Due parole sull’unità di Italia

Non c’è niente di male nell’affermare che noi italiani siamo arretrati ad esempio rispetto ad altre nazioni occidentali, nonostante un certo margine di etnocentrismo sia una costante antropologica. Abbiamo raggiunto l’unità nazionale solo nel 1861, mentre invece la Francia ha fatto la sua rivoluzione nel 1789 e l’America ha ottenuto la Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti nel 1776.  Nel nostro Paese è stata risolta prima la questione della lingua. Dante, Boccaccio, Petrarca avevano posto le basi in pratica nel medioevo. Lo stesso Manzoni andò a “risciacquare i panni in Arno”.  I letterati avevano già una lingua. Questa poi diventò popolare con le lezioni televisive del maestro Manzi. Comunque per secoli l’Italia è stata un ammasso di staterelli. Si è distinta soltanto per le dominazioni straniere. Con la rivoluzione francese diventava protagonista il terzo stato, ovvero il popolo. In Italia invece i moti del 1820 e del 1830 fallivano anche per la scarsa partecipazione del popolo, che allora era quasi tutto analfabeta e troppo povero per pensare a nobili ideali quando doveva tutti i giorni guadagnarsi il pane. Nella penisola non c’era ancora una coscienza nazionale e fu proprio per questo motivo che Mazzini fondò la Giovine Italia. Ma non fu certo con lo slancio di Mazzini ma con la diplomazia di Cavour che avvenne l’unificazione. Non mi piace però una certa retorica sul Risorgimento. Ci furono anche delle macchie: il massacro di Bronte e la repressione del brigantaggio. Inoltre la massoneria ispirò i patrioti. Non mi piace comunque neanche il disfattismo. Non bisogna essere monarchici per accettare pacificamente il fatto che Cavour era un abile politico e che i Savoia furono gli unici a mettersi contro il potere asburgico e il potere temporale della Chiesa. Eravamo anche arretrati dal punto di vista economico. Si pensi che quando noi eravamo tutti contadini in Inghilterra avveniva la rivoluzione industriale, che naturalmente oltre alle innovazioni tecnologiche(macchine a vapore e telai) e alla ricchezza comportava anche sfruttamento. In Italia invece si iniziò a parlare di industrializzazione solo con Giolitti, anche se soltanto nel nord perché al centro vigeva la mezzadria e al sud dominavamo i latifondisti. Va ricordato però che la politica di Giolitti aveva le sue luci e le sue ombre. Fu anche definito da Salvemini “ministro della malavita”. La situazione non cambiò radicalmente con la vittoria della sinistra storica. Inizialmente aveva proposto un programma progressista: meno tasse, istruzione elementare obbligatoria,  allargamento del diritto di voto. Quando si ritrovò al governo in pratica si dimostrò trasformista, reazionaria e avvezza al compromesso quasi come la destra storica. Eppure erano presenti anche diversi ex-garibaldini e diversi ex-mazziniani nella sinistra storica! Sono passati tanti anni. Anche oggi le coalizioni politiche sembrano tanto diverse ma all’atto pratico non sono poi così dissimili quando si tratta di prendere decisioni sulla pelle degli italiani. Alcuni dei problemi dell’Italia attuale derivano dal Risorgimento. Il problema delle opere pubbliche, del deficit di bilancio, delle differenze regionali e della questione romana dovevano essere affrontati adeguatamente già nel Risorgimento. La stessa politica odierna non sembra capace di risolverli. Sono questioni irrisolte che ci trasciniamo dietro da così tanto tempo che sembrano ormai dei rompicapo insolubili. Forse il problema è un altro. Molto probabilmente noi italiani siamo troppo teorici, ideologi, astratti ed idealisti. Molto probabilmente siamo bravi a complicarci la vita quando dovremmo semplificare un poco senza scadere nel semplicismo. Forse non siamo abbastanza pragmatici. Forse non è mai esistita e non esiste ancora in Italia una sufficiente realpolitik.

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