Sulla disoccupazione

Per molti la disoccupazione è una colpa perché per loro il disoccupato è una persona che ha perso troppi treni. Per altri, più solidali e comprensivi, il disoccupato è una persona a cui non è stata data una opportunità, a differenza dell’inoccupato che rifiuta le possibilità di lavoro che gli vengono offerte. Ma coloro che ritengono la disoccupazione una colpa a mio avviso sono di gran lunga superiori a coloro che la ritengono una sfortuna, soprattutto se appartengono ad una zona di Italia dove il lavoro non manca e la crisi economica non si fa sentire come in altre regioni(penso al Nord Italia dove c’è una sorta di pseudo-calvinismo diffuso). Sono però certo che coloro che ritengono i disoccupati dei fannulloni, degli incapaci o delle persone che hanno scelto un corso di studi “sbagliato” non lo direbbero mai esplicitamente se intervistati da qualcuno della doxa mentre camminano per le vie di una grande città. Alcuni personaggi, che si sentono arrivati, invece dichiarano esplicitamente che i disoccupati non hanno voglia di lavorare e sono tali perché rifiutano lavori umili. Qualche imprenditore ha detto che tutti in Italia vogliono fare gli avvocati e nessuno vuole fare il cameriere. Qualche altro ha dichiarato che i disoccupati devono per forza di cose andarsene dall’Italia. Un ministro ha detto in una conferenza stampa che per trovare il lavoro in Italia è più importante andare a giocare a calcetto che saper scrivere un curriculum. Comunque non ha detto uno sproposito. La realtà dei fatti è questa e recenti ricerche lo dimostrerebbero: nel nostro Paese per trovare lavoro c’è bisogno di pubbliche relazioni e di conoscenze. La cosiddetta disoccupazione intellettuale è sempre più rilevante. Soprattutto al Sud c’è un numero consistente di giovani laureati in materie umanistiche e con dei master conseguiti che sono senza lavoro. Alcuni sostengono che in Italia ci sono troppi laureati e teorizzano addirittura più facoltà a numero chiuso, cosa che poi cozzerebbe con il diritto allo studio. Eppure le statistiche dicono il contrario. Nella classifica dei 34 Paesi più industrializzati del mondo, l’Italia è ultima per numero di giovani laureati. Il nostro Paese spende pochissimo del proprio Pil nelle università. Forse allora ci vorrebbero meno laureati in materie umanistiche e più in materie scientifiche? Bisognerebbe perciò anteporre gli sbocchi professionali alle vocazioni, gli interessi, le attitudini? Staremo a vedere in futuro. La disoccupazione non solo non consente di essere autonomo ad un giovane o di mantenere la famiglia ad una persona più  matura, ma comporta anche altri effetti collaterali. Una persona disoccupata perde progressivamente sicurezza; diventa molto più ansiosa con il passare del tempo; diventa sempre più demotivata; spesso cade in depressione. A livello cognitivo si deve trovare delle passioni per tenere in esercizio la mente. Spesso si tratta di lunghi periodi di inattività in cui la mente rallenta e la persona è soggetta a stress da sottoattivazione. Anche il bagaglio di cognizioni delle persona si indebolisce, si atrofizza. La mente infatti non viene più allenata continuamente. Non solo ma mancano anche i soldi per comprarsi libri e per fare corsi: anche questa è una limitazione non di poco conto, visto che oggi si parla sempre più di formazione continua e di aggiornamento continuo. Un gradino sopra nella scala sociale stanno i precari, che sono ricattabili dai datori di lavoro e non sono granché tutelati dai sindacati. Anche se sono attivi a livello psicofisico e hanno un reddito anche loro non godono di certezze a lungo termine e non possono ottenere mutui. La maggiore flessibilità in entrata rispetto ad un tempo ha creato più posti di lavoro precari: niente altro che questo. Non voglio stare a sindacare se era possibile fare meglio o peggio e se esistevano le condizioni per fare meglio: non sono un economista, un politico, un sindacalista o un imprenditore. Comunque la situazione non è rosea neanche per i precari. Tutti possono diventare disoccupati: infatti i dipendenti possono essere licenziati, i commercianti e gli imprenditori possono fallire, i liberi professionisti possono rimanere senza clienti e perciò  senza lavoro. Ma sono relativamente pochi i lavoratori che pensano a questa eventualità. La maggioranza pensa di trovare subito lavoro e spesso minimizza le problematiche economiche, psicologiche, esistenziali, sociali annesse e connesse alla disoccupazione. Lo stato naturalmente non può dare lavoro a tutti. Neanche gli imprenditori possono dare lavoro a tutti, ma solo a quelli che ritengono più adatti; in fondo non sono benefattori e quando hanno aperto la loro attività si sono assunti dei rischi. Il reddito di cittadinanza è pura utopia: come farebbero a trovare le risorse economiche? Ci vorrebbe un welfare più efficiente senza ombra di dubbio. Nel frattempo a livello economico siamo ancora nel pantano…per usare un eufemismo.

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