Considerazioni sulla mia scrittura

1/ QUALCHE CONSIDERAZIONE SULLA MIA SCRITTURA:
Queste poche righe non sono altro che una premessa metodologica riguardo alla mia scrittura. Spero che siano esaurienti nella loro funzione (si spera)esplicativa. Innanzitutto comincio col dire che non mi considero un poeta. Sono solo uno che scrive occasionalmente. Di conseguenza non voglio dire niente sulla funzione sociale della poesia o sul ruolo di poeta(di sicuro il poeta è ai margini, però talvolta ricerca masochisticamente l’autogogna. L’aureola è stata perduta per sempre …etc etc). Non voglio dire niente sulla mia poetica perché non sono un poeta e perché tutto è un costante work in progress o per dirla in latino è tuttora in fieri.Non faccio parte di nessuna scuola: potrei per questo considerarmi un autarchico o forse più realisticamente un isolato. Ho avuto anche io delle letture formative, ma non mi sento epigone o manierista di nessuno in particolare. Mi piacciono molto le poesie brevi. Mi piace la scrittura epigrammatica, che cerca di giungere al nervo delle cose in poche parole. Ho subito l’influsso di Garcia Lorca, Auden, Brodskij, Ungaretti, Sandro Penna, Montale(Xenia e Satura), Franco Fortini, Tiziano Rossi(“Gente di corsa”),Patrizia Cavalli, Patrizia Valduga(Le sue quartine). Quando scrivo cerco di eliminare qualsiasi ridondanza, di ridurre al minimo le parole. Cerco di ridurre all’essenziale, talvolta sfiorando l’afasia(e per afasia intendo un afasia non fluente caratterizzata da uno stile telegrafico). D’altronde non si può far finta di niente: la crisi del linguaggio poetico è evidente da Montale in poi. Scrivere versi allora per me è diventata una operazione di sottrazione e non di accumulo: il mio ritmo è basato soprattutto sul levare più che sul battere. Spesso resto senza parole. Ci sono periodi in cui non scrivo niente e vengo preso da una sorta di paralisi concettuale e verbale. Non sopporto il birignao. Quindi posso per certi versi essere considerato antiletterario. Non scrivo per ricercare “corrispondenze” né per registrare dei dati, ma per descrivere le mie epifanie rintuzzate. Spesso queste piccole illuminazioni interiori possono diventare sentenze(più o meno esplicite) ed il componimento può diventare perciò un aforisma in versi. Da questo punto di vista potrei considerarmi sia un frammentista che un contenutista. Come ogni frammentista prendo il blocco della realtà, lo faccio a pezzi e poi lavoro su questi pezzi. I temi della mia produzione sono la fugacità del tempo, la precarietà dell’esistenza, il passaggio dalla giovinezza all’età adulta, la contemplazione della natura, un sentimento di esclusione dalla vita. Inoltre scrivere versi a mio avviso è uno scarto dalla banalità del linguaggio ordinario imposto dai mass-media. Deve essere un’altra lingua. Allo stesso tempo però cerco di essere più comprensibile possibile: insomma un autore leggibile. Cerco di essere più comunicativo che esatto nel linguaggio. Non cerco di giungere alla soglia del dicibile. Allo stesso tempo però non voglio neanche dare spazio all’informe. Mi situo tra questi due estremi. Penso che distanziarsi dalla koinè della cultura di massa non debba per forza abbracciare gli straniamenti della neoavanguardia, ricercare vocaboli desueti, descrivere ossessivamente paesaggi o perdersi nella riflessione metalinguistica. Anche se non sono un seguace del gruppo 63 posso tranquillamente affermare di essere sostanzialmente d’accordo con Alfredo Giuliani quando sostenne nella prefazione ai Novissimi che la poesia è “un incontro un po’ fuori dall’ordinario”. Personalmente però ricerco la semplicità( più o meno immediata) e sono per la tradizione piuttosto che per la rottura con essa.

2/ I MOTIVI PER CUI LA MIA NON E’ UNA SCRITTURA RELIGIOSA:
Non credo nella massima dei Vangeli “ama il prossimo tuo come te stesso”. Francamente non la ritengo realizzabile. Buona parte dei cattolici non ama il prossimo come se stesso e giudica anche gli altri. Eppure San Paolo disse: “io non giudico nessuno, nemmeno me stesso”. La scommessa di Pascal si basa sul concetto di “utilità attesa”. Ma a me non convince, perchè -se Dio non esiste ed io mi comporto secondo i principi cristiani- finisco per rinunciare inutilmente a diversi piaceri della vita. Anche diventare cristiani a causa di Pascal è un atto di rinuncia(nel cristianesimo è semprepresente una certa mortificazione del corpo). È possibile che per comportarsi in modo morale bisogna sempre ricorrere all’esistenza di Dio ed alla punizione divina ? Forse senza un uomo timoroso di Dio non è possibile una morale, perchè anche Aristotele per la sua etica ha avuto bisogno di ricorrere a concetti come quelli di anima e di Dio(“pensiero di pensiero”). Secondo il filosofo greco l’uomo può raggiungere la felicità solo se contempla perché ciò lo rende simile a Dio. Anche Platone e Socrate hanno dovuto ricorrere al concetto di anima(tutto ciò ancora prima che esistesse il cristianesimo). Come se non bastasse ritengo che il cattolicesimo sia sessuofobico e che dia molta importanza ai cosiddetti peccati sessuali, ritenendoli spesso gravi(a differenza dell’etica laica secondo cui l’importante è non fare del male agli altri). Altra cosa che non mi va bene del cattolicesimo è la convinzione che l’uomo abbia sempre il libero arbitrio. Siamo così sicuri che ogni uomo in ogni frangente della sua vita abbia libertà di scelta ? Questa è in fondo l’antica disputa tra libero arbitrio e determinismo. Se un uomo si è suicidato, per la religione cattolica, andrà all’inferno, perché ha scelto di morire. Ma per la moderna psichiatria il suicida non sarebbe che un uomo depresso e la depressione non sarebbe altro che una malattia della psiche, determinata da un deficit di un neurotrasmettitore(la serotonina). Il suicida quindi sarebbe solo un malato dal punto di vista psichico. Sarebbe l’ora quindi di pensare che in fondo siamo più determinati di quello che si pensava un tempo: determinati non solo dall’ereditarietà, ma anche dall’ambiente- per dirla in termini psicologici- oppure – per dirla in termini filosofici- non solo dalla natura, ma anche dalla cultura. Non solo, ma per alcuni filosofi l’uomo è determinato dal caso; per altri dall’istinto; per altri ancora dalla necessità storica.
Non credo neanche nell’etica cristiana fondata sostanzialmente sull’intenzione e sul perdono. Me ne importa ben poco- se subisco un grave danno- di sapere quale fosse l’intenzione di chi me lo ha procurato. Il perdono poi è una cosa talmente intima e personale, che non dovrebbe essere mai menzionato. Ritengo in fin dei conti che le persone non facciano del male per un’analisi costi/benefici e a causa della “genealogia della morale”: chi ha ricevuto un’educazione adeguata ha impresso nella mente fin dalla tenera età il senso di colpa, la vergogna e la pena. Le persone educate quindi non fanno del male per non stare male con se stessi e per non stare male con gli altri. Non credo nell’etica della reciprocità e nella regola d’oro espressa sia in forma positiva(“fai agli altri ciò che vorresti fosse fatto a te”) che in forma negativa(“non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te”). Sono a mio avviso di facile comprensione, ma di difficile attuazione. Non credo nell’imperativo categorico kantiano perché pochi hanno un senso del dovere sufficiente per mettere in pratica i principi morali. La stragrande maggioranza delle persone –per dirla alla Kant- forse agisce in base a degli imperativi ipotetici, cioè ragiona e si comporta in modo utilitaristico. Uno degli imperativi categorici di Kant è “agisci in modo da trattare l’uomo come un fine e non come un mezzo”. Ma talvolta nella vita quotidiana siamo machiavellici. Inoltre non mi convince per niente la teoria della giustizia di Rawls. Nella vita di tutti i giorni alcune condizioni come “la posizioni originaria” e “il velo d’ignoranza” non esistono nella maniera più assoluta. Infine non credo nell’ “etica della responsabilità” di Jonas secondo cui l’uomo dovrebbe non solo non danneggiare il prossimo, ma pensare anche ai posteri e al destino della biosfera. Sinceramente non siamo in grado di badare a noi stessi(figuriamoci quindi se siamo in grado di badare ai posteri). Infine le domande che mi pongo sono le seguenti: continuerà ad esistere in futuro l’etica cristiana considerando nella società odierna il “disincanto” di Weber, la secolarizzazione e la morte di Dio ? O forse la religione continuerà ad esistere perché in fondo non è facile tracciare una linea di demarcazione tra etica e metafisica ? È possibile un’etica priva di cifre trascendenti ? È possibile cioè un’etica non prescrittiva, che si possa basare su dei valori laici e che non contempli la punizione divina ? È possibile un’etica laica, che permetta alle persone di comportarsi bene senza lo spauracchio dell’aldilà ? C’è bisogno sempre di un’educazione religiosa non priva di una certa violenza psico-sociale(penso alla “genealogia della morale” e alla formazione del Superego di Freud) ? L’etica laica è forse un’etica per pochi ? Anche il principio “la mia libertà finisce dove comincia la vostra” di Martin Luther King forse per essere applicato ha bisogno di concetti come Dio ed aldilà ? Non è forse vero che anche Rousseau per il suo “Contratto sociale” ha bisogno del “credo civile”(cioè di due assunti: l’esistenza di Dio e l’immortalità dell’anima) ? Se esisterà sempre una morale religiosa allora sarà sempre attuale il conflitto tra Antigone e Creonte ? Forse il conflitto insanabile tra laici e cattolici riguarderà la bioetica ? Inoltre è possibile una morale fondata su principi razionali e che allo stesso tempo non sia utilitaristica ? In fin dei conti mi sembra che l’etica attualmente – almeno nel nostro Paese- sia un impasto di utilitarismo e di catechismo. Forse un’etica laica è impossibile e a mio avviso l’etica cristiana lascia a desiderare. Attualmente l’Italia è una civiltà cristiana(per quanto ci siano molti cattolici incoerenti, direi dei cattolici all’acqua di rose). Naturalmente per proteggersi dalla tirannia del cattolicesimo consiglio a tutti di assumere come antidoti gli illuministi, i pensatori libertini, la sinistra hegeliana(secondo cui l’uomo non è fatto ad immagine e somiglianza di Dio, ma è Dio che è stato fatto ad immagine e somiglianza dell’uomo) e J.S. Mill, che ha scritto il saggio “Sulla libertà”. Opere come queste sono dei capisaldi per chi crede nella separazione tra stato e chiesa, nella libertà di coscienza e in uno stato non confessionale. Concludo, scrivendo che gli antidoti alla morale vigente sono necessari. In nome di Dio sono state compiute guerre sante, crociate, sante inquisizioni. Non è detto quindi che un nichilista, un ateo o un agnostico(una persona che sospende il giudizio e che pretende rispetto da parte dei credenti) siano necessariamente portati all’omicidio più di un credente. Ancora oggi forse non esistono persone credenti, che uccidono ? Molto probabilmente c’è bisogno della religione perché questa è anche una filosofia popolare. Molto probabilmente le persone si comportano meglio se credono in una religione. Non è necessariamente detto però che i senzadio debbano per forza fare del male al prossimo. Ci sono atei, agnostici e nichilisti che hanno spesso ricevuto- almeno in questo Paese- un’educazione religiosa e sono perfettamente civili ed innocui. Ci sono atei, agnostici e nichilisti che si comportano bene, nonostante non abbiano interiorizzato nessun principio cristiano. Comunque è molto difficile stabilire veramente cosa è bene e cosa è male. Può essere vera l’affermazione di Dostoevskij che “se Dio non esiste tutto è permesso”, ma ricordiamoci anche del motto “gott mit uns”(Dio è con noi). Anche questo tipo di convinzione ha procurato drammi e tragedie nel corso della storia. Infine ricordiamoci “la banalità del male” scoperta dalla Arendt, che seguì tutto il processo a un criminale nazista. La Arendt giunse alla conclusione che costui non era un mostro, ma un essere maledettamente normale. Ciò significava che milioni di persone avevano eseguito gli ordini impartiti da Hitler senza aver mai riflettuto sulle conseguenze delle loro azioni. La “banalità del male” era quindi generata dal conformismo e dalla mancanza di riflessione. In psicologia Milgram fece un esperimento sconcertante, dove constatò che la maggioranza delle persone ubbidiva senza remore e senza alcun senso critico agli ordini impartiti da una figura autoritaria. Il male quindi può essere causato da una mancanza di autonomia di pensiero.

3/ IL MOTIVO PER CUI NON SONO UN MORALISTA:
Ho pensato un po’ su certe frasi, che a mio avviso possono avere delle implicazioni filosofiche. Ad esempio frasi come queste: “ti comporti come se Dio esistesse” oppure “ti comporti come se Dio non esistesse”. Almeno in questa vita la frase “ti comporti come se Dio esistesse” in fondo significa “ti comporti come se credessi che Dio esista”. Più esattamente dovremmo formulare questa frase: “credo che tu ti comporti come se credessi che Dio esista”. Oppure ci sono frasi come queste: “ti comporti bene perché credi che Dio esista” o “ti comporti male perché credi che Dio non esista”. Ma esistono anche altre possibilità. Ad esempio “ti comporti bene nonostante tu creda che Dio non esista” oppure “ti comporti male nonostante tu creda che Dio esista”. Queste frasi potrebbero essere naturalmente riformulate più esattamente in questo modo: “credo che ti comporti bene nonostante tu creda che Dio non esista” oppure “credo che ti comporti male nonostante tu creda che Dio esista”. Qualcuno potrebbe obiettare sostenendo che la maggioranza delle persone non si comportano nè bene nè male, ma così e così. È lo stesso. Potremmo riformulare le stesse frasi con l’espressione “così e così” al posto di “bene” o di “male”. Che la morale cristiana possa riassumersi tutta nella frase “comportati come se Dio esistesse” oppure nella frase “devi credere che Dio esiste e comportarti secondo quelli che vengono ritenuti i suoi comandamenti” ? L’etica cristiana non parte forse (implicitamente) dal significato espresso in queste frasi ? In ogni caso ogni persona che vuole fare il moralista con gli altri e cacciare il naso nei loro affari dovrebbe pensare a tutte le frasi che ho scritto tra le virgolette. In ogni caso è sempre meglio non fare il moralista.

4/LA RAGIONE PER CUI LA POESIA E’ CONSIDERATA INUTILE:
Per aumentare il profitto le organizzazioni perseguono una maggiore performatività. Per una maggiore efficienza tutti devono rispettare le norme, rispettare i ruoli e funzioni, svolgere i compiti e le operazioni assegnate. Per esseri capaci di tutto ciò la stragrande maggioranza dei lavoratori non possono lavorare divertendosi né autorealizzarsi sul luogo di lavoro. Perché questo pantagruelico ingranaggio non si inceppi è necessario anche che non riflettano troppo nel tempo libero. Il potere non può correggere questo sistema perché se lo facesse molto probabilmente il sistema imploderebbe. Allora è costretto a snaturare l’uomo e a creare nuove tipologie umane e nuovi modi di essere in funzione delle esigenze lavorative. Ma l’uomo non è solo lavoratore. Non è solo produttore. E’ anche consumatore. Quindi il mercato per non esaurirsi crea continuamente nuovi bisogni e con questi nuovi uomini. L’uomo moderno è quindi doppiamente snaturato, doppiamente alienato. Ma ritorniamo un istante alla questione del tempo libero: l’uomo moderno non può riflettere troppo perché diventerebbe pericoloso per il sistema produttivo: potrebbe infatti chiedersi quale senso abbia effettivamente il suo lavoro o potrebbe diventare un consumatore molto critico. La filosofia, la letteratura, la poesia sono quindi pericolose per il sistema perché possono creare degli umanisti, che esercitano nella vita il loro senso critico e la loro autonomia di pensiero. Ecco perché la poesia viene considerata inutile dalla società odierna(fondata sulla razionalità tecnologica e scientifica) e chi scrive versi invece viene considerato un perditempo !!!

5/ A PROPOSITO DI INCONSCIO:
L’inconscio per Freud è tutto ciò che non affiora alla coscienza. Secondo Freud si può accedere all’inconscio tramite le associazioni libere, l’ipnosi regressiva, l’interpretazione dei sogni, l’analisi della psicopatologia quotidiana(dimenticanze, lapsus, errori). Per intenderci potremmo definire questo come inconscio personale o individuale. Esiste anche l’inconscio collettivo, scoperto da Jung, che invece è formato da istinti ed archetipi. Non è assolutamente detto che inconscio sia sinonimo di irrazionalità perché anche l’inconscio ha la sua logica. A riguardo si pensi al celebre aforisma di Lacan, secondo cui “l’inconscio è strutturato come un linguaggio”. Inoltre esiste anche l’inconscio cognitivo. Si pensi ad esempio alle recenti ricerche sulle euristiche di Tversky &Kahneman. Le euristiche, semplificando, sono delle scorciatoie mentali errate, che utilizziamo perché la nostra memoria a breve termine è limitata. Messi di fronte a certi problemi non decidiamo quindi come dei decisori esperti, che utilizzerebbero il calcolo delle probabilità. Oppure molto più banalmente si pensi a tutte quelle operazioni mentali, che sono divenute degli automatismi della psiche e che non giungono più alla soglia della coscienza. Si pensi quindi ad attività come guidare una macchina o suonare uno strumento musicale. In poesia a mio avviso esistono anche autori, che cercano di rimuovere il più possibile dalla loro scrittura qualsiasi tipo di inconscio. I loro scritti sono colmi di razionalizzazioni. Esistono e sono esistiti anche autori(ad esempio i surrealisti e i futuristi), che hanno lasciato che l’inconscio prevalesse su tutto e su tutti. Io personalmente ritengo che ci debba essere una giusta misura, un giusto equilibrio tra conscio ed inconscio: la parte conscia però deve sempre prevalere sulla parte inconscia, anche se non può censurare tutto l’inconscio. Infatti ritengo che, quando prevale eccessivamente il conscio, si registra un’eccessiva intellettualizzazione. Invece ritengo che, quando prevale l’inconscio, si assiste negli autori meno capaci a dei versi incomprensibili ed illeggibili. Comunque far riaffiorare l’inconscio è un ottimo atto di autoterapia. Quando la scrittura si apre all’inconscio, rileggendosi, si può avere delle piccole sorprese: delle piccole rivelazioni. Talvolta scaturiscono espressioni inaspettate, che possono essere delle piccole scoperte e che aiutano a conoscere meglio se stessi. Scrivere quindi è utile(prima di tutto per se stessi).

6/ PERCHE’ NON SONO NEO-ORFICO:
Non sono un poeta e tantomeno non sono un poeta “innamorato”. Non sono neo-orfico perché non credo nella funzione sacrale della poesia e perché non credo nell’assolutezza della parola. Non sono neo-orfico perché preferisco ciò che è logico a ciò che è prelogico. Non sono neo-orfico perché non credo che la sapienza divina ispiri l’uomo. Non sono neo-orfico perché sono teso all’essenziale e cerco di evitare narcisismi, leziosità e virtuosismi. Non sono neo-orfico perché non credo nell’Essere e nemmeno nella filosofia di Heidegger. Non sono neo-orfico perché non mi piacciono i testi oscuri e perché non credo in alcuna mitologia. La chiarezza per me non è un dono di pochi, ma un dovere di tutti(a costo di sembrare troppo ingenuo e lineare). Non sono neo-orfico perché non sono un esteta. Inoltre per motivi anagrafici non posso esserlo perché sono nato nel 1972 e non nel 1952. Il contesto culturale, politico e sociale è mutato radicalmente da allora. Non sono neo-orfico, ma non voglio nemmeno attribuire un senso negativo e denigratorio al neo-orfismo, che ha come tutti gli ismi sia dei pregi che dei difetti. Non sono nemmeno orfico perché non credo in concetti come quelli di anima e non credo che nell’uomo alberghi il divino. Non sono nemmeno orfico perché non credo nel culto di Dioniso. Credo nella poesia come espressione della razionalità umana(per quel che è possibile). La parola poetica a mio avviso può dirci sempre qualcosa di nuovo sul mondo e sull’animo umano. La parola poetica può mettere ordine nel mondo: innanzitutto nel mondo interiore di chi scrive. Da questo punto di vista non ritengo che la bellezza sia verità, ma che la riflessione poetica-filosofica possa condurre alla verità umana(per cui sempre provvisoria ed instabile, mai definitiva). Quindi mi definirei più un razionalista moderno che altro. Queste sono le mie intenzioni. Poi naturalmente bisognerà anche valutare gli esiti, ma questo non spetta a me: spetta ad altri. Come scriveva Saba in “Cose leggere e vaganti”: “anche i versi somigliano alle bolle di sapone; una sale e un’altra no”.

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