A proposito di futurismo

Gramsci scriveva: “i futuristi hanno svolto questo compito nel campo della cultura borghese: hanno distrutto, distrutto, distrutto, senza preoccuparsi se le nuove creazioni, prodotte dalla loro attività, fossero nel complesso un’opera superiore a quella distrutta: hanno avuto fiducia in se stessi, nella foga delle energie giovani, hanno avuto la concezione netta e chiara che l’epoca nostra, l’epoca della grande industria, della grande città operaia, della vita intensa e tumultuosa, doveva avere nuove forme, di arte, di filosofia, di costume, di linguaggio: hanno avuto questa concezione nettamente rivoluzionaria, assolutamente marxista, quando i socialisti non si occupavano neppure lontanamente di simile questione….”. Gramsci per certi versi fu un estimatore di questo movimento di avanguardia. Il futurismo quindi ebbe anche dei meriti e Gramsci ebbe l’onestà intellettuale di ammetterlo. Questa avanguardia fu contro il chiaro di luna e il passatismo. Fu originale per il suo paroliberismo, per la distruzione della sintassi, per la ricerca dello shock, per l’uso del verso libero, per l’estetica della macchina, per il culto della velocità. Non voglio con questo negare le responsabilità morali dei futuristi, che aderirono al fascismo(così come i surrealisti aderirono al partito comunista, anche se ebbero il merito dopo qualche tempo di farsi espellere). Non solo ma i futuristi ebbero delle colpe nel considerare la guerra “la sola igiene del mondo”. È per questi motivi che per decenni non si è parlato più di questo movimento, rimuovendolo culturalmente. Bisogna ricordare però che pochissimi intellettuali a quei tempi non si compromisero con il fascismo. Ricordo che solo dodici professori universitari su milleduecento nel 1931(solo l’1%) rifiutarono di giurare fedeltà al fascismo e tra questa ristretta cerchia non ci fu nessun professore di letteratura. Naturalmente erano tempi difficili. C’era un regime. I docenti firmarono sotto ricatto. Croce e Pio XI convinsero molti professori a firmare e ad insegnare ancora, continuando a  trasmettere valori antifascisti. Ma soltanto dodici furono i temerari che dissero no a Mussolini. L’alternativa d’altronde era la disoccupazione e/o il confino. Comunque ancora oggi a distanza di quasi un secolo è difficile stabilire se la maggioranza degli intellettuali fu conformista e si lasciò trascinare dallo spirito del tempo oppure se ebbe paura e si adeguò al regime, pur con delle riserve interiori. Lo stesso dicasi per l’intero popolo italiano, anche se Norberto Bobbio era dell’idea che esso fosse per la maggior parte compromesso con il fascismo. I futuristi a onor del vero  si lasciarono trascinare troppo dal clima di quegli anni e furono figli del loro tempo. Forse molti futuristi, tutti così antitradizionalisti, videro nel fascismo un movimento innovativo e distante dalle pastoie culturali del passato. Palazzeschi scrisse che il futurismo non poteva che nascere in Italia dove era di attualità solo il passato. Scrisse Boccioni: “noi abbiamo l’estasi del moderno e il delirio innovatore della nostra epoca”. Forse fu l’elemento irrazionalista presente in questa avanguardia a determinare l’adesione al regime e a considerare la guerra un bene. Forse furono così estremisti per  la giovane età(erano tutti sotto i trenta anni quando fu scritto il Manifesto del futurismo)  e i facili entusiasmi che essa comporta a far scaturire tutto. Probabilmente non lo sapremmo mai con certezza e queste resteranno solo ipotesi. Sicuramente all’epoca erano in auge i nazionalismi e il pacifismo non era così diffuso come adesso. Va ricordato anche che Mussolini gridò “armiamoci e partite” ma diversi futuristi andarono a combattere e Boccioni ad esempio morì in guerra, pagando quindi in prima persona la propria scelta. Credo proprio che il conflitto mondiale fu un ricordo indelebile per i futuristi che vi sopravvissero. Papini ad esempio non vi partecipò(fu riformato) ma ruppe con i futuristi e si pentì amaramente del suo interventismo. Ebbe per tutto il resto dell’esistenza il senso di colpa per non essersi opposto al massacro. Secondo un vecchio adagio le scelte spesso si prendono in poco tempo e si scontano per tutta la vita.

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