Versi memorabili

La poesia contemporanea è in crisi irreversibile secondo alcuni. L’albatro è stato ucciso. L’aureola poetica è stata persa. Montale pensava che la poesia fosse solitudine e riflessione. Proprio per questo motivo credeva che questa antica arte sarebbe scomparsa nell’odierna società di massa. Personalmente ritengo che attualmente la lirica non sia scomparsa ma sia diventata autoreferenziale e talvolta troppo intellettualistica. La situazione è critica. Molti pubblicano libri di poesia ma pochi leggono. Molti scrivono ma Dario Bellezza sosteneva che molti fossero i chiamati e pochi gli eletti. Le case editrici pubblicano opere poetiche a pagamento nella stragrande maggioranza dei casi.  Chi legge poesie legge ancora  i classici: Foscolo, Leopardi, Carducci, Pascoli. Il pubblico della poesia comtemporanea è quasi scomparso. Una cosa è certa: di poesia non si può campare. Non ci riescono neanche i più bravi, che sono costretti a scrivere nelle terze pagine dei quotidiani, a fare i professori, a fare i consulenti editoriali. Adriano Spatola e Giulia Niccolai avevano provato in quel mulino di Bazzano a vivere di poesia, ma in fondo erano altri tempi. Molti ridono oggi dei poeti, dei lettori di poesie e delle poesie. Ma poi sono gli stessi che sono teledipendenti, rincoglioniti da falsi bisogni e da giochi di ruolo, completamente confusi da chiacchiere impersonali(stile cocktail party). Sono gli stessi che nel tempo libero fanno da pendolari dello shopping. Sono gli stessi che utilizzano più gli inglesismi dell’italiano, ormai povero dialetto dimenticato che parlarono i loro avi. Sono gli stessi per cui la vita scorre lavorando e consumando, senza mai l’ombra di un pensiero. Sono gli stessi che apprezzano un’arte rappresentata da certi soprammobili kitsch. Sono gli stessi che amano il pulp, il trash e la televisione spazzatura. Sono gli stessi che amano in modo incondizionato calciatori e rockstar. A nessuno di loro viene mai da pensare che questa cultura di massa abbia messo nel dimenticatoio le vere opere d’arte ed abbia dato grande rilievo alla musica leggera, che in fondo è solo oggetto di consumo, motivo di evasione sterile, tentativo ingenuo e falso di emancipazione dalla tradizione preesistente. Eppure la poesia contemporanea potrebbe dare molto anche a loro. Certi poeti postmoderni infatti riescono con i loro giochi combinatori e con i loro eclettismi a sperimentare l’infinità dei possibili. La poesia riesce talvolta anche ad essere sapere speculativo e può servire anche come ricerca di conoscenza interiore. Può aiutare gli uomini a cercare di distinguere l’eterno dall’effimero. La poesia ci ricorda sempre che l’uomo è aperto all’essere. Ci può sempre affascinare per le emozioni che riesce ad evocare e per la sua polivalenza di simboli. Inoltre va ricordato che in poesia esiste una dose inevitabile di complicità del lettore, che per molti critici oggi deve essere ritenuto anche coautore del testo. Come se non bastasse per Freud, pur essendoci diversi punti in comune tra poeta e sognatore ad occhi aperti, l’artista compie un viaggio di ritorno nella realtà. Il poeta attinge dalla fantasia, ma riesce a creare un interscambio tra realtà e immaginazione. Non solo ma la poesia ci ricorda anche la sofferenza. Lo stesso cristianesimo si basa fondamentalmente sulla colpa, sul perdono e sulla sofferenza. Questo legame tra sofferenza e conoscenza risale addirittura alla antica Grecia. Il dolore porta l’uomo a pensare molto di più della gioia. I poeti soffrono anche per noi. La poesia poi ci fa interrogare sui misteri dell’animo umano. Questo indipendentemente dallo stile dei poeti. Alcuni poeti infatti vogliono mettere ordine nel mondo, mentre altri vogliono aggiungervi disordine. Lasciamo agli italianisti le varie classificazioni e le varie etichette. È difficile anche per loro talvolta ad esempio tracciare un solco tra neoavanguardia e neosperimentalismo. Forse questi distinguo interessano solo una esigua schiera di letterati. A noi comuni lettori dovrebbero invece interessare certi versi memorabili dei grandi poeti. Che cosa resta in fondo di veramente essenziale? Dio per molti è morto. Marx ha fallito. Nessuno crede più nel singolo di Kierkegaard, nell’oltreuomo di Nietzsche, nell’unico di Stirner, nell’uomo in rivolta di Camus. Ecco allora che ci viene in aiuto Auden ad illuminarci: “Che cosa è la Morte? Una vita che si disintegra in tante più piccole, più semplici”. Oppure Ungaretti che riesce ad esprimere in pochi versi la condizione dell’uomo contemporaneo: “Attaccato sul vuoto/ Al suo filo di ragno,/ non teme e non seduce/ se non il proprio grido”. Oppure ancora Eliot ci descrive in modo magistrale tutto ciò che poteva essere e non è stato: “Passi echeggiano nella memoria/ Lungo il corridoio che non prendemmo/ Verso la porta che non aprimmo mai/ Sul giardino delle rose…”. Oppure penso al male di vivere di Montale: “era il rivo strozzato che gorgoglia/ era l’accartocciarsi della foglia/ riarsa, era il cavallo stramazzato”. Oppure penso a questi versi di Nazim Hikmet: “Devi vivere con tanta dignità/ da potere, a settant’anni,/piantare un ulivo,/non perché/ un giorno sia dei nipoti,/ma perché, avendo paura di morire,/tu non creda nella Morte/ perché la vita trabocca”. Mi viene in mente anche Dylan Thomas: “dopo la prima morte non ce ne sono altre”. Penso al poeta americano Ferlinghetti: “Un sole che tramonta/ Tiene a bada la notte/ Tutto questo sospeso nel tempo/ L’universo trattiene il suo respiro/ C’è silenzio nell’aria/ La vita pulsa ovunque/ La cosa chiamata morte non esiste”. Mi tornano alla memoria anche i versi di Andrea Zanzotto: “c’è da ieri una fanciulla bionda/ che ha un nome come una corona/ e che ha perduto per sempre/ una mano per salutare una rosa”. Sempre il poeta veneto: “Io parlo in questa/ lingua che passerà”. Ancora Zanzotto: ” -Io- in tremiti continui. – io- disperso/ e presente…”. Oppure penso al finale di “College all’angolo della via” di Kenneth Patchen: “Noi siamo gli insultati, fratello, i figli desolati./ Sonnambuli in una terra buia e terribile,/ Dove la solitudine è un coltello sporco alle nostre gole. /Stelle fredde ci guardano, socio/ Stelle fredde e puttane”. Infine bisogna citare Giovanni Giudici: “L’essere è più del dire- siamo d’accordo./ Ma non dire è talvolta anche non essere”. Ai letterati interessa anche il carattere sperimentale e l’originalità di un testo. Agli insegnanti può interessare il carattere didascalico. Ma a noi lettori comuni dovrebbe interessare quello che un poeta ha da dirci riguardo alla vita. Infatti quando leggiamo poesie ci imbattiamo sempre in qualcosa di inaspettato. Ci troviamo spesso di fronte a sensazioni e impressioni che noi avevamo già provato ma che non eravamo mai stati capaci di esprimere così magistralmente. Altre volte è l’esatto contrario. Ci troviamo di fronte a una visione del mondo che non avevamo mai avuto e che perciò ci spiazza completamente e ci fa vedere la realtà da un’ottica totalmente nuova. Talvolta versi memorabili come questi ci aiutano quando la matassa della nostra esistenza è ingarbugliata.

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