Due parole su Carlo Levi

Innanzitutto è d’obbligo ricordare alcuni aspetti della biografia di Carlo Levi(1902-1975). Fu medico, pittore, scrittore e parlamentare. Nella maturità fu anche viaggiatore e scrisse alcuni libri sulle sue esperienze in Sardegna, Sicilia, Russia, Germania. L’ambiente culturale in cui crebbe fu quello del socialismo piemontese. A soli venti anni iniziò la collaborazione al settimanale “La rivoluzione liberale”, fondato dall’amico Gobetti. A ventisette anni fondò assieme ai fratelli Rosselli, assassinati successivamente da sicari fascisti in Francia, il movimento “Giustizia e Libertà”. Proprio in questo periodo aiutò i socialisti che erano costretti a espatriare in clandestinità. Aveva 32 anni quando venne arrestato nella sua Torino, perché appartenente al movimento antifascista. Un anno dopo venne arrestato un’altra volta ed inviato al confino(1935-1936) a Gagliano, un Paese della Lucania. È proprio questa esperienza che lo porterà a scrivere “Cristo si è fermato a Eboli”, un’opera su cui ancora oggi la critica letteraria si dibatte per quel che riguarda la classificazione: confessione(libro di memorie) o romanzo saggio? Per G.Spagnoletti il libro è a metà strada tra la letteratura documentaria e quella di fantasia. È uno dei pochi libri che tratta la questione meridionale durante il fascismo. È un impasto di realtà e finzione. Tra l’esperienza del confino(1935-1936) e la stesura(Dicembre 1943-Luglio 1944) passarono alcuni anni di incubazione: è certo che alla testimonianza della realtà Levi aggiunse anche la sua immaginazione. Pubblicato nel 1945 vanta più di 20 edizioni e traduzioni in molte lingue. Il libro tratta dell’esperienza di Levi in Basilicata come medico e confinato. Gli aggettivi ricorrenti con cui descrive questo mondo rurale sono “chiuso”, “nero”, “fosco”. Le riflessioni acute di Levi riguardo alla vita del paese sono sia sociologiche che antropologiche. È un libro di denuncia delle gravi condizioni di povertà e ignoranza, in cui allora versavano i contadini di quel paese. La loro era una povera vita da oppressi. Il loro era un mondo chiuso, segnato da un immobilismo secolare. La loro civiltà contadina era completamente abbandonata a se stessa. I pastori in Aspromonte di Alvaro si ribellavano. Invece i contadini di Levi accettavano la sorte con rassegnazione. Si alzavano ogni giorno prima dell’alba perché dovevano camminare per ore prima di giungere al luogo dove lavoravano, sul fiume Sauro. Alcuni di loro venivano colpiti dalla malaria. La borghesia del paese era indifferente secondo Levi alla loro sofferenza. I medici del posto non curavano i contadini perché sapevano che non avevano denaro per pagare le visite. Carlo Levi scrisse a riguardo della borghesia: “è una classe degenerata, fisicamente e moralmente: incapace di adempiere alla sua funzione e che solo vive di piccole rapine e della tradizione imbastardita di un diritto feudale. Finché questa classe non sarà soppressa non si potrà pensare di risolvere il problema meridionale”. Levi voleva la rivoluzione contadina. Gramsci quella operaia. Non ci fu nessuna rivoluzione e le cose cambiarono molto lentamente. Comunque i contadini non sapevano a che santo votarsi e allora molti di loro si affidavano alla magia e alla superstizione. Tra questi e Levi si creò un rapporto di stima e affetto reciproco. Levi non fu mai paternalista. Era consapevole del loro buon senso. I contadini erano perfettamente coscienti che la loro borghesia e lo Stato li avevano abbandonati. Per lo stesso Levi prima i piemontesi avevano colonizzato selvaggiamente il meridione e poi lo Stato centrale aveva fatto il resto. Lo scrittore piemontese fu anche saggista. Credo che per cogliere pienamente il senso del Cristo bisogna conoscere la sua concezione di libertà, che per lui è presa di coscienza e consapevolezza. Sulla libertà secondo Levi bisogna interrogarsi sempre perché non va mai data per scontata. Per Levi “la paura collettiva” è il contrario della libertà ed è la causa del totalitarismo, che a sua volta basa il suo status quo sul terrore e la persecuzione. Ecco allora che dove c’è il dominio incontrastato della massa c’è totalitarismo e il cittadino diventa un povero suddito. Secondo Levi ci vuole coraggio per cambiare il mondo: coraggio per non cedere alla paura irrazionale e per non farsi sedurre dal carisma dei dittatori. Secondo il pensatore quello che mancava per risolvere la questione meridionale e gli altri problemi dell’Italia non erano le opere pubbliche ma era soprattutto una rivoluzione culturale e una classe dirigente che sapesse rinnovarsi totalmente. Secondo lo scrittore era il popolo che doveva salvare l’Italia e non certo un uomo forte da amare incondizionatamente. In definitiva i contadini del Cristo non esistono più ma molti aspetti delle opere e del pensiero di Levi sono ancora attuali.

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