Dino Buzzati

Dino Buzzati è conosciuto soprattutto per il “Deserto dei Tartari”, in cui il militare Giovanni Drogo è costretto a vivere in una fortezza “esiliato tra ignota gente”. La minaccia dell’assedio da parte dei Tartari, l’attesa snervante del protagonista simboleggiano l’ansia metafisica ed il pensiero ossessivo della morte. Il finale del romanzo è a sorpresa. È del tutto inatteso. Infatti quando arrivano i Tartari il protagonista sta morendo di un male incurabile. Alcuni critici sostennero che Buzzati si “kafkasse addosso” e che fosse quindi un manierista di Kafka. Lo scrittore ironizzò su queste accuse dichiarando che “alcuni critici denunciavano colpevoli analogie anche quando spedivo un telegramma o compilavo un modulo Vanoni”. Ma per capire meglio Buzzati bisogna a mio avviso leggere anche i suoi racconti, in cui dettagli apparentemente insignificanti divengono tristi presagi: delle ombre, dei passi, degli scricchiolii sono spesso l’inizio di un capovolgimento di fronte. Ecco quindi che all’improvviso entra in scena l’assurdo. A mio avviso per comprendere pienamente i racconti di Buzzati sono doverose alcune premesse. Per Freud esistono tre tipi di sogni. Il primo tipo di sogni sono frutto di appagamento di desideri non mascherati. Ad esempio un bambino a cui piacciono le patate può sognare di fare una scorpacciata di patate. Il secondo tipo di sogni sono frutto di soddisfacimento mascherato di fantasie inconsce. Il terzo tipo invece sono sogni di angoscia. I racconti di Buzzati spesso sembrano scaturire da sogni di angoscia o quantomeno sembrano essere dei sogni di angoscia. Ma in questi brani troviamo non solo angoscia e onirismo, ma anche mistero e solitudine. Nei suoi “Sessanta racconti” si mischiano fantastico, realismo, grottesco, gusto del paradosso e metafisica(ricordo che Buzzati fu anche pittore e fu influenzato da De Chirico). Leggendolo abbiamo la dimostrazione che la vera arte non è copia del reale ma trasfigurazione. Lo scrittore bellunese in questo senso voleva evadere dal mondo e sostituirgli un universo fittizio. Buzzati  fu anche redattore per molti anni del Corriere della Sera e giornalista di cronaca nera. È proprio analizzando i suoi articoli di nera che si scopre la sua sensibilità. Carlo Bo scriveva a riguardo di Buzzati: “cronista di assoluta fedeltà, ma alla fine andava oltre e scioglieva tutto con il miracolo della poesia”. Nei suoi articoli troviamo alcuni delitti, che colpirono l’immaginario collettivo degli italiani: Rita Fort che massacra l’intera famiglia dell’amante che l’ha lasciata, il caso Montesi e lo scandalo conseguente nella democrazia cristiana di allora, la contessa Pia Bellentani che a una festa dell’alta società uccide l’amante. E se talvolta gli assassini non sembrano belve feroci ma persone normali lo scrittore avverte che “l’ombra del male scivola intorno a ciascuno di noi e ci potrebbe toccare”. Ma leggere questi articoli significa ritornare indietro nel tempo e constatare che una grande parte di quella cronaca è diventata storia del novecento. Penso all’aereo della squadra del Torino che si schianta a Superga, il dramma di Marcinelle in cui morirono 139 minatori italiani in Belgio, il disastro del Vajoont del 1963(quasi 200 morti), la rivolta di San Vittore, la strage di Piazza Fontana. Non ci si può dimenticare di Marcinelle, che è emblematica per quel che riguarda la nostra emigrazione. Per la scarsità di materie prime della nostra nazione il governo italiano decise di stipulare un accordo con il Belgio, secondo cui avrebbe inviato 50000 minatori ed avrebbe ricevuto 2 tonnellate di carbone all’anno per ogni lavoratore. I minatori italiani furono costretti a lavorare a 1000 metri di profondità. Il contratto di lavoro non comprendeva la possibilità di dimettersi, era senza diritto di recessione. I minatori che volevano smettere di lavorare venivano condannati a 5 anni di prigione. Molti lavoratori morirono di cancro al polmone. I più fortunati divennero asmatici. Buzzati descrisse con maestria anche il dramma di Superga. Scrisse che i campioni del Torino fino a pochi giorni prima dominavano i campi di calcio e che la morte in pochi istanti li aveva trasformati. Scrisse: “Esegue balzi così immensi la morte che neppure la nostra immaginazione riesce a starle dietro. Come far capire alle mamme, alle fidanzate, alle sorelle che è meglio non entrare?”. Memorabili ed amarissime anche le sue parole sul Vajont: “un sasso è caduto in un bicchiere di acqua e l’acqua è traboccata sulla tovaglia. Tutto qui. Solo che il bicchiere era alto centinaia di metri e il sasso era grande come una montagna e di sotto, sulla tovaglia, stavano migliaia di creature umane che non potevano difendersi”. Buzzati quindi sapeva essere poetico anche da giornalista senza mai scrivere elzeviri. Possiamo senza ombra di dubbio affermare che il lavoro di giornalista fu fondamentale per la formazione del suo immaginario e della sua poetica, in cui dominò incontrastata l’imperscrutabilità del Fato. In conclusione Buzzati va letto perché non appartiene a nessuna scuola, non abbraccia nessuna ideologia e si rivela sempre originale e versatile. Riesce a intrecciare realtà e finzione con uno stile efficace e apparentemente semplice. Buzzati riesce a farsi comprendere da tutti ed è sempre distante dalla ricercatezza ad esempio della prosa d’arte. È unico nel suo genere. Infatti ha una fervida immaginazione che gli permette di descrivere le angosce, gli incubi, l’ignoto come nessun altro narratore italiano nel corso del novecento. Buzzati all’epoca fu ostracizzato dai critici letterari. Eppure nessuno come lui riesce a descrivere i fantasmi della mente, le brutture del quotidiano, l’imponderabile che stravolge l’ordine costituito, il senso di minaccia e l’irrazionalità presenti nell’esistenza umana. Lo scrittore come nessun altro riesce a raccontare storie che si nutrono di caos e assurdo: storie che spesso sono contrassegnate da una cifra trascendente. Questo è il suo lascito.

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