Due parole su Landolfi

Con le opere “Dialogo sopra i massimi sistemi”, “La pietra lunare”, “Il Mar delle blatte ed altre storie” Landolfi si accattivò da subito le simpatie dei critici letterari per il suo stile impeccabile connotato da un lessico ricercato.  Carlo Bo lo stimò in modo incondizionato. Solo Fortini fu talvolta critico delle invenzioni landolfiane. Comunque nessuno scrisse mai una stroncatura. Lo scrittore di Pico seppe coniugare nei suoi libri fantastico, orrore, mistero.  Non cercò mai un Libro Totale che potesse descrivere in modo esaustivo la realtà. Fu invece esemplare nella creazione di racconti e romanzi brevi in cui emergevano le sue paure irrazionali e i suoi incubi. Non cercò mai un approccio sistematico ed organico della realtà. Fu piuttosto un vero maestro dello straniamento. Fu sempre alla ricerca di illuminazioni e intuizioni. Nelle sue pagine infatti troviamo colpi di scena e capovolgimenti di fronte. Come uomo fu un vero eccentrico pieno di paradossi e contrarietà: solitario e mondano, dandy con un forte senso di esclusione dalla vita, giocatore dissoluto ed allo stesso tempo intellettuale lucido. Per alcuni la sua personalità fu contrassegnata dalla nevrastenia, che probabilmente fu originata dal trauma di scoprire sua madre morte in tenera età. Landolfi fu un conservatore. Non fece mai una critica all’industria culturale. Non pensò mai che la vera opera d’arte dovesse essere una forma di protesta ed allo stesso tempo anche essere una utopia che facesse intravedere al fruitore una possibilità migliore, una speranza. Fu un abile manipolatore di parole, un vero e proprio virtuoso del linguaggio: amava spesso giocare con vocaboli desueti e arcaici che rendevano spaesato il lettore. Fu uno scrittore lontano dalle mode e dalla neoavanguardia. Fu un prosatore e poeta eccentrico, schivo ed aristocratico. Come definirlo? Un funambolo? Un grande affabulatore dell’assurdo? Un impareggiabile illusionista? Un giocoliere del grottesco? Un alchimista del surreale? Nella sua vita alla fine fu soprattutto un uomo solo e ancora oggi è difficile dire con esattezza dove finisca il personaggio e inizi lo scrittore.  Ancora oggi che  è considerato un classico e i suoi libri sono tutti pubblicati nella prestigiosa Adelphi. Ancora oggi che esiste un Centro Studi Landolfiano che raccoglie materiale, organizza seminari e convegni. Ma questi sono solo dei brevissimi accenni all’opera ed alla personalità di Landolfi. Per chi volesse gustarsi la sua mirabile prosa consiglio di leggere “Se non la realtà”, una sorta di taccuino dello scrittore. Una sua frase che sintetizza ottimamente questa raccolta di scritti è la seguente: “non è dubbio, generalmente parlando, che dove sia meno luce più chiaramente segnato è il destino dell’uomo”. Fuor di metafora: Landolfi in questa opera non descrive città d’arte famose in tutto il mondo ma città come Frosinone e Rovigo, che lui giudica brutte e insignificanti. Ad esempio trovandosi a dover scegliere se passare una notte a Ferrara oppure Rovigo sceglie questa ultima. Come scrisse il poeta Robert Frost: “Due strade trovai nel bosco ed io scelsi quella meno battuta, ed è per questo che sono diverso”. Solo nell’insignificante e nel periferico sembra manifestarsi e disvelarsi l’essere per Landolfi. Inoltre da vero bastian contrario ci racconta che la bella epoque che tutti danno per morta nel 1960 è ancora viva. Non solo ma è notevole la descrizione di un viaggio in treno in terza classe che si conclude con questa considerazione: “gli scrittori devono viaggiare in terza classe, perché soltanto lì si prende contatto con i propri simili”. In fondo il costruttivismo ritiene l’uomo un creatore di simboli. La fenomenologia invece privilegia l’esperienza vissuta del soggetto. Forse l’esistenza è fatta essenzialmente di simboli ed esperienza. Le opere di Landolfi ce lo insegnano e ce lo ricordano sempre.

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