori”, solo perché sono stati pubblicati da qualche casetta editrice, nei confronti dei blogger, non ritenuti “veri scrittori” perché non hanno ancora partorito il “prodotto-romanzo”: anche il blog è una palestra di scrittura (non tutti i blog, ovviamente); molti libri cartacei hanno avuto origine da forme embrionali sul web, così come molti libri stampati proseguono “la discussione” in rete (penso a “Medium” http://medium.com/guida-a-medium e ad altre piattaforme simili per l’interazione autore/lettore, come l’italiana Rivista Letteraria Libera “La Recherche.it” http://www.larecherche.it/index.asp).
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Alcuni giornalisti dicono tutto il male possibile del web. Cosa ne pensi?
Penso che questi giornalisti siano ignoranti, nel senso che ignorano le potenzialità di un mezzo a cui loro stessi, come categoria, attingono a piene mani continuamente: basti pensare a quante volte vengono nominati i social network nel corso dei telegiornali per sottolineare l’andamento dell’opinione pubblica in merito a una questione politica o a una notizia di cronaca. Credo che il giornalismo professionistico si lamenti, giustamente, del web in riferimento al fenomeno delle cosiddette “fake news”: partendo dal presupposto che anche molti “giornalisti professionisti” hanno creato false notizie, non hanno verificato fonti, sono stati di parte, non vi è un luogo sicuro, nel mondo delle notizie, a prova di “falso”. Il “giornalismo partecipativo” ovviamente rappresenta una minaccia per i giornalisti vecchio stampo (anche se l’adeguamento ai tempi è in corso!): per fortuna non bisogna essere iscritti all’Ordine dei Giornalisti o avere il tesserino da pubblicista per scrivere la verità o per “partecipare attivamente” alla creazione di notizie. Anche quelle culturali: quest’intervista è un esempio di “giornalismo culturale partecipativo”.
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Cosa ne pensi del trolling? E degli hater?
Anche se sul mio blog mi sono autodefinito scherzosamente hater e fautore del trolling, penso dei troll e degli hater le stesse cose che penso dei normali “detrattori” nella vita reale: inizialmente possono essere fastidiosi, in seguito si rivelano preziosi per immunizzarci e renderci più forti, o meglio, resilienti, come molti amano dire oggi. A Roma si usa l’espressione: “me rimbalzi!” ovvero ‘mi scivoli addosso’. Solo così si può capire se una passione è forte, se un interesse perseguito è quello giusto o è solo un capriccio momentaneo per cui non vale la pena combattere. Gli hater, come i detrattori, svolgono una funzione oserei dire fondamentale: ci permettono di conoscere e di diventare noi stessi. E quindi, paradossalmente, andrebbero ringraziati.
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Quali sono i poeti contemporanei che preferisci?
Se per contemporanei intendi anche quelli non recentissimi e i non viventi allora, comprenderai, l’elenco diventa un tantino lungo e complesso: però, per non fare torto ai miei coevi, dimenticandone qualcuno, mi terrei largo e parlerei di Ritsos, Pessoa, Kavafis, Raboni, Merini, Szymborska, Boris Vian, Giorgio Manganelli… e Jim Morrison (sì, hai letto bene!). Ma ce ne sarebbero altri: mi fermo qui.
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Quali sono gli scrittori contemporanei che preferisci?
Umberto Eco, Franzen, Nothomb, Erri De Luca, Philip K. Dick, Timur Vermes, Enzo Striano, Andreas Eschbach, Roth, Pamuk, il “collettivo” Luther Blissett, fino a… Vinicio Capossela (hai letto di nuovo bene!). Come per i poeti, m’imbarazza stilare elenchi: anche perché non è detto che mi piacciano tutti i libri di uno stesso autore di un sottogenere letterario. E comunque hai dimenticato di farmi la medesima domanda per gli autori di sola saggistica! Sarà per la prossima volta.
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Nella vita reale frequenti artisti oppure no?
Di più in passato. Non sono un tipo da circoli letterari, da “manifesto programmatico”, per intenderci. Anche se questo non è sempre un bene: l’arte se non s’impregna di azione sociale, di interesse politico, di cultura popolare, di condivisione, prima o poi muore. Credo nella poiesis come “atto solitario”, ma senza esagerare. Alcuni “artisti”, invece, li evito scientificamente per una sperimentata incompatibilità: ci tengo alla mia salute mentale.
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Scrivi sempre oppure aspetti l’ispirazione?
No, a volte leggo anche! Scherzi a parte: l’ispirazione è un fenomeno sopravvalutato a cui è stato attribuito per troppo tempo un carattere miracolistico. Come scrisse Neruda: “Venne la poesia / a cercarmi.” Ed è vero: però all’evento “divino”, creazionistico, segue sempre un momento artigianale “umano” che non è meno affascinante dell’ispirazione, anzi.
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Per te è terapeutica la scrittura?
La poesia in modo particolare, e senza esagerare, posso affermare che ogni giorno mi salva la vita! In senso lato. Ma non potrei concepire la poesia come “sfogo”. Se ricordi all’inizio dell’intervista ho parlato di un periodo diaristico: sono momenti legittimi, soprattutto quando si è giovani, che nulla hanno a che fare con la ricerca poetica, con la formazione di uno stile. Se voglio scrivere degli appunti per dare forma a un pensiero libero con finalità terapeutiche, scelgo un linguaggio quotidiano da consegnare a foglietti volanti, utilizzo degli spazi che ovviamente non diventano di pubblico dominio. Scegliere una forma letteraria da donare al mondo è una scelta seria. Gli “sfoghi” lasciamoli ai dermatologi!
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Cosa ne pensi della neoavanguardia? Secondo te ha esaurito la sua funzione o a tuo avviso ha ancora modo di esistere?
Credo che ci sia ancora tantissimo bisogno di una ricerca neoavanguardista, senza per questo ricadere nella parodia e nel non-senso: certi sperimentalismi esagerati furono necessari in quelle epoche in cui si avvertiva l’esigenza di rompere determinati schemi linguistici; schemi evidentemente riconducibili anche a livello sociale, culturale, politico, religioso. Oggi che si fa un gran parlare di “analfabetismo funzionale” forse sarebbe neo-neoavanguardista la riscoperta della normalità; gli schemi linguistici non solo sono stati dissacrati, di più, sono stati annullati, rasi al suolo da un’ipertrofia di dati – a cui tutti contribuiamo – che ha disarmato il significante (e di conseguenza ha impoverito il significato delle parole). Bisognerebbe ricominciare dai fonemi, dalla scrittura a penna, dalla lettura, dal gusto delle parole. Dal silenzio. La non scrittura potrebbe essere il titolo provocatorio del punto primo di un ipotetico manifesto neo-neoavanguardista del XXI secolo.
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Sempre più artisti scrivono prosa poetica. Cosa ne pensi?
Credo che molti elementi tipici della poesia possano riscontrarsi anche in un testo in prosa. La faccenda dell’ “andare a capo” per considerarsi poeti, credo sia stata inventata proprio per prendere un po’ in giro chi crede che basti spezzare una frase per fare versi. Sarebbe molto più onesto scrivere direttamente prosa poetica. Quanta musicalità si riscontra in certa narrativa; non sempre la prosa assicura una distinzione netta tra significante e significato, e quando accade il risultato è piacevole come quello prodotto da… una poesia. Possiamo noi discriminare tali scritture solo perché non assicurano il rispetto di una tradizione metrica? Così come la struttura metrica dei versi non va controllata con il metronomo. È vero, qualcuno ha scambiato il “verso libero” con il “verso libertino”, ma chi può determinare quale sia (e dove sia) il confine tra la forma testuale e la sua poeticità? Tempo fa, leggendo una recensione alla mia raccolta di poesie Nessuno nasce pulito, il recensore scriveva: “Peccato che abbia abbandonato (riferendosi al sottoscritto, n.d.a) del tutto le forme della tradizione poetica, con la sua sapienza lessicale e con l’intelligente utilizzo delle figure retoriche, avrebbe anche lì capacità espressive di livello.” Una mia possibile risposta potrebbe essere: “Le forme scelte, al netto della loro poeticità, rappresentano sempre l’esigenza neurolinguistica dell’individuo storico, che vive in una determinata epoca, che si esprime in un certo modo e in un dato mondo; esigenza che non guarda in faccia ad alcuna tradizione. In parole povere: al ‘busto stretto’ del sonetto, seppur grazioso all’orecchio, prediligerò sempre il verso ‘sfigurato’ da un enjambement.”
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Secondo te oggi la poesia ha una funzione sociale? Se sì, quale?
Avrei preferito che tu mi chiedessi: “Secondo te oggi la società ha una funzione poetica?” E ti avrei risposto: “sì, come sempre!”. Come ho scritto in una precedente risposta, abbiamo bisogno di socialità, di partecipazione, di condivisione e di vicinanza, per nutrirci innanzitutto di umanità; la poesia è una conseguenza anche di questo aspetto dell’esistenza. Ma non credo che la poesia possa “cambiare il mondo” o “favorire la pace sul pianeta Terra”, come dichiarano le signorine che si presentano a Miss Mondo per fare colpo sulla giuria. È già una fortuna se le poesie riescono – senza per questo scadere in uno sterile intimismo – a migliorare la vita interiore del poeta stesso; da qui ad avere un’influenza sulla società, ce ne vuole… È tutto così relativo: se una sola persona mi confessa di aver riflettuto (o essersi emozionata) grazie a un mio verso, è come se avessi vinto il Nobel! Anche questa è “funzione sociale”, sebbene ristretta. Poi c’è chi per funzione sociale intende “fare del bene con i proventi delle copie vendute”: a questi promotori dico, se potete farlo, fatelo, anche a nome mio, ma la poesia nasce da esigenze diverse. Come ho scritto più volte: la letteratura è utile solo quando è inutile; si scrive per scrivere, non “in vista di”. I benefici sociali sono incidentali.
Un’opera, ad esempio, che ebbe ambizioni sociali, nel senso di risveglio di un’identità popolare e di una coscienza della lotta di classe, fu Canto General di Pablo Neruda. Ma, appunto, stiamo parlando di Neruda! L’essere poeti impegnati socialmente e politicamente non è solo una scelta estetica o metrica, come scrivevo prima, ma può portare a conseguenze drammatiche. È di questi giorni, infatti, la notizia proveniente dal Cile riguardante la vera causa della morte di Neruda: non fu il cancro alla prostata a portarselo via, bensì un avvelenamento. Il regime di Pinochet ha voluto così assicurarsi il definitivo silenzio del poeta, amico del deposto Allende.
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Cosa ne pensi dell’editoria a pagamento?
Non la frequento. Preferisco una più sana, gratuita e onesta autoeditoria (o self-publishing): è una scelta ecologica (si “spreca” carta solo se c’è un reale lettore che acquista; niente resi, niente macero, niente distributori e librai insonni, niente deforestazioni…) e in più permette all’autore di non aspettare inutilmente di entrare nelle grazie di qualche editore per vedere stampata una propria opera. Il self-publishing (che è anche in formato ebook) è un modo per cominciare a farsi leggere, non è l’alternativa assoluta all’editoria tradizionale. È evidente che quando si sceglie l’autopubblicazione, per essere credibili, occorre applicare non il doppio ma il quadruplo della cura che avrebbe una normale casa editrice per un’opera. Gli editori tradizionali intelligenti, comunque, hanno compreso l’evoluzione in atto e stanno cercando di incontrare il mondo dell’autoeditoria, di captarne le potenzialità anche in termini di nuovi autori da scoprire ed eventualmente ripubblicare. Caso mai, in una prossima intervista, potremmo parlare delle condizioni da schiavismo capitalistico dei lavoratori di Amazon o di che cosa si nasconde dietro le grandi piattaforme di self-publishing. Non esistono sistemi perfetti.
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Potresti spiegare in parole povere perché talvolta usi la decostruzione narrativa?
Mi sono divertito ad applicarla, se non erro, solo in un mio racconto lungo – Call Center – pubblicato su Amazon: le trame cronologicamente lineari a volte possono risultare noiose. Il personaggio prima fa questo, poi fa quello, scende, sale, apre, dice… Seguire passo passo i protagonisti, non solo nel presente ma anche in altri tempi, è un modo per spezzare l’integrità del testo classicamente inteso. Andare avanti e indietro nel tempo, utilizzando dei flashforwards (e non solo i più classici flashback), è un espediente della metanarrazione, figlia legittima della letteratura postmoderna. Alcuni pensano che si tratti di “trucchetti” nati con il cinema: la letteratura, invece, è piena di esempi autorevoli di decostruzione narrativa.
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Potresti dirmi tre buoni motivi per cui acquistare la tua raccolta poetica “Nessuno nasce pulito”?
Motivi da fornire non ne ho, francamente. Si arriva a leggere l’opera di un autore seguendo le stesse strade misteriose che hanno indotto a scriverla. Ci si sceglie per caso, annusandosi. Credo nel book marketing, ma fino a un certo punto: il resto se deve avvenire, avviene. A volte si è diffidenti dinanzi all’opera prima di un poeta e si pensa “perché dovrei essere proprio io a dare fiducia a questa penna?”. E caso mai, dopo anni, si ritorna su quell’opera perché si è letto altro di quell’autore, scritto in seguito al suo esordio. Le vie della lettura sono infinite, come per la metanarrazione a cui accennavo sopra.
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Che consigli daresti a un giovanissimo che vuole scrivere?
Assolutamente nessun consiglio. I consigli sono il frutto della logica e la mia razionalità consiglierebbe di seguire strade più facili e redditizie. La scrittura è una scelta dell’anima e io nelle anime altrui non ci entro declamando decaloghi o disseminando consigli.

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Sul comportamento umano

La psichiatria e la psicologia cercano di prevedere il comportamento umano, ma esso spesso è connotato da imprevedibilità anche nelle cosiddette persone normali: figuriamoci in quelle con gravi disturbi psichici! Non solo ma la linea di confine tra normalità e follia è davvero incerta e molto labile. La pericolosità sociale di un soggetto non è dicotomica per uno psichiatra, che dovrebbe esprimersi solo in modo probabilistico. È sempre difficile stabilire per uno specialista se un soggetto disturbato passerà all’acting out e diventerà un serial killer. È difficile dire perché un uomo uccide. Per istinto? Per passione? Per volontà di potenza? Per interesse economico? Per aggressività? Perché non ha saputo reprimere l’impulso? Per mancanza di valori? Per bisogno? Per raptus? Per follia? Per piacere? Per coazione a ripetere, dato che aveva già ucciso? Perché in stato di alterazione psicofisica? Possono essere molte le spiegazioni. Possono essere molti i moventi. Eppure molti esperti ostentano sicurezza e sentenziano con leggerezza quando vanno in televisione a discutere di un assassino. Con faciloneria spesso si mostrano innocentisti o colpevolisti. Eppure dovrebbero essere più guardinghi e responsabili! Allo stesso modo è difficile prevedere come reagirà una persona di fronte ad un evento traumatico come uno scippo, una rapina, uno stupro, un incidente stradale. Talvolta anche le vittime secondarie(ovvero familiari, soccorritori, testimoni) possono risultare traumatizzate dall’evento. Le strategie per reagire ed aventi stressanti sono svariate. Ci sono diversi tipi di coping. Inoltre di fronte ad un trauma psicologico c’è chi sperimenta l’immobilità tonica(o paralisi da paura) e chi invece la dissociazione. Non tutti coloro a cui viene diagnosticata una psicosi, una nevrosi, un disturbo di umore, un disturbo di personalità o un disturbo del comportamento alimentare reagiscono allo stesso modo. Ci sono delle differenze individuali. Ci sono pazienti che reagiscono in modo ottimale al trattamento(farmaci e psicoterapia) e altri che hanno maggiori problemi. Il comportamento umano può dipendere da diversi fattori. Gli psichiatri spesso ritengono di controllare il comportamento dei pazienti grazie agli psicofarmaci. Molto probabilmente semplificano per essere più pragmatici. Comunque A. Koestler aveva previsto tutto quando aveva scritto “Il fantasma dentro la macchina”. La neuropsichiatria sta diventando una nuova forma di controllo sociale, anche se è alquanto imperfetta ancora. Non sappiamo se in futuro le pillole ci renderanno tutti stabili psichicamente e felici oppure no. Può anche darsi che tutti ci accontenteremo di un benessere indotto e artificiale. Gli esperti però spesso non mettono in conto l’assurdo, l’imponderabile, l’aleatorio. In una parola sola il caso, che secondo alcuni domina il mondo. Per loro filosofie come l’esistenzialismo non sono altro che irrazionalismo. Oggi come oggi gli psichiatri non sono più umanisti e hanno tutti una formazione scientifica. Alcuni scienziati hanno cercato anche di creare un algoritmo in grado di prevedere il comportamento. Ma per creare un sistema di previsione accurato ci vorrebbe l’immissione di una enorme mole di dati. Non solo ma ci sono alcuni fattori aleatori interni e altri esterni. Le incognite sono troppe. Non esistono al momento modelli predittivi che possono prevedere il comportamento del più ordinario e regolare degli uomini. Nessuno dovrebbe mai sapere cosa aspettarsi dagli altri. Al momento gli esseri umani sono imprevedibili. Lo dimostrano tutti i crimini senza colpevole. La letteratura moderna insegna pur qualcosa. Debedenedetti scrisse che nei grandi romanzi del novecento era comparso il personaggio particella, che non si sapeva in quale direzione andasse. Nessuno lo poteva stabilire. Il personaggio particella era anarchico, incerto e incalcolabile. Secondo il grande critico era finita la scienza meccanicistica contraddistinta da un rapporto di causa ed effetto e con essa era finito anche il personaggio uomo in letteratura. Era finito il positivismo. Nessuna scienza poteva più essere considerata esatta. Il comportamento caotico e insensato dei personaggi dei nuovi romanzi poteva essere spiegato solo dal principio di indeterminazione di Heisenberg. Gli psichiatri insomma parlano di pattern comportamentali e cercano di studiare la ripetitività delle azioni. Ma senza scomodare di nuovo Debenedetti come la mettiamo ad esempio con l’atto gratuito del Lafcadio di Gide, di “Delitto e castigo” e de “Lo straniero” di Camus ? Tutto può essere. Tutto può accadere non solo in letteratura ma anche nella realtà. Gli esperti molto spesso sono impeccabili a spiegare ex post, ma lasciano a desiderare ex ante. Gli insegnamenti della letteratura restano lettera morta.

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Due parole sulla schizofrenia

 

In molti sono affascinati dal legame tra genio e follia. In molti credono nel mito dell’artista maledetto e nel binomio genio e sregolatezza. Di studi ne sono stati fatti parecchi negli ultimi duecento anni sul rapporto tra psicopatologia e creatività. È dall’antichità che si suppone che gli artisti siano saturnini. Secoli fa si pensava che la creatività fosse un dono per pochi che avevano una dote innata. Erasmo da Rotterdam elogiò la follia(“la sola capace di rallegrare uomini e dei”), mentre lo stesso Cesare Lombroso associò il  genio alla follia in quanto fu colpito dall’ingegno dei pazienti nei manicomi. Alcuni si chiederanno cosa significhi esattamente il termine “follia”. Per i saggi è follia anche il possibile suicidio collettivo della specie a causa dell’inquinamento e della distruzione delle risorse naturali. Ma torniamo al rapporto tra disturbi psichici e creatività.  Secondo le ricerche più recenti in linea di massima sarebbero creative alcune persone depresse, alcuni ciclotimici, alcuni maniaco-depressivi, ma anche alcuni che soffrono di schizofrenia. Secondo la psichiatria la schizofrenia sarebbe contrassegnata oltre che da deliri e dalle allucinazioni anche da ritiro sociale e scarsa capacità di comunicazione. Ciò sembrerebbe in netto contrasto con la smodata voglia di esprimersi e dalla grande capacità comunicativa degli artisti. Gli schizofrenici in genere dovrebbero avere povertà ideativa e soffrire di anaffettività. Eppure nel corso della storia ci sono stati anche casi di artisti schizofrenici. Secondo gli studiosi Van Gogh, Holderlin, Tasso, Gogol, Dino Campana, Strindberg, Artaud erano schizofrenici(tanto per citare i più celebri). Si veda a tale riguardo lo studio di Eugenio Borgna su Artaud. Non è assolutamente detto però che se uno è schizofrenico debba per forza diventare artista o che al contrario essere artista comporta il rischio di diventare schizofrenico. Le persone schizofreniche in Italia sono circa l’1% della popolazione e solo una esigua minoranza di essi è veramente creativa. Bisogna però considerare che non a tutti gli schizofrenici viene diagnosticata la schizofrenia. Esiste comunque un legame tra schizofrenia e creatività artistica. Lo possono testimoniare gli psicoterapeuti e gli psicologi che curano pazienti psicotici con l’arteterapia. Nessuno però è riuscito a spiegare scientificamente questo legame tra creatività e follia, anche se di ipotesi ne sono state fatte molte. L’espressione artistica sarebbe una valvola di sfogo e la creazione produrrebbe uno stato euforico. Le persone cosiddette equilibrate e normali non avrebbero alcun bisogno di provare queste emozioni. Starebbero già bene senza bisogno di creare.  Per gli psicoanalisti la creatività sarebbe una risposta all’angoscia. Per gli psicologi cognitivi le persone creative starebbero buona parte del tempo in uno stato di reverie prima di giungere all’illuminazione. La psicopatologia inoltre potrebbe causare originali associazioni di idee, che potrebbero rendere pregevole la creazione di uno psicotico. Come definire però la creatività? Secondo il matematico Henri Poincarè: “Creatività è unire elementi esistenti con connessioni nuove, che siano utili”. A mio avviso questa è la definizione più sensata, ma molti hanno provato a stabilire in cosa consistesse il pensiero creativo. Gli psicologi ad esempio hanno studiato la creatività tramite vari approcci(psicometrico, psicodinamico, cognitivo, comportamentale) e sono giunti a conclusioni differenti. Spesso per essere creativi gli intellettuali devono essere fuori dagli schemi e originali. Avere disturbi dell’umore, disturbi di personalità o turbe psichiche può talvolta aiutare a vedere il mondo in modo inusuale e ad accorgersi di cose che gli altri non vedono. Ritornando alla schizofrenia, bisogna ricordare che sono diversi i miti da sfatare e che non sempre una persona affetta da schizofrenia ha un deterioramento cognitivo e una disorganizzazione del pensiero tale da non poter comunicare con gli altri. Ogni caso clinico è una storia a sé e deve essere valutato singolarmente. Ci sono diverse forme di schizofrenia: quella di tipo paranoide, quella di tipo disorganizzato, quella di tipo catatonico, etc etc. Ci sono anche diverse fasi. Ci possono essere storie di persone caratterizzate da miglioramenti e ricadute. È sempre difficile generalizzare. La creatività è un mistero; la follia è un mistero e anche il legame tra queste due realtà è un enigma insolubile su cui molti studiosi hanno cercato di indagare senza approdare a niente di certo. Viene poi da chiedersi se il disturbo psichico tolga o aggiunga all’artista. I pareri sono discordanti. C’è chi sostiene che un artista sia tale a causa del disturbo psichico e chi invece ritiene che lo sia malgrado questo. Una cosa è sicura: l’arte non fa impazzire ma nella stragrande maggioranza dei casi è terapeutica.

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Su libri e eBook

Secondo l’indagine ISTAT del 2016 sono circa il 60% gli italiani che non leggono neanche un libro all’anno. Negli ultimi 6 anni sono stati persi anche circa 4 milioni di lettori. Alcuni sostengono sia colpa della grave crisi economica. Altri danno la colpa ad internet. I giovanissimi non leggono. Le donne leggono più degli uomini. Eppure le statistiche ci insegnano che sono troppi i laureati usciti dalle facoltà umanistiche e che solo il 30% dei laureati esce fuori da discipline scientifiche. Da questo si deduce che molti dottori, finiti gli studi, abbandonano completamente la lettura. Tullio De Mauro a suo tempo aveva messo in guardia dall’analfabetismo di ritorno. Insomma sono davvero pochi i divoratori di libri: coloro che fanno shopping compulsivo molto probabilmente non sono affatto lettori accaniti. Sono rarissimi anche i cleptomani nelle librerie italiche. Non esistono affatto ladri di opere di poesia. Ma quali libri leggono gli italiani? Nella stragrande maggioranza dei casi leggono volumi di personaggi televisivi, cantanti, Youtuber, comici, cuochi, sportivi. È stato stimato che soltanto un quinto dei libri venduti è pubblicato da scrittori veri e propri. Il libro delle barzellette su Totti ha avuto un grande successo. Vengono venduti anche molti romanzi d’amore. I romanzieri autentici hanno problemi a vendere. Sono relativamente pochi i lettori, che cercano libri di qualità. Non voglio riportare tutte le cifre perché non sono il mio pane e perché questi dati vanno presi con il beneficio di inventario. Le case editrici e gli autori si vergognano a confessare le scarse vendite di libri “impegnati”. È difficile trovare testimonianze a riguardo. Questa situazione infelice dovrebbe indurre autori e addetti ai lavori a fare autocritica, ma i più non fanno altro che chiudersi a riccio e a mantenere un atteggiamento snob. Sono pochi coloro che possono permettersi di vivere di scrittura: Camilleri(più di 10 milioni di copie vendute) Susanna Tamaro(con il suo bestseller ha venduto circa 15 milioni di copie), Federico Moccia, Elena Ferrante, Niccolò Ammaniti, Isabella Santacroce, Saviano(con Gomorra ha venduto più di 2 milioni di copie), Sandro Veronesi, Andrea De Carlo, Erri De Luca, Dacia Maraini, Sveva Casati Modignani, Alessandro Baricco. Enrico Brizzi può vivere di sola scrittura grazie soprattutto alle ristampe del suo primo romanzo. Forse dimentico qualche nome? Perdonatemi. Molti altri arrotondano con il giornalismo, l’insegnamento, i corsi di scrittura, le consulenze editoriali, le traduzioni, facendo radio oppure facendo gli autori televisivi, gli editor, i redattori, gli sceneggiatori. In Italia gli autori fanno un doppio lavoro o addirittura sono costretti a considerare la scrittura un dopolavoro. D’altronde anche in passato Kafka lavorava in una assicurazione, Svevo lavorava nell’azienda del suocero, Gadda faceva l’ingegnere alla Rai, Bianciardi era un traduttore, S.King faceva il bidello, Salinger era un intrattenitore su una nave da crociera, Joyce faceva il musicista. Ai giorni nostri Vincenzo Pardini fa la guardia giurata, Carofiglio fa il magistrato e Marco Buticchi gestisce uno stabilimento balneare. Andrea Vitali ha lasciato la professione di medico soltanto nel 2014 per dedicarsi esclusivamente alla scrittura. Sono lontani i tempi di Calvino e Pavese. Non c’e più neanche una azienda come la Olivetti in cui trovarono occupazione molti talenti. Questa condizione così precaria degli scrittori al mondo di oggi ha un unico grande vantaggio: non essendo considerati vip nella maggioranza dei casi non sono oggetto di gossip e neanche di critica biografica o psicoanalitica. Ma ritorniamo agli svantaggi. Si consideri che molto spesso le presentazioni dei volumi non vengono pagate. Addirittura spesso i costi(viaggio, pasti, pernottamento) ricadono tutti sugli scrittori. Le royalties sono scarse. Sono mosche bianche coloro che non pubblicano a proprie spese. Sono una rarità coloro che prendono un anticipo. La tiratura per la maggioranza dei libri è scarsa. La distribuzione lascia a desiderare se uno non pubblica con una grande casa editrice. Per un esordiente le difficoltà sono insormontabili. Per uno scrittore italiano vendere 5000 copie è già un successo. Ma con 5000 copie in un anno non si campa di certo. Per il momento abbiamo parlato di romanzieri ma per altri generi va molto peggio. L’eBook può essere una opportunità. Prendiamo ad esempio un genere come la poesia. Sono pochissimi coloro che non pubblicano a proprie spese: solo i poeti che pubblicano con Mondadori, Crocetti, Einaudi, Garzanti. I ricavi sono davvero scarsi. Ma c’è sempre l’opportunità dell’autopubblicazione di eBook. Ora voglio citare un autore che conosco. Michele Nigro ad esempio è riuscito a pubblicizzare il suo eBook di poesia “Nessuno nasce pulito” in molti siti. Invece di promuovere la sua opera nelle librerie ha deciso di farlo sul web. Non ha usato alcuna agenzia letteraria. Ha usato molte piattaforme per stampare le sue opere ed ha utilizzato i social ed il suo blog per pubblicizzarli. Ha realizzato artigianalmente anche alcuni booktrailer. Non gli ho mai chiesto quanto guadagna annualmente con i suoi eBook. Sono affari esclusivamente suoi. Può darsi che con quei soldi ampli la sua biblioteca. Può darsi che si paghi le pizze. Ma in fondo cosa importa? In fondo non ha dovuto sostenere nessun costo. Non ha dovuto calcolare alcun budget. Ha sempre voluto rivolgersi a tutti senza mai cercare di individuare un target specifico. L’unico inconveniente è l’impegno profuso ma la scrittura va considerata sempre una passione. Pubblicare un eBook quindi può essere una fonte di reddito ed un modo per farsi conoscere da una ristretta cerchia di persone(almeno per ora). Alcuni scrittori hanno avuto anche un grande successo, iniziando con l’eBook, come ad esempio Anna Premoli(premio Bancarella) e Roberto Emanuelli.  Basta ricordarsi che la signora James(pseudonimo) ha venduto circa dieci milioni di copie tramite internet, prima di approdare all’editoria tradizionale. Ora la trilogia delle Cinquanta sfumature è famosa in tutto il mondo. Che sia questo il futuro? L’editoria tradizionale dovrebbe stare in guardia e dovrebbe stare soprattutto al passo con i tempi.  Dovrebbe fare molto più scouting per scrittori emergenti. Per il resto che dire? Ai nativi digitali l’ardua sentenza.

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Sulla questione nordcoreana

Sappiamo ben poco del dittatore nordcoreano. Alcuni occidentali che guardano molto al look ritengono che abbia uno strano taglio di capelli. Ma veniamo a quel che conta. Sono scarse le notizie che trapelano. Secondo i media dovrebbe essersi macchiato di atrocità e violenze gratuite nei confronti dei suoi connazionali. Alcuni pensano sia un sadico, un folle. Secondo la cronaca avrebbe fatto sbranare suo zio dai cani, avrebbe fatto uccidere anche un suo fratellastro e una sua ex-ragazza. Dicono che sia disumano nei confronti dei disertori. I media occidentali non fanno altro che riportare che sia paranoico ed abbia molte fobie. Quel che sappiamo di certo è che la sua famiglia Kim governa la Corea del Nord da settanta anni. Sappiamo che i suoi nemici sono gli Stati Uniti e la Corea del Sud. Sappiamo che il leader ha carisma, è benvoluto dal suo popolo che vive con il culto della sua personalità, forse perché non conosce come vivono i cittadini del Sud Corea. Sappiamo che ha voluto un test nucleare che ha causato un sisma di magnitudo 6.3. Questo test è stato condotto a settecento metri di profondità e gli esperti stimano che la potenza sia stata cinque volte più forte di quella di Nagasaki. Sappiamo che questa dittatura è in possesso di missili balistici intercontinentali. Nel corso degli anni la Corea del Nord ha subito pesanti sanzioni da parte dell’ONU. Trump lo considera uno stato canaglia e più volte ha dichiarato di volerlo attaccare. Nel frattempo il leader nordcoreano, che è il più giovane capo di stato del mondo, ha un esercito con più di un milione di soldati e ha dichiarato di avere la bomba H. Il dittatore nordcoreano ha dichiarato che è pronto ad “una guerra santa di giustizia” contro gli invasori. Oggi possiamo essere assolutamente certi che la famiglia Kim in tutti questi anni è stata sottovalutata. Anche lo stesso dittatore per molto tempo è stato considerato uno zimbello, non è stato preso sul serio e le sue minacce non sono state considerate realistiche. Lo stesso Trump è stato sottovalutato; lo dimostra il fatto che i democratici non hanno fatto altro che litigare perché erano tutti sicuri che avrebbe vinto la Clinton. Per quel che riguarda la Corea del Nord molto probabilmente i politici di tutto il mondo credevano che ci sarebbe stata una rivolta popolare ed allora avrebbero aiutato un popolo che voleva autodeterminarsi. Non voglio scrivere inesattezze né mistificare la realtà ma secondo i giornalisti la popolazione, schiava di un regime e povera, non si ribella perché ha paura dei campi di lavoro e di una repressione sanguinaria. Ma non sappiamo esattamente se sia più il consenso o la paura che causa l’immobilismo del popolo. Secondo alcune fonti sarebbe pericoloso per i turisti occidentali spedire email dalla Corea del Nord e parlare con la gente coreana di economia e politica. Ma sono poche le cose assolutamente certe di questo stato piccolo ma tra i più militarizzati del mondo. Con certezza sappiamo che questo conflitto potrebbe determinare una catastrofe su scala planetaria e che dovrebbe essere usata la diplomazia, perché le sanzioni potrebbero rivelarsi a lungo termine controproducenti. Di certo alle dichiarazioni belligeranti del dittatore nordcoreano non si può rispondere con i tweet estemporanei ed emotivi di Trump, che vuole mettere a punto un piano per far fuori il leader nordcoreano. I due capi di stato nel frattempo si scambiano accuse, si offendono reciprocamente e si danno del pazzo a vicenda. Nel frattempo alcuni si chiedono che cosa significhi esattamente il missile sopra il Giappone e perché gli Stati Uniti non risolvano la questione una volta per tutte, visto e considerato che sono una superpotenza. Altri si chiedono perché gli Stati Uniti non abbattono i missili nordcoreani e in cosa consista effettivamente lo scudo antimissile. Altri ancora si chiedono se sia possibile annichilire l’offensiva nordcoreana con un attacco cibernetico. Fortunatamente per questo mondo gli Usa non hanno ancora reagito alle azioni nordcoreane. Di certo quel che sta accadendo è totalmente l’opposto rispetto ai dettami del trattato di non proliferazione nucleare. Il disarmo in definitiva è sempre più una utopia. Ci sono molti interessi in gioco. Sono in molti che non vogliono la rottura dell’assetto dell’Asia orientale: ad esempio la Cina e la Russia. Il piccolo staterello riveste una grande importanza per tutte le superpotenze mondiali. Esperti di geopolitica e strateghi militari hanno ipotizzato diversi scenari. Attualmente le due Coree sono ben lontane da trovare un accordo e un presidente americano che si mette allo stesso piano di un giovanissimo dittatore non facilita assolutamente le cose. Con questo non voglio paragonare Trump a Kim perché il totalitarismo nordcoreano fa acqua da tutte le parti e fa vivere di stenti la sua popolazione. Inoltre anche se fosse la più perfetta delle dittature preferirei sempre la più imperfetta delle democrazie, come ebbe a dire Pertini. Tutto ciò mi spinge anche ad una considerazione di carattere generale: la responsabilità di una guerra è sempre di pochissimi potenti, spesso tarati per via di una personalità patologica. Allo stesso modo la dittatura è quasi sempre determinata dalla follia di un singolo più che da Platone, Marx o Hegel come scriveva Popper ne “La società aperta e i suoi nemici”. Ritornando al conflitto, potremmo essere prossimi al punto di non ritorno. L’intera popolazione mondiale non può far altro che aspettare e stare a guardare, completamente inerte, incolpevole, ormai soggiogata dai metodi ipnotici e dalla manipolazione delle coscienze del potere. I mass media suggestionano e distraggono. Nonostante questi rischi incessanti di una catastrofe mondiale i cittadini occidentali si sentono sicuri e continuano a vivere senza preoccupazioni e senza porsi alcun problema. I mass media non diffondono allarmismo ed il potere onnipresente li rassicura in ogni modo. La vita continua senza alcun panico come i potenti e i capitalisti vogliono affinché non si inceppino gli ingranaggi della economia e della società occidentale, che non possono permettersi una popolazione presa da timori, dubbi e pensieri. L’arma più efficace di qualsiasi tipo di potere, anche quello più democratico, come sosteneva Biko è la mente dell’oppresso. Continuiamo così a vivere sempre di corsa: frenetici e allo stesso tempo rassegnati.

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Su Nardella e la prostituzione

Il sindaco Nardella ha emesso un’ordinanza che prevede la multa e l’arresto per alcuni mesi ai clienti delle prostitute. Ma siamo sicuri che sia veramente efficace una misura del genere? Forse le prostitute invece che riversarsi sulle strade eserciteranno la loro attività in appartamenti ed hotel. Alcuni sostengono che in questo modo non finiranno la tratta e lo sfruttamento, ma che addirittura aumenteranno i reati nei loro confronti. Lontani da occhi indiscreti i maniaci e i malintenzionati potrebbero fare ciò che vogliono alle prostitute. Si pensi che le professioniste devono esercitare al chiuso singolarmente per evitare di commettere il reato di favoreggiamento. Non possono assolutamente fare gruppo. Ricordiamo che la prostituzione è il mestiere, a detta di molti, più antico del mondo. Addirittura, se si pensa al linguaggio comune, se qualcuno usa espressioni come “professionista” o “donna di mondo” tutti intendono che si fa riferimento ad una meretrice. Per alcune civiltà in passato le prostitute svolgevano anche una funzione sacra. Nell’antica Grecia e nell’antica Roma questa attività era permessa. In quelle epoche c’erano le cosiddette etere che si prostituivano ed allo stesso tempo erano donne di cultura. Nel medioevo similmente c’erano le cortigiane che sapevano intrattenere i potenti anche con la loro conversazione. Ai tempi delle case chiuse quasi tutti i ragazzi perdevano la verginità là e quasi tutti gli uomini ci andavano senza rimorsi. Molti ci andavano in gruppo. Oggi nessuno ne parla. La maggioranza dei clienti ci va da solo. Tutto avviene in modo furtivo. Il giro di questa attività è però impressionante. Settantamila sono le prostitute in Italia e si ritiene che ci siano nove milioni di clienti, anche se è difficile fare una stima esatta del fenomeno. Il fatturato naturalmente è da capogiro. C’è chi vorrebbe riaprire le case chiuse; chi invece vorrebbe creare delle zone a luci rosse; chi vorrebbe che le prostitute si organizzassero con delle cooperative. Alcuni sostengono che dovrebbero pagare le tasse ed avere una pensione anche loro. Altri sostengono che la prostituzione dovrebbe essere regolamentata e legalizzata per controllare la salute delle prostitute, per far emergere il sommerso e per togliere alle mani della criminalità organizzata questa attività così lucrosa. C’è chi vorrebbe proibire la prostituzione come in Svezia; chi invece vorrebbe fare come in Olanda. Ci sono zone del mondo come in gran parte dell’Africa e dell’Asia in cui questa professione è illegale. Ci sono alcune nazioni in cui viene perseguito il cliente ed altre in cui viene perseguita la professionista. Quando fanno un talk show in cui parlano di questo problema i paragoni con altre nazioni si sprecano, ma bisogna ricordarsi che noi abbiamo il Papa e gli italiani sono cattolici, ragione per cui questo fenomeno verrà sempre analizzato, studiato, trattato in modo ipocrita a mio avviso. Che dire ad esempio di alcuni rappresentanti dello stato che chiedono alle professioniste di aprire una partita Iva quando lo stesso stato italiano non tutela queste persone in alcun modo? Come si può capire il fenomeno in questione è delicato e complesso. Forse bisognerebbe pensare che il mondo intero è mercificato e in questo consumismo dilagante la massa ricerca la gratificazione subitanea. Il sociologo G. Simmel ha scritto delle pagine illuminanti sia sulla filosofia del denaro che sulle prostitute, svalutate in quanto considerate nemiche della morale piccolo borghese. In fondo ci sono molti modi di prostituirsi in questa società. C’è anche chi si prostituisce intellettualmente. In fondo che dire dei quotidiani che pubblicano tutti gli annunci delle prostitute più o meno libere? Inoltre dalla notte dei tempi c’è la suddivisione archetipica delle donne in amanti(Afrodite) e spose(Era). Ma torniamo alla prostituzione nel nostro Paese. Un tempo c’era Don Bensi che considerava i clienti degli sfruttatori e degli stupratori. Questo può essere vero per chi va con delle ragazze sfruttate dal racket. Ma che dire delle escort,delle girl e delle trans che esercitano volontariamente e liberamente questa attività? Alcuni moralisti e alcune femministe sostengono che nessuna meretrice è realmente libera. Ma chi esercita questa professione non ha capacità di intendere e di volere? In Inghilterra ad esempio viene perseguito,il cliente che fa sesso con una donna costretta a prostituirsi, mentre è legale se lo fa con una libera professionista. Sono ancora in molti a pensare che il meretricio sia una professione che umilia le donne e ferisce la loro dignità. Molti ignorano le argomentazioni del comitato per i diritti civili delle prostitute, che è formato da lavoratrici autodeterminate. Punire i clienti come fa Nardella non vuol dire forse riprendersela con gli anelli più deboli della catena(prostitute e clienti)? Non c’è il rischio che alcuni clienti possano suicidarsi, in quanto le multe arriveranno a casa e saranno viste anche dai famigliari? Nel frattempo molti altri sindaci vogliono copiare Nardella. Il suo provvedimento a favore del decoro e della sicurezza della città è piaciuto a molti, anche se qualcuno mormora che sia già stato fatto in passato dal centrodestra. In fondo Il sindaco di Firenze non si è mai proposto di eliminare totalmente la prostituzione. Vuole debellare solo quella di strada. Ci riuscirà?

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Su Internet, gli hater, i troll…

Le opinioni sul web sono contrastanti e spesso diametralmente opposte. C’è chi lo vede come un panottico in cui tutti sono osservati e chi come il Papa un possibile strumento di pace e solidarietà. Io sono possibilista. Oggi esistono anche gli hater che odiano i vip su internet e/o se la prendano in particolare modo con chi è “diverso” o soltanto apparentemente più debole (gay, disabili, immigrati, etc etc). Di solito offendono e feriscono la sensibilità di alcune categorie di persone. Tutti gli esperti ci dicono che gli hater non appartengono a nessuna tipologia di persone specifica. Non hanno alcuna caratteristica particolare, se non quella di manifestare il loro odio nella rete. Ma perchè odiano? Odiano perchè sono xenofobi in senso lato; odiano infatti ogni forma di diversità. Il “diverso” viene accerchiato e finisce per diventare un capro espiatorio. Chiunque può essere hater. La cosa più allarmante del web è che la capacità di aggregazione degli hater è spaventosa. Quasi sempre si registra una “polarizzazione”(è un termine della psicologia sociale) dei giudizi. Non voglio però dilungarmi sulle dinamiche di gruppo(si legga a riguardo il libro della Wallace sulla psicologia di internet), ma voglio solo far presente che decine di migliaia di individui possono odiare un solo “bersaglio”. Una altra cosa impressionante è che altre migliaia di lurker osservano senza fare niente e si comportano da bystander. Secondo K. Lewin un gruppo era una totalità dinamica basata sull’interdipendenza dei membri piuttosto che sulla loro somiglianza. Ma forse attualmente nella realtà virtuale non è più così. Non solo ma la teoria sociologica dei sei gradi di separazione può essere confortante quanto inquietante e deprimente: può significare che possiamo conoscere chiunque, almeno per interposta persona, ma anche che allo stesso tempo non possiamo sfuggire a nessuno…a meno che non facciamo come Mattia Pascal. Esistono anche i troll che disturbano le discussioni nei vari blog e che possono urtare la suscettibilità di qualcuno ma di solito non commettono alcun reato penale. I troll possono anche rivelarsi divertenti e trollare può essere anche ritenuto legittimo, anche se a lungo termine può annoiare e snervare. Si potrebbe affermare che se i troll regrediscono ad un livello adolescenziale invece gli hater regrediscono ad un livello primitivo e tribale. Le polemiche insomma sono all’ordine del giorno nel mondo virtuale. Tutti dovrebbero cercare di rispettare la netiquette ma di fatto non è così. Molto spesso anzi questa specie di galateo del mondo virtuale sembra essere ignorato dai più. Oggi sono comunque molti i leoni da tastiera e tutto sembra garantire nel web la libertà di espressione e l’anonimato. La rete può cambiare(talvolta potenziare) la nostra personalità. Più esattamente nel web possiamo comportarci diversamente che nella realtà e possiamo decidere di utilizzare alcune delle nostre subpersonalità. Si può costruire qualsiasi identità e si può far coesistere appartenenze a gruppi talvolta incongruenti. Spesso virtualmente siamo più aggressivi. Nella usuale comunicazione faccia a faccia certe cose pochi avrebbero il coraggio di dirle e certi individui talvolta non si rendono conto di quello che hanno scritto su internet e lo “realizzano” solo dopo essere stati perseguiti legalmente quando vengono identificati i loro indirizzi ip. D’altronde offendere una persona in un social network è diffamazione aggravata. Oggi non sembrano esserci filtri e nemmeno censure di alcun tipo. Fin dagli albori internet è stata una terra selvaggia senza alcuna frontiera. Quindici anni fa era terra di attivisti politici e di nerd. Quindici anni fa era l’espertismo dei nerd e degli hacker a dominare la rete. Ma ancora prima, ovvero prima della comparsa di internet tutto era più gestibile? Di certo non esistevano casse di risonanza planetarie come il web. Umberto Eco sosteneva che un tempo tutto iniziava e finiva nel bar e chi alzava troppo il bicchiere veniva subito redarguito e zittito dalla maggioranza degli avventori e dal barista. Oggi controllare totalmente la rete d’altra parte è una utopia bella e buona. Neanche la polizia postale ci può riuscire perché spesso i siti internet incriminati si rifanno a legislazioni di altre nazioni e ci vorrebbero quindi delle rogatorie internazionali. In Germania molto recentemente stanno cercando di prendere provvedimenti contro l’odio in rete, mettendo sanzioni milionarie per gli autori di questo tipo di crimine. Ma era davvero meglio prima? Se gli haters sono il rovescio della medaglia di internet va anche detto che le molte comunità virtuali presenti oggi nel web(mi riferisco in particolare modo ai sociali network) possono fungere da supporto a chi ha bisogno di ascolto e si sente solo; si pensi ad esempio a tutti gli adolescenti che appartengono ad una minoranza e non hanno ancora trovato una loro identità. Su internet, non scordiamocelo, le persone con un certo tipo di problematica possono trovare amici e fare gruppo. Allo stesso modo anche estremisti, terroristi e fanatici di ogni tipo possono far proselitismo. Insomma croce e delizia, pregi e difetti di internet, che è uno strumento dalle enormi potenzialità. Infine non dimentichiamoci dell’enorme intelligenza collettiva che è di fatto la rete. Per chi la sa utilizzare è infinitamente più ricca di notizie, nozioni ed informazioni delle misere enciclopedie di un tempo. Internet in definitiva può anche accrescere la cultura dei singoli, anche se non può formare le menti e le coscienze come i libri di scuola e ci sono invece alcuni studenti che utilizzano la rete come surrogato dei libri e degli insegnanti. Le ricerche sul web invece non devono sostituire nessun agente di socializzazione. Ciò viene definito bulimia informativa. Inoltre i minori non sono ancora tutelati a sufficienza. Ci possono essere dei contenuti che possono turbarli e poi c’è il grave problema del cyberbullismo, che espone al pubblico ludibrio gli adolescenti più deboli in una logica drammatica di dominazione/sottomissione. Di solito i maschi alfa umiliano in ogni modo le vittime. I legislatori insomma devono mettere ancora molti paletti. Ma siamo anche noi che dobbiamo pensare di più. Spesso dovremmo pensare alle conseguenze che possono avere i nostri messaggi e a come potrebbe prenderla chi sta dall’altra parte dello schermo. Il virtuale spesso si ripercuote nella vita reale. Siamo però sinceri: la realtà virtuale molto spesso non è luogo di teofanie. Non solo ma molti hanno sviluppato una dipendenza psicologica nei confronti del web e non possono farne a meno. Devono essere sempre connessi o quasi. Molto spesso- ammettiamolo- è il buonsenso ad essere deficitario.

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Sul referendum in Catalogna

Per il referendum della Catalogna la repressione della polizia ha causato circa 800 cittadini feriti durante i tafferugli. Il sì ha stravinto con il 90% ma l’affluenza è stata solo del 42%. Secondo alcuni ci sono state delle irregolarità al momento del voto e alcune persone avrebbero votato più volte. Secondo Rajoy il referendum è illegale. Per il tribunale costituzionale di Madrid la consultazione è incostituzionale. La legge spagnola infatti non prevede la secessione di alcuna regione. Il governo centrale difende l’unione della Spagna sancita nel 1978. I cittadini erano chiamati a scegliere se volevano la Catalogna come stato indipendente e repubblicano. Attualmente questa regione è soltanto autonoma. Va detto che la Spagna ha diverse anime. Ci sono alcune lingue ufficiali come lo spagnolo, il basco, il galiziano, il catalano. Tutte le problematiche identitarie spagnole sono tornate tutte di attualità dopo le cariche della polizia. Tutto naturalmente inizia da molto lontano. Bastava andare a Barcellona trenta anni fa e chiedere ad una ragazza se era spagnola e questa ti rispondeva che era catalana. Comunque speriamo che la situazione non degeneri. Per anni ed anni già c’è stato il terrorismo basco, i cui militanti erano allo stesso tempo secessionisti e marxisti-leninisti. Bisogna ricordare che la Catalogna è una regione ricca della Spagna. Naturalmente non voglio azzardare paragoni con alcune regioni italiane. I catalani vogliono l’autodeterminazione del loro popolo sia per le differenze linguistiche e culturali che per ragioni prettamente economiche. Il dibattito è ancora in corso riguardo alla questione economica. Gli indipendentisti pensano che la Catalogna ci guadagnerebbe a separarsi, mentre gli unionisti ritengono che sia meglio per tutti suddividersi le spese. Personalmente non voglio cercare giustificazioni o cercare di comprendere i catalani. La questione è delicata e complessa. Bisogna anche ricordare che gli indipendentisti della Catalogna non sono antieuropeisti e vogliono rimanere nell’Ue. Allo stesso tempo l’Europa si è schierata a favore del governo centrale, anche se ha condannato l’uso della forza da parte della guardia civile. Ciò complica ulteriormente le cose e rende la realtà spagnola di difficile interpretazione. Ora non sappiamo cosa succederà. Forse ci sarà il dialogo tra governo centrale e parlamento della regione. Forse ci sarà una mediazione internazionale. Forse verrà decisa la sospensione dell’autonomia della Catalogna, essendoci un articolo della costituzione spagnola che prevede questo. In Spagna -come ho già scritto- ci sono gli indipendentisti e gli unionisti. Tutta Europa si divide tra indipendentismo di sinistra e centrismo di destra. Molti invece di pensare con la propria testa e con la propria coscienza seguono pedantemente la linea del loro partito. Personalmente ritengo che non sempre il popolo ai referendum ha dato prova di maturità: si pensi ad esempio alla brexit. Al di là delle prese di posizione, più o meno impopolari, va detto però che la repressione della polizia spagnola è stata troppo violenta. Non dovevano assolutamente permettersi di usare proiettili di gomma. È stato un vero miracolo che non ci sia scappato il morto. Ma in Spagna il pugno duro potrebbe paradossalmente aver dato più consenso a Rajoy. In fondo volevano solo votare e sarebbe stato un atto di civiltà garantire ai cittadini catalani di esprimersi alle urne senza subire violenza. Forse la Spagna con questa esibizione muscolare della polizia ha dimostrato che esiste ancora un retroterra culturale ed ideologico franchista. A mio avviso questa violenza ha dimostrato che la democrazia reale è a serio rischio in Spagna. Ciò va riconosciuto, indipendentemente da come la di pensi sull’indipendenza della Catalogna. Andare alle urne e votare per i catalani non era altro che esercitare un loro diritto democratico. Poco importa se non aveva alcun peso politico, legale ed istituzionale. Aveva senza ombra di dubbio importanza civile e democratica. Anche se poteva avere delle ragioni plausibili a contrastare l’indipendenza, il governo centrale di fatto è passato ad avere torto marcio. Staremo a vedere se perdurerà questo clima teso e se questo particolarismo regionale distruggerà la Spagna.

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Sul calcio

Santo protettore del calcio per alcuni snob ti venera solo l’italiano medio, ma anche Saba, Pasolini, Sereni, Alfonso Gatto, Soriano ti hanno amato. Arpino sulla disfatta della nazionale ai mondiali del 1974 ha scritto addirittura un romanzo. Per Pasolini il calcio era “l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo”. Per Camus il calcio era una metafora della vita. Il calcio inoltre è spettacolo non solo per quel che accade in campo(ad esempio una rovesciata che gonfia la rete, una azione corale che porta al goal, un disimpegno di un difensore, un dribbling stretto di un’ala, l’assist di un regista) ma anche per le coreografie sugli spalti. Borges era diffidente nei confronti del calcio perché non gli piaceva la folla, che è sempre imprevedibile e può travolgere chiunque nella calca. Oggi a dire il vero si può guardare la partita  da casa, anche se in poltrona non si può osservare la disposizione delle squadre in campo e il movimento senza palla dei giocatori. Questo sport però è troppo di massa per alcuni intellettuali che lo disprezzano. Secondo taluni è troppo volgare, è pura evasione. È un piacere che distrae le persone dai veri problemi. È l’oppio del popolo italico, perché secondo alcuni intellettuali “il popolino” vuole solo “panem te circenses”. Tuttavia questi hanno delle ragioni. Come non ricordarsi che questo sport fu uno strumento di  propaganda del regime di Mussolini e che gli uomini di Pozzo vinsero due mondiali sotto la dittatura? Forse il calcio milionario di oggi ha perso la poesia di un tempo con gli attuali diritti televisivi, i suoi calciatori strapagati e testimonial di pubblicità, le polemiche create ad arte per vendere più copie e per fare più ascolti(basta ricordarsi della cultura del sospetto e della presunta sudditanza psicologica degli arbitri che avvantaggerebbero la Juventus).  Il calcio di oggi inoltre è meno tecnico e più tattico ed atletico di un tempo. Oggi va detto anche che il nostro non è più il campionato più bello del mondo: siamo scesi nel ranking della Fifa. Molti ragazzi giocano a calcio nella squadra del quartiere e da sempre devono cercare di soddisfare le pregiudiziali dei genitori che li vorrebbero tutti campioni. Per  chi è affetto da ludopatia c’è il rischio di finire suicida per i troppi debiti con tutte queste scommesse. Poi ci sono i patiti del fantacalcio. Ci sono alcuni così sfegatati che mettono prima la squadra del cuore e dopo la moglie. Ci sono altri che vivono un conflitto  interiore perché sono marxisti convinti e nel weekend stravedono per campioni milionari. Il bello di questo sport comunque è quello di non essere una scienza esatta. Alcune partite sono da tripla. Vengono decise da episodi. Possono essere decise dalle prodezze degli attaccanti come da delle carambole nell’area di rigore.  Ma non c’è solo questo.  A onor del vero oggi il calcio è anche inciviltà. Santo protettore del calcio, probabilmente aveva ragione Nanni Balestrini quando scriveva che la violenza politica di un tempo è finita ed al suo posto è subentrata la violenza degli ultrà. Il potere forse ha chiuso un occhio quindi per quel che riguarda ciò che accade negli stadi, ritenendo forse che un certo tasso di aggressività fosse fisiologico in questa società: ancora oggi c’è un vuoto legislativo per perseguire legalmente chi delinque allo stadio. Santo protettore del calcio, bisogna ricordare però che anche Don Bosco in quella Torino povera e polverosa utilizzava la partita tra ragazzi per la trasmissione implicita dei valori. Il calcio insomma non è soltanto prestazione e risultati ma ha anche una funzione educativa. Santo protettore del calcio, hanno cercato di politicizzare le curve e per la legge del contrappasso la politica è diventata un tifo per questo o quel partito. Santo protettore del calcio, ricorda a chi ti odia e a chi ti ama troppo che il tuo è solo un gioco, che viene onorato con l’agonismo che non diviene cattiveria e con il talento che non irride l’avversario. Santo protettore del calcio insegna agli italiani ad essere sportivi prima ancora che tifosi.

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“Abdicatio” di Francesco Innella

Montanelli creava degli aforismi. Poi nelle conversazioni li citava e li attribuiva a grandi scrittori. Nessuno contestava o aveva da ridire. Ma si potrebbe fare anche il contrario: prendere degli aforismi di pensatori famosi e poi dire che sono nostri. Non tutti si accorgerebbero della truffa. Questo significa che l’aforisma è spesso una massima, una sentenza, un pensiero, una battuta: insomma un’opinione e dipende perciò non dalla logica ma dall’autorevolezza di chi ha creato la frase. L’aforisma non è un sillogismo. Karl Kraus vedeva in esso “una mezza verità” oppure “una verità e mezzo”. Ma forse esagerava. Sempre a tal riguardo si deve ricordare che si possono trovare aforismi che affermano una cosa ed altri l’esatto contrario. Celebre è l’aforisma di Longanesi: “eppure, è sempre vero anche il contrario.” Ad esempio Pittigrilli nel “Dizionario antiballistico” invertiva gli aforismi. Umberto Eco a riguardo ha definito questo genere di aforismi cancrizzabili, cioè reversibili. Altre volte l’aforisma si rivela una generalizzazione indebita, per cui oltre ad una piccola verità contiene una piccola bugia. L’oggettività quindi lasciamola a quelle che un tempo venivano chiamate scienze esatte. Alcuni potrebbero definire l’aforisma un’osservazione acuta. Ma anche in questo caso potremmo ricordare Popper, secondo cui prima di ogni osservazione ci sono sempre delle aspettative inconsce(e soggettive). Non solo ma bisogna dire anche che l’uomo moderno ha abbandonato la verità interiore in nome di quella scientifica. Ma anche essa non è mai definitiva e poi come pensava Simenon il Vero non sembra mai tale ed è così difficile riconoscerlo. Secondo il misticismo orientale non esiste il Vero assoluto, ma ogni istante ha la sua verità. Inoltre è sempre difficile trovare la verità umana perché ci sono caratteristiche che ci accomunano ed altre invece che ci rendono unici e irripetibili. È sempre così impegnativo trovare delle costanti antropologiche. Gran parte della conoscenza umana è instabile e relativa, a meno che non si voglia giungere a dei truismi. La ricerca spasmodica del Vero porta spesso a dei capovolgimenti come in alcune opere pirandelliane(“Ciascuno a suo modo”, “Così è(se vi pare)” e “L’uomo dal fiore in bocca”). Infine l’esistenza è complicata. Le figure retoriche molto spesso non riescono a esprimere la complessità dell’esistenza. Dire che la vita è un viaggio è usuale. Molte altre metafore a riguardo si rivelano dei luoghi comuni abusati ormai oppure addirittura inadeguate. Gli iperromanzi non riescono a descrivere tutte le possibili combinazioni dell’esistenza. Nessuno è riuscito ad esprimere totalmente in letteratura la casistica degli eventi, il rebus degli incontri, l’intrecciarsi delle storie e dei destini. Della vita e della realtà ne sappiamo sempre poco rispetto a quello che dovremmo sapere. Lo dimostra il fatto che perfino le domande ingenue dei bambini possono mettere in seria difficoltà intere schiere di cattedratici. Purtroppo come dicono i proverbi si impara a camminare solo cadendo e si impara solo a proprie spese. L’esperienza però spesso nella maturità , più che fornire utili insegnamenti, riesce a dare solo una corrucciata concezione della vita.
Questo preambolo era doveroso per sgombrare il campo da possibili fraintendimenti. Nonostante questi limiti però ogni aforisma può contenere un fondo di verità e ci sono grandi pensatori come Montaigne, Karl Kraus, Nietzsche, Pessoa, Canetti, Cioran, Oscar Wilde, Flaiano, Adorno, Gesualdo Bufalino che sono riusciti a dare un notevole apporto culturale tramite le loro massime sapenziali. Gli aforismi di Innella sono totalmente diversi. Infatti non cercano una verità, che spesso è illusoria o friabile, ma sono una sorta di cristallizzazione della sua realtà esistenziale, psichica e poetica. Talvolta assomigliano a delle annotazioni di un diario. Ma non lasciatevi ingannare. Sono frutto di autoanalisi incessante e di consapevolezza. Innella per scriverli ha dovuto guardarsi dentro e raccogliere il lavoro che ha fatto in anni ed anni su se stesso. Sono testimonianza del suo vissuto. Non importa sapere da cosa nasca questa conoscenza interiore. Non ci importa sapere l’apprendistato e neanche la formazione. Non ci interessa valutare questo suo lavoro da un punto di vista psicodinamico e neanche da un punto di vista meditativo. In questa sede non voglio di conseguenza fornire uno schema interpretativo, un modello esplicativo per far capire questo libro. Mi limiterò a fare solo delle riflessioni personali. Niente altro che questo. Ma andiamo avanti. Forse Innella è ispirato da una religiosità cosmica come ad esempio Einstein. A mio avviso è alla ricerca del numinoso. Quello che comunque ci interessa è che guarda dentro la sua anima e a tal proposito va ricordato che lo stesso Jung scrisse che la gente fa le cose più assurde per evitare di conoscersi dentro. Evitiamo ogni possibile equivoco: chi cercava epistemi sulla conoscenza umana e sui paradossi della logica potrebbe rimanere deluso. La stessa identica cosa dicasi per chi cercava delle rivelazioni sul significato della vita, che è sempre imprevedibile e inafferrabile. Il Nostro non scrive nemmeno astrazioni che possono dire qualcosa su come va il mondo. Non descrive i vizi e le virtù degli italiani. Non si scaglia con furia iconoclasta contro la civiltà dell’immagine. Non lancia invettive contro il potere. Non fornisce chiavi interpretative e non vuole dare al lettore punti di riferimento. Non dà sfoggio di dialettica. Non produce aforismi classici sentenziosi. Questo suo libro non è una “Critica della ragione pratica” asistematica. Non è costituito da speculazioni metafisiche. Non è un insieme di brillanti spiritosaggini. Non è una raccolta di detti intrisi di buonsenso contadino. Non è una summa di allusioni sessuali e di triviali doppi sensi tipici dei goliardici. Non è pura micro-fiction. Non è uno Zibaldone. Non è una autobiografia di un calciatore, un rapper, un ex tronista o un fashion blogger. Non è una serie di consigli pratici per raggiungere la felicità o l’equilibrio psicofisico. Non è fatto per dare indicazioni su un corretto stile di vita. Non vuole aumentare l’autostima o far evitare le frustrazioni a chi lo legge. La sua opera non è costituita da popolarissime frasi ad effetto da riportare e citare sui profili Facebook e su Twitter. I libri con queste peculiarità vanno certamente di moda attualmente, ma il libro di Innella è totalmente differente. L’autore si è prefissato altri scopi ed ha altri meriti. Riesce ad esempio a dichiarare la sua poetica che non tutti però possono comprender(“I versi sono il mio personale antidoto alla banalità”, “La mia poesia è legata al dato esistenziale”, “Ciò che mi costituisce è il mio sè poetico, che non ha nulla a che fare con il mio sè empirico”). D’altronde non può semplificare. Ogni poetica ha un carattere enigmatico e criptico. Non solo ma il poeta dà prova di distaccarsi dalle meschinità del mondo: un mondo assurdo caratterizzato dalla sperequazione economica in cui pochi hanno troppo e molti hanno poco e migliaia di persone muoiono di fame nel terzo mondo. Oserei dire che l’autore ha trovato una sua stabilità ed è originale in quanto non appartiene alla gran massa di dilettanti e neppure a chi esercita l’elitarismo nelle patrie lettere: non c’è bisogno di essere degli italianisti o avere la vis polemica di un critico militante per affermare ciò. Insomma per farla breve il suo talento poetico dovrebbe essere maggiormente valorizzato dagli addetti ai lavori e meriterebbe di essere conosciuto dal grande pubblico. Non voglio annoverare l’autore tra i geni incompresi perché negli anni ha ricevuto riconoscimenti e anche perché di solito in questa categoria sono inclusi artistoidi troppo estrosi e squinternati rompicoglioni: gli farei un torto perciò. Non posso dire di più della sua creatività. Forse la creatività in genere è la capacità di creare connessioni tra le cose più disparate. Ma ne sappiamo ben poco. Il cervello umano è formato da miliardi di neuroni e si ritiene che le sinapsi siano a sua volta una quantità incalcolabile. Un’altra cosa che mi è piaciuta è che non c’è traccia di irruenza e di frettolosità nel fare delle osservazioni in questa raccolta. L’autore può spiazzare talvolta per la sincerità con cui riflette sulla sua interiorità e per l’inclemenza con cui giudica se stesso. Non si perde in intellettualismi e ghirigori. Non mette mai troppa carne al fuoco e riesce sempre a dosare le forze. Non gli interessa fare considerazioni oggettive sulla natura umana, sui costumi e sulle leggi. Qualche volta descrive anche i suoi stati d’animo. Talvolta ci lascia dei dettagli della sua vita interiore. Si presenta così al cospetto dei lettori senza infingimenti. Mostra i turbamenti del suo animo senza nascondere le sue debolezze e i suoi difetti , che poi sono le debolezze e i difetti di ognuno alla fine. I suoi aforismi talvolta hanno una valenza universale proprio per questo motivo, mostrano cioè i segreti del suo cuore, che sono gli stessi degli altri uomini. Tutto ciò viene fatto senza ipocrisia e senza superbia. Tutto ciò viene fatto senza piagnucolare e neanche senza scadere in banalità, rifuggendo dalla sentenza a carattere gnoseologico oppure ontologico. Piuttosto rivela aspetti della sua vita e della sua personalità che non conoscevamo(“Subisco l’assedio dei miei simili”, “Sono prigioniero della mia individualità”, “Scivolo nelle mie ossessioni”, “Demoni feroci abitano dentro di me”). Mette a nudo i suoi pensieri ed i suoi umori. D’altronde sarebbe stata una fatica immane scrivere pensieri…utilizzando eccessivo pudore e reticenza! Un uomo per diventare ricco deve spesso avere prontezza, avere una certa propensione al rischio, essere iperattivo, essere determinato, accettare responsabilità e compromessi. Diversamente un uomo per diventare spirituale deve meditare, contemplare e scavare in profondità: questo è il caso del nostro poeta. Inoltre con le sue parole non vuole convincere, strumentalizzare, persuadere, intrappolare, ingannare. Piuttosto vuole comunicare nella maniera più autentica e non si lascia mai prendere la mano: infatti non si mette mai a strafare. Sa bene che la matassa è troppo intricata e impossibile da sbrogliare. Quale è il senso della nostra esistenza nessuno lo sa! Può benissimo darsi che siamo solo delle mosche che ronzano e che servono alla catena alimentare, finendo per rimanere impigliate in una ragnatela. Il paragone con le mosche potrebbe essere calzante perché come ci comunica Pasolini in “Salò o le 120 giornate di Sodoma” gli uomini sono coprofagi in una società consumistica. Il poeta comunque tramite la scrittura trova il modo di confessarsi e non solo di confidarsi semplicemente. Non fa mai sconti a se stesso. Si analizza e rivela le sue inquietudini. Ma non c’è niente di cui vergognarsi; la normalità è una utopia al mondo d’oggi e un certo tasso di nevroticità è fisiologico. Con ciò non voglio fare della psicoanalisi spicciola, ma nessuno è totalmente normale. Secondo la psichiatria la normalità è adattamento e la pazzia è disadattamento ma è difficile stabilire una netta linea di demarcazione. Lo stesso Erasmo da Rotterdam sosteneva che la follia è conoscenza. Alcuni hanno delle tare psichiche; altri invece psicologiche; altri invece esistenziali. Questo confessarsi è un atto di schiettezza e allo stesso tempo di onestà assoluta nei confronti del lettore. È perciò errato definirlo un nichilista perché riesce a scrivere per gli altri in cui riconosce per dirla alla Baudelaire dei suoi simili e dei suoi fratelli. Non è affatto un nichilista perché mostra con questo libro “l’immagine di Dio” impressa nel suo animo: la parte più profonda di se stesso, che è un mistero che nessuno riuscirà mai a sciogliere. Inoltre non va confuso il nichilismo con l’esoterismo di altri lavori dell’autore, che hanno bisogno di codificazione da parte di studiosi; va ricordato infatti che le poesie sono spesso frutto anche di simbolismo e trasfigurazione. In poesia la verità può essere anche “obliqua”. Invece per me il contenuto di verità di questa raccolta è determinato dalla capacità introspettiva dell’autore. In questi aforismi Innella non procede tramite freddi ragionamenti deduttivi e al contempo non fa mai l’illusionista con le parole perché svela l’arcano, per quanto possibile, su se stesso. Ci porta in zone inesplorate della sua personalità. Compie un viaggio della coscienza grazie alla sua visione interiore. Dal punto di vista fenomenologico si può notare la circolarità tra io e mondo. Come scrive il professore Eugenio Borgna “l’io si riflette nel mondo e il mondo si rispecchia nell’io”. Nonostante un certo smarrimento esistenziale(d’altronde non potrebbe essere altrimenti: siamo stati gettati in un mondo talvolta ostile) il poeta ha una relazione coerente e razionale con la realtà. Non solo ma ritengo che ogni frase di questa raccolta sia terapeutica ed abbia un grande effetto catartico per chi l’ha scritta. Non scordiamoci che in generale la scrittura e la biblioterapia possono essere ottimi rimedi curativi. L’autotrascendenza(ovvero cercare di superarsi sempre) può vincere la noia, il male oscuro e il vuoto esistenziale. È per questi motivi che questa opera è propedeutica alla comprensione della attività poetica del Nostro. In questo senso può essere considerata anche extraletteraria. Forse potremmo definirla addirittura metaletteraria. A mio avviso ogni aforisma in questo caso specifico è un passo sulla via dell’individuazione. Innella ci sprona all’autoconoscenza. Ognuno scelga la sua strada. Alcuni potrebbero trarre giovamento dalle psicoterapie ed altri dai misticismi orientali. L’importante è non fermarsi agli strati più superficiali della propria essenza e cercare di usufruire per quanto possibile delle potenzialità inespresse. Posso quindi affermare che questo libro è una lettura stimolante perché riesce a coniugare saggezza e spiritualità(non bigottismo). Questo non è poco, considerando lo spirito del tempo. Nella nostra epoca e nella nostra società occidentale infatti come scrive Guido Ceronetti “un uomo che legga ad alta voce versi o testi spirituali, in solitudine, passa per squilibrato”. Viviamo in una “società liquida” in cui tutto è mobile e niente è certo tranne la morte. La realtà è sfuggente. Viviamo nell’epoca della post-verità. Il logos in definitiva ha avuto la meglio sul pathos. Molti forse pensano che la spiritualità e la saggezza siano inutili al mondo d’oggi e che siano le presunte qualità di chi ha tempo da perdere. Terzani pensava che, nonostante gli enormi progressi scientifici, l’uomo contemporaneo non era ancora in pace con se stesso. E. Fromm scriveva in “Anatomia della distruttività umana” che nonostante il progresso scientifico l’uomo è sempre più sopraffatto dalla aggressività maligna: a dire il vero secondo lo studioso è proprio la disumanità della società industriale a renderlo ancora più violento e sadico. Si pensi a tutte le guerre dimenticate nel globo terrestre. È per tutte queste ragioni che l’autore vorrebbe cercare di risvegliare dal torpore le persone, ma forse la scrittura come pensa Vecchioni è un amore non corrisposto. Bisogna dire infatti che non tutti riescono a cogliere la spontaneità e la gratuità di questo atto d’amore, specialmente oggi che domina l’homo oeconomicus e la razionalità strumentale. Il poeta con questa opera descrive i contenuti della sua coscienza e molte sfaccettature della sua interiorità; aggiunge così dei tasselli al mosaico della sua persona che permettono di capire di più il suo immaginario e il suo stile.

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Scrittori, tv e web

Per essere artisti non è necessario essere dei buoni oratori, ma in questa società mediatica è una grande facilitazione. Gli artisti oggi vengono intervistati, presentano i loro libri e spiegano le loro poetiche in conferenze stampa, in libreria oppure alla televisione. Da questo punto di vista sembra di essere ritornati ai tempi dell’oratoria greca o dell’ars dicendi latina, anche se forse quella attuale è una misera parodia. Ora l’oratoria la chiamano public speaking. Vengono tenuti corsi per insegnare strategie comunicative vincenti e vengono chieste le consulenze di psicoterapeuti per vincere blocchi emotivi che ostacolano le persone a parlare in pubblico. In qualsiasi modo la si veda non bisogna confondere la spigliatezza, che è frutto di estroversione e vivacità, con il vero talento artistico. Ci sono artisti che possono essere di talento e allo stesso tempo essere così timidi, emotivi, ansiosi da risultare impacciati ed afasici. Di solito gli artisti sono complessati e saturnini. Ci si ricordi che anche in “Lezioni americane” di Calvino viene menzionato il temperamento saturnino di chi scrive. La spigliatezza inoltre dipende dal tipo di personalità(non solo dall’area di Broca) e non è assolutamente un tratto distintivo del talento. Per essere dei buoni saggisti bisogna principalmente avere senso critico e un poco di cultura. Per essere scrittori e poeti bisogna essere creativi ed estrosi. Però ora parlare velocemente ed avere una buona dialettica aiuta notevolmente per bucare lo schermo, fare polemiche, avere la meglio in una lite televisiva. Ad onor del vero uno può parlare molto velocemente e dire un sacco di fesserie(oppure di banalità) ma ciò non importa più: sono finiti i tempi quando segni di cultura venivano considerati la ponderatezza e la riflessività. Oggi il pubblico televisivo, formato anche da diverse migliaia di analfabeti di ritorno, non sa valutare effettivamente il contenuto, la qualità del discorso, il fatto che un autore parli o meno con cognizione di causa. Pensa istintivamente ed ignorantemente di giudicare chi sa parlare e chi no in base al fatto che un autore dimostri di avere una certa parlantina o meno. In una lite televisiva inoltre vince chi urla di più e riesce a essere più becero e qualunquista. In televisione non c’è tempo per i sottili distinguo e l’esposizione pacata di tutte le argomentazioni. Non c’è bisogno di essere dei retori o dei fini dicitori, che persuadono con la loro eloquenza sopraffina il pubblico. È un tipo di comunicazione in cui conta più saper prendere per la pancia i telespettatori che saper mostrare le competenze acquisite. Diciamocelo onestamente: talvolta chi fa televisione è superficiale e non pensa che sta entrando nelle case degli italiani, mentre i telespettatori sono spesso distratti. In televisione vince sempre la semplificazione e la massa crede quasi sempre a quello che viene detto in un talk show. Visto che ci sono opinioni contrastanti diventa vero tutto e il contrario di tutto. L’importante per affermare le proprie idee è essere tracotanti e ridondanti. Ogni opinionista, non importa se esperto o meno in qualche ramo dello scibile, acquista subito una straordinaria autorità agli occhi del pubblico. Il piccolo schermo è il regno delle dicotomie e non c’è spazio per le sfumature. Ogni intellettuale che va in televisione mostra una rappresentazione distorta del suo pensiero perché è costretto ad esporre concetti elementari per farsi capire ed è anche costretto ad autocensurarsi. Non solo ma se uno scrittore si rivela troppo noioso il pubblico può subito cambiare canale. Non bisogna essere esperti di comunicazione di massa per capirlo. Oggi i telespettatori hanno l’imbarazzo della scelta: più di cento canali dove trovano telequiz, telepromozioni, documentari, film , sceneggiati. Eppure lo scrittore rischia sempre di apparire farraginoso quando parla del suo libro perché come scrive Milan Kundera lo spirito del romanzo è lo spirito della complessità. Che ne sarebbe attualmente di Kafka, Proust, Musil, Joyce, Svevo, Moravia, Pavese? Si pensi a tale proposito alla difficoltà di promuovere una opera ibrida oppure un romanzo saggio in pochi minuti nel piccolo schermo. Gli scrittori vanno in TV per raggiungere un pubblico più vasto ma siamo così sicuri che riescano veramente in questo intento? Povero Lukacs per cui il romanzo per essere tale doveva mostrare la problemacità del reale e doveva aspirare alla totalità! Bisogna però a tale riguardo ricordarsi che per Angelo Guglielmi l’intellettuale doveva dimostrare chiarezza espositiva. Poteva analizzare la crisi del linguaggio ma non doveva utilizzare paroloni comprensibili solo ai letterati e scrivere in una struttura sintattica barocca. Insomma l’artista per essere veramente comunicativo non dovrebbe semplificare troppo e neanche complicare ulteriormente le cose. Ma non è solo questo il discorso. Un tempo gli intellettuali andavano in TV per orientare l’opinione pubblica ma ora non esiste più l’opinione pubblica. Non dimentichiamoci inoltre che i programmi ad hoc per gli scrittori sono diminuiti. Anni fa ogni sera andava in onda il Maurizio Costanzo show. Daria Bignardi non intervista più nessun artista. Oggi invece l’unico programma che riesce a dare realmente visibilità ad uno scrittore è quello di Fabio Fazio. Ci sarebbe anche la trasmissione notturna di Marzullo ma l’audience è inferiore. Masterpiece, che era un interessante talent sulla scrittura, non ha avuto un seguito. Restano i talk show di attualità, spesso faziosi e politici, che possono dare visibilità agli intellettuali. Sono lontani gli anni in cui Baricco e Sgarbi potevano fare periodicamente i divulgatori in TV rispettivamente della letteratura e dell’arte. Ritornando al successo televisivo va detto che anche l’aspetto fisico per bucare lo schermo può rivelarsi determinante. Un artista avvenente ha più probabilità di lasciare il segno. In televisione ci sono molti Big Jim e molte Barbie. Ad una certa età molti personaggi del mondo dello spettacolo per essere sempre piacenti si rifanno dal chirurgo estetico e si mettono i denti di porcellana. L’apparire insomma conta molto più dell’essere. Una altra cosa importante è la dizione. Il pubblico televisivo giudica negativamente le inflessioni e i termini dialettali del centro e del sud. Lo sanno bene le showgirl e i presentatori che fanno corsi di dizione e parlano sempre l’italiano che si parla al settentrione. Ciò forse è dovuto al fatto che le grandi case editrici e Mediaset sono al nord. Forse è dovuto al fatto che il nord è più industrializzato rispetto al resto della penisola. Oppure forse è dovuto anche all’ascesa in questi anni della lega nord e alla diffusione della sua mentalità. Viene da chiedersi che cosa ne sarebbe oggi del povero Leopardi, che aveva una cadenza marchigiana. Sono davvero pochi gli artisti che trasgrediscono queste regole non scritte e sembra a molti quasi un vezzo che possono permettersi quando sono maestri venerandi. Mario Luzi parlava fiorentino forse soltanto perché era di una altra epoca? Chissà?!? Probabilmente imiteremo anche in questo gli americani. Probabilmente faremo come in America che insegnano a scuola a parlare in pubblico. Eppure un grande scrittore come Italo Calvino dichiarò che lo scrittore non doveva mostrarsi. Non doveva concedersi troppo e doveva essere schivo e riservato. Secondo Calvino erano le opere che dovevano essere messe in primo piano: l’esatto contrario di quello che viene fatto oggi. Più recentemente S. King ha scritto nel suo saggio “On writing” che per fare lo scrittore bisogna principalmente leggere molto e scrivere molto: niente altro che questo. Un tempo erano diversi gli artisti che la pensavano come Calvino e S.King. Oggi sono una rarità. Senza ombra si dubbio ci sono anche autori che non sono affatto presenzialisti nel piccolo schermo e che scrivono bestseller. Questo è dovuto in gran parte al fatto che anche se non sono personaggi nazionalpopolari scrivono comunque dei romanzi nazionalpopolari, che trattano esclusivamente di una delle quattro s(ovvero sangue, sesso, soldi, sentimento). Indipendentemente dalla bravura è pacifico che chi scrive romanzi sperimentali è più svantaggiato ed è destinato a restare un intellettuale di nicchia. Sono mosche bianche coloro che vendono molto e non sono nazionalpopolari o non scrivono libri nazionalpopolari. Ad esempio Andrea De Carlo è una eccezione ma molti intellettuali lo considerano troppo commerciale. Forse l’unico che riusciva ad accontentare pubblico e critica, non apparendo troppo in televisione, era il compianto Umberto Eco. Non venite a dirmi di Elena Ferrante che è solo un caso isolato, che non fa testo. Viene però da chiedersi se l’utilizzo dei social da parte degli scrittori e gli eBook possono essere nuove strade percorribili in futuro. Ci sono già stati romanzi che sono diventati casi letterari e hanno avuto un successo inaspettato grazie al passaparola sui social network. Comunque da questo punto di vista forse siamo ancora agli inizi.

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Uomini e animali

Si dice che il cane sia il miglior amico dell’uomo. Non ho niente in contrario all’affetto che si prova nei confronti di un animale domestico. Non c’è niente di male ad affezionarsi ai cani ad esempio perché possono darci molto calore. Non è un caso che la pet therapy sia sempre più diffusa e che i cani siano diventati dei coterapeuti. I cani inoltre possono diventare poliziotti e guide per ciechi. Possono salvare vite umane al mare e possono essere messi a guidare un gregge di pecore. Possono fare da guardia e difendere la proprietà. I cani possono colmare vuoti e carenze affettive. L’alleanza tra uomo e cane risale agli albori dei tempi. Forse è uno dei primi segni di civiltà. Anche nell’Odissea si narra di Ulisse mascherato che viene riconosciuto dal suo fedele cane Argo, che ha un fiuto molto sviluppato. In situazioni di estrema indigenza talvolta gli uomini hanno mangiato anche animali domestici ed è una cosa che oggi ci disgusta e che non troviamo accettabile. Però in questi ultimi anni è nato un nuovo tipo di fascismo. Ci sono animalisti che danno dei vivisettori a ricercatori biomedici e che vorrebbero mandare al rogo i cacciatori. Ci sono vegani che volentieri condannerebbero a morte macellai ed allevatori. Per alcune persone vengono prima i diritti degli animali di quelli degli esseri umani: diciamo che alcuni spostati rovesciano totalmente la priorità che dovrebbe esserci naturalmente. La vera civiltà sarebbe ritenere sacra la vita umana. Invece a questi singolari individui non importa che la scienza medica non può esimersi da utilizzare cavie animali per salvare vite umane. Non importa neanche che gli ungulati, i caprioli e altri animali stiano devastando i campi dei coltivatori diretti. Alcuni animalisti hanno deciso di non andare più a fare le vacanze in Trentino perché gli amministratori hanno deciso di far abbattere un orso che aveva ferito gravemente un uomo. Ci sono animali pericolosi socialmente ma a loro questo non interessa minimamente. Non solo ma molti oggi hanno animali domestici in casa che viziano oltremodo e oggi ci sono sempre più estetisti per animali domestici. Crescono a dismisura i pet shop e ci sono sempre più dog sitter. A mio avviso questa è follia pura. Naturalmente è follia pura anche il bracconaggio. Ci sono bracconieri che uccidono rinoceronti per appropriarsi dei corni. Vengono anche fatte delle vere mattanze di balene dalle flotte giapponesi. Questi sono solo due esempi eclatanti ma ci sono molti casi di uomini che uccidono o maltrattano gli animali. Ci sono molte specie animali a rischio di estinzione e l’umanità fa ben poco per salvaguardarle. L’uomo contemporaneo inoltre non rispetta l’ecosistema e danneggia con l’industrializzazione l’ambiente. Ma tutto ciò potrebbe ritorcerglisi contro. Molte specie di pipistrelli sono a rischio. Eppure questi ultimi sono utilissimi all’uomo perché si nutrono di zanzare. E che dire delle api, che sono necessarie ed anche esse a rischio? Non solo ma è ormai dimostrato che i bambini che compiono atti di crudeltà nei riguardi degli animali da grandi avranno più probabilità di diventare antisociali e violenti nei confronti dei loro simili. Ci sono naturalmente anche casi opposti. Hitler ad esempio amava molto gli animali e fu il responsabile principale dell’Olocausto. Attualmente ci sono alcune realtà come quella dello zoo e quella del circo che a mio avviso non dovrebbero avere più modo di esistere. Gli animali non dovrebbero essere messi in cattività e neanche ammaestrati con la forza bruta. La vera civiltà a mio avviso sarebbe trovare una giusta misura tra l’eccessivo amore per gli animali e l’insensibilità totale nei loro confronti. Ma siamo ancora lontani. Forse non giungeremo mai ad essere così equilibrati.

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Sulla mafia

Alcuni servitori dello stato sono costretti a vivere sotto scorta e a spostarsi con auto blindate. Molti sanno e non parlano perché hanno paura di essere uccisi. L’omertà talvolta comunque non significa solo paura ma anche contiguità. Fino a qualche decennio fa molti sostenevano addirittura che la mafia non esistesse. Nessuno sa come e perché sono nate le mafie. Nessuno sa con certezza se le mafie siano scaturite dall’arretratezza economica di certe aree del Sud un tempo(oggi c’è crisi economica in tutto il paese) oppure dalla struttura sociale. Nessuno sa con certezza se le mafie siano state determinate dal familismo amorale, dal fatto che ognuno tiene famiglia, dallo scarso civismo oppure no. C’è chi dice che la mafia sia dovuta alla particolare storia del Sud: ad una pessima unità di Italia, alla repressione del brigantaggio. C’è chi dice che la mafia si respiri come l’aria. C’è chi dice che è stata causata dalla mancanza di acqua. C’è chi dice che tutto nasca dai gabellotti. C’è chi dice che la colpa è dello stato che è assente e latita. Nessuno sa con certezza. Molti studiosi hanno fatto molteplici ipotesi e dato le più svariate interpretazioni. Quello che voglio far notare piuttosto è che anche i cosiddetti malvagi talvolta hanno un volto umano e con questo non voglio enfatizzare le supposte virtù dei boss mafiosi come fanno già da tempo immemorabile gli affiliati alle cosche. Probabilmente questo accade perché la strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni. Forse accade perché come scrive Ivano Fossati “i cattivi poi così cattivi non sono mai”. Oppure questo avviene perché in alcune circostanze alcuni di noi sanno vedere la bontà anche nell’uomo più malvagio. Forse c’è un Dio nascosto in ognuno di noi. Io comunque ho una mia opinione in merito. A mio avviso alcuni mafiosi hanno una loro singolare forma di religiosità che non vuol dire necessariamente avere dei valori. Alcuni hanno un loro codice e si ritengono uomini di onore. Nell’immaginario di alcune persone i mafiosi un tempo difendevano i più deboli e rispettavano le mogli degli altri. Alcuni ancora oggi pregano ed hanno fede, nonostante fin dalla tenera età siano stati abituati a trasgredire le leggi dello stato e i principi etici della comunità. Molti appartengono ad una famiglia mafiosa e sono stati affiliati da ragazzini. Per molti di loro è difficile uscire dalla mafia e fare come ha fatto a sue spese Peppino Impastato. Infatti fin dalla tenera età sono stati costretti a credere in certi disvalori. Fin dalla giovinezza sono costretti a crescere in fretta, ad estorcere denaro, a spacciare droga, a rubare, a rapinare, a uccidere. In fondo quando ad un mafioso viene ordinato di uccidere non può che obbedire se non vuole essere ucciso. Altri diventano mafiosi perché si ritrovano disoccupati. Altri diventano mafiosi perché vogliono fare i soldi facili. Ma che dire di chi nasce mafioso? Quanto è difficile dire no alla mafia per loro? In fondo vorrebbe significare dire no ad un sistema che ha dato e riesce a dare da mangiare alle loro famiglie. Vorrebbe significare rinnegare tutti i propri famigliari. Pochissimi riescono a pentirsi come fa l’Innominato nel romanzo del Manzoni. Come fanno a ribellarsi se hanno ricevuto una certa educazione e se appartengono ad un determinato contesto sociale? Alcuni allora compiono azioni criminali e nonostante ciò cercano di mantenere un cuore puro. Vorrebbero cambiare ma la loro vita procede per inerzia. Hanno paura. Dire no alla mafia vorrebbe dire sfuggire ai propri famigliari e amici che vorrebbero uccidere i pentiti. Con questo non voglio giustificare alcunché. Voglio solo cercare di capire. Alcuni mafiosi cercano di essere amorevoli padri di famiglia e premurosi mariti. Spesso anche le loro donne sono pie e devote. Pregano per il marito ininterrottamente. Eppure nonostante la loro morigeratezza sono sempre a fianco del marito mafioso, trasmettono ai figli i codici mafiosi, condividono e rispettano tutte le scelte criminali del congiunto. Sono uomini e donne che vivono contraddizioni insanabili e laceranti. Che cosa può spezzare questa catena? Apparentemente niente sembra efficace. Forse bisogna sperare che domani i mafiosi riescano a riciclare tutto il denaro(pecunia non olet…dicevano gli antichi) e diventino a tutti gli effetti imprenditori, che per grazia divina rifiuteranno di usare metodi violenti? Dobbiamo forse sperare in questo? Sarebbe giusto forse per coloro che sono sempre stati onesti? Dobbiamo sperare che lo stato intervenga con un esercito di maestre elementari(come sosteneva Bufalino), con dei grandi investimenti al Sud e con una repressione efficace delle forze inquirenti? Oppure è già troppo tardi perché le mafie hanno già inquinato l’economia di tutto il mondo e quello che possiamo fare è assistere impotenti alla loro proliferazione? Lo stato riuscirà a vincere il controllo del territorio delle mafie in alcune zone dell’Italia? Qualcuno riuscirà a distruggere gli intrecci tra mafie, politica, economia, massoneria, apparati dello stato? Qualcuno riuscirà a rompere i fili delle mafie con la buona borghesia? Qualcuno riuscirà ad arrestare tutti i colletti bianchi che lavorano per le mafie? Qualcuno riuscirà a denunciare tutti i compromessi della società civile con le mafie? Bisognerà aspettare grandi eventi storici che determineranno una nuova struttura sociale ed economica? Nessuno ce l’ha fatta a sconfiggere la mafia. Non ce l’hanno fatta il prefetto Mori, il generale Dalla Chiesa e neanche i giudici Falcone e Borsellino. È forse invincibile oppure anche questa forma di criminalità organizzata avrà una fine? L’associazione di stampo mafioso e il carcere duro non sembrano sortire grandi effetti. La mafia oggi è ancora potente, anche se uccide meno che in passato. Una cosa però è certa: da qualsiasi punto di vista lo si guardi questo è un fenomeno con cui “rompersi la testa” come scriveva Sciascia.

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Sulla verità umana

La verità della scienza è sempre provvisoria e perfettibile, anche se è conoscenza oggettiva. La verità umana(quando è presente nell’arte) invece secondo me è sempre parziale. Essa può essere verità che racchiude il sentire oppure il pensare. Per verità nell’arte si intende una rivelazione(non certo una ovvietà) priva di praticità, spesso causata da una speculazione e da un continuo interrogarsi. Nella poesia a mio avviso ci sono sostanzialmente questi tipi di verità umana: la verità interiore, la verità della natura, la verità storica, la verità sociale. La verità interiore comprende la descrizione di stati d’animo, stati mentali, associazioni, illuminazioni, sentenze, impressioni, percezioni, riflessioni, pensieri metafisici, considerazioni filosofiche ed esistenziali. A tal proposito ricordo che S.Agostino scriveva che “la verità abita nell’interiorità dell’uomo”. La verità interiore spesso è dovuta ad un atteggiamento sapienziale e gnomico. Comunque può essere determinata non solo da estenuanti meditazioni ma anche da felici intuizioni e folgorazioni. Però  come sostenevo all’inizio è parziale perché ad una teoria si può sempre contrapporre una teoria complementare. Ogni verità di questo tipo può essere sempre capovolta e confutata da qualsiasi altro autore. A mio avviso nessuno è depositario assoluto della verità perché la verità umana non è mai un assoluto. La verità umana, anche quella frutto del pensiero più saggio e profondo, è sempre scaturita da un punto di vista. Ogni poesia è figlia di una determinata angolatura. La verità della natura riguarda la descrizione dei paesaggi e più in generale di quello che un tempo si chiamava creato. Zanzotto ad esempio ha rappresentato in modo esemplare il suo Veneto. Questi sono i due tipi di verità umana più diffusi nella poesia antica e moderna. Ma una poesia come “Muore ignominiosamente la Repubblica” di Mario Luzi ad esempio descrive magistralmente il clima degli anni settanta, segnati dal terrorismo. Quando l’ha scritta si riferiva a degli eventi di cronaca nera. Oggi questa lirica è verità storica. Come altro esempio posso citare “Diario d’Algeria” di Sereni che rappresenta la prigionia  del poeta durante la seconda guerra mondiale. Questa raccolta testimonia una particolare condizione di un certo contesto storico. “La ballata di Rudi” di Pagliarani invece ci racconta l’Italia degli anni cinquanta, descrivendo alcune figure disoneste. Giovanni Giudici ha descritto il lavoro impiegatizio in una grande città industriale nella seconda metà del novecento. Queste sono anche verità umane sociali. Lo stesso Baudelaire, che ne “I fiori del male” descrive le prostitute dell’epoca, è un poeta che restituisce pienamente la marginalità  sociale della Francia di quegli anni. Naturalmente la poesia comunica e veicola messaggi in modo molto particolare, indipendentemente dal fatto che il poeta sia veggente, orfico, razionalista, neorealista, ermetico o della neoavanguardia. Per Vittorio Sgarbi il disagio è il fondamento stesso dell’arte contemporanea. Giovanni Raboni sosteneva che la lingua della poesia fosse irrazionale e nel corso del novecento questa particolare arte lo ha spesso dimostrato raffigurando la crisi del linguaggio nella società consumistica, dominata dai mass media. La poesia quindi non sarebbe più pura e semplice nominazione. Comunque tutte queste forme di verità a cui giungono gli artisti sono dovute secondo me all’interazione tra conoscenza teorica ed esperienza di vita. Ma c’è anche chi la pensa diversamente. Ci sono alcuni filosofi come Vattimo che pensano che l’arte non dica niente di più sul mondo. Quindi essa sarebbe soltanto un’interpretazione come un’altra della realtà. Secondo questa scuola di pensiero l’artista non vedrebbe il reale da un osservatorio privilegiato e la sua opera non aggiungerebbe niente alla conoscenza della realtà. Per Platone l’arte è semplice copia di una copia. Per Giorgio Manganelli la letteratura è menzogna. Per il raffinato intellettuale ogni scrittore non è altro che un buffone ed un uomo inutile. Anche per Picasso l’arte è una menzogna che si avvicina alla realtà. Per Pessoa il poeta è un fingitore, che non prova veramente le emozioni; utilizza solo l’immaginazione. L’arte in effetti può essere considerata menzogna in quanto è anche causata dall’astrazione e dalla trasfigurazione. Può essere quindi anche specchio deformante della realtà. L’artista, anche quello più realista, è un testimone del mondo ma il mondo cambia incessantemente e ciò che può dare l’opera d’arte è soltanto la visione dell’artista in quel particolare periodo. Inoltre l’arte può anche non essere verosimile e può prescindere dalla verità; può essere pura evasione ed essere irreale: può anche essere “arte per l’arte”. Per Borges l’arte vuole sempre “irrealtà invisibili”. Infine per Kant ricercare la bellezza non significa approdare a una verità. Ma ci sono anche illustri pensatori che ritengono che l’arte sia verità. Secondo Aristotele essa può raggiungere una dimensione universale. Keats scrive che “la bellezza è verità e la verità è bellezza”. Per Heidegger l’opera d’arte è verità in quanto esprime un mondo e non è solo una semplice copia della realtà: è apertura di un mondo. Per Gadamer l’opera d’arte è arricchimento ontologico perché ci fornisce nuove prospettive da cui guardare il mondo e ci dona nuovi tipi di figurazioni. Il filosofo fa l’esempio della Provenza rappresentata dai quadri di Van Gogh, che aggiungono alla nostra conoscenza una nuova visione del mondo. C’è anche un’altra scuola di pensiero secondo cui la verità è sovrumana e l’uomo non può che tendere asintoticamente ad essa senza mai raggiungerla. Insomma l’arte è un mistero. Esiste da sempre ma l’estetica intesa come disciplina esiste soltanto da pochi secoli. Ognuno perciò scelga i propri maestri e la pensi come vuole.

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Sul terrorismo

Isis è ovunque. Non è solo in Iraq e Siria ma si annida anche nei social network. Forse ci vorranno anni ed anni prima di debellarlo. Riesce sempre a reclutare giovani estremisti che odiano noi occidentali, che non comprendiamo l’estremismo islamico perché oggi in Europa nessuno ucciderebbe in nome di Dio: piuttosto qui si uccide per motivazioni molto più “egoistiche” come il movente passionale o il denaro. L’Occidente è sempre più laico e secolarizzato. Marx, la sinistra hegeliana, Nietzsche e Freud hanno colpito le radici del cristianesimo.  Il fanatismo religioso perciò non possiamo più comprenderlo ma questo non significa assolutamente che siamo superiori eticamente; in noi semplicemente albergano altre forme di fanatismo. Non comprendiamo il suicidio che diviene strage e che consentirebbe  l’ingresso nel paradiso e la disponibilità di vergini. Quindi non  sono la povertà e la disperazione che hanno portato questi giovani a compiere simili gesti. Spesso erano nati e cresciuti in Europa ed avevano un lavoro come milioni di loro coetanei. Comunque aumentano gli attentati. Le istituzioni mettono blocchi di cemento, dispositivi di sicurezza in plastica e fioriere a protezione delle aree pedonali per difenderci dagli attentati con i camion. La polizia ad alcuni eventi controlla tutti con i metal detector.  In nome dell’ordine e della sicurezza stiamo rinunciando progressivamente alle nostre libertà e alle nostre bellezze. Nel frattempo cresce la psicosi collettiva. In piazza San Carlo a Torino per la finale di Champions League abbiamo avuto la dimostrazione di cosa possa fare il panico: una giovane donna morta, centinaia di feriti calpestati nella calca. Qualcuno aveva gridato che c’era una bomba e tutti si sono messi a scappare; in pochi istanti è scoppiato il caos. Per comprendere l’irrazionalità e l’emotività di ciò che accade in certi frangenti basta leggere “Psicologia delle masse e analisi dell’io” di Freud. In una folla basta niente per scatenare la paura e la fuga. Le forze dell’ordine possono fare ben poco. Forse in questi casi la prevenzione è più efficace della repressione. Comunque la massa può diventare sempre incontrollabile, ingestibile, imprevedibile. I terroristi ci hanno messo addosso la paura di frequentare i luoghi pubblici delle città: all’estero hanno colpito persone che camminavano pacificamente nei viali pedonali. Possono colpirci ovunque: in un ristorante, in un supermercato, in un luogo di culto, ad un concerto, allo stadio. Statisticamente è più probabile morire in un incidente di auto o di un malore che essere uccisi dall’Isis, ma la nostra psiche di fronte alle immagini viste continuamente in televisione resta comunque vulnerabile ed indifesa. La psicologia cognitiva ci insegna che molto spesso valutiamo la probabilità che si verifichino degli eventi in base al loro impatto emotivo e alla facilità o meno di ricordarli. Ad esempio pensiamo che la probabilità di morte in incidente aereo sia più elevata che in automobile, mentre oggettivamente è il contrario. Questa distorsione cognitiva è nota come euristica della disponibilità. Molti sono colpiti nella parte più ancestrale ed atavica della loro psiche. Si sentono sotto attacco e la loro reazione è istintiva e primordiale: paura ed odio nei confronti dello straniero, che viene identificato come nemico. Alcuni si sentono aggrediti e perciò aggrediscono. In periodi critici come questo siamo più fragili perché la civiltà, che organizza la vita sociale e reprime gli istinti, è messa a dura prova e viene talvolta destabilizzata. Le fondamenta su cui poggia la nostra democrazia sono instabili. Non ci sono meccanismi di difesa intrapsichici che tengano. L’Occidente ormai è in preda a una perenne isteria di massa, a una persistente crisi psicotica collettiva. Ma tutto ciò è solo una delle possibili spiegazioni della xenofobia presente in Europa e non certo una giustificazione. L’amara realtà è che il terrorismo condiziona le nostre abitudini e le nostre vite. L’amara realtà è che dobbiamo superare i blocchi emotivi che ci tengono prigionieri e la cosiddetta paura della paura. La cosa forse che ci incute più terrore è che gli attentatori non hanno alcun tratto distintivo particolare. Chiunque può essere sospetto.

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Sull’immigrazione

Non voglio snocciolare dati. Inizialmente gli studiosi si avvalevano dei dati per corroborare ipotesi. I politici invece li utilizzano in modo fazioso per corroborare le loro opinioni. Prendono solo quelli che confermano le loro credenze. La mente umana a onor del vero tende più alla verificazione che alla falsificazione con buona pace di Popper. Non voglio nemmeno mettermi a disquisire di pluralismo, multiculturalismo ed universalismo. Non voglio trattare della globalizzazione, che ha tolto dalla povertà alcuni paesi ed ha allo stesso tempo tolto il primato economico agli Stati Uniti. Per il resto non faccio previsioni e non ipotizzo scenari. Io non sono un politico e non so cosa succederà. Al momento tutti pensano al terrorismo. I progressisti però dicono che non c’è alcuna relazione tra terrorismo islamico ed immigrazione incontrollata. Dichiarano che i terroristi non arrivano certo sui balconi ma sono immigrati di seconda o terza generazione, che non sono stati integrati nella società. Affermano che i terroristi siano i classici lupi solitari. Sostengono che non c’è niente di cui preoccuparsi e che i flussi migratori non si possono controllare: ci sono sempre stati. Inoltre noi dovremmo avere il dovere di accogliere tutti e di aiutarli, senza fare alcuna distinzione tra profughi e migranti economici. Sostengono che non dobbiamo considerare nessuno clandestino e che queste persone non rimarranno in Italia ma se ne andranno in altri paesi europei più ricchi del nostro, che sarebbe soltanto una tappa del loro cammino. Gli stessi ritengono che dobbiamo dare cittadinanza a tutti e che deve esserci lo ius soli e lo ius culturae: al momento la legge prevede solo il diritto di sangue. Ritengono che gli immigrati siano necessari e che facciano lavori che non fanno più gli italiani come raccogliere pomodori ad esempio. Pensano che gli immigrati siano fondamentali per le pensioni degli italiani. I conservatori ritengono invece che gli immigrati tolgano lavoro agli italiani e che troppi immigrati siano ospitati in alberghi a non fare niente. Citano una frase attribuita a Confucio: non bisogna dare il pesce ma la canna da pesca alle persone. Secondo loro non si può far venire tutti gli africani in Italia. Per i conservatori gli immigrati andrebbero aiutati a casa loro. Dicono anche che i cervelli italiani stanno emigrando, mentre molti immigrati diventano preda e manovalanza della criminalità organizzata nostrana. Affermano anche che i progressisti vogliono dare il voto agli immigrati per puro calcolo politico(per una sorta di cooptazione, pensando che gli immigrati voteranno sempre la sinistra). Gli stessi conservatori si chiedono se tra una o al massimo due generazioni non ci sarà un partito musulmano a dettare legge e a togliere tutti i diritti civili, che sono stati conquistati faticosamente in Italia. I progressisti dicono che i musulmani sono moderati nella stragrande maggioranza dei casi e che preferiscono le libertà delle democrazie occidentali ai costumi dei loro paesi di origine. I conservatori invece credono che tra pochi anni la sharia dominerà l’Occidente. Io consiglio a tutti di leggere un libretto smilzo di poche decine di pagine intitolato “La grande migrazione” di Enzensberger. Vi anticipo che secondo lo scrittore gli immigrati scelgono il paese in cui andare a vivere in base alle pubblicità televisive che hanno visto. Dedurrebbero quindi il tenore di vita di una nazione occidentale dalla pubblicità. Comunque questo libretto affronta in modo razionale la questione dell’immigrazione ed è di facile comprensione. Ve lo consiglio se volete riflettere e saperne di più sull’argomento. Buona lettura.

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Due parole sull’arte contemporanea

Secoli fa erano il Vaticano e la nobiltà i committenti. Solo il Papa e i signori avevano la disponibilità economica per richiedere le opere dei grandi artisti. Di conseguenza la maggioranza dei dipinti erano di carattere religioso oppure erano ritratti di potenti o delle loro consorti. Nell’epoca moderna gli artisti sono più liberi. Possono trattare qualsiasi tema e farsi ispirare da qualsiasi cosa o persona. L’artista crea e successivamente il mercato stabilisce il valore commerciale dell’opera. Qualcuno aveva già annunciato la fine della pittura con l’avvento della fotografia, che può ormai riprodurre in modo oggettivo la realtà. Nei secoli precedenti i pittori avevano cercato di rappresentare fedelmente la realtà ma con i primi dagherrotipi tutto è vano. Le persone preferiscono farsi fotografare che farsi ritrarre. Tutto sembra perduto. Invece nasce l’astrattismo. L’arte sembra essere giunta ormai al capolinea quando Duchamp realizza il primo “ready-made”: una ruota di bicicletta messa su uno sgabello che viene esposta nel suo studio. Che dire poi della celebre Fontana? Lo stesso Duchamp espone un orinatoio in una mostra e ciò causa scandalo. L’opera d’arte quindi consiste solo in una idea. Non è più necessario dipingere e neanche dipingere male. Non bisogna più saper scolpire. Non è più necessaria un minimo di tecnica per la sua realizzazione. Qualsiasi oggetto esistente può divenire opera d’arte: basta solo spostarlo dal suo contesto quotidiano e portarlo in uno studio. Inoltre Walter Benjamin nel 1936 ha intuito tutto quando ha scritto che l’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica non è più unica e neanche irripetibile: ormai tutto è copia di una copia, se si considera che l’arte è copia della natura come sosteneva Platone. L’avanguardia quindi ha colpito nel segno. Critica la società, provoca e fa riflettere grazie alle operazioni concettuali degli artisti. Ma il fondo sembra essere raggiunto qualche anno dopo con la merda d’artista di Piero Manzoni. Passerà anche questa alla storia. Pensate che nel 2016 una delle 90 scatolette è stata venduta a 275000 euro. Anche questa è un’opera d’avanguardia. Ma le provocazioni non sono finite. Restando ai giorni nostri e in Italia non bisogna dimenticarsi delle opere a grande impatto mediatico di Maurizio Cattelan, che provano inevitabilmente che anche l’avanguardia ormai è morta e il massimo a cui può aspirare l’artista è di strumentalizzare per un breve lasso di tempo i mass media prima che questi ultimi fagocitino l’opera d’arte e la strumentalizzino a loro volta. Anche l’arte fa parte ormai del circo mediatico e non riesce più a mettere alla berlina la società di massa e il consumismo. Riesce solo a far discutere per un breve periodo di tempo. Ormai tutti si abituano a tutto e nessuno si scandalizza più di niente. Opere come la scultura che raffigura un dito medio davanti alla Borsa di Milano oppure performance come i tre manichini impiccati ad una quercia in una piazza della stessa città rendono Cattelan tra gli artisti più celebri e più pagati di Italia ma dopo qualche mese l’opinione pubblica o la sua parvenza metabolizzano e dimenticano tutto. In definitiva c’è forse una linea di demarcazione tra le provocazioni di Cattelan(considerato da molti un artista dell’avanguardia) e quelle di Oliviero Toscani(che dovrebbe essere soltanto un fotografo che realizza delle pubblicità)? Potrebbero essere messi entrambi sullo stesso piano perché cercano di provocare lo shock e cercano di sfruttare consapevolmente i mass media. Non ci sono più confini e neanche compartimenti stagni. Un tempo si sarebbe detto che sia Cattelan che Toscani sono entrambi artisti nei rispettivi ambiti. Oggi possono essere messi sullo stesso piano. Tutto si mischia con tutto. Arte, pubblicità, industria, cronaca, fumetto, cinema, attualità fanno parte del grande calderone della società e dello spettacolo. C’è una grandissima contaminazione dei generi, dei linguaggi e degli stili. Ogni confine è sempre più labile. Alcune volte si ha l’impressione che non esistano più muri. Oggi è considerata arte fotografare happening di nudo di massa nelle città. Spencer Tunick ha subito vari arresti ma ha raggiunto la fama. Un tempo alcuni non ritenevano pittura l’action painting di Pollock. Qualche decennio fa molti guardavano con sospetto l’iconografia pop o la body art. Invece oggi sono considerate forme artistiche anche body painting, tatuaggi, piercing, art food e graffiti. Alla provocazione, alla trasgressione, alla ricerca ossessiva del nuovo sembra non esserci fine. Si pensi ai flash mob di Orquin nelle chiese in cui si baciano giovani uomini per protestare contro l’omofobia. Oppure si pensi alle fotografie di Ravello in cui vengono rappresentati bambini “crocefissi” per esprimere le varie forme di violenza che subiscono i più piccoli. Infine si pensi a Von Hagens che nelle proprie opere utilizza parti di cadaveri di donatori. Ci si ricordi che i donatori sono migliaia e che si fanno convincere con la scusa di contribuire all’arte. L’artista finisce insomma per essere un abile comunicatore e l’opera una provocazione spesso fine a se stessa: l’artista concettuale diventa un cinico uomo del marketing. Dell’arte non resta che un surrogato come altri e la nostra epoca è colma di surrogati: uno in più o in meno non penso che faccia molta differenza. Sempre a proposito di espressioni artistiche discutibili e clamorose basti pensare a Marina Abramovic che nel 1974 in una mostra si fa seviziare per sei ore dal pubblico oppure in tempi più recenti sempre lei che mostra agli spettatori come si fissa una parete. Oggi ognuno può essere artista e il mercato non è nemmeno in grave crisi. C’è sempre chi pensa di investire nell’arte e compra quadri. Si giunge così al paradosso che una grande poetessa come la Merini viveva in povertà perché sono veramente pochi coloro che leggono questo genere, mentre molti imbrattatele possono campare dignitosamente vendendo le loro croste. Possiamo realmente dire che gli acquirenti di questi oggetti sono fruitori di arte? Oppure semplicemente collezionano soprammobili e cianfrusaglie a caro prezzo? Altra domanda che talvolta mi pongo è cosa resterà nei musei dei nostri posteri. Talvolta mi chiedo anche se in futuro avranno ancora bisogno dell’arte, visto e considerato che se tutti ormai potranno essere artisti allora forse nessuno sarà veramente ritenuto artista. Mi chiedo infine se chi danneggia questo tipo di installazioni o di opere può davvero essere considerato un vandalo. Spesso oggi l’atto vandalico può addirittura apparire non più uno sfregio ma una forma di espressione artistica come è successo qualche anno fa alla fontana di Trevi, colorata di rosso da un gruppo che si chiamava Azione futurista. Il gesto non ha creato danni. Non ha rovinato i celebri marmi. In questo caso si trattava addirittura di un opera dall’indiscusso valore artistico.

 

 

 

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Sulla scrittura

C’è chi pensa che la scrittura sia un dono di Dio. Chi pensa invece che sia un vizio, uno sfogo, un bisogno, un modo per sublimare(come ad esempio gli psicanalisti) o soltanto una semplice passione. Per alcuni scrivere è pura masturbazione mentale(Gesualdo Bufalino considerava la scrittura un atto impuro). Ho sempre pensato che per scrivere non bisogna utilizzare l’intelligenza ma anche la stupidità: le  tare, le fissazioni, le ossessioni, i pregiudizi, i limiti. Nella scrittura non si riversa soltanto la parte razionale ma anche la personalità e l’inconscio. Ci sono stati ad esempio i surrealisti che si sono lasciati sopraffare dall’inconscio, usando la scrittura automatica. Anche i futuristi con il loro paroliberismo non sono stati da meno. Tramite la scrittura può riaffiorare sia l’inconscio individuale che l’inconscio collettivo. Sono lontani i tempi della logica cartesiana. Alcuni scrittori e poeti in passato hanno anche cercato di rimuovere l’inconscio nelle loro opere perché ne avevano paura. Ma è stato tutto inutile. Oggi molti autori cercano un compromesso: cercano di raggiungere un equilibrio tra conscio ed inconscio. A mio parere comunque la scrittura può aiutare. Può essere terapeutica. A differenza degli psicofarmaci non ha controindicazioni. Ci sono infatti psicofarmaci che possono alterare il Qt e ricordo ad esempio che la sindrome del Qt lungo può causare la morte(chi assume queste sostanze è sempre meglio che periodicamente si faccia visitare da un cardiologo). A differenza della psicoterapia è necessario solo un foglio ed una penna oppure un personal computer e non c’è bisogno di un analista che costa centinaia di euro all’anno. Naturalmente non voglio dire che nessuno più dovrebbe usare psicofarmaci o fare psicoterapia ma oggi moltissime persone alla minima difficoltà si rivolgono alla psicoterapeuta o chiedono la pillola. Comunque ora in Italia si stanno diffondendo anche le scuole di scrittura creativa perché secondo alcuni esperti si può sempre imparare a scrivere o comunque si può sempre migliorare perché ognuno ha delle potenzialità inespresse. Dirò di più: in Italia ci sono psicoterapeuti che esercitano la psicosintesi e credono nella scrittura libera come metodo per conoscere meglio la persona. Naturalmente anche per questo bisogna pagare. Il difetto di questi corsi però è che costano cari e forse non sono molto utili perché a mio avviso i modi più efficaci per scrivere meglio sono leggere molto ed esercitarsi da soli. È necessario a tale proposito citare Aldo Busi che scrive: “chi non è scrittore non sa che farsene delle teorie sulla scrittura, chi lo è non ne ha bisogno”. Non c’è da dire niente altro su questo. Successivamente bisogna anche sottoporre al vaglio degli esperti le proprie creazioni ma solo in un secondo momento. Naturalmente quando si legge molto si incorre in due rischi: 1) imitare troppo alcuni autori 2) inibirsi ed autocensurarsi perché si prende come modello di riferimento autori geniali.
Una cosa è certa: bisogna essere pazienti e mettere in conto che ogni sforzo fatto può rivelarsi inutile. Ci sono comunque attività cognitive che perdiamo per strada quando diventiamo adulti. Da bambini tutti fanno i disegni ma sono relativamente pochi coloro che da grandi si esercitano nella pittura. Da adolescenti tutti tengono un diario ma sono relativamente pochi coloro che scrivono da adulti. Sono a conoscenza che ci sono critici letterari che ritengono che oggi siano moltissimi i grafomani scapestrati: intere legioni di principianti che scrive senza arte e senza parte. Personalmente ritengo che scrivere non provochi danno ad alcuno e sia un ottimo modo per lavorare su di noi. Coloro che vogliono diventare scrittori spesso si lamentano del fatto di non avere storie da raccontare e di essere a corto di ispirazione. Ma in fondo a mio avviso prima bisogna vivere, viaggiare, fare esperienza e poi scrivere. Naturalmente ci sono anche delle eccezioni: Salgari fu un uomo sedentario ma aveva una immaginazione straordinaria. Kant si mosse raramente dal suo paese ma pensò nonostante ciò tutto il pensabile. Lo stesso dicasi per Emily Dickinson che fu una grande poetessa. Inoltre bisogna scrivere solo quando qualcosa urge realmente da dentro, solo quando si sente indispensabile esprimersi per non essere ripetitivi e per non scrivere sempre il solito libro. C’è chi scrive per questioni banali: fare soldi e chi invece scrive per i posteri. A mio avviso è più utile scrivere per mettere ordine al mondo oppure per aggiungere un poco del proprio disordine nel mondo. Qualcuno ha detto che oggi è già stato scritto tutto e che è quasi impossibile avere gloria postuma. Al di là di questo è sempre meglio non pensare di ritenersi memorabili. Essere tali è difficile: bisogna avere stile, contenuti, originalità, costanza, carattere, fortuna. È sempre più salutare scrivere per noi che per gli altri. Scrivere è sempre una rivelazione.

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Su Pasolini

Pasolini venne ammazzato all’Idroscalo di Ostia. Molto probabilmente fu un omicidio a sfondo politico. Pelosi forse fu solo un’esca. Ancora oggi non si conoscono i mandanti. Il potere sapeva come colpirlo. Sapeva del suo autolesionismo e della sua solitudine. Sapeva della sua ricerca ossessiva di “corpi senz’anima”, nonostante che il suo amore fosse solo per “l’infante e madre” come in ogni complesso edipico non risolto. Per chi volesse saperne di più invito a leggere “Vita di Pasolini” di Enzo Siciliano e “Morte di Pasolini” di Dario Bellezza. Il poeta friulano oggi è ancora attuale. Si pensi ad esempio a quel gran romanzo incompiuto, iniziato nel 1972, che è “Petrolio”, definito dallo stesso autore un “Satyricon moderno”. Molto è stato scritto su Pasolini. Ma ciò non ci risarcisce assolutamente della sua scomparsa prematura né dei processi che subì in vita a causa degli articoli del codice Rocco, ancora attivi in Italia in quegli anni per quanto riguarda il reato di vilipendio alla religione. Pasolini fu geniale come poeta, regista, scrittore, uomo di teatro, saggista, polemista. Fu un intellettuale a tutto tondo e uno scomodo testimone della realtà italiana, caratterizzata in quegli anni da stragi e nefandezze di ogni genere. Fu il primo poeta civile di sinistra come sostenne Moravia e allo stesso tempo, come dichiarò Curzio Maltese, fu il primo a capire la “mutazione antropologica” degli italiani. Dopo di lui non c’è più stato nessuno. Nessun altro intellettuale della seconda metà del Novecento è stato così versatile e così profetico come il poeta friulano. Nessun altro intellettuale è riuscito a provocare l’opinione pubblica come faceva Pasolini quando andava in televisione oppure come quando scriveva i suoi articoli sul “Corriere della sera”. Si tenga presente per esempio gli “Scritti corsari” con cui affrontò diverse tematiche dell’epoca con una forza polemica è una capacità analitica fuori del comune. Pasolini iniziò a scrivere in dialetto friulano, la lingua materna e innocente: una lingua ladina, che non aveva alcuna tradizione letteraria. Le sue prime poesie non passarono inosservate perché furono recensite addirittura da Contini. Dopo lo scandalo di Casarsa e la conseguente espulsione del PCI si trasferì a Roma, dove visse due anni da disoccupato per poi insegnare in una scuola media privata. Da ricordare anche che suo fratello partigiano venne ammazzato dai comunisti legati ai reparti di Tito. La fuga da Casarsa e la morte del fratello furono per lui due gravi traumi. Pasolini divenne poeta civile con “Le ceneri di Gramsci”, costituite da undici poemetti in terzine. Era avvenuto il passaggio dal simbolismo e dall’impressionismo poetico all’impegno civile. Aveva messo da parte Pascoli e l’ermetismo. L’esperienza di “Officina”, rivista bimestrale fondata insieme a Leonetti e Roversi, lo aveva cambiato radicalmente. Il poeta era lontano ormai sia dal neorealismo che dall’ermetismo. Per la prima volta l’Italia aveva un poeta civile lontano dalla retorica di Foscoli, Carducci, D’Annunzio. Pasolini trattava delle periferie, dei diseredati, della resistenza. Ebbe successo anche con la narrativa, in libri in cui descrisse il teppismo e le scorribande dei “ragazzi di vita” delle borgate ed in cui usò il romanesco per ottenere una maggiore espressività. Va detto che nei suoi romanzi solo Riccetto riesce ad integrarsi. La triste fine dei personaggi forse sta a significare che il mito del sottoproletariato è finito, esattamente come è accaduto per il mito del mondo contadino. Pasolini dette un apporto culturale significativo anche come cineasta. Per lui il cinema era “la lingua scritta della realtà ” e anche per questo utilizzò per i suoi film degli attori non professionisti. Ma lo squallore di certe periferie mostrate, che erano sempre state rimosse dalla cultura ufficiale, gli causarono molti attacchi dai moralisti di ogni sorta. Certo il grande poeta fu un comunista eretico: “Lo scandalo del contraddirmi, dell’essere/ con te e contro di te: con te nel cuore/ in luce, contro di te nelle buie viscere”. Anche per questi motivi ideologici era solo: assolutamente solo. Forse l’unica consolazione era rivolgere lo sguardo indietro. Forse l’unico vero mito fu il passato e si pensi per esempio al suo notare “la scomparsa delle lucciole”. Il presente era per lui “sviluppo senza progresso”. Ma la questione che lo angosciava di più era l’omologazione: “la borghesizzazione” dei giovani sottoproletari, che non avrebbero più potuto avere una coscienza politica perché la televisione aveva imposto loro l’ideologia del consumo. Ciò che preoccupava Pasolini non era il centralismo dello stato né le istituzioni repressive ma il neolaicismo imperante ed il nuovo edonismo propinato dai mass media. Aveva già capito che la televisione era un agente di socializzazione, capace di influenzare con i suoi messaggi le idee delle persone e dunque era anche la causa primaria dell’omologazione, grazie a cui il potere produceva una standardizzazione dell’immaginario. I giovani di borgata avevano iniziato a vestirsi, a comportarsi e a pensare come “i figli di papà”: non era più possibile distinguere un proletario da un borghese oppure un comunista da un fascista. Questo era frutto della “mutazione antropologica”, termine preso a prestito dalla biologia. La mutazione genetica in biologia è determinata prima dalla variazione e quindi dalla fissazione di alcuni caratteri. Nel caso della “mutazione antropologica” la variazione delle mode e degli stili di vita era decisa nei consigli di amministrazione delle reti televisive e poi fissata con i messaggi subliminali della pubblicità. Pasolini sapeva perfettamente che i codici imposti dalla televisione divenivano subito comportamenti collettivi. La sottocultura di massa diventava interclassista. Tutti aspiravano agli stessi status symbol. Non si trattava più di appagare semplicemente dei desideri. Il nuovo uomo di massa doveva soddisfare dei falsi bisogni. I disvalori del consumismo nel giro di pochi anni impoveriranno l’Italia. Già allora stavano scomparendo le tradizioni di un tempo. Già allora non esistevano più le classi sociali. Tutti ormai erano diventati piccolo-borghesi. Che cosa è una classe sociale se non un gruppo omogeneo dal punto di vista culturale e sociale? Ma la sottocultura di massa era divenuta interclassista in una continua interazione tra tecnologia, cultura, struttura psichica. La sottocultura di massa ha gradualmente prodotto un livellamento verso il basso. I mass media stavano e stanno assopendo le coscienze, sia dal punto di vista del senso critico che della coscienza di classe. Ciò che rimaneva e rimane ancor oggi è la stratificazione economica: le varie fasce di reddito. La rivoluzione quindi non era più possibile. Della televisione si è detto che è stata un agente catalizzatore dell’unificazione linguistica; alcuni hanno detto che è una discreta intrattenitrice per gli adulti e una ottima badante per gli anziani. Per quanto riguarda la questione linguistica Calvino riteneva al contrario di Pasolini che grazie alla televisione sarebbe scomparsa l’antilingua(il burocratese) e certe trasmissioni televisive avrebbero diffuso vocaboli della scienza. Ma la polemica tra i due autori non finiva qui. Infatti, se per Pasolini la televisione aveva aumentato a dismisura il conformismo, per Calvino il conformismo era un fatto fisiologico e secondo lui perfino i ragazzi di Salò non erano poi così diversi dai partigiani comunisti, a parte la scelta ideologica. Ma Pasolini non è stato l’unico a criticare la televisione. Pensiamo ad esempio a Popper agli inizi degli anni novanta quando scriverà che la televisione è una “cattiva maestra” perché propina ingenti dosi di violenza ai bambini. Pasolini è stato l’unico scrittore a scrivere in anticipo dell’omologazione, pur non essendo uno studioso di sociologia o di comunicazione di massa. È stato il primo intellettuale ad intuire che non esisteva più alcuna egemonia culturale ma solo una egemonia mediatica.

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Il correlativo oggettivo

Il correlativo oggettivo non è altro che una tecnica poetica di T.S. Eliot. È un affollarsi di oggetti concreti che simboleggiano una condizione esistenziale e riescono a suscitare una emozione. Più precisamente Eliot scrisse nel saggio “Hamlet and his problem” che il correlativo oggettivo è “una serie di oggetti, una situazione, una catena di eventi che saranno la formula di quella emozione particolare, in modo che, quando siano dati i fatti esterni, che devono condurre ad una esperienza sensibile, venga immediatamente evocata l’emozione”. Viene da chiedersi perché il poeta utilizza questo procedimento. Eliot lo adopra perché la poesia secondo lui è “l’equivalente emotivo del pensiero”. Sempre secondo il poeta inglese senza l’uso di correlativi oggettivi non è possibile suscitare emozioni in letteratura. Secondo Eliot senza correlativo non c’è alcuna arte autentica. Il poeta prende come maestro Dante ed esplicita nei suoi scritti l’influsso dell’allegoria dantesca. Montale riprenderà ed utilizzerà questa tecnica poetica di Eliot e lo farà soprattutto per evitare le moine del romanticismo. Per entrambi i poeti questa tecnica è utilizzata sia per ottenere maggiore distacco dalla sensibilità che per ordinare e controllare meglio il mondo ed essere quindi più lucidi. D’altronde il mondo è assurdo, è dominato dal non-senso e il soggetto non esiste più ma al suo posto esiste una molteplicità di subpersonalità. La crisi dell’io dovuta a Nietzsche e a Freud è già avvenuta e i due poeti non possono che prenderne atto. Ecco allora che viene privilegiato il fuori al dentro, l’oggetto al soggetto(che deve essere messo da parte e non comparire). Le poetiche di Eliot e Montale non sono che l’effetto di queste nuove concezioni dell’io e del mondo. Entrambi riescono tramite il correlativo oggettivo a formalizzare e a strutturare tutte le immagini poetiche. Naturalmente ci sono correlativi oggettivi frutto di montaggio ed altri scaturiti da intuizioni. I primi sono costruiti. I secondi vengono scoperti casualmente. Questa tecnica poetica in fondo esprime a mio modesto avviso che il linguaggio umano è un codice complesso. Ma facciamo alcuni esempi di correlativo oggettivo. La terra desolata è il correlativo oggettivo dell’aridità del mondo moderno. Nei “Quattro quartetti” è presente il correlativo oggettivo del “giardino delle rose” “(“Passi echeggiano nella memoria/lungo il corridoio che non prendemmo/ verso la porta che non aprimmo mai/ sul giardino delle rose…”) che sta a significare ciò che poteva essere e non è stato. In Montale negli Ossi di seppia troviamo: “Spesso il male di vivere ho incontrato;/ era il rivo strozzato che gorgoglia,/ era l’accartocciarsi della foglia/ riarsa, era il cavallo stramazzato”. Sempre negli Ossi di seppia troviamo: “com’è tutta la vita è il suo travaglio / in questo seguitare una muraglia/ che ha in cima cozzi aguzzi di bottiglia”. Montale quindi inizialmente(successivamente se ne distaccherà) prende come punto di riferimento la poetica di Eliot: ne assimila il metodo, recepisce la lezione dell’artista inglese. Anche il titolo della sua prima raccolta poetica Ossi di seppia in fondo non è altro che un correlativo oggettivo, anche se alcuni critici fanno sottili distinguo tra correlativo oggettivo e oggetto emblematico montaliano, pur rilevando tra i due molte analogie. Nella poesia di Montale non va però confuso il correlativo oggettivo con quella che il critico letterario Angelo Iacomuzzi definisce “elencazione ellittica”, ovvero la designazione di serie di oggetti, che descrivono un paesaggio o un ambiente. Detto in parole più povere è una parte di una lirica in cui si registra un sovrapporsi di oggetti. Il correlativo oggettivo da solo simboleggia una condizione esistenziale, mentre “l’elencazione ellittica” descrive ma non simboleggia niente. Ad esempio in “Caffè a Rapallo” troviamo questa elencazione: “Natale nel tepidario/ lustrante, truccato dai fumi/ che svolgono tazze, velato/ tremore di lumi oltre i chiusi/ cristalli, profili di femmine/ nel grigio, tra lampi e gemme”. Va detto che saranno diversi i poeti italiani del novecento ad utilizzare questa tecnica poetica. La tecnica del correlativo oggettivo conduce ad una poesia pensante, razionale, controllata, talvolta metafisica. Lo stesso Eliot definì la poesia come una “matematica ispirata” fatta di formule costituite da sensazioni ed emozioni. A mio parere però questa definizione mostra tutti i limiti intrinseci e le contraddizioni insanabili di questo procedimento: tutta la presunta oggettività poetica. Eliot voleva eliminare l’interiorità o quantomeno ridurla al massimo. Ma nessun oggetto è veramente oggettivo in poesia. Come ho già scritto anche Montale nella maturità si distacca dalla poetica di Eliot, definendo la stessa poesia moderna come un semplice “oggetto-merce”. Nella sua poesia quindi i correlativi oggettivi lasciano spazio alle sentenze e le descrizioni impersonali di paesaggi al tono colloquiale e al linguaggio dimesso. Ma non si tratta solo del Montale più maturo. Altri poeti italiani non prenderanno come maestro Eliot e preferiranno le analogie, l’io lirico e quindi il prevalere della loro personalità nelle poesie. D’altra parte secondo la concezione strutturalista del linguaggio i segni da cui esso è fatto sono sia convenzionali che arbitrari. Inoltre non tutti gli studiosi ritengono che i simboli siano universali ed appartenenti ad un passato arcaico. Quindi ecco il privilegiare da parte di alcuni della sensibilità, della soggettività. Non solo ma Eliot con il suo correlativo oggettivo è sempre così serioso e formale. Invece secondo Wittgenstein anche il linguaggio è un gioco le cui regole si imparano giocando. Possiamo perciò affermare che alcuni poeti di oggi sono epigoni degli ermetici e non di Eliot. Ma sono altrettanti anche gli autori che hanno scelto la poetica degli oggetti. È difficile dire quale dei due atteggiamenti(non si tratta infatti di ismi letterari) avrà la meglio perché anche in poesia esistono corsi e ricorsi.

 

 

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Sempre sulla poesia

Un tempo il giudizio letterario era determinato da una mistura di oggettività(cercavano di capire se i testi rispettassero la metrica, i canoni estetici e se l’autore avesse aderito ad un ismo letterario o meno) e soggettività(questione di gusto). Oggi sono scomparse metrica, criteri estetici e correnti letterarie. Non esiste più la figura del poeta e ad onor del vero neanche quella del critico letterario o quantomeno i mass media e la massa non riconoscono più alcuna autorevolezza e competenza a chi vorrebbe essere poeta o critico. Cosa è oggi poesia? È sempre più difficile stabilirlo. Forse è poesia un testo che tende al massimo della nominazione, al vertice della significazione. Forse è poesia un testo il cui autore ha consapevolezza di ciò che sta facendo e ha allo stesso tempo conoscenza della tradizione. Forse è poeta un autore che riesce a sperimentare e a fare ricerca. Forse è poeta chi ha “volontà d’arte” ed allo stesso tempo non si lascia sopraffare da troppe premesse teoriche. Come si può distinguere la prosa dalla poesia? Forse oggi è sempre più difficile stabilire una linea di demarcazione tra questi due generi. La maggioranza della poesia moderna non è altro che prosa poetica e forse si può distinguere dalla prosa comune in base al linguaggio(nella prosa poetica vengono utilizzati vocaboli aulici). Viene da chiedersi come distinguere la poesia moderna dalla canzone. Forse è poesia un testo in cui sono presenti ricchezza lessicale, sensazioni, percezioni, pensieri, corrispondenze, epifanie(mentre nella canzone, anche in quella d’autore, è molto difficile trovare queste cose). Oggi comunque è molto difficile tracciare dei confini. Oggi non è più richiesta alcuna particolare tecnica e quindi neanche nessuna abilità particolare per scrivere poesia. Di conseguenza tutto è poesia ed alla fine niente è poesia. Oggi forse è solo questione di gusto e quindi di soggettività. Sappiamo anche che soggettività significa in parte irrazionalità. Per quanto riguarda Sole non mi stupisce la pubblicazione e il successo delle sue poesie: la Mondadori ha sempre pubblicato molte opere di personaggi già famosi, indipendentemente dal loro valore letterario. È una pura e semplice questione di mercato e di marketing. È soltanto una operazione commerciale come tante altre. Non mi risulta che alla Mondadori siano mecenati o filantropi. Molti letterati però dovrebbero scandalizzarsi non solo quando viene pubblicata una opera banale in una casa editrice importante ma anche quando viene pubblicata una raccolta di poesie colma di intellettualismi e quasi incomprensibile. Molti credono che le sdolcinatezze siano poesia e forse non lo sono. Ma che dire dello snobismo, delle astruserie e dei leziosismi di tanti letterati italici? Un conto è essere Amelia Rosselli, Andrea Zanzotto, Edoardo Sanguineti, Franco Fortini. Non ho niente contro questi grandi poeti: ai loro tempi dimostrarono di essere originali per stile e visione del mondo. Un altro conto è essere dei manieristi affettati come alcuni poeti contemporanei.

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Sull’amore

Dante è forse diventato noto perché guelfo bianco o “ghibellin fuggiasco” secondo il Foscolo? Oppure perché nelle terzine incatenate della Commedia ha immortalato il suo amore per Beatrice? Petrarca è diventato anche egli uno dei più noti poeti italiani per le sue opere in latino oppure per quel Canzoniere in volgare in cui trattava dell’amore per Laura? La maggioranza dei grandi poeti deve la propria fama non tanto al proprio impegno civile o alla propria figura intellettuale quanto alla descrizione nelle opere delle loro vicissitudini amorose. Spesso c’è una figura femminile. Nei casi di Dante e Petrarca l’amore non è corrisposto, le donne muoiono e vengono idealizzate. Ma si potrebbero fare esempi in cui le cose vanno diversamente. Lo scrittore von Sacher-Masoch è diventato famoso non certo per essere un intellettuale asburgico ma soprattutto per il suo bizzarro amore per la sua moglie Wanda. Salinas non diventò noto per essere un esule spagnolo ai tempi della dittatura franchista oppure per essere un professore universitario ma per aver scritto soprattutto “La voce a te dovuta”. Nessuno sa con certezza se le muse furono all’altezza della fama alla quale arrisero. Ma in fondo non è questo l’importante. La cosa più importante è il sentimento amoroso. Ci sono anche esempi altissimi di poesia d’amore omosessuale: ai nostri tempi Pasolini, Dario Bellezza,  Sandro Penna, Auden(i primi che mi vengono in mente): amori che in certe epoche potevano essere considerati diversi e quindi fonte di contrasti. Ma in poesia vengono descritti anche amori per prostitute oppure per le passanti. In letteratura tutto è possibile e niente fa scandalo. La più bella poesia di amore a mio avviso è questa: “Il più bello dei mari/è quello che non navigammo./Il più bello dei nostri figli/non è ancora cresciuto./I più belli dei nostri giorni/non li abbiamo ancora vissuti./ E quello/che vorrei dirti di più bello/non te l’ho ancora detto.”(Nazim Hikmet).  Ma mi piace moltissimo anche il verso di Cesare Pavese: “verrà la morte e avrà i tuoi occhi”. In quel che chiamano amore purtroppo non conta niente il bilancio tra dare ed avere: non è questione di contabilità, seppur dal punto di vista affettivo. Se non ci fossero ingiustizie in amore forse sarebbe poca cosa la poesia. Nell’arco della vita tutti provano delle delusioni sentimentalI ma solo in pochi riescono a metterle a frutto. Diciamo che solo per quei pochi servono realmente a qualcosa: per il resto è esperienza di vita ovvero è pura fregatura.  Inoltre è difficile parlare d’amore perché c’è il rischio di essere banali, strappalacrime o ripetitivi. Non parliamo poi dei cantautori che descrivono da sempre i loro sentimenti amorosi senza alcun pudore.  Mi vengono in mente alcuni versi riusciti di canzoni. Ad esempio De Andrè: “è stato meglio lasciarci che non esserci  mai incontrati”. Oppure mi viene in mente una vecchia canzone di Vecchioni: “io ho le mie favole e tu una storia tua”. Oppure Guccini: “io non credo davvero che quel tempo ritorni ma ricordo quei giorni”. Ma molto spesso i testi delle canzoni, anche quelli poetici dei cantautori, sono stucchevoli e sdolcinati. Esistono diverse tipologie di amore(quello fraterno, quello filiale, quello paterno, quello materno) ma in letteratura ormai da centinaia di anni a questa parte conta solo l’amore sentimentale: forse è per questo che sono soprattutto i giovani ad amare la letteratura. La poesia è esclusiva insomma delle cosiddette anime belle? Oppure è romanticismo puro per tutte le età? La risposta la dovrebbero dare gli esperti e io non sono tale. A onor del vero non mi interessa neanche dare una risposta. Comunque i poeti soffrono moltissimo per amore e la trattazione della tematica amorosa fornisce gloria imperitura: altro che crisi interiori! Forse la cosa peggiore in poesia(e non solo) è quella di affermare di non essere più capaci di amare perché non si ha più la giusta disposizione di animo, per qualche menomazione, per qualche malattia o per sopraggiunti limiti di età. Forse questa è la cosa peggiore. Però ad essere realisti sappiamo bene che le relazioni nella vita reale(non nella letteratura) spesso sono degli “egoismi a due” come li definiva E. Fromm. Nella vita reale spesso si è distanti anni luce dall’amore cantato dai poeti e spesso ci si sente soli anche se si è in coppia.

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Due parole su Ungaretti

Ungaretti dovrebbe essere un modello per i poeti contemporanei spesso illeggibili perché incomprensibili. Ognuno, dopo aver finito di scrivere una raccolta poetica, dovrebbe rileggere “Allegria”, che si caratterizza per i versicoli immediati. Dovrebbe essere la prova del nove per tutti  i poeti. Allo stesso modo ogni  romanziere dovrebbe, dopo ogni sua fatica letteraria, rileggere “Se questo è un uomo” e  “Una giornata di Ivan Denisovič” perché questi due capolavori riescono a coniugare anche essi sostanzialità e testimonianza. Poi magari ogni scrittore potrebbe  decidere se pubblicare o rivedere di nuovo il lavoro. Ma ritorniamo ad Ungaretti. Sono talmente dirette e spontanee le  sue liriche, che riescono a spiazzare e a colpire favorevolmente anche i lettori più snob, abituati alla poesia del novecento che si distingue per essere così intellettuale! Ungaretti è agli antipodi di poeti così ricercati come Eliot e Pound. Riesce a semplificare il linguaggio e ad essere scarno ed essenziale. Nei suoi versi troviamo tutta la sua vita di esule che si forma culturalmente a Parigi(conoscendo Apollinaire e Picasso) e che combatte sul Carso. Queste sue poesie sono testimonianza ineguagliabile della guerra. Sono prive delle descrizioni e dell’eloquenza della lirica di quegli anni. Non vi sono leziosismi nè orpelli inutili. Sono frutto di una ispirazione, che trascendono la metrica, la retorica e l’estetica. Non vi venga in mente che le sue poesie scaturissero solo da intuizioni, seppure formidabili. C’era del lavoro alle spalle. Erano state molte le varianti e le revisioni prima delle versioni definitive. A onor del vero bisogna anche ricordare che il poeta distrusse le tradizionali forme poetiche nelle prime liriche ma successivamente dimostrò di saper utilizzare anche versi canonici come novenari ed endecasillabi. Forse oseremmo troppo a scrivere che fu una sorta di cubista della poesia nella sua prima fase. Come ebbe a scrivere Ungaretti per essere poeti è necessaria non solo la pazienza, la conoscenza della tradizione, l’intelletto. Bisogna anche saper fare i conti con il mistero che alberga in ogni animo: soltanto così una poesia può diventare unica come la sua. Ungaretti, quando scrisse i suoi primi innovativi versicoli, aveva appreso la lezione dei simbolisti francesi. Ma Ungaretti era completamente originale. Aveva subito saputo distinguersi dai suoi illustri predecessori. Era un predestinato della poesia. Lo stesso Thomas Merton scrisse che Ungaretti era sconvolgente e che la sua intensità annientava. Alcuni suoi versi rimarranno per sempre nella memoria di molti: “m’illumino d’immenso”, “è il mio cuore il paese più straziato”, “si sta/come d’autunno/ sugli alberi/ le foglie”, “Di che reggimento siete/ fratelli?”, “Non sono mai stato/ tanto/ attaccato alla vita”, “tra un fiore colto e l’altro donato/ l’inesprimibile nulla”. Queste illuminazioni esprimono in modo impareggiabile la precarietà e la fragilità proprie di chi combatte in una guerra assurda. Ungaretti aveva combattuto la grande guerra e per capire quanto fu devastante la prima guerra mondiale non bisogna andare molto lontano: basta andare a visitare Asiago, che fu completamente rasa al suolo in quegli anni. Ungaretti viaggiò molto. Visse molto. Soffrì molto. Non soltanto per l’esperienza della guerra ma anche per la morte del figlioletto di nove anni a cui dedicò la raccolta “Giorno per giorno”. Il poeta si chiedeva come era possibile continuare a vivere e a fare le cose di ogni giorno quando non poteva più vedere il suo bambino, la cui voce non avrebbe udito più. Scrisse Ungaretti: “E t’amo, t’amo, ed è continuo schianto!…”. Nella sua vita il poeta sperimentò i dolori più terribili: gli orrori della guerra e la scomparsa del figlioletto. Ma Ungaretti riuscì a non lasciarsi mai sopraffare dalle avversità e dai tristi eventi. Riuscì sempre a superare questi periodi di crisi, testimoniando con i suoi versi le tragedie vissute. La follia della guerra riuscì a vincerla confidando nell’uomo: credendo nella fraternità. Il dolore atroce per la perdita del figlio lo sconfisse non solo con la terapia della scrittura ma anche con la religiosità. Non auguro a nessuno di provare i dolori di Ungaretti. Dovrebbe però essere preso di esempio per la sua semplicità, che è mai scontata e non scade mai in banalità. Il Nostro scrisse in modo apparentemente semplice ed è comprensibile a tutti. Ma non lasciatevi ingannare. Ungaretti era anche un profondo conoscitore della lingua e della poesia. C’è chi potrebbe pensare che molti sarebbero in grado di scrivere come Ungaretti ma è un giudizio affrettato dovuto a pura superficialità e faciloneria: pensarla così è pura ingratitudine nei confronti di uno dei più grandi poeti del novecento. Comunque Ungaretti fu il primo a scrivere in quel modo così breve e coinciso.

 

 

 

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Due parole su Quasimodo

Quasimodo, nonostante le sue sperimentazioni e le sue revisioni stilistiche, fu sempre legato alla tradizione, grazie alla musicalità dei suoi versi e al suo classicismo(non a caso tradusse i lirici greci). Inizialmente il poeta cantò il mito della Sicilia, la nostalgia e lo sradicamento dalla sua terra; nelle sue prime raccolte rievocò l’infanzia e i paesaggi che lo avevano visto nascere e crescere. In quegli anni fu ermetico. Alcuni lo hanno considerato un caposcuola, mentre altri solo un fiancheggiatore di questa corrente letteraria.  Coloro che lo criticano negativamente per questa sua adesione dovrebbero però ricordarsi che erano gli anni della formazione del suo immaginario e del suo apprendistato poetico: non era ancora nella fase della maturità. L’ermetismo aveva il grande pregio di proporre “la letteratura come vita” e di opporsi all’autoesaltazione, all’enfasi, alla megalomania di D’Annunzio. Alcuni critici però hanno sempre accusato gli ermetici di essere oscuri e di utilizzare un linguaggio allusivo. Ma Quasimodo anche in questo suo periodo non fece mai un utilizzo eccessivo dell’analogia. Poteva sembrare di primo acchito non totalmente originale, eppure successivamente si dimostrò unico sia dal punto di vista espressivo che per quel che riguarda la visione del mondo. Il poeta seppe distaccarsi dalla retorica di Carducci, dall’estetismo e dall’irrazionalismo di D’Annunzio, dall’intimismo e dalla stanchezza di vivere dei crepuscolari, dall’esaltazione del progresso dei futuristi, dal nazionalismo di altri artisti; il poeta siciliano non scavò mai nella parola e non distrusse il verso come fece Ungaretti; non distrusse mai le strutture logiche e sintattiche; non si abbandonò all’estetismo; non si lasciò corrodere dall’autodistruzione e dalla nevrosi; non fu mai preda dell’intellettualismo e ricordo che ad esempio per Croce l’autentica poesia era priva di sovrastrutture ideologiche, di allegorie, di tematiche filosofiche e teologiche. Quindi secondo i canoni estetici crociani i suoi componimenti erano poesia. Il grande critico letterario Oreste Macrì scrisse un saggio sulla “poetica della parola” di Quasimodo. Come poeta sono pochissimi coloro che lo giudicano in modo negativo. Come uomo all’epoca alcuni lo criticarono per non aver partecipato alla Resistenza. Ma come scrisse lo stesso Quasimodo “il poeta modifica il mondo” e non è detto che lo possa fare soltanto con l’impegno politico-sociale ma lo può fare anche con i suoi versi. Dopo la fase ermetica non scrisse più dell’Eden perduto ma trattò della sofferenza dell’uomo in guerra. Quasimodo dimostrò di saper compiere una evoluzione dal punto di vista umano, affrontando nuove tematiche. Aveva sempre nostalgia di casa, ma non era più il paesaggio siciliano ad avere la meglio: era piuttosto la coscienza civile ad essere presente in ogni lirica. Il poeta non poteva stare nella sua torre eburnea ma doveva esprimere sentimenti come solidarietà, partecipazione emotiva, fraternità. Evitò così di descrivere l’incomunicabilità e divenne forse il più comunicativo dei poeti del novecento,  addirittura forse più di Ungaretti: sicuramente uno dei più semplici e più comprensibili a leggersi, il più efficace a descrivere la crisi esistenziale dell’uomo moderno conseguente alla tragedia e all’orrore della guerra. I suoi messaggi erano chiari ed espliciti. Come non ricordare la lirica “Uomo del mio tempo”, in cui scrive che l’uomo è sempre lo stesso di quando usava la pietra e la fionda e che ora utilizza le sue scienze esatte per sterminare i suoi simili? Oppure come scordarsi “Alle fronde dei salici” che necessita di una parafrasi solo se letta da un bambino delle elementari o al massimo delle scuole medie inferiori? Oppure come non ricordarsi la lirica “Quasi un epigramma” in cui definisce la società moderna come “la civiltà dell’atomo”? Non era forse questa poesia civile? Non era questo un lirismo fatto da parole semplici che potevano arrivare a tutti? Ancora memorabili i versi di “Lamento per il Sud” in cui descrive un meridione dove si moriva di stenti e nonostante ciò ancora bello e incontaminato, a differenza di un Nord industrializzato e già inquinato. La lirica più celebre di tutte è senza ombra di dubbio “Ed è subito sera” perché in pochissimi versi sono rappresentate sia la solitudine dell’uomo contemporaneo che la brevità della vita e lo scorrere inesorabile del tempo. A mio modesto avviso il poeta cercò sempre di descrivere l’enigmaticità e il non senso di un mondo sfuggente e colmo di brutture: una società di massa desacralizzata(“senza Cristo”) in preda alla barbarie. Da ricordare anche che dopo la fine del conflitto mondiale si avvicinò al neorealismo e si mostrò critico nei confronti del boom economico e del consumismo. Con queste poche righe non voglio assolutamente spiegare Quasimodo. Posso solo interpretare i suoi versi e voglio farlo da dilettante senza seguire le regole, i criteri e i metodi dei critici di professione. Comunque per avere più  chiara la sua poetica ricordo che fu proprio Quasimodo nel suo saggio “Discorso sulla poesia” a scrivere che “la poesia si trasforma in etica, proprio per la sua resa di bellezza”.

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Sui racconti

Non voglio fare sottili distinguo tra romanzo e racconto: mi limiterò a fare solo le distinzioni più elementari e forse più banali. C’è chi sostiene comunque che la struttura narrativa sia la stessa. Forse i romanzi a differenza dei racconti hanno una sovrastruttura intellettuale e un intreccio che i racconti non avranno mai. Forse i romanzi comprendono una maggiore cura nel descrivere ambienti e personaggi, soprattutto nel delineare la psicologia dei personaggi. Sono pochi coloro che pensano che un racconto sia un romanzo in miniatura. Per il racconto forse basta l’ispirazione. Si può scrivere di getto. Per il romanzo spesso gli autori si documentano e ne scrivono più stesure. Il travaglio è di gran lunga maggiore. Il lavoro dovrebbe essere maggiore. Per il romanzo dovrebbe essere più difficile giungere alla gestalt finale. Lo scrittore Aldo Busi spesso ha dichiarato che in Italia esistono molti poeti, molti scrittori di racconti ma pochi sono i veri romanzieri. Molti artisti secondo Busi sarebbero dei romanzieri mancati. Il romanzo, facendo queste considerazioni, sarebbe quindi più complesso di una raccolta di racconti: più complesso da scrivere, da leggere, da analizzare, da recensire. Ma poi ne siamo così sicuri? Ad esempio “Casa d’altri” di Silvio D’Arzo(pseudonimo) che cosa è esattamente? Un racconto lungo? Un romanzo breve? Un ibrido particolarissimo? Una eccezione che conferma le regole suddette? Ai letterati e ai critici letterari l’ardua sentenza. Ma perché disprezzare il racconto? Perché considerarlo un genere minore? Non suscita forse emozioni? Non fa scaturire riflessioni e pensieri? Una raccolta di racconti fantastici non può trattare di universi paralleli come un romanzo di fantascienza? Una raccolta di racconti non può forse essere una opera aperta? Non può essere una opera di avanguardia? Non può trattare tematiche importanti? Non può far vedere le cose da una prospettiva insolita? Non ci vuole forse anche una certa abilità nello scrivere racconti? Inoltre c’è anche chi sostiene che il romanzo non abbia più un senso. Già le avanguardie avevano decretato la morte del romanzo. Secondo Milan Kundera la morte del romanzo è già avvenuta e nessuno ne è rimasto colpito o scandalizzato. Il romanzo secondo il famoso scrittore rappresenta la complessità del mondo e dell’esistenza; i mass media che invece dominano il pianeta tendono a dare una visione univoca e ipersemplificata della vita. Ritornando al racconto comunque non voglio nemmeno cercare di darne una definizione. In buona parte dei casi il racconto probabilmente è una storia breve. Ma non sono un esperto di storytelling. In America chiunque scrive un libro di narrativa di successo, indipendentemente dalla qualità, ormai è chiamato a tenere corsi di scrittura creativa nei vari college. Lasciamo le astruse teorie a questi autori e spesso teorici improvvisati. A mio modesto avviso il maestro indiscusso del racconto nel novecento è R. Carver. Naturalmente i racconti fantastici di Borges sono esemplari. Ma sono particolari: anzi, oserei dire unici nel loro genere. Sono però da leggere anche i racconti di S.Beckett e di Salinger(“I nove racconti”). Parlo sempre di autori del novecento. In Italia invece i grandi scrittori di racconti sono a mio parere Dino Buzzati(“I sessanta racconti), Cesare Pavese(“Feria d’agosto”, “Fallimenti”), Silvio D’Arzo(“L’aria della sera e altri racconti”), Giorgio Manganelli(“Centuria”), Guido Piovene(“Inferno e paradiso. Racconti(1929-1931)”), Del Giudice(“Il museo di Reims”), Italo Calvino(“Ultimo viene il corvo”), Antonio Delfini(“Il ricordo della Basca”). Tralascio etichette e tentativi di descrivere la varietà stilistica. Comunque questi sono gli autori a mio avviso che bisogna leggere e con cui bisogna fare i conti se si vuole iniziare a scrivere racconti. Discorso a parte merita Silvio D’Arzo, molto stimato dalla critica letteraria e anche da Montale, che in vita pubblicò solo tre libri senza alcuna gloria e fu un anonimo professore. Morì a soli trentadue anni. Ci ha lasciato soprattutto “Casa d’altri”, ovvero un’opera mista di mistero e lirismo, ambientato nella provincia emiliana e che ha come protagonisti un prete e una anziana che vive da sola. Altro discorso a parte anche per un altro irregolare delle patrie lettere: Antonio Delfini, che riuscì a passare alla storia anche come poeta irriverente e al di fuori della retorica e degli stilemi del tempo. Con il suo capolavoro “Poesie della fine del mondo, del prima e del dopo” riuscì nell’impresa di scrivere un anticanzoniere. La donna un tempo amata non era più idealizzata e neanche mitizzata, come avevano fatto per secoli in poesia e nella letteratura. Fino a pochi anni fa esisteva il premio Antonio Delfini che era dedicato alla poesia. Oggi non ho più notizie di questo premio, un tempo prestigioso.  Comunque sembrerebbe che con il passare degli anni di questo singolare personaggio anticonformista sia rimasto più il poeta che lo scrittore. Staremo a vedere in seguito come si evolveranno le cose. Spero di avere dato qualche consiglio di lettura. Naturalmente spero anche di non avere annoiato nessuno:mi ero promesso quando ho iniziato a scrivere queste righe di essere breve e coinciso.

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Sulla disoccupazione

Per molti la disoccupazione è una colpa perché per loro il disoccupato è una persona che ha perso troppi treni. Per altri, più solidali e comprensivi, il disoccupato è una persona a cui non è stata data una opportunità, a differenza dell’inoccupato che rifiuta le possibilità di lavoro che gli vengono offerte. Ma coloro che ritengono la disoccupazione una colpa a mio avviso sono di gran lunga superiori a coloro che la ritengono una sfortuna, soprattutto se appartengono ad una zona di Italia dove il lavoro non manca e la crisi economica non si fa sentire come in altre regioni(penso al Nord Italia dove c’è una sorta di pseudo-calvinismo diffuso). Sono però certo che coloro che ritengono i disoccupati dei fannulloni, degli incapaci o delle persone che hanno scelto un corso di studi “sbagliato” non lo direbbero mai esplicitamente se intervistati da qualcuno della doxa mentre camminano per le vie di una grande città. Alcuni personaggi, che si sentono arrivati, invece dichiarano esplicitamente che i disoccupati non hanno voglia di lavorare e sono tali perché rifiutano lavori umili. Qualche imprenditore ha detto che tutti in Italia vogliono fare gli avvocati e nessuno vuole fare il cameriere. Qualche altro ha dichiarato che i disoccupati devono per forza di cose andarsene dall’Italia. Un ministro ha detto in una conferenza stampa che per trovare il lavoro in Italia è più importante andare a giocare a calcetto che saper scrivere un curriculum. Comunque non ha detto uno sproposito. La realtà dei fatti è questa e recenti ricerche lo dimostrerebbero: nel nostro Paese per trovare lavoro c’è bisogno di pubbliche relazioni e di conoscenze. La cosiddetta disoccupazione intellettuale è sempre più rilevante. Soprattutto al Sud c’è un numero consistente di giovani laureati in materie umanistiche e con dei master conseguiti che sono senza lavoro. Alcuni sostengono che in Italia ci sono troppi laureati e teorizzano addirittura più facoltà a numero chiuso, cosa che poi cozzerebbe con il diritto allo studio. Eppure le statistiche dicono il contrario. Nella classifica dei 34 Paesi più industrializzati del mondo, l’Italia è ultima per numero di giovani laureati. Il nostro Paese spende pochissimo del proprio Pil nelle università. Forse allora ci vorrebbero meno laureati in materie umanistiche e più in materie scientifiche? Bisognerebbe perciò anteporre gli sbocchi professionali alle vocazioni, gli interessi, le attitudini? Staremo a vedere in futuro. La disoccupazione non solo non consente di essere autonomo ad un giovane o di mantenere la famiglia ad una persona più  matura, ma comporta anche altri effetti collaterali. Una persona disoccupata perde progressivamente sicurezza; diventa molto più ansiosa con il passare del tempo; diventa sempre più demotivata; spesso cade in depressione. A livello cognitivo si deve trovare delle passioni per tenere in esercizio la mente. Spesso si tratta di lunghi periodi di inattività in cui la mente rallenta e la persona è soggetta a stress da sottoattivazione. Anche il bagaglio di cognizioni delle persona si indebolisce, si atrofizza. La mente infatti non viene più allenata continuamente. Non solo ma mancano anche i soldi per comprarsi libri e per fare corsi: anche questa è una limitazione non di poco conto, visto che oggi si parla sempre più di formazione continua e di aggiornamento continuo. Un gradino sopra nella scala sociale stanno i precari, che sono ricattabili dai datori di lavoro e non sono granché tutelati dai sindacati. Anche se sono attivi a livello psicofisico e hanno un reddito anche loro non godono di certezze a lungo termine e non possono ottenere mutui. La maggiore flessibilità in entrata rispetto ad un tempo ha creato più posti di lavoro precari: niente altro che questo. Non voglio stare a sindacare se era possibile fare meglio o peggio e se esistevano le condizioni per fare meglio: non sono un economista, un politico, un sindacalista o un imprenditore. Comunque la situazione non è rosea neanche per i precari. Tutti possono diventare disoccupati: infatti i dipendenti possono essere licenziati, i commercianti e gli imprenditori possono fallire, i liberi professionisti possono rimanere senza clienti e perciò  senza lavoro. Ma sono relativamente pochi i lavoratori che pensano a questa eventualità. La maggioranza pensa di trovare subito lavoro e spesso minimizza le problematiche economiche, psicologiche, esistenziali, sociali annesse e connesse alla disoccupazione. Lo stato naturalmente non può dare lavoro a tutti. Neanche gli imprenditori possono dare lavoro a tutti, ma solo a quelli che ritengono più adatti; in fondo non sono benefattori e quando hanno aperto la loro attività si sono assunti dei rischi. Il reddito di cittadinanza è pura utopia: come farebbero a trovare le risorse economiche? Ci vorrebbe un welfare più efficiente senza ombra di dubbio. Nel frattempo a livello economico siamo ancora nel pantano…per usare un eufemismo.

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Vittorio Baccelli

Vittorio Baccelli (1941-2011) è stato uno scrittore, poeta e mailartista lucchese. Si laureò in lettere moderne all’Università di Pisa.  Si laureò in scienze umane e sociali presso l’Università di Urbino. Conseguì un master in scienze biomediche. Dal 2004 è stato presidente dell’associazione letteraria Cesare Viviani. Vi consiglio di leggere queste sue opere:
• Storie di fine millennio, 2000 Prospettiva Editrice, Civitavecchia
• 45 lezioni sul vuoto , 2001 Montedit, Melegnano
• Mainframe, 2001 Prospettiva Editrice, Civitavecchia
• Cinq et quarante, 2002 Prospettiva Editrice, Civitavecchia


Tre piccole pietre:
Tre piccole pietre di pallido azzurro
mani di velluto mani di seta
eccedenze culturali e materiali
accarezzano la fronte
mi sollevo
Ezra guida l’arto
avviene il randez-vous
con F.T.M. futurista
fuggono veloci le icone via dal monitor
pixel impazziti
roteano a vuoto nell’ambiente
mutati in e-mail randage
rifiutati & folli
(clicca randage ed avrai la listata dei miei amori)
in intimità con le clarisse
nel salotto buono
infine
con stimoli antientropici raggiungo
atlantideo moto cavalcante
oricalco
curve nel tempo onde vibrazioni
un insieme forse un mandala
una fusione d’alchemico impasto
satanico dessert
&
liquidi organici casualmente sparsi
dal violento impatto
tre piccole pietre d’azzurro pallido.


UNHEIMLICH:
Lievita
dal panorama odierno, elettrico,
una follia tranquilla, verrebbe da dire
mentre ci fermiamo per cercar di comprendere la direzione
da usare in
una perturbante situazione con azioni sfuggite da qualche tempo
alla logica più razionale:
ogni spiegazione è giusto che debba arrendersi
com’essere sporgente al baratro, in fondo al baratro
c’è una bocca, un occhio, forse
un morto pezzo di cuore.
Il neroinchiostro rende visibile il tuo riflesso
il soffio del deserto lentamente incalza
come la nebbia dei pianori o quella dei campi
ove verzura clonata giunge a falsa maturazione
apparire o scomparire, facendo a gara
nell’impossibilità che si rende reale
– d’un tratto –
emozioni forti che spezzano, interagiscono e respingono.
All’interno del mondo virtuale nel sogno non
hanno corso le categorie dalle modalità
ambivalenti, vissuti emozionali –
improvviso naufragio autoconvertito
contrappunti di vene e dissonanze
esuli i polsi dalla scena a densità variabile
suggestiva più d’ogni altro moto
teso a mostrare l’impotenza
di noi cavie
segnate a calce dal più breve invito alla
deframmentazione tesa a mostrare
spiegando spirali opalescenti.
Ombre schive sovrastanti amore,
abbia inizio il giorno di carni sconsacrate
e droghe dal bianco inclinato
su relais e scorie di lastre fenoliche e microchip
mescolati nella terra a frammenti di bianche ossa calcinate
non si è più molto sicuri del ritorno
al proprio status originario, di quiete
origine della sapienza nel vortice degli input
violentemente scagliati nella salita dei gradini
d’ardesia bluastra.
Su in cima allo ziggurat
colpiti dalla luce argentata della luna
dal suo suolo butterato, poi la caduta e
durante la caduta
la percezione d’essere ancora alla moda
come straordinario esempio di ri-creazione,
fenice, alla luce del pensiero maledetto
le protesi impiantate come
moltiplicatori di forse nell’affermazione
della più radicale instabilità con
indefinibili condizioni
malformazioni nei nanomeccamismi impazziti
in questo universo a stringhe, portatori d’acqua bruciante
in sosta davanti al grande fiume.
Sito ove le montagne s’inabissano
assieme ai pensieri del pensante;
ogni pensiero un rischio
ancor più d’ogni convenzione,
perturbante sicumera degli avatar
fuggiti senza più alto né basso
oltre i fenomeni razionali
d’un gotico inespresso
soffocando all’entrata della
piazza dei venti
per comparire e scomparire
senza scomporre l’ombra promessa dalla parabola
allo specchio deforme della parola stessa.
Inquietudine inquieta
davanti alla primeva luce sorgente ove
lei nuda si specchia e si…
…e si masturba
cullata dagli ultrasuoni
inondata da raggi portanti
di morte e di vita:
indifferentemente.


IN VIAGGIO:
Amsterdam, aprile del 1970.
Ma questa è la casa del Moneta! alle pareti i quadri del moneta, lo stesso cavallettto con tavolozza del Moneta, il tappeto accanto al futon dove mi trovo sdraiato, lo riconosco, è quello del Moneta, il suo preferito che stava nello studio.
Ma il Moneta se ne è andato da lucca un anno fa, quando l’arrestarono e stette in San Giorgio una settimana, poi uscì e sparì.
A questo punto sarà bene che vi racconti che il Moneta è un falsario, il più bravo falsario che io conosca: fa dei quadri meravigliosi, perfetti, dei De Chirico, dei Picasso, dei Van Gogh, dei Gottuso identici agli originali.
E lui fa solo copie, bellissime copie, autentiche copie, sembrano talmente vere da essere gli originali.
Più volte gli ho chiesto “ma perchè non fai dei quadri tuoi? Con la tecnica che hai, puoi fare quello che vuoi” e lui mi rispondeva sempre che non riusciva a fare niente di suo, solo a copiare i maestri era bravo.
E così è sparito da Lucca.
Ma dove mi trovo? Sicuramente a casa del Moneta, ma dove? Ricapitoliamo e cerchiamo di capirci qualcosa.
Sono partito una settimana fa con la Land Rover del Perini destinaziione Parigi, oltre al Perini ci sono anche daniela, Marino, Assuero ed il Rossi.
Dovevamo trovare due nostri amici a Parigi, li abbiamo trovati e siamo stati tre giorni nella loro soffitta nel quartiere latino, più che soffitta la chiamerei fumeria, girava uno spinello dopo l’altro, tipo catena di montaggio, ogni tanto una variante: un chilum, un tè, una pipetta.
Fuori pioveva, tre giorni di pioggia chiusi in casa, solo qualche uscita per il bar dietro l’angolo.
Io sempre appiccicato a Daniela, i Pink Floid a tutto volume, ne avevo le palle piene.
“Ad Amsterdam, ad Amsterdam, lì si che c’è bello, quì ci si rompe i coglioni!” diceva il Perini, “io so chi ci ospita”.
Ecco dove sono, è Amsterdam, e l’ospite è il Moneta, diavolo d’un falsario, ecco dov’era sparito!
E sempre annebbiato da quel troppo fumo di quei tre giorni a parigi cerco di alzarmi: sono tutto vestito, ma senza scarpe.
Un buon odore di caffe viene da quella che intuisco sia la cucina, ed è la cucina e lì c’è il Moneta in vestaglia che va in su e giù per la stanza con un bicchiere stracolmo di caffè fumante in mano.
C’è anche un tipo sbaraccato su una sedia a sdraio, capelli lunghi biondi, occhi chiusi, camicia e pantaloni jeans, piedi nudi.
“Ah Vittorio, sei tu! Meno male che ti sei svegliato, questo qui è due giorni che dorme”.
Questo qui è l’Emanuele, l’avevo già conosciuto a Firenze, ed anche lì stette tre giorni immobile facendo dannare chi l’ospitava.
Emanuele col saldatore costruisce piccolissimi oggetti bellissimi, meccanici ed al tempo stesso mistici, ma ha fatto troppi viaggi in acido.
Arriva Daniela con un vassoio con piatti colmi di riso macrobiotico.
A me la macrobiotica ha sempre fatto schifo, sono un patito della dieta meditterranea, ma la fame ha sempre il sopravvento.
Questo viaggio è un vero viaggio, non ricordo neppure come sono arrivato, gli ultimi ricordi sono della soffitta nel quartiere latino, con daniela che mi passa il chilum.
Ma ora mi riprendo, faccio mente locale: sono ad Amsterdam, è la prima volta, non ci sono mai stato, voglio andarein piazza dam, voglio vedere i Van Gogh! mi guardo intorno e vedo arrivare il Moneta con un Van Gogh in una mano ed un Picasso del periodo blu nell’ altra, ovviamente dipinti da lui, che mi fa “questi non ti bastano?”.
E mi ritrovo con Assuero in piazza Dam dopo avere attraversato non so più quanti canali e piazzette con piccioni che a tratti mi sembra di essere a Venezia, solo che qui le gondole non si vedono.
“E i provos, dove sono i provos? Meno male che qui non piove, che buon trip abbiamo preso” dice Assuero e non ricordo d’aver preso trip.
La piazza è piena di gente, tantissimi giovani, capelli lunghi o rasati, minigonne, mi guardo intorno e sento Assuero esclamare “No! Non è possibile!” e col dito mi indica Angelino che si sta avvicinando.
Angelino, l’incubo dei lucchesi, sempre a chiedere mille lire.
Angelino ci guarda con gli occhi appannati e fa ” avete mica un fiorino?”.
Cazzo, cazzo, cazzo uno attraversa la vecchia Europa e cosa trova? Acqua a Parigi ed Angelino ad Amsterdam che chiede un fiorino, non è possibile.
Lascio la piazza con Assuero e Angelino e me ne vado in giro da solo in questo labirinto d’isolette bagnate dall’Amstel, attraversando un ponte dietro l’altro fermandomi solo per ammirare una meravigliosa chiesa barocca.
Torno poi dal Moneta e ritrovo la stessa situazione del quartiere latino con due varianti: il Moneta non fuma ed Emanuele è sempre lì che non dà segni di vita.
Ad un certo punto della notte appare dal nulla una bellissima nera, completamente nuda che gira per la casa, poi non la vedo più.
La mattina successiva esco con Marino ed il Rossi alla ricerca della casa di Rembrandt, non la troviamo, ma finiamo per puro caso davanti al museo di Van Gogh.
Questo me lo vedo e me lo gusto tutto.
Torniamo poi dal Moneta, Emanuele si è svegliato, beve latte e racconta barzellette, il Perini finisce nuovamente in paranoia e vuol tornare a Lucca.
Ci fumiamo uno spinello, salutiamo tutti e torniamo alla Land Rover. Siamo partiti da circa un’ora, tutti sonnecchiano, io sono alla guida, Daniela nel sonno si rigira e fa “però come è bella Venezia” e si rimette a ronfare.
Non saprò più niente del Moneta e dell’Emanuela, Daniela, uno dei miei rari amori, morirà d’embolia, Marino precipiterà nel Lazio col suo aereo, assuero morirà di AIDS, il Rossi diverrà pensionato delle Farmacie Comunali, il Perini erediterà una cartiera, Angelino farà un miscuglio troppo potente di psicofarmaci ed alcool.
Tornerò ad Amsterdam solo in Internet.

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Sul terrorismo

Hanno colpito ragazzini e ragazzine. Hanno colpito degli innocenti. Li hanno considerati un danno collaterale. Non si sono lasciati impietosire. Sono sempre più cruenti. C’erano dei chiodi nella bomba per fare più vittime possibili. Noi occidentali per loro siamo tutti crociati e tutti infedeli. Non si fermano davanti a niente e a nessuno. Cercano l’eccidio di grande impatto mediatico. Era un kamikaze ad un concerto pieno di teenager. Non era un lupo solitario. La polizia ha trovato fino ad ora come complici il fratello e il padre. C’era una rete di persone che lo ha aiutato. C’era una cellula fondamentalista. La bomba non l’ha certo costruita da solo. L’orrore non è finito probabilmente. Va detto anche che ogni kamikaze lo considerano un martire. Altri probabilmente cercheranno di emularlo. L’Isis o stato islamico autoproclamatosi è particolarmente abile a reclutare giovani, facendo propaganda su internet. Ma non è uno scontro di civiltà e neanche una guerra di religione. È solo terrorismo. Sono solo degli integralisti islamici: dei fanatici religiosi. Non sono veramente musulmani così come i terroristi dell’Ira in Irlanda del Nord non erano veramente cattolici e così come in Italia i mafiosi non sono veri cattolici: questi signori non vivono una autentica religiosità ma sono solo idolatri. Non dimentichiamoci poi che i terroristi non colpiscono solo noi occidentali ma colpiscono anche gli stessi cittadini musulmani ad esempio in Africa. Non dimentichiamoci anche che  un tempo eravamo noi occidentali gli invasori, anche se ci sono pareri discordanti riguardo al fatto che il colonialismo possa essere o meno una causa del terrorismo islamista. Molti analisti dicono che con questi attentati i terroristi cercano di creare una frattura tra cattolici e musulmani. Naturalmente affermano anche che non dobbiamo cadere in questa trappola. Adesso dovranno essere rafforzate le misure di sicurezza per ogni evento. Non cerchiamo comunque relazioni tra un immigrazione sempre più incontrollata(a onor del vero) e terrorismo. Tutti gli attentati ci insegnano che gli autori erano ormai immigrati di seconda generazione: erano cittadini europei a tutti gli effetti. Non si può però accogliere tutti gli africani perché abbiamo delle risorse limitate ed è anche troppo utopico pensare che chi viene accolto in un paese si comporterà bene e non compierà crimini. L’unica cosa da fare comunque è cercare di integrare gli immigrati. Dovremmo però vedere quale tipo di integrazione scegliere. Ci sono diversi modelli: quello inglese, quello tedesco, quello francese, quello americano(melting pot). In America ha prevalso il crogiolo. In Francia ha prevalso lo stato laico a cui tutti devono sottomettersi. In Germania gli immigrati possono lavorare ma non viene loro concessa la cittadinanza. In Inghilterra hanno le stesse opportunità degli inglesi e godono anche dei diritti civili. Al momento non abbiamo ancora scelto in Italia perché in questi anni si sono succeduti il centro-destra e il centro-sinistra che approcciano il problema dell’immigrazione in modo completamente diverso. Staremo a vedere.  I politici di tutti gli schieramenti dovrebbero fare fronte comune contro il terrorismo. È forse irrealizzabile? A mio avviso è questo che dovrebbe essere fatto. Nel frattempo speriamo che l’intellicence di tutti i paesi risulti efficace ed agisca in modo tempestivo. Ora il problema fondamentale è questo: la società occidentale è talmente aperta da fagocitare questo nuovo tipo di estremismo? Inoltre bisognerà vedere se riusciremo a conciliare la sicurezza con la solidarietà nei confronti dei profughi e dei migranti in genere. Non è possibile a mio avviso respingerli e rimandarli indietro quando arrivano su quei barconi che potrebbero affondare da un istante all’altro. La guardia costiera e la marina devono per forza di cose aiutarli. Sarebbe disumano fare altrimenti. Il diritto internazionale va rispettato. Allo stesso tempo bisogna trovare delle soluzioni. Bisogna che gli altri paesi europei ci aiutino. Bisogna condannare in modo esemplare gli scafisti. Bisogna stipulare degli accordi con alcuni stati africani. Infine dovremo anche vedere se riusciremo ad andare avanti senza cambiare le nostre abitudini di vita perché è questo che i terroristi vogliono: impaurirci totalmente. Altra cosa che cercano di fare compiendo queste stragi è quella di renderci schiavi della rabbia. Ma noi in questi frangenti non abbiamo bisogno del lassismo e neanche di derive autoritarie: entrambe le cose sarebbero controproducenti. Molto probabilmente ciò di cui abbiamo bisogno è un autentico pluralismo: diritti civili e libertà religiose a chiunque ma nessuna tolleranza nei confronti di chi cerca in qualsiasi modo di minare questa nostra società aperta. Il pluralismo quindi potrebbe essere la migliore strategia di prevenzione. Comunque la questione è complessa ed articolata. Possibilmente non va affrontata in modo emotivo.

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Sulla pubblicità

Pubblicità del fast food. Pubblicità dell’acqua che depura l’organismo e aiuta a mantenere la linea. Pubblicità dello yogurt che favorisce la regolarità dell’intestino oppure che abbassa il colesterolo insieme naturalmente ad un corretto stile di vita. Pubblicità dei telefonini, della Coca-Cola, del gelato commerciale, dell’Amaro, dell’acqua gassata, del caffè, delle caramelle, delle patatine, delle liquirizie, delle merendine, dei cioccolatini, dei detersivi, dei deodoranti, della crema contro le rughe, del dopobarba, della crema per i brufoli, della pomata per le emorroidi, della crema per la secchezza vaginale, della crociera, dello shampoo antiforfora, della crema solare, dei gioielli, della crema per smagliature, dell’integratore alimentare, degli attrezzi per fitness, degli assorbenti per donna, della poltrona motorizzata, del latte senza lattosio, del sito che confronta polizze auto, del sito che confronta i prezzi degli alberghi.  Sono rimasti famosi ormai alcuni slogan pubblicitari(“ci sono cose che non si possono comprare, per tutto il resto c’è MasterCard”; “il meglio di un uomo”(rasoi); “così tenero che si taglia con un grissino”; “che mondo sarebbe senza Nutella?”). Sono lontani i tempi delle semplici affissioni e delle pubblicità didascaliche del Carosello degli anni sessanta. Oggi la pubblicità è piena di inglesismi: brand, testimonial, marketing, target, copywriter, art director. C’è la pubblicità comparativa, quella occulta, quella ingannevole. C’è anche quella invadente online tramite email, banner e pop-up. La pubblicità dice il proverbio è l’anima del commercio. Ormai è ovunque: alla televisione, al cinema, sui giornali, per strada, su internet, alla radio, al telefono con il telemarketing. Molto spesso è la promozione di prodotti e servizi inutili. Talvolta vengono pubblicizzate comodità, ma non sono molte le cose veramente necessarie. Molto spesso la pubblicità  è la creazione di falsi bisogni tramite messaggi subliminali. È la cosiddetta civiltà dei consumi. Ci sono agenzie pubblicitarie che fatturano cifre stratosferiche. Ci sono imprenditori che si arricchiscono vendendo in tutto il mondo prodotti inutili o di pessima qualità(ad esempio il cibo dei fast food). Paradossalmente ci sono stati e ci sono artisti morti poveri(Van Gogh, Oscar Wilde, Edgar Allan Poe, Ugo Foscolo, Baudelaire, Antonio Ligabue, Bach, Mozart, Monet, etc etc) e scienziati/inventori incompresi(Meucci, Mendel, Nikola Tesla, Semmelweis, etc etc). Soprattutto gli artisti nella società moderna sono costretti a vivere in una condizione di indigenza e sono dei veri disadattati. Esemplare è il caso di Van Gogh che vendette un solo quadro in tutta la sua vita. Oserei dire che un tempo le persone si godevano l’inutilità dell’arte. Oggi si godono l’inutilità dei prodotti pubblicizzati. Oserei dire che ormai la vera arte è la pubblicità. Il problema è che questo sistema non fa il lavaggio del cervello agli adulti, che hanno delle menti ormai assuefatte, ma anche ai bambini a cui dovrebbero insegnare fin dalla più tenera età a analizzare e scomporre gli spot pubblicitari. La pubblicità spesso utilizza figure retoriche. La più utilizzata è l’iperbole. Negli spot troviamo spesso allusioni e richiami erotici. In particolare viene spesso fatto un utilizzo improprio del corpo della donna. Non c’è bisogno di essere raffinati intellettuali per capire questo. Non c’è bisogno di analisi semantiche e iconografiche della pubblicità.  Non c’è bisogno di scomodare la sociologia, la psicologia, la semiotica, l’antropologia, il marketing. Basta solo ragionare un poco da profani ma con un minimo di senso critico per capire i meccanismi di funzionamento! Con questo non ce l’ho con i pubblicitari perché anche quello è un modo di campare. La pubblicità non è altro che un messaggio veicolato tramite slogan ed immagini, che devono far scaturire desiderio del prodotto ed indurre all’acquisto. Ma per quanto invasiva anche la pubblicità ha un’incognita: è sempre un mistero il passaggio dalla propensione all’acquisto alla scelta del prodotto tra gli scaffali del supermercato. Comunque  questa ormai è la società dei furbastri, delle persone scaltre e pragmatiche: possibilmente senza remore o scrupoli di alcuna sorta. Sono questi i requisiti indispensabili per avere successo. Il talento non è più richiesto. Ciò nonostante sono sempre più i teorici del darwinismo socioeconomico. Ulteriore paradosso: gli ideatori delle pubblicità vengono chiamati creativi mentre alcuni veri artisti(quindi creativi) fanno la fame.  Infine altra stortura dell’attuale sistema economico è la borsa con le sue scalate e le sue speculazioni, che non hanno niente a che fare con l’economia reale e non determinano mai benefici ai paesi e alle popolazioni. Si potrebbe concludere con una sola frase: è il mercato, bellezza!

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Montale e le Cinque Terre

Montale nacque nel 1896 a Genova e morì a Milano nel 1981. Nell’adolescenza e nella giovinezza trascorse le estati a Monterosso, dove faceva bagni e gite con Anna degli Uberti, che forse si può idenficare con Annetta, la prima presenza femminile della sua poesia. È proprio a Monterosso(alle Cinque Terre) che si formò come poeta autodidatta e fu proprio questo paese ad essere fondamentale nel suo immaginario. La critica ormai ha sistemato Montale assieme a Ungaretti(la poesia pura) e Saba(la poesia onesta). Oppure talvolta ha proposto una nuova triade: Montale, Ungaretti, Quasimodo(caposcuola dell’ermetismo). A mio modesto avviso queste collocazioni lasciano il tempo che trovano. Gli stessi critici un tempo proponevano la triade Carducci, Pascoli, D’Annunzio o in prosa la linea Svevo e Pirandello. Comunque Montale non fu mai legato ad alcuna scuola o ad alcun ismo letterario. Possiamo solo affermare con certezza che in gioventù i suoi modelli di riferimento furono Foscolo, Leopardi, Manzoni come indicò nel suo scritto Stile e tradizione. Gli Ossi di seppia furono pubblicati da Gobetti nel 1925 e dimostrano una grande originalità perché si distanziano dall’opra dannunziana Alcyone. Lo stesso Montale definì la poesia degli Ossi controeloquente e per nulla aulica. Il premio Nobel non a caso predilige i limoni ai bossi ligustri dei poeti laureati. La poesia degli Ossi permette di dire soltanto “ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”. Nella sua prima raccolta poetica troviamo come protagonista l’aridità  del paesaggio ligure: non troviamo neanche sullo sfondo i grandi eventi storici o le ideologie, anche se Montale firmò in seguito il manifesto degli intellettuali antifascisti e si oppose quindi alle “stalle di Augia”. Gli stessi Ossi di seppia, che sono detriti in balia della corrente e che poi restano inermi sulla spiaggia, non simboleggiano altro che la condizione umana. L’agave abbarbicata allo scoglio in fondo non rappresenta altro che l’isolamento del poeta. La natura soffre; lo stesso essere umano soffre e non può far altro che testimoniare la propria sofferenza(“il male di vivere”). La poesia montaliana si contraddistingue per il descrittivismo, la capacità di creare oggetti-emblemi e di mitizzare i luoghi della sua giovinezza. Ma è allo stesso tempo anche una poesia che rappresenta la crisi esistenziale di Montale, le sue disarmonie, il suo disagio, la precarietà della vita, l’inautenticità dell’esistenza: in definitiva il suo rapporto problematico con la realtà. La sua poetica non consiste quindi in una pura nominazione e i suoi componimenti non sono semplici esercizi di stile, nonostante la sua giovane età. Montale inoltre non ha e non offre mai speranze, illusioni e neanche metafisiche consolatorie(i morti per Montale perdurano soltanto nella memoria dei vivi. Non c’è alcun aldilà): “è della razza di chi rimane a terra”, anche se è alla ricerca di un varco(alcuni critici hanno considerato per tale ragione il poeta comunque pervaso da un’ansia metafisica). Forse anche per questo è stato accusato di immobilismo esistenziale(è lui stesso Arsenio) nel corso della sua carriera poetica, oltre al fatto che è sempre stato etichettato come il poeta borghese per antonomasia. Per alcuni critici era non credente e borghese: perciò incapace di evolversi e destinato a ripetere le stesse tematiche. Comunque gli Ossi di seppia forse restano il vertice della poesia montaliana: l’esito più alto. Recentemente sono stato a visitare le Cinque Terre, che dal 1997 sono diventate patrimonio dell’umanità. Sono rimasto deluso perché i borghi erano sovraffollati. Era pieno di turisti stranieri, che erano in gran parte arrivati con il traghetto da La Spezia. I parcheggi erano tutti a pagamento e nonostante questo non si trovava un posto. I ristoranti erano cari. I negozi alimentari, i bar, le pizzerie a taglio erano prese d’assalto. Il turismo di massa arricchisce i liguri ma salvaguarda forse il territorio? Un tempo forse era un’ingiustizia che tale natura incontaminata fosse privilegio di pochi(quando non c’erano ancora le autostrade, i traghetti, le ferrovie). Oggi è una calca, un caos improponibile. Non esiste una via di mezzo? Il consumismo e il turismo mordi e fuggi forse  finiranno per deturpare anche le Cinque Terre. Per la tutela di quei borghi dovrebbe essere preferito un turismo di qualità a un turismo di quantità. Il rischio è che i vandali e i maleducati rovinino tutto. Montale forse si rivolta nella tomba.

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La guerra, Manzoni e gli eschimesi

Sono troppe le guerre nel mondo. La pace è solo episodica. È solo un eccezione. Sono molteplici i fattori che fanno scaturire una guerra: ideologici, nazionalistici, etnici, religiosi. Ma alla fine tutti vogliono appropriarsi del potere. Sono molte le guerre dimenticate nel mondo perché i mass media si occupano solo di ciò che riguarda i paesi industrializzati e non l’Africa o l’Asia. Nessuno sa con esattezza quanti siano i civili morti in Ruanda ad opera dei guerriglieri del generale Aidid. Soprattutto il continente africano si distingue per una geopolitica in perenne mutamento e proprio per questo motivo è più soggetto ai conflitti. Spesso si tratta di gruppi ribelli che vogliono esercitare l’autodeterminazione del proprio popolo e ottenere l’indipendenza. In medioriente si spera che finiscano finalmente le ostilità e che ci siano effettivamente due stati oppure uno stato solo in cui tutti i cittadini abbiano uguali diritti. Nel 2012 è stato riconosciuto lo stato della Palestina(Cisgiordania e striscia di Gaza). Ma ci sono stati attentati e eccidi. Mi ricordo della guerra dei sei giorni nel 1967 e poi anche gli omicidi dell’Olp. Non ci colpiscono più neanche le guerre civili che esistono dalla notte dei tempi. Eppure sono guerre fratricide! In fondo anche noi un tempo eravamo guelfi o ghibellini. In Ruanda ci sono stati massacri tra tutsi ed hutu. Anche vicino a noi nell’ex-Iugoslavia i serbi hanno compiuto una pulizia etnica, anche se tutti hanno fatto massacri e sono a vario titolo responsabili. Fino a quando c’era Tito con la sua politica di non allineamento le 6 repubbliche federate erano pacifiche, nonostante le differenze etniche e religiose. Dopo la sua morte iniziarono i problemi. L’esercito federale si mise alle dipendenze dei serbi e da allora ci fu una guerra senza esclusione di colpi:stupri e stermini di civili. Particolarmente colpiti furono i bosniaci perché più deboli militarmente e musulmani. Anche nell’Irlanda del Nord c’è stata una guerra civile. Basta ricordarsi di Sunday Bloody Sunday degli U2. Da una parte la maggioranza protestante e dall’altra “i cattolici” dell’Ira. Per il filosofo Russell l’impulso alla guerra è sempre esistito: dai tempi in cui l’uomo lottava per la sopravvivenza fino ad oggi. In guerra gli psicopatici,