A proposito di poesia contemporanea:

  • ° Nel corso del’900 si è diffuso il verso libero. Questo è avvenuto non solo tra quelli che vengono definiti dai cattedratici poeti dilettanti, ma anche da grandi poeti stranieri ed italiani. Laforgue fu il primo grande poeta ad adoprare il verso libero e a tal proposito scrisse: “mi dimentico di rimare, mi dimentico il numero delle sillabe, mi dimentico la distribuzione delle strofe”. Anche Pound fece un uso moderato nelle proprie liriche del verso libero. I poeti dell’imagismo scrivevano tutti in versi liberi. E. Lee Masters nella celeberrima Antologia di Spoon River adoprò spesso nei suoi epitaffi versi liberi e non prestò molta attenzione al rispetto della metrica. Per quel che riguarda il nostro paese i crepuscolari Corazzini, Gozzano, Govoni, pur utilizzando anche forme metriche tradizionali, introdussero il verso libero nella poesia italiana. Anche il poeta simbolista Gian Pietro Lucini scriveva sopratutto versi liberi e dichiarò che al momento della creazione non cercava “misure prestabilite(versi), nè sequenze numerate di misure(strofe)”, nè il posizionamento di accenti tonici. Inoltre bisogna ricordare che i poeti vociani Jahier e Boine scrissero solo prose poetiche. Infine i futuristi utilizzarono solo ed esclusivamente il verso libero. Sono favorevole all’uso di versi liberi perché come esseri umani abbiamo già notevoli limiti(mentali, psichici, gnoseologici, ontologici) ed  è a mio avviso fuori luogo aggiungere dei limiti stilistici, che oggi possono apparire ai più desueti. Se in poesia e in letteratura devono essere messe delle regole forse devono riguardare il rapporto tra l’arte e il tentativo di ideologizzazione dell’arte stessa. Ritornando al verso libero alcuni intellettuali ritengono che la vera libertà si acquisisca nell’ambito delle regole imposte e degli schemi precostituiti o almeno questa è la loro giustificazione alla loro concezione di una poesia, che per essere tale deve adoprare le forme metriche classiche. Altri intellettuali ritengono invece che nell’arte la libertà non esista, per cui devono essere accettate le regole imposte dalla tradizione. Per  il poeta Robert Frost “scrivere versi liberi è come giocare a tennis senza rete».
    Ma non è detto che chi scriva versi liberi e non rispetti la metrica tradizionale non si imponga altre regole riguardanti altri ambiti.
    Un tempo erano presenti dei canoni estetici. Oggi forse è più problematico valutare un poeta.
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A proposito di coscienza

La coscienza è oggetto di studio per la psicologia, l’etica, la teologia, la medicina, la filosofia, la politica, la letteratura. Ad esempio a livello morale si usa dire “la voce della coscienza”, che in fondo è la nostra parte più intima e con cui tutti dobbiamo fare i conti. Si usa anche dire “rimorso di coscienza” quando si ha un senso di colpa perché abbiamo compiuto una cattiva azione. La coscienza riguarda anche la teologia perché esiste in noi anche il numinoso, ovvero il sentimento del sacro. In letteratura esiste il flusso di coscienza. Basta leggere la Woolf, H. James, W. Faulkner, Joyce. Gli scrittori inseguivano i loro pensieri senza punteggiatura. La loro scrittura registrava i dati psicologici, la loro interiorità; descriveva la loro mente che vagava da una idea all’altra. Allora la mente non era ancora considerata esclusivamente un insieme di processi fisico-chimici. Naturalmente da allora è innegabile che siano stati fatti dei passi in avanti perché non si parla più di spirito e sappiamo che privati del sistema limbico non sapremmo più provare emozioni. Secondo la psicologia la coscienza è innanzitutto autoconsapevolezza. È allo stesso tempo consapevolezza del vissuto e responsabilità delle proprie azioni. Per Jaspers è “la vita psichica di un dato momento”. È autoriconoscimento, memoria di sé, percezione di sé, conoscenza di sé, senso di sé; recentemente i neuroscienziati hanno parlato di sè autobiografico, ovvero conoscenza del proprio passato e presente. Coscienza significa accorgersi anche degli stimoli esterni. Coscienza è attenzione. È consapevolezza della propria identità. È organizzazione psichica di attenzione, memoria, linguaggio, desideri, intenzioni, emozioni, valori, stati mentali. Secondo il cognitivismo è anche metacognizione, ovvero conoscenza delle proprie operazioni mentali. Tutto ciò risulta in parte labile ed ineffabile. A tal riguardo dobbiamo ricordarci che il Sé è sempre sfuggente ed elusivo. Ma non è solo questo il problema. Secondo gli scienziati un’ulteriore complicazione deriva dal fatto che la coscienza è difficile da analizzare perché è un processo e non un oggetto come gli altri. Molte cose che sappiamo della coscienza le sappiamo grazie all’introspezione. La coscienza è un mistero. È dal 1879 che la psicologia studia ufficialmente la mente. Infatti in quell’anno Wundt aprì nell’università di Lipsia un laboratorio per studiare sensazioni, percezioni, associazioni mentali. Nonostante ciò gli psicologi non riescono ancora a mettersi d’accordo a proposito. La questione è tra le più complesse. Sono innumerevoli gli aspetti problematici della coscienza. Per la medicina essa è l’attività delle facoltà mentali superiori. Ma cosa riesce a dare unità e coerenza ad essa? È possibile una teoria della coscienza valida senza avvalersi della soggettività? Attualmente molti neuroscienzisti sono riduzionisti e alcuni ritengono che sia possibile creare una mente artificiale dotata di coscienza. Per loro la coscienza è l’analisi dei correlati neurofisiologici. È lo studio del funzionamento del cervello tramite le tecniche di imaging,  le ricerche sugli animali, lo studio delle lesioni cerebrali. Alcuni riduzionisti e alcuni studiosi dell’intelligenza artificiale ritengono che il cervello umano possa essere equiparato ad un computer. Però Searle a riguardo ha proposto l’esperimento mentale della stanza cinese, in cui un uomo chiuso a chiave in una stanza non sa il cinese ma ha un calcolatore che riesce a fornire risposte in quella lingua. In questo caso gli input e gli output sarebbero costituiti da ideogrammi, ma l’uomo ignorerebbe il senso di tutto ciò. La mente umana quindi a differenza del computer non è solo sintassi. Fuor di metafora, solo gli uomini possono comprendere. I computer invece non possono. Non solo ma delle macchine per quanto complesse non potranno mai avere la plasticità neurale degli esseri umani. Altro aspetto rilevante è che non esistono solo sinapsi elettriche nell’uomo ma anche sinapsi chimiche, che determinano gli umori grazie ai neurotrasmettitori. I computer molto probabilmente non potranno mai sapere cosa è un umore, uno stato d’animo. Inoltre per Vittorino Andreoli la psiche umana è la risultante di tre fattori: l’eredità, l’esperienza, l’ambiente. Questi tre fattori probabilmente non caratterizzeranno mai un computer. Ma passiamo oltre. Esistono inoltre diversi stati di coscienza come la veglia, il sonno, gli stati alterati dall’assunzione di droghe o alcool, l’ipnosi, la trance, la meditazione, l’estasi mistica. Nessuno sa con certezza che cosa accade in questi casi. Cosa accade poi esattamente in casi come le percezioni extrasensoriali? Nessuno ancora lo sa con certezza. Un tempo Freud contrapponeva l’attività conscia all’inconscio. La coscienza allora era esclusivamente l’io. Ma ha senso forse oggi questa distinzione così limitativa? Per Husserl ciò che contraddistingueva la coscienza era l’intenzionalità. Ma cosa fa in modo che prestiamo attenzione a degli stimoli piuttosto che ad altri? Nessuno ancora una volta può dirlo con certezza. Sappiamo solo che la nostra mente processa, rielabora e codifica una miriade di stimoli interni ed esterni. Ma ciò che conta è solo quel che resta nella mente. Il resto non deve essere considerato importante. Il resto non conta. Gli altri stimoli persi, che non sono stati presi in considerazione, vuol dire che non contavano nulla. Per Daniel Kahneman “what you see, is all there is”, che tradotto significa “tutto quello che vedi, è tutto ciò che c’è”. Sappiamo che c’è una selezione. Sappiamo che c’è un filtro. Conta però solo il risultato finale: la gestalt globale. In definitiva ne sappiamo ancora ben poco allo stato attuale delle conoscenze. Gli studiosi devono essere sintetici ed avvalersi dell’indagine empirica. Scusate il gioco di parole ma è il caso di dire che non si è ancora preso totalmente coscienza della coscienza. Forse la mente umana resterà sempre un enigma insolubile.

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Sul web

Internet può essere uno strumento meraviglioso(mi riferisco alla possibilità di fare nuove amicizie, di trovare la dolce metà, di comunicare in tempo reale con persone che stanno lontane, di fare acquisti on line a prezzi scontati) ma può anche risultare nocivo. Basti pensare alla dipendenza da internet, al cyberbullismo, alle truffe on line, agli hater, al revenge porn, alla diffusione tra gli adolescenti del sexting, alle hidden cam, al gioco di azzardo on line, alle fake news. Non solo ma nel deep web si possono trovare snuff movie; si possono comprare fucili di assalto, droghe e veleni. Si possono anche trovare le istruzioni per costruire ordigni. Utilizzando i motori di ricerca si può trovare siti di sette sataniche e di sette religiose. Ricordo anche l’Isis che fa propaganda sul web e spesso trova nuovi soldati in rete. Tramite internet oggi si può fare di tutto. Si può anche assoldare sicari o istigare delle ragazze ad essere anoressiche. La rete è piena di pericoli per i minori. In alcune chat ci sono anche sessantenni che adescano ragazzini e ragazzine. In altri siti- l’ho letto sui giornali- sono le stesse minorenni che si vogliono far pagare per denudarsi in web cam. La stragrande maggioranza delle persone del mondo occidentale sono connesse e alcune nonostante ciò sono sempre più isolate. Alcuni confondono il mondo reale con quello virtuale. Inoltre a nessuno è dato sapere cosa accadrà in futuro con i big data, cioè con questa enorme raccolta dati. Forse sarà utilizzata per orientare i gusti dei consumatori e i voti degli elettori. Ma non c’è solo questo pericolo. Tutti vogliono condividere tutto on line, specialmente sui social network. Ecco allora che la stupidità e l’indifferenza dominano incontrastate. Lo ha dimostrato il caso di quel ragazzo di Rimini, che ha filmato un suo coetaneo morente al bordo della strada, dopo un incidente in motocicletta. Oggi tutti giocano a fare il reporter come quei ragazzi che hanno filmato gli ultimi istanti di vita di Niccolò, che veniva preso a calci e pugni in una discoteca spagnola: tutti intenti a filmare e nessuno che interveniva per fermare gli aggressori. Internet lo hanno utilizzato per primi i militari americani. Nessuno poteva prevedere anni fa degli usi distorti che si potevano fare di questo mezzo. Quello che sta accadendo adesso pochi decenni fa era imprevedibile. Forse il più grande vantaggio che internet possiede è quello di mettere a disposizione una enorme intelligenza collettiva. Ognuno può contribuire in base alle sue competenze a questa gigantesca mole di conoscenze, che sono sempre facilmente reperibili on line ma che spesso sono prive di fonti. Internet comunque a distanza di anni dalla sua comparsa è ancora un territorio selvaggio, in cui predatori e pirati informatici spesso la fanno franca. La legge è sempre indietro. Basta riflettere sulla web tax. Ma pensiamo alla cattiveria. La violenza psicosociale perpetrata tramite internet sembra essere inarrestabile. Gli adolescenti e i giovani più fragili e vulnerabili si uccidono talvolta. Alcuni decenni fa le ragazze morivano per overdose di eroina o per aborto clandestino. Un tempo la violenza psicologica era rappresentata dal bullismo, dal nonnismo, dal mobbing, dallo stalking. Queste forme di violenza esistono ancora. Però la rete le ha aggravate e ne ha generate anche di nuove. Oggi le ragazze si suicidano talvolta dopo essere state vittime di cyberbullismo o di revenge porn. Tutto può sembrare un gioco ma un gioco non è, perché ne va della vita di una persona. Internet allora diventa l’inferno.  Il mondo delle vittime crolla. Compare il vuoto esistenziale e la voglia di scomparire dalla faccia della terra. Il web si rivela un abisso e manifesta la sua irrazionalità. È la dimostrazione che non è un luogo per anime belle. Questa è una forma subdola di distruttività. È un modo di cancellare l’altra persona, di infangare per sempre la sua reputazione, di lasciarla da sola nella sua disperazione. Spesso le vittime denunciano in ritardo e gli inquirenti agiscono quando ormai è troppo tardi e il danno è stato fatto. Nei casi di cyberbullismo e di revenge porn il privato è pubblico e la privacy è sempre più evanescente. Oserei dire che la privacy è inesistente. I politici che dovrebbero dimostrare sensibilità e fare delle leggi efficaci naturalmente pensano ad altro. Nel frattempo sempre su internet vengono diffuse una grande quantità di bufale, che sembrano anche esse inarrestabili. Non solo ma non tutti i giornalisti professionisti attualmente compiono un fact checking. Un tempo uno dei problemi mentali dell’uomo contemporaneo era l’eccesso di informazione. Ora uno dei problemi è l’eccesso di disinformazione. Tramite internet si rischia di immagazzinare un surplus di notizie e nozioni, che sovraccaricano la nostra memoria a breve termine e anche quella a lungo termine. I veri problemi dei cittadini spesso non vengono considerati nel mondo virtuale. Molti giovani spesso passano la maggior parte del loro tempo su siti porno.  Internet quindi spesso finisce per essere una   semplice distrazione, mentre pochi potenti decidono la sorte del mondo intero. Nessuno di noi ci può fare niente. A tutti può andare bene così, fino a quando non si diventa parte offesa. Però vi ricordate Giorgio Gaber quando cantava “la libertà è partecipazione”? Chi è che partecipa più? Chi è che scende più in piazza ormai? Oggi si va in piazza ormai quando si ha l’acqua alla gola. Si frequenta invece più spesso le piazze virtuali, ovvero le bacheche di Facebook ad esempio. Nessuno crede più alla politica. Oggi in fin dei conti forse siamo più liberi di vivere vite virtuali e meno liberi di pensare, agire e creare.

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Due parole sul nichilismo

Il nichilismo è un termine che si può declinare in molti modi ed ha perciò diverse accezioni. È un termine troppo diffuso e perciò inflazionato. Spesso viene frainteso perché considerato solo anarchia, rifiuto delle istituzioni o negazione dell’oggettività. È un termine che non ammette sinonimi. Nessuna altra parola rende bene l’idea. Quindi scusatemi se ripeterò continuamente il termine “nichilismo “.  Esso è un termine abusato nel linguaggio comune. Quindi partiremo considerandolo da un’altra ottica. Il nichilismo è innanzitutto un problema filosofico complesso, che può portare il pensiero a girare a vuoto. In queste poche righe cercherò di semplificare la questione. Naturalmente spero di non banalizzarla. È così facile poi  andare fuori tema, divagare e debordare. È così facile contraddirsi. Questo   problema è una patologia occidentale ed è difficilissimo sapere la terapia e la prognosi. Il nichilismo a livello speculativo comprende molti passaggi filosofici e concetti-limite. Anticamente Gorgia aveva avvertito: “nulla è; se anche fosse, non sarebbe conoscibile; e se anche fosse conoscibile, non sarebbe comunicabile”. Per Nietzsche è un “ospite inquietante” della metafisica occidentale e per questa ragione Heidegger pensava che va “guardato in faccia”. Trattare il nichilismo e filosofare su di esso significa confrontarsi con i limiti ontologici, mentali, esistenziali dell’uomo perché come pensava E. Junger è impossibile per ogni essere umano rappresentare il niente. Il nulla non si può ascoltare:  il silenzio assoluto non esiste. C’è sempre qualcosa che lo scalfisce. Il niente è anche indicibile e invisibile. Chiudiamo gli occhi per guardare il buio ma ci sono i fosfeni. C’è sempre una impurità fisiologica tra l’io e il nulla. Il nulla lo possiamo solo intuire. Non lo possiamo percepire totalmente e neanche comprenderlo.  Abbracciare il nulla è solo un modo di dire. Il nulla non si può pensare. Anche pensare a nulla è solo un modo di dire. La coscienza come insegna Husserl è sempre intenzionale. È sempre orientata verso qualcosa. In realtà il nulla ci trascende in tutto e per tutto. Dire “il nulla è” a rigor di logica è già una contraddizione di termini. L’unica cosa che possiamo affermare è che il nulla è non essere. Anche desiderare nulla a mio avviso è impossibile. Al massimo si può desiderare di non desiderare nulla ma ciò significa desiderare qualcosa. Insomma qualcosa si desidera sempre. Nichilista è chi non crede in niente. Il nichilista non trova alcuna risposta a domande come “perché  sono venuto al mondo?” o “che senso ha la mia vita?”.  Alcuni illustri pensatori sono nichilisti come ad esempio Cioran. Il nichilismo è il destino dell’Occidente. Essere nichilisti invece in buona parte dei casi è una scelta come essere atei. Quindi se un nichilista uccide spesso non ha scusanti. D’altronde non si può dare sempre la colpa all’ambiente, alla società, alla cultura. Per Nietzsche il nichilismo nasce dalla morte di Dio ed è la svalutazione di tutti i valori della tradizione. Tutti i valori hanno perso valore. Per il filosofo tedesco non ci sono più le categorie di unità, verità, fine. Niente ha più uno scopo. Niente è più vero. La realtà finisce per frammentarsi. È stato l’uomo occidentale ad uccidere Dio. È nostra la colpa.  Ma ciò da alcuni è stato considerato positivo perché ci ha liberato da ogni pretesa di assoluto. Indietro comunque è impossibile tornare.  Nietzsche distingue un nichilismo passivo da uno attivo. Il nichilismo passivo è rappresentato dalla distruzione dei valori e in casi estremi anche dal disprezzo della realtà e quindi dal dire no alla vita. Al contrario il nichilismo attivo vuole distruggere i valori per ricreare, attuare una trasvalutazione di essi e dire sì alla vita. Nietzsche è anche l’artefice di un altro nichilismo, quello delle interpretazioni. Il filosofo può essere per questo considerato il padre del relativismo, perché ha anticipato di un secolo gli antropologi culturali. Infatti per lui non esistono fatti ma solo interpretazioni. Nel romanzo “Padri e figli” di Turgenev il protagonista è lo studente di medicina Bazarov, che crede solo nella scienza(non fa altro che sezionare rane) e nell’utile, disprezzando il bello, il bene, il vero. Questo è il nichilismo russo, che è anche un nichilismo politico che si pone contro il potere degli zar. Per Heidegger il nichilismo nasce dal fatto che per la metafisica occidentale l’essere diventa un ente tra gli altri. Il nichilismo secondo lui è oblio dell’essere. Non solo ma per Heidegger esiste anche un nichilismo della tecnica, che assieme al denaro domina la nostra società. Queste due entità hanno preso il posto di Dio attualmente; lo hanno sostituito totalmente. Secondo Heidegger dietro alla tecnica non c’è alcun fondamento ontologico: c’è il nulla. Non va però confusa la tecnica con la tecnologia. La prima è una mistura di razionalità strumentale e massima efficienza. La tecnologia invece è l’insieme di prodotti creati grazie all’impiego della tecnica. Per Marx l’uomo è alienato ed è anche cosa tra le cose in un mondo caratterizzato dal feticismo delle merci(le relazioni sociali sembrano rapporti tra cose, nonostante si salvi l’interdipendenza) e dal valore di scambio degli oggetti. Marx tuttora può essere considerato attuale, nonostante il pessimo sfruttamento delle sue idee: nonostante i comunismi e alcuni comunisti. Per Emanuele Severino il nichilismo è originariamente dovuto alla credenza che le cose e le persone sono nel niente, esistono per un determinato periodo di tempo e ritornano nel niente. Il divenire quindi sarebbe solo l’apparenza del nulla. Ciò comporta di conseguenza una totale assenza di valori perché se il niente ha la meglio non c’è più alcun senso della vita, che non vale più la pena di essere vissuta. Secondo Severino il nulla fagociterebbe tutti i principi della società. Per Umberto Galimberti i greci consideravano il tempo come ciclico per cui il nichilismo non poteva avere la meglio, perché tutto era prestabilito ed era destinato a ripetersi. Invece per i cristiani il tempo è lineare: il passato è il peccato originale, il presente è la redenzione, il futuro è la salvezza. Ma questo senso del tempo con la morte di Dio è scomparso. Il nichilismo deriverebbe quindi anche dal fatto che siamo orfani di un senso. Inoltre i greci avevano il senso del limite, mentre la razionalità tecnologica-scientifica non si pone mai limiti. Anche la produzione industriale non si pone limiti. Continua senza sosta. Junger la chiama “mobilitazione totale”. Ciò non è altro che il faustismo della civiltà occidentale individuato da Spengler. Il nichilismo perciò si manifesta nella tecnica. I greci avevano anche una altra cosa che noi non abbiamo più per combattere il nichilismo: una letteratura mitopoietica, che fissava degli archetipi nei miti. Per Stefano Zecchi solo una nuova concezione dell’arte(il mitomodernismo) può salvare dalla decadenza inevitabile a cui conduce il nichilismo.  C’è inoltre un nichilismo morale(“se Dio non c’è tutto è permesso” nei fratelli Karamazov), secondo cui si può anche uccidere e un nichilismo esistenziale, che può portare in casi estremi all’autodistruzione(“Meglio bruciare subito che consumarsi lentamente” di Kurt Kubain). Ci sono filosofi che sostengono che bisogna ritornare a pensare come i greci per sconfiggere il nichilismo. Altri che ritengono che bisogna pensare come gli orientali ed altri che propongono la rinascita di una società cristiana, anche se secondo molti lo stesso cristianesimo contiene in sé alcuni elementi nichilistici. Inoltre il cattolicesimo ha mostrato molte contraddizioni, un perbenismo e una ipocrisia di fondo da parte dei propri rappresentanti, che ha generato in alcuni il nichilismo. Non solo ma molti cattolici sono dei nichilisti. Per alcuni filosofi il nichilismo è il vaso di Pandora. Per alcuni marxisti invece è un falso problema perchè per essi è la struttura economica a determinare la sovrastruttura ideologica. Per gli idealisti è esattamente il contrario. Per altri ancora struttura e sovrastruttura invece interagiscano continuamente e quindi non ci sarebbe il primato dell’una sull’altra.  Ma andiamo oltre. Ognuno- dicevamo- ha la sua ricetta per debellarlo. Alcuni intellettuali aspettano l’avvento di un “ultimo uomo” che riesca a coesistere pacificamente con il nulla. Altri propongono “il pensiero debole” di Vattimo che indebolisca il soggetto e la ragione. Altri aspettano la radura di Heidegger: il gioco di ombre e di luci, che disvela l’esserci. Altri ancora sono a favore di una metafisica dei limiti.  C’è chi aspetta un nuovo umanesimo e chi invece un nuovo Dio. Camus per combattere l’assurdo proponeva la rivolta: “mi rivolto, dunque siamo”. Il suo era un appello alla solidarietà tra gli uomini. Lo scrittore francese riprendeva la frase di Karamazov: “Se non sono salvi tutti, a che serve la salvezza di uno solo!”. Camus diceva no alla religione per abbracciare l’umanismo. Nel frattempo il nulla ci sovrasta. Forse il nichilismo non è ancora il peggiore dei mali, ma è senza ombra di dubbio uno dei più insidiosi perché non ci sono ancora rimedi efficaci e nell’affrontarlo spesso si rischia di imboccare dei vicoli ciechi e di finire nelle trappole della metafisica. Riflettere su questo problema culturale può voler dire spesso fare una grande confusione e talvolta rischiare di prendere degli abbagli. Per Umberto Galimberti  nichilismo non significa caduta dei valori ma totale assenza di essi. Nichilismo quindi significa che i vecchi valori supremi non esistono più e non sono neanche stati rimpiazzati, sostituiti. Per alcuni filosofi il nichilismo nasce da una civiltà che pensava di aver raggiunto la verità e affermare che si ha il rimedio per sconfiggere questo male del nostro secolo significherebbe affermare che si sa la verità. Forse il nichilismo non ha soluzioni invece e finirà per divorarci. Il nichilismo è un termine che può acquisire tantissimi significati e può essere considerato la radice di tutti i mali e delle ingiustizie umane. C’è anche chi sostiene che il capitalismo selvaggio e il consumismo siano dovuti al nichilismo. Altri ancora sostengono che dietro le guerre ci sia il nichilismo e la volontà di potenza. Alcuni a torto ritengono che anche i kamikaze siano dei nichilisti, ma è tutto il contrario perché loro sono degli integralisti, degli assolutisti: ai loro occhi solo i loro valori sono gli unici veri e devono imporsi ad ogni costo sulla civiltà occidentale. Comunque il nichilismo può essere considerato un rompicapo metafisico, un rovello culturale, un atteggiamento esistenziale. Non solo ma dal punto di vista gnoseologico il nichilismo è scetticismo.  Non dimentichiamoci poi che il nulla, così pervasivo nella società, causa disorientamento e malessere in alcune persone, che sono probabilmente anche più fragili psicologicamente. Secondo taluni tutto è vuoto e vano. Non c’è più fede. Non c’è più alcuna ideologia e neanche alcuna utopia. Non c’è più futuro. Nessuna prospettiva. Tutto è menzogna.  Tutti sono degli impostori. Tutto è sterile. Tutto è caos. Nessuno può essere se stesso perché tutto è recita. Tutto ciò che era verità oggi è divenuto favola. Non c’è più alcuna certezza assoluta. Il senso di annichilimento, lo sgomento del vuoto sono il brodo di coltura. Il nichilismo diviene inconfutabile. Il nulla è una ombra costante. I simulacri sono infiniti. Non si esce dal circolo vizioso del nichilismo se si cerca di  speculare.  Chi vuole smascherare la metafisica si trova al cospetto di un fantasma. Tutto è visto in modo pessimista.  Tutti vorrebbero fuggire dal nichilismo ma è sempre più difficile farlo. Andy Warhol a proposito della vita scriveva:  “Ti ammali e muori. Tutto lì. Perciò non devi fare altro che tenerti occupato». Alcuni si drogano. Altri ammazzano. L’emblema del nichilismo più significativo è quello di giovani che lanciavano sassi dal cavalcavia, nonostante avessero bevuto molte birre e probabilmente avessero disturbi di personalità. Quando a questi ragazzi chiesero per quale motivo l’avessero fatto risposero che non sapevano come passare il tempo. Però non tutti i nichilisti si comportano male. Bisogna anche ricordare che sono molto di più gli studiosi europei che quelli americani ad esempio a riflettere su questa problematica perché probabilmente appartengono ad una civiltà più antica e percepiscono di più il tramonto della civiltà occidentale. La domanda che bisogna porsi per oltrepassare il nichilismo è la seguente: perché il nulla sta prendendo il sopravvento?  I filosofi non si trovano minimamente d’accordo. Molteplici sono le diagnosi ma forse il nichilismo è una malattia inguaribile di noi occidentali. È un virus invincibile; un veleno senza antidoti. È una piaga. Per alcuni è l’origine di ogni male.  Hemingway scriveva: «Nulla nostro che sei nel nulla, nulla sia il tuo nome ed il tuo regno, nulla la tua volontà in nulla come in nulla. Dacci oggi il nostro nulla quotidiano e rimetti a noi i nostri nulla come noi rimettiamo ai nostri nulla e liberaci dal nulla». E che dire di Leopardi, secondi cui “Tutto è nulla”? Probabilmente avevano entrambi compreso molto e cioè che l’essenza della nostra civiltà era il nulla: una società reificata e fondata sul nulla.

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Due parole su Chomsky

Non posso condividere tutto ciò che scrive il padre della psicolinguistica Noam Chomsky, secondo cui l’America e Israele sono i mali principali del mondo, anche se lui naturalmente nega di aver scritto questo. Lo studioso scrive che c’è un unico modo per fermare il terrorismo nel mondo ed è quello di smettere di praticarlo da parte degli Stati Uniti. Non voglio difendere a spada tratta la politica estera e il militarismo degli USA, che spesso si sono rivelati controproducenti. Ma mi sembra eccessivo sostenere come fa lo studioso che il principale responsabile del terrorismo nel mondo sia l’America. Troppo estremista a mio avviso! Troppo esagerato! Chomsky ad esempio dimentica che gli americani hanno sconfitto sia il nazifascismo che il comunismo, che erano regimi totalitari sanguinari. Minimizza riguardo ai crimini dei comunisti. Nega ad esempio quelli di Pol Pot in Cambogia. Chomsky critica totalmente gli USA ma in vita sua ha parteggiato per il Venezuela di Chavez, il comunismo sovietico, la dittatura cubana, il maoismo, il terrorismo palestinese. Che dire del fatto che il linguista ha difeso Osama Bin Laden, che povero e indifeso non doveva essere ucciso nel suo nascondiglio? Tutti gli intellettuali odiavano Oriana Fallaci per l’emotività del suo pamphlet, ma pochissimi liberali si sono scagliati contro questo pensatore, che odia l’Occidente e tuttavia vive agiatamente in America. Non solo ma non distingue tra democrazia e dittatura. Eppure dovrebbe tifare per la “società aperta” di Popper ed essere contro i suoi nemici! Sostiene che gli Stati Uniti siano responsabili di “crimini non intenzionali”. Allora c’è qualcosa di marcio nella democrazia di quel paese! Ma cosa? Sono le solite lobby delle armi che fanno pressione sui governi affinché promuovono guerre nel mondo? C’è anche dell’altro? Cosa esattamente fa in modo che gli americani colpiscano nelle operazioni all’estero le popolazioni civili? Cosa c’è di ontologicamente e strutturalmente malvagio nella democrazia occidentale? Le democrazie occidentali sono violente perché schiave del capitalismo? Perché l’America, che è la più grande democrazia del mondo, ha bisogno di una tattica violenta? È la cosiddetta inevitabilità della violenza? Questo Chomsky non lo spiega. Sostiene che gli Stati Uniti fanno così perché sono i più potenti del mondo e che altri prima facevano esattamente come gli Stati Uniti. È lapalissiano perciò dire anche che in futuro altri faranno come gli americani. Chi comanda perciò fa sempre così. Questo risponde lo studioso a chi gli chiede se considera l’America “l’impero del male”. Per lui l’America è il gendarme del mondo che abusa perennemente del suo potere. Però dice anche che chiunque al suo posto farebbe così. Allora perché puntare sempre e comunque contro il dito contro l’Occidente e non contro tutti gli stati? Quale è poi la ricetta di Chomsky? Una rivoluzione ancora più violenta che instaura un regime comunista più sanguinario? O forse quello di Chomsky è l’antiamericanismo di una eterna anima bella, che vuole essere spacciato come un nobile pacifismo? Io mi domando anche se sia totalmente attendibile quando snocciola i dati riguardo al terrorismo di stato americano. Viene da interrogarsi inoltre se qualsiasi nazione per fare i propri interessi non violi in politica estera i diritti civili, perché in fondo nel mondo tutti sono in guerra contro tutti? Si salva qualcuno e qualcosa nell’analisi di Chomsky? A onor del vero lui salva i cittadini, che non vanno confusi in una democrazia scarsamente rappresentativa con una elite politica che governa malamente e malvagiamente. Si salva la democrazia all’interno degli Usa, che consente diritti civili ai cittadini. In America inoltre c’è la possibilità di ottenere molte informazioni sui governi americani e ci sono le garanzie per fare controinformazione. Infine il governo non ha alcuna influenza sui mass media. Questi sono i pregi dell’America secondo lui. Però non inalberatevi troppo per le parole di Chomsky o per le mie parole(più probabile perché Chomsky ha molti fan, viene considerato una star e le università toscane ad esempio gli hanno conferito diverse lauree ad honoris causa). In fondo l’America non è più una superpotenza. Tra qualche anno altri stati domineranno il mondo. L’antiamericanismo allora non avrà più modo di esistere. Non avranno più modo di esistere tutte le paranoie sul potere americano. Solo allora sapremo se il rimedio comunista ad esempio sarà migliore o peggiore dei mali. Vedremo come si comporteranno i cinesi ad esempio. Il famoso linguista però come studioso è riuscito a liquidare la psicanalisi ma come uomo ne avrebbe avuto bisogno per comprendere a pieno questa sua ossessione nei confronti dell’America.

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Molestopoli

Dopo tangentopoli, affittopoli, vallettopoli, villettopoli, ricattopoli, calciopoli, sanitopoli, sprecopoli, concorsopoli, parentopoli, ricettopoli ecco molestopoli! In America è scoppiato il caso di Weinstein, ex produttore della Miramax e predatore seriale, che secondo le più recenti stime dovrebbe aver molestato 93 donne. Asia Argento è stata una delle prime a denunciarlo. Molti l’hanno attaccata o difesa per partito preso. Molti l’hanno attaccata perché non piaceva loro il suo personaggio e perché donna di sinistra, appartenente ad una famiglia di sinistra. Molti l’hanno difesa sempre per le stesse ragioni. Sono fioccate querele e sono nate polemiche. In Italia Miriana Trevisan ha accusato Tornatore di molestie e dieci ragazze hanno accusato Fausto Brizzi tramite il programma televisivo “Le iene”. In rete è diventato famoso l’hashtag “Quella volta che”, scaturito da una lettera di Giulia Blasi. Ci sono femministe che sostengono che ciò non sia sesso ma solo abuso di potere e prevaricazione. Sempre secondo questa scuola di pensiero tutto dipenderebbe dal patriarcato. Secondo Laura Boldrini manca l’educazione di genere. L’opinione pubblica si è divisa. Ci sono colpevolisti e innocentisti. Alcuni garantisti hanno paura di un effetto domino e di una caccia alle streghe, anzi di una caccia al mostro da sbattere in prima pagina. Maria Elena Boschi legittimamente ha dichiarato che tante ragazze vanno in televisione ad accusare molestatori, mentre sono poche davvero coloro che vanno al commissariato. Accade questo per sfiducia nelle istituzioni o per altro? In Italia si fanno i processi sommari in televisione e sui giornali, mentre una persona dovrebbe essere considerata innocente fino al terzo grado di giudizio. Eppure anche il mondo del giornalismo ad esempio non è immune da questo fenomeno delle molestie. Si pensi ad Olga Ricci(pseudonimo) che ha aperto il blog “Porco al lavoro” e che ha scritto anche il libro “Toglimi le mani di dosso”. Nessun ambito è escluso. In Italia però l’ultima ricerca sulle molestie sul luogo di lavoro è una indagine Istat del 2009. C’è chi sostiene che bisogna schierarsi sempre e comunque dalla parte delle donne. È difficile stabilire chi abbia ragione. Bisognerebbe aspettare le sentenze dei giudici. C’è chi dice che le denunce sono state troppo tardive e sono dovute solo ad esibizionismo e opportunismo. Altri invece ritengono che l’elaborazione del trauma e la paura di subire danni alla carriera determinino un outing fatto a distanza di anni. Va detto che la legislazione americana e quella italiana differiscono sostanzialmente anche nel caso di stupro e molestie. In Italia questi reati vanno in prescrizione dopo sei mesi, mentre in America non vanno in prescrizione. Quindi se una ragazza accusa dopo anni qualcuno in Italia può essere condannata per calunnia o diffamazione. Non solo ma bisognerebbe sempre distinguere nettamente tra proposta indecente, ricatto sessuale, molestia sessuale, abuso, violenza sessuale. Oggi a mio avviso c’è la caccia al mostro. Però io ho i miei dubbi. Le starlette potrebbero andare a caccia di notorietà e visibilità. Alcune potrebbero volersi vendicare per non essere diventare le protagoniste di un film. Inoltre quando una donna accusa un uomo di molestie è favorita da quel che definiscono “una presunzione di credibilità”. Un tempo le donne non venivano credute ma oggi il clima è completamente differente. Si crede incondizionatamente alla donna. Le molestie sessuali spesso dipendono dalla percezione soggettiva della presunta vittima. Spesso non ci sono prove. Tutto accade in una stanza tra due persone. È stato abuso? Era consenziente? Non ci sono riscontri oggettivi. Va detto anche che a distanza di tempo si possono creare dei falsi ricordi. La memoria può ingannare. Sulla sindrome della falsa memoria è stato detto tutto e il contrario di tutto dalla comunità scientifica. Non solo ma secondo alcuni, ritenuti retrogradi a torto o a ragione, una donna non dovrebbe essere mai una sprovveduta e dovrebbe anche sapersi difendere. Non dovrebbe perciò mai trovarsi in situazioni imbarazzanti come trovarsi sola al cospetto di un uomo malintenzionato in un luogo equivoco. Ricordo anche che non ci sono solo i ricattatori sessuali. Secondo Flaiano le “spaccadivanetti” erano sempre esistite nel mondo del cinema. Ci sono sempre state donne disposte al compromesso. Le signorine Gradisca ci sono sempre state nei confronti di uomini ricchi e potenti. Lo stesso dicasi per ragazzi disposti a compromessi per lavorare con Pasolini e Visconti come ricordano intellettuali non più giovani. Non è forse che alcune starlette accusano di molestie un potente solo perché questo non ha mantenuto le promesse fatte? Quello che probabilmente manca in tutti gli ambiti lavorativi italiani in tema di molestie è un codice di regolamentazione. Infatti tutti teoricamente hanno il diritto di stare bene sul luogo di lavoro, anche se una certa dose di conflittualità viene ritenuta fisiologica in Italia. Inoltre anche se l’uomo viene assolto dal reato di molestie è marchiato a vita. Essere accusati di molestie è una accusa infamante, che nessuno riesce a togliersi di dosso. Una cosa che non mi va bene è che in Italia non si abbiano delle priorità. Il nostro è il Paese per antonomasia dei femminicidi e ultimamente si parla solo di molestie nel mondo del cinema. Prima invece bisognerebbe considerare la violenza fisica più estrema e poi quella psicosociale.

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L’autenticità

La vita occidentale sembra talvolta senza punti di approdo. Per Sartre gli altri sono l’inferno. Eppure siamo continuamente alla ricerca degli altri. Eppure nessuno riesce ad essere totalmente misantropo. Secondo la psicologia l’immagine che abbiamo di noi stessi dipende dalla considerazione che gli altri hanno di noi. Insomma prima viene l’interpsichico e poi l’intrapsichico. Come scrive Goleman: “Il nostro senso dell’io nasce nelle nostre interazioni sociali: gli altri sono gli specchi che riflettono la nostra immagine, un’idea che è stata riassunta nella frase: sono ciò che penso che tu pensi che io sia”. Spesso imitiamo gli altri. Prendiamo sempre come modello qualcuno e non si può fare altrimenti. Talvolta impersoniamo una parte, recitiamo un ruolo. Siamo maschere. Secondo Schopenhauer nella vita perdiamo 3/4 di noi stessi per essere come gli altri. La maggioranza di noi preferisce essere amata a tutti i costi dagli altri. Preferisce essere amata anche se questo significa perdere genuinità e significa essere amata per ciò che non è. Tutti vogliono essere accettati. Secondo la vulgata ognuno è unico e irripetibile. Però nel corso dell’esistenza ci sforziamo di essere delle copie. Ci facciamo omologare e appiattire. Spesso ci perdiamo nella chiacchiera impersonale, che Heidegger criticava perché priva di sostanza, frivola e talvolta infondata. La chiacchiera spesso è un discorso fine a se stesso. Spesso sfocia nel pettegolezzo. Ma in fondo è anche essa un modo per passare il tempo. È una distrazione. Per Heidegger l’esistenza è realmente autentica solo se è continuo memento mori. Ma ne siamo davvero così sicuri? Viene da chiedersi cosa c’è di realmente autentico in questa vita. Il lavoro è sovente noioso, ripetitivo, alienante. Dovrebbe nobilitare l’uomo e spesso lo stressa, lo abbrutisce. Senza lavoro d’altra parte si sta ancora peggio perché l’essere umano è contemplato solo come homo faber e come homo oeconomicus. Il lavoro non autorealizza quasi mai ma è l’unico mezzo di sostentamento. I soldi comunque non bastano mai e c’è sempre una ricerca continua del colpo gobbo, partecipando a lotterie, scommesse e giochi a premi. C’è qualcosa di autentico in questo? C’è qualcosa di autentico nelle abitudini che costellano la nostra esistenza e che appaiono così rassicuranti? Non sono routine? Non sono anche esse alienanti? C’è qualcosa di autentico nel pensiero, che nella migliore delle ipotesi è fatto di reminiscenze e conoscenze di seconda mano? C’è qualcosa di autentico nel conformismo e nella continua competizione con gli altri? C’è qualcosa di autentico nel vestire bene e nell’inseguire sempre tutte le mode? C’è qualcosa di autentico nella curiosità morbosa che ci fa assistere a spettacoli di tragedie e altri fatti di cronaca nera? C’è qualcosa di autentico nel sesso con la consorte, che sovente è puro e semplice dovere coniugale? Oppure c’è qualcosa di autentico nel sesso occasionale, pura e semplice ricerca del piacere? Non è in fondo anche il sesso diventato una forma spiccia di comunicazione interpersonale e un modo per autoestraniarsi? C’è qualcosa di autentico nel divertimento? C’è qualcosa di autentico nello sballo e nella musica assordente e stordente del Sabato sera? C’è qualcosa di autentico nel picnic primaverile? E nella vacanza esotica con l’agenzia di viaggio? Tutti vogliono girare il mondo mordi e fuggi. Ma cosa resta di tutto ciò? Cosa c’è di vero e cosa di apocrifo? Talvolta visitano luoghi molto distanti senza considerare le bellezze di casa nostra. In questa vita tutto sembra simulacro. Tutto sembra un mezzo per raggiungere un altro mezzo. I frammenti di noi stessi sono stati persi in giro. Cosa davvero è un fine? Cosa davvero resta? La ricerca di libertà e di felicità sono davvero autentiche? Si può sempre parlare di intimi convincimenti in un mondo in cui tutto è sempre più imposto? Anche le risposte della religione sembrano inadeguate perchè i credenti delle prime file delle chiese non sono altro che bigotti maligni e alcuni preti che dovrebbero prima di tutto dare il buon esempio non sono che falsi preti. In fondo anche le persone religiose in buona parte dei casi sono chiuse, credono nei luoghi comuni e negli idoli come tutti gli altri. Questa società corrompe quasi tutti. Insomma non mi sembra che ci siano appigli. Tutto è alla deriva e sono veramente pochi coloro che si salvano. Come dicevano gli antichi tutto è vanità di vanità. Niente e nessuno sfugge a questa logica.

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Alcune poesie di Milo De Angelis

Da “Tema dell’addio”:

Contare i secondi, i vagoni dell’Eurostar, vederti
scendere dal numero nove, il carrello, il sorriso,
il batticuore, la notizia, la grande notizia.
Questo è avvenuto, nel 1990. E’ avvenuto, certamente
è avvenuto. E prima ancora, il tuffo nel Ticino,
mentre il pallone scompariva. E’ avvenuto.
Abbiamo visto l’aperto e il nascosto di un attimo.
Le fate tornavano negli alloggi popolari, l’uragano
riempiva un cielo allucinato. Ogni cosa era lì,
deserta e piena, per noi che attendiamo.

In te si radunano tutte le morti, tutti
i vetri spezzati, le pagine secche, gli squilibri
del pensiero, si radunano in te, colpevole
di tutte le morti, incompiuta e colpevole,
nella veglia di tutte le madri, nella tua
immobile. Si radunano lì, nelle tue
deboli mani. Sono morte le mele di questo mercato,
queste poesie tornano nella loro grammatica,
nella stanza d’albergo, nella baracca
di ciò che non si unisce, anime senza sosta,
labbra invecchiate, scorza strappata al tronco.
Sono morte. Si radunano lì. Hanno sbagliato,
hanno sbagliato l’operazione.

 
Ci teniamo vicini
all’urlo, mentre passa il dodici
e l’attimo separato
dal suo vortice resta qui, nel cuore
buio dell’estate, nell’annuncio
di una volta sola. Tu
non ci sei. Resta la tua assoluta
voce nella segreteria, questa
morte che non ha luogo.

 

Da “Biografia sommaria”:

La Doxa mi chiede per chi voterò. La voce
è di un ragazzo che, dall’altra parte, respira.
Non so quale chiarezza dentro la rovina. Tutto
ritorna qui, confine del luogo. Quel non parlato
di chiodi per terra. Il Professor D’Amato spiegava
un pronome… nemo: nessuno, non nemo: qualcuno Nessuno
giungerà oltre le vene, è semplice, ragazzi. Qualcuno
è scomparso o comunque non dà notizie. Il postino
mi consiglia di guardare meglio nella buca,
anche in quelle vicine. Guarderò. Neminem
excipi diem: per nessun giorno ho fatto eccezione. Morire
è dunque perdere anche la morte, infinito
presente, nessun appello, nessuna musica
di una chiamata personale. Oltre le vene che furono rito
e dimora, milligrammo e annuncio, grido infinito
di gioia o di soccorso, nessuno mai
oltre queste vene. È semplice, ragazzi, nessuno.

 

Da “Somiglianze”:

Era
nelle borgate, camminando in fretta
quell’assolutamente
oltre
che dai libri usciva nella storia
radendo le bancarelle, d’estate.
Domanderemo perdono
per avere tentato, nello stadio,
chiedendogli di lanciare un giavellotto
perché ritornasse l’infanzia.
Non si poteva
ma la somiglianza era noi
nell’immagine di un altro, ravvicinato, nel sole
volevamo trattenere il nostro senso
verso lui
in un gesto da rivivere: chi poteva sancire
che tutto fosse al di qua?

Prese la rincorsa, tese il braccio…

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Alcune quartine di Patrizia Valduga

C’è un solo incontro e non c’è un solo addio

e devo sempre stare sul chi vive:

nel grande cimitero dei miei io

vivo una vita tutta recidive.

 

<<Guardalo questo corpo: ti appartiene.>>

Non ho occhio che pesa e che misura

e per vedere veramente bene

mi serve il buco della serratura.

 

In questa stanza che non ha piú uscita,

come stormisce il sangue, e al suo stormire

è il mio turno di vivere… di vita…

Io so che sai che cosa voglio dire.

 

 

Baciami; dammi cento baci, e mille:

cento per ogni bacio che si estingue,

e mille da succhiare le tonsille,

da avere in bocca un’anima e due lingue.

 

Tu mandali a dormire i tuoi pensieri,

devi ascoltare i sensi solamente;

sarà un combattimento di guerrieri:

combatterà il tuo corpo e non la mente.

 

 

 

 

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Due poesie di Giovanni Giudici

LA VITA IN VERSI
Metti in versi la vita, trascrivi
fedelmente, senza tacere
particolare alcuno, l’evidenza dei vivi.

Ma non dimenticare che vedere non è
sapere, né potere, bensì ridicolo
un altro voler essere che te.

Nel sotto e nel soprammondo s’allacciano
complicità di visceri, saettando occhiate
d’accordi. E gli astanti s’affacciano

al limbo delle intermedie balaustre:
applaudono, compiangono entrambi i sensi
del sublime – l’infame, l’illustre.

Inoltre metti in versi che morire
è possibile più che nascere
e in ogni caso l’essere è più del dire.

 

UNA SERA COME TANTE

Una sera come tante, e nuovamente
noi qui, chissà per quanto ancora, al nostro
settimo piano, dopo i soliti urli
i bambini si sono addormentati,
e dorme anche il cucciolo i cui escrementi
un’altra volta nello studio abbiamo trovati.
Lo batti col giornale, i suoi guaiti commenti.

Una sera come tante, e i miei proponimenti
intatti, in apparenza, come anni
or sono, anzi più chiari, più concreti:
scrivere versi cristiani in cui si mostri
che mi distrusse ragazzo l’educazione dei preti;
due ore almeno ogni giorno per me;
basta con la bontà, qualche volta mentire.

Una sera come tante (quante ne resta a morire
di sere come questa?) e non tentato da nulla,
dico dal sonno, dalla voglia di bere,
o dall’angoscia futile che mi prendeva alle spalle,
né dalle mie impiegatizie frustrazioni:
mi ridomando, vorrei sapere,
se un giorno sarò meno stanco, se illusioni

siano le antiche speranze della salvezza;
o se nel mio corpo vile io soffra naturalmente
la sorte di ogni altro, non volgare
letteratura ma vita che si piega nel suo vertice,
senza né più virtù né giovinezza.
Potremmo avere domani una vita più semplice?
Ha un fine il nostro subire il presente?

Ma che si viva o si muoia è indifferente,
se private persone senza storia
siamo, lettori di giornali, spettatori
televisivi, utenti di servizi:
dovremmo essere in molti, sbagliare in molti,
in compagnia di molti sommare i nostri vizi,
non questa grigia innocenza che inermi ci tiene

qui, dove il male è facile e inarrivabile il bene.
È nostalgia di un futuro che mi estenua,
ma poi d’un sorriso si appaga o di un come-se-fosse!
Da quanti anni non vedo un fiume in piena?
Da quanto in questa viltà ci assicura
la nostra disciplina senza percosse?
Da quanto ha nome bontà la paura?

Una sera come tante, ed è la mia vecchia impostura
che dice: domani, domani… pur sapendo
che il nostro domani era già ieri da sempre.
La verità chiedeva assai più semplici tempre.
Ride il tranquillo despota che lo sa:
mi numera fra i suoi lungo la strada che scendo.
C’è più onore in tradire che in essere fedeli a metà.

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Intervista a Michele Nigro

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Intervistando Michele Nigro

a cura di Davide Morelli

Michele Nigro, nato nel 1971, vive a Battipaglia (Sa). Si diletta nella scrittura di racconti, poesie, brevi saggi, articoli. È un artista poliedrico. Dimostra talento in ogni cosa in cui si cimenta. Il suo ingegno è versatile. Ha diretto la rivista letteraria “Nugae” fino al 2009 e attualmente cura il blog personale “Nigricante”: http://michelenigro.wordpress.com. Ha pubblicato la raccolta di poesie “Nessuno nasce pulito”,  la raccolta di racconti “Esperimenti”, il racconto lungo “Call Center” e il saggio “La bistecca di Matrix”. Ha scritto su un quotidiano di Salerno e in tanti altri posti. Oltre ad essere poeta e scrittore è anche giornalista partecipativo. Ha frequentato nel 2008 a Roma, presso la Giulio Perrone editore, il Corso di Giornalismo Culturale. Ha partecipato al Laboratorio di scrittura creativa Rai Eri “Il libro che non c’è”. Ha vinto numerosi premi letterari e ha ottenuto vari consensi da parte della critica. Suoi racconti e poesie sono stati pubblicati in molte antologie.
Chi lo segue sui social sa che non lesina battute argute sui fatti del giorno. È ironico e anche autoironico. Riesce ad essere, come si suol dire, sempre sul pezzo. Scrive aforismi pregevoli. È sempre presente su internet ma rifugge dall’esibizionismo e dal successo. Questa è una descrizione molto sintetica di Michele Nigro. Non ho voluto fare il critico letterario e neanche il biografo. In questa intervista gli ho rivolto delle domande, forse un po’ banali ma utili a comprendere di più l’autore. Se volete saperne di più leggetela attentamente e poi magari commentate. (d.m.)
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DM. A che età hai iniziato a scrivere?
MN. Mi chiedi di compiere un “carotaggio mnemonico” nei terreni del Passato: credo che i primi esperimenti risalgano alla seconda metà degli anni ‘80. Ricordo che mi divertivo a scrivere delle sottospecie di componimenti poetici utilizzando l’inchiostro di china e il pennino: il fatto di dover intingere di tanto in tanto, con un gesto d’antan, mi forniva una pausa dalla scrittura compulsiva e mi induceva a riflettere. Oggi con la videoscrittura questa lentezza è andata un po’ persa, ma cerco sempre di fare un “passaggio lento” su carta prima di riversare tutto in un file, almeno per le scritture a cui tengo di più. Poi c’è stato un lunghissimo periodo diaristico, quando vivevo a Napoli: il diario s’intitolava “Napoli e io”, seppellito in garage; sono trascorsi quasi vent’anni dall’ultima pagina scritta lì sopra, ma non ho ancora trovato il “coraggio” di rileggerlo. Un giorno, quello giusto, lo farò: sono convinto che troverò molte “materie prime” per la scrittura di oggi.
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Da quanto tempo sei un artista multimediale?
Ah, lo sono? Non sapevo di esserlo… Se con la definizione “artista multimediale” ti riferisci all’esperienza di webpoetry sul mio blog “Nigricante” (http://michelenigro.wordpress.com) con cui cerco di integrare coerentemente poesia (o altri tipi di testo), immagini e video musicali in un unico post, allora possiamo parlare di una sorta di multimedialità. Per il resto non credo di aver sperimentato chissà che. L’arte multimediale è ben altra situazione: ne sanno qualcosa gli organizzatori dell’OLE Festival di Napoli (Festival Internazionale della Letteratura Elettronica); la vera multimedialità applicata all’arte prevede anche un compromettente grado d’interazione tra autore e fruitore, che può addirittura modificare l’opera: nel mio caso non si va oltre l’ipertestualità o il classico “mi piace”, la condivisione e i commenti, tipici del blogging e del social networking. Sono ben lontano dai più moderni concetti di Crossmedialità o di Transmedialità.
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Ti definisci un lettore onnivoro, ma quali sono state le letture che ti hanno formato?
Assolutamente onnivoro: la monotematicità mi ucciderebbe. Di libri importanti ne ho incontrati tantissimi; dal punto di vista letterario non ho una formazione accademica (per fortuna o per sfortuna) quindi non ho dovuto leggere un elenco di libri consigliati per superare gli esami. Ricordo con affetto i libri sugli animali che mia madre acquistava a Port’Alba a Napoli tra la fine dei ‘70 e gli ‘80, e poi gli almanacchi di Topolino e Paperino, la Bibbia, una raccolta di fiabe giapponesi, le mitiche enciclopedie “Conoscere” e “Universo” (altro che Wikipedia!), l’Atlante geografico De Agostini, e ovviamente la letteratura fantascientifica… Ma le letture interessanti e formative sono quelle che ancora devo fare: la mia libreria chiama!
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Alcuni ritengono che i blog non abbiano più modo di esistere. Cosa ne pensi a riguardo?
Penso che, al contrario, i blog rappresentino (almeno per quel che riguarda il web) l’ultimo avamposto prima della definitiva invasione di una certa “liquidità”, a cui faceva riferimento Bauman, applicata alla scrittura in rete. Il social networking ha amplificato a dismisura questa condizione disumanizzante: qualcuno parla, a ragione, di “soliloqui incrociati” trasportati da un flusso elettronico verso il mare del Nulla. Anche un blog è effimero: basta un clic e addio! Ma se il blogging è curato, nutrito con materiali consistenti, se è articolato e non teme di essere complesso, può rappresentare un valido argine all’effimero individualismo del web. C’è chi afferma che i post, per essere efficaci (termine relativo: efficaci per chi, per fare cosa?), debbano avere una struttura elementare, essere brevi, leggeri, mi verrebbe da dire “liquidi”, appunto. Io invece dico: scrivete, quando è possibile, post lunghissimi, difficili, “pesanti”, articolati. Avrete molti visitatori frettolosi in meno, questo è sicuro, ma non sarete trasportati dalla corrente del fiume: la “vostra rete” sarà salda, più solida, meno trafficata ma più resistente al tempo. Tutto il resto, poi, dipende dai motori di ricerca e dall’indicizzazione dei contenuti. Se un libro è valido, anche se collocato in un punto dello scaffale poco frequentato, perché non dovrebbe meritarsi di esistere?
E poi, mi tolgo qualche sassolino dalla scarpa, non comprendo lo snobismo di certi “scrittori”, solo perché sono stati pubblicati da qualche casetta editrice, nei confronti dei blogger, non ritenuti “veri scrittori” perché non hanno ancora partorito il “prodotto-romanzo”: anche il blog è una palestra di scrittura (non tutti i blog, ovviamente); molti libri cartacei hanno avuto origine da forme embrionali sul web, così come molti libri stampati proseguono “la discussione” in rete (penso a “Medium” http://medium.com/guida-a-medium e ad altre piattaforme simili per l’interazione autore/lettore, come l’italiana Rivista Letteraria Libera “La Recherche.it” http://www.larecherche.it/index.asp).
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Alcuni giornalisti dicono tutto il male possibile del web. Cosa ne pensi?
Penso che questi giornalisti siano ignoranti, nel senso che ignorano le potenzialità di un mezzo a cui loro stessi, come categoria, attingono a piene mani continuamente: basti pensare a quante volte vengono nominati i social network nel corso dei telegiornali per sottolineare l’andamento dell’opinione pubblica in merito a una questione politica o a una notizia di cronaca. Credo che il giornalismo professionistico si lamenti, giustamente, del web in riferimento al fenomeno delle cosiddette “fake news”: partendo dal presupposto che anche molti “giornalisti professionisti” hanno creato false notizie, non hanno verificato fonti, sono stati di parte, non vi è un luogo sicuro, nel mondo delle notizie, a prova di “falso”. Il “giornalismo partecipativo” ovviamente rappresenta una minaccia per i giornalisti vecchio stampo (anche se l’adeguamento ai tempi è in corso!): per fortuna non bisogna essere iscritti all’Ordine dei Giornalisti o avere il tesserino da pubblicista per scrivere la verità o per “partecipare attivamente” alla creazione di notizie. Anche quelle culturali: quest’intervista è un esempio di “giornalismo culturale partecipativo”.
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Cosa ne pensi del trolling? E degli hater?
Anche se sul mio blog mi sono autodefinito scherzosamente hater e fautore del trolling, penso dei troll e degli hater le stesse cose che penso dei normali “detrattori” nella vita reale: inizialmente possono essere fastidiosi, in seguito si rivelano preziosi per immunizzarci e renderci più forti, o meglio, resilienti, come molti amano dire oggi. A Roma si usa l’espressione: “me rimbalzi!” ovvero ‘mi scivoli addosso’. Solo così si può capire se una passione è forte, se un interesse perseguito è quello giusto o è solo un capriccio momentaneo per cui non vale la pena combattere. Gli hater, come i detrattori, svolgono una funzione oserei dire fondamentale: ci permettono di conoscere e di diventare noi stessi. E quindi, paradossalmente, andrebbero ringraziati.
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Quali sono i poeti contemporanei che preferisci?
Se per contemporanei intendi anche quelli non recentissimi e i non viventi allora, comprenderai, l’elenco diventa un tantino lungo e complesso: però, per non fare torto ai miei coevi, dimenticandone qualcuno, mi terrei largo e parlerei di Ritsos, Pessoa, Kavafis, Raboni, Merini, Szymborska, Boris Vian, Giorgio Manganelli… e Jim Morrison (sì, hai letto bene!). Ma ce ne sarebbero altri: mi fermo qui.
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Quali sono gli scrittori contemporanei che preferisci?
Umberto Eco, Franzen, Nothomb, Erri De Luca, Philip K. Dick, Timur Vermes, Enzo Striano, Andreas Eschbach, Roth, Pamuk, il “collettivo” Luther Blissett, fino a… Vinicio Capossela (hai letto di nuovo bene!). Come per i poeti, m’imbarazza stilare elenchi: anche perché non è detto che mi piacciano tutti i libri di uno stesso autore di un sottogenere letterario. E comunque hai dimenticato di farmi la medesima domanda per gli autori di sola saggistica! Sarà per la prossima volta.
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Nella vita reale frequenti artisti oppure no?
Di più in passato. Non sono un tipo da circoli letterari, da “manifesto programmatico”, per intenderci. Anche se questo non è sempre un bene: l’arte se non s’impregna di azione sociale, di interesse politico, di cultura popolare, di condivisione, prima o poi muore. Credo nella poiesis come “atto solitario”, ma senza esagerare. Alcuni “artisti”, invece, li evito scientificamente per una sperimentata incompatibilità: ci tengo alla mia salute mentale.
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Scrivi sempre oppure aspetti l’ispirazione?
No, a volte leggo anche! Scherzi a parte: l’ispirazione è un fenomeno sopravvalutato a cui è stato attribuito per troppo tempo un carattere miracolistico. Come scrisse Neruda: “Venne la poesia / a cercarmi.” Ed è vero: però all’evento “divino”, creazionistico, segue sempre un momento artigianale “umano” che non è meno affascinante dell’ispirazione, anzi.
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Per te è terapeutica la scrittura?
La poesia in modo particolare, e senza esagerare, posso affermare che ogni giorno mi salva la vita! In senso lato. Ma non potrei concepire la poesia come “sfogo”. Se ricordi all’inizio dell’intervista ho parlato di un periodo diaristico: sono momenti legittimi, soprattutto quando si è giovani, che nulla hanno a che fare con la ricerca poetica, con la formazione di uno stile. Se voglio scrivere degli appunti per dare forma a un pensiero libero con finalità terapeutiche, scelgo un linguaggio quotidiano da consegnare a foglietti volanti, utilizzo degli spazi che ovviamente non diventano di pubblico dominio. Scegliere una forma letteraria da donare al mondo è una scelta seria. Gli “sfoghi” lasciamoli ai dermatologi!
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Cosa ne pensi della neoavanguardia? Secondo te ha esaurito la sua funzione o a tuo avviso ha ancora modo di esistere?
Credo che ci sia ancora tantissimo bisogno di una ricerca neoavanguardista, senza per questo ricadere nella parodia e nel non-senso: certi sperimentalismi esagerati furono necessari in quelle epoche in cui si avvertiva l’esigenza di rompere determinati schemi linguistici; schemi evidentemente riconducibili anche a livello sociale, culturale, politico, religioso. Oggi che si fa un gran parlare di “analfabetismo funzionale” forse sarebbe neo-neoavanguardista la riscoperta della normalità; gli schemi linguistici non solo sono stati dissacrati, di più, sono stati annullati, rasi al suolo da un’ipertrofia di dati – a cui tutti contribuiamo – che ha disarmato il significante (e di conseguenza ha impoverito il significato delle parole). Bisognerebbe ricominciare dai fonemi, dalla scrittura a penna, dalla lettura, dal gusto delle parole. Dal silenzio. La non scrittura potrebbe essere il titolo provocatorio del punto primo di un ipotetico manifesto neo-neoavanguardista del XXI secolo.
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Sempre più artisti scrivono prosa poetica. Cosa ne pensi?
Credo che molti elementi tipici della poesia possano riscontrarsi anche in un testo in prosa. La faccenda dell’ “andare a capo” per considerarsi poeti, credo sia stata inventata proprio per prendere un po’ in giro chi crede che basti spezzare una frase per fare versi. Sarebbe molto più onesto scrivere direttamente prosa poetica. Quanta musicalità si riscontra in certa narrativa; non sempre la prosa assicura una distinzione netta tra significante e significato, e quando accade il risultato è piacevole come quello prodotto da… una poesia. Possiamo noi discriminare tali scritture solo perché non assicurano il rispetto di una tradizione metrica? Così come la struttura metrica dei versi non va controllata con il metronomo. È vero, qualcuno ha scambiato il “verso libero” con il “verso libertino”, ma chi può determinare quale sia (e dove sia) il confine tra la forma testuale e la sua poeticità? Tempo fa, leggendo una recensione alla mia raccolta di poesie Nessuno nasce pulito, il recensore scriveva: “Peccato che abbia abbandonato (riferendosi al sottoscritto, n.d.a) del tutto le forme della tradizione poetica, con la sua sapienza lessicale e con l’intelligente utilizzo delle figure retoriche, avrebbe anche lì capacità espressive di livello.” Una mia possibile risposta potrebbe essere: “Le forme scelte, al netto della loro poeticità, rappresentano sempre l’esigenza neurolinguistica dell’individuo storico, che vive in una determinata epoca, che si esprime in un certo modo e in un dato mondo; esigenza che non guarda in faccia ad alcuna tradizione. In parole povere: al ‘busto stretto’ del sonetto, seppur grazioso all’orecchio, prediligerò sempre il verso ‘sfigurato’ da un enjambement.”
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Secondo te oggi la poesia ha una funzione sociale? Se sì, quale?
Avrei preferito che tu mi chiedessi: “Secondo te oggi la società ha una funzione poetica?” E ti avrei risposto: “sì, come sempre!”. Come ho scritto in una precedente risposta, abbiamo bisogno di socialità, di partecipazione, di condivisione e di vicinanza, per nutrirci innanzitutto di umanità; la poesia è una conseguenza anche di questo aspetto dell’esistenza. Ma non credo che la poesia possa “cambiare il mondo” o “favorire la pace sul pianeta Terra”, come dichiarano le signorine che si presentano a Miss Mondo per fare colpo sulla giuria. È già una fortuna se le poesie riescono – senza per questo scadere in uno sterile intimismo – a migliorare la vita interiore del poeta stesso; da qui ad avere un’influenza sulla società, ce ne vuole… È tutto così relativo: se una sola persona mi confessa di aver riflettuto (o essersi emozionata) grazie a un mio verso, è come se avessi vinto il Nobel! Anche questa è “funzione sociale”, sebbene ristretta. Poi c’è chi per funzione sociale intende “fare del bene con i proventi delle copie vendute”: a questi promotori dico, se potete farlo, fatelo, anche a nome mio, ma la poesia nasce da esigenze diverse. Come ho scritto più volte: la letteratura è utile solo quando è inutile; si scrive per scrivere, non “in vista di”. I benefici sociali sono incidentali.
Un’opera, ad esempio, che ebbe ambizioni sociali, nel senso di risveglio di un’identità popolare e di una coscienza della lotta di classe, fu Canto General di Pablo Neruda. Ma, appunto, stiamo parlando di Neruda! L’essere poeti impegnati socialmente e politicamente non è solo una scelta estetica o metrica, come scrivevo prima, ma può portare a conseguenze drammatiche. È di questi giorni, infatti, la notizia proveniente dal Cile riguardante la vera causa della morte di Neruda: non fu il cancro alla prostata a portarselo via, bensì un avvelenamento. Il regime di Pinochet ha voluto così assicurarsi il definitivo silenzio del poeta, amico del deposto Allende.
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Cosa ne pensi dell’editoria a pagamento?
Non la frequento. Preferisco una più sana, gratuita e onesta autoeditoria (o self-publishing): è una scelta ecologica (si “spreca” carta solo se c’è un reale lettore che acquista; niente resi, niente macero, niente distributori e librai insonni, niente deforestazioni…) e in più permette all’autore di non aspettare inutilmente di entrare nelle grazie di qualche editore per vedere stampata una propria opera. Il self-publishing (che è anche in formato ebook) è un modo per cominciare a farsi leggere, non è l’alternativa assoluta all’editoria tradizionale. È evidente che quando si sceglie l’autopubblicazione, per essere credibili, occorre applicare non il doppio ma il quadruplo della cura che avrebbe una normale casa editrice per un’opera. Gli editori tradizionali intelligenti, comunque, hanno compreso l’evoluzione in atto e stanno cercando di incontrare il mondo dell’autoeditoria, di captarne le potenzialità anche in termini di nuovi autori da scoprire ed eventualmente ripubblicare. Caso mai, in una prossima intervista, potremmo parlare delle condizioni da schiavismo capitalistico dei lavoratori di Amazon o di che cosa si nasconde dietro le grandi piattaforme di self-publishing. Non esistono sistemi perfetti.
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Potresti spiegare in parole povere perché talvolta usi la decostruzione narrativa?
Mi sono divertito ad applicarla, se non erro, solo in un mio racconto lungo – Call Center – pubblicato su Amazon: le trame cronologicamente lineari a volte possono risultare noiose. Il personaggio prima fa questo, poi fa quello, scende, sale, apre, dice… Seguire passo passo i protagonisti, non solo nel presente ma anche in altri tempi, è un modo per spezzare l’integrità del testo classicamente inteso. Andare avanti e indietro nel tempo, utilizzando dei flashforwards (e non solo i più classici flashback), è un espediente della metanarrazione, figlia legittima della letteratura postmoderna. Alcuni pensano che si tratti di “trucchetti” nati con il cinema: la letteratura, invece, è piena di esempi autorevoli di decostruzione narrativa.
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Potresti dirmi tre buoni motivi per cui acquistare la tua raccolta poetica “Nessuno nasce pulito”?
Motivi da fornire non ne ho, francamente. Si arriva a leggere l’opera di un autore seguendo le stesse strade misteriose che hanno indotto a scriverla. Ci si sceglie per caso, annusandosi. Credo nel book marketing, ma fino a un certo punto: il resto se deve avvenire, avviene. A volte si è diffidenti dinanzi all’opera prima di un poeta e si pensa “perché dovrei essere proprio io a dare fiducia a questa penna?”. E caso mai, dopo anni, si ritorna su quell’opera perché si è letto altro di quell’autore, scritto in seguito al suo esordio. Le vie della lettura sono infinite, come per la metanarrazione a cui accennavo sopra.
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Che consigli daresti a un giovanissimo che vuole scrivere?
Assolutamente nessun consiglio. I consigli sono il frutto della logica e la mia razionalità consiglierebbe di seguire strade più facili e redditizie. La scrittura è una scelta dell’anima e io nelle anime altrui non ci entro declamando decaloghi o disseminando consigli.

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