Su Pasolini

Pasolini venne ammazzato all’Idroscalo di Ostia. Molto probabilmente fu un omicidio a sfondo politico. Pelosi forse fu solo un’esca. Ancora oggi non si conoscono i mandanti. Il potere sapeva come colpirlo. Sapeva del suo autolesionismo e della sua solitudine. Sapeva della sua ricerca ossessiva di “corpi senz’anima”, nonostante che il suo amore fosse solo per “l’infante e madre” come in ogni complesso edipico non risolto. Per chi volesse saperne di più invito a leggere “Vita di Pasolini” di Enzo Siciliano e “Morte di Pasolini” di Dario Bellezza. Il poeta friulano oggi è ancora attuale. Si pensi ad esempio a quel gran romanzo incompiuto, iniziato nel 1972, che è “Petrolio”, definito dallo stesso autore un “Satyricon moderno”. Molto è stato scritto su Pasolini. Ma ciò non ci risarcisce assolutamente della sua scomparsa prematura né dei processi che subì in vita a causa degli articoli del codice Rocco, ancora attivi in Italia in quegli anni per quanto riguarda il reato di vilipendio alla religione. Pasolini fu geniale come poeta, regista, scrittore, uomo di teatro, saggista, polemista. Fu un intellettuale a tutto tondo e uno scomodo testimone della realtà italiana, caratterizzata in quegli anni da stragi e nefandezze di ogni genere. Fu il primo poeta civile di sinistra come sostenne Moravia e allo stesso tempo, come dichiarò Curzio Maltese, fu il primo a capire la “mutazione antropologica” degli italiani. Dopo di lui non c’è più stato nessuno. Nessun altro intellettuale della seconda metà del Novecento è stato così versatile e così profetico come il poeta friulano. Nessun altro intellettuale è riuscito a provocare l’opinione pubblica come faceva Pasolini quando andava in televisione oppure come quando scriveva i suoi articoli sul “Corriere della sera”. Si tenga presente per esempio gli “Scritti corsari” con cui affrontò diverse tematiche dell’epoca con una forza polemica è una capacità analitica fuori del comune. Pasolini iniziò a scrivere in dialetto friulano, la lingua materna e innocente: una lingua ladina, che non aveva alcuna tradizione letteraria. Le sue prime poesie non passarono inosservate perché furono recensite addirittura da Contini. Dopo lo scandalo di Casarsa e la conseguente espulsione del PCI si trasferì a Roma, dove visse due anni da disoccupato per poi insegnare in una scuola media privata. Da ricordare anche che suo fratello partigiano venne ammazzato dai comunisti legati ai reparti di Tito. La fuga da Casarsa e la morte del fratello furono per lui due gravi traumi. Pasolini divenne poeta civile con “Le ceneri di Gramsci”, costituite da undici poemetti in terzine. Era avvenuto il passaggio dal simbolismo e dall’impressionismo poetico all’impegno civile. Aveva messo da parte Pascoli e l’ermetismo. L’esperienza di “Officina”, rivista bimestrale fondata insieme a Leonetti e Roversi, lo aveva cambiato radicalmente. Il poeta era lontano ormai sia dal neorealismo che dall’ermetismo. Per la prima volta l’Italia aveva un poeta civile lontano dalla retorica di Foscoli, Carducci, D’Annunzio. Pasolini trattava delle periferie, dei diseredati, della resistenza. Ebbe successo anche con la narrativa, in libri in cui descrisse il teppismo e le scorribande dei “ragazzi di vita” delle borgate ed in cui usò il romanesco per ottenere una maggiore espressività. Va detto che nei suoi romanzi solo Riccetto riesce ad integrarsi. La triste fine dei personaggi forse sta a significare che il mito del sottoproletariato è finito, esattamente come è accaduto per il mito del mondo contadino. Pasolini dette un apporto culturale significativo anche come cineasta. Per lui il cinema era “la lingua scritta della realtà ” e anche per questo utilizzò per i suoi film degli attori non professionisti. Ma lo squallore di certe periferie mostrate, che erano sempre state rimosse dalla cultura ufficiale, gli causarono molti attacchi dai moralisti di ogni sorta. Certo il grande poeta fu un comunista eretico: “Lo scandalo del contraddirmi, dell’essere/ con te e contro di te: con te nel cuore/ in luce, contro di te nelle buie viscere”. Anche per questi motivi ideologici era solo: assolutamente solo. Forse l’unica consolazione era rivolgere lo sguardo indietro. Forse l’unico vero mito fu il passato e si pensi per esempio al suo notare “la scomparsa delle lucciole”. Il presente era per lui “sviluppo senza progresso”. Ma la questione che lo angosciava di più era l’omologazione: “la borghesizzazione” dei giovani sottoproletari, che non avrebbero più potuto avere una coscienza politica perché la televisione aveva imposto loro l’ideologia del consumo. Ciò che preoccupava Pasolini non era il centralismo dello stato né le istituzioni repressive ma il neolaicismo imperante ed il nuovo edonismo propinato dai mass media. Aveva già capito che la televisione era un agente di socializzazione, capace di influenzare con i suoi messaggi le idee delle persone e dunque era anche la causa primaria dell’omologazione, grazie a cui il potere produceva una standardizzazione dell’immaginario. I giovani di borgata avevano iniziato a vestirsi, a comportarsi e a pensare come “i figli di papà”: non era più possibile distinguere un proletario da un borghese oppure un comunista da un fascista. Questo era frutto della “mutazione antropologica”, termine preso a prestito dalla biologia. La mutazione genetica in biologia è determinata prima dalla variazione e quindi dalla fissazione di alcuni caratteri. Nel caso della “mutazione antropologica” la variazione delle mode e degli stili di vita era decisa nei consigli di amministrazione delle reti televisive e poi fissata con i messaggi subliminali della pubblicità. Pasolini sapeva perfettamente che i codici imposti dalla televisione divenivano subito comportamenti collettivi. La sottocultura di massa diventava interclassista. Tutti aspiravano agli stessi status symbol. Non si trattava più di appagare semplicemente dei desideri. Il nuovo uomo di massa doveva soddisfare dei falsi bisogni. I disvalori del consumismo nel giro di pochi anni impoveriranno l’Italia. Già allora stavano scomparendo le tradizioni di un tempo. Già allora non esistevano più le classi sociali. Tutti ormai erano diventati piccolo-borghesi. Che cosa è una classe sociale se non un gruppo omogeneo dal punto di vista culturale e sociale? Ma la sottocultura di massa era divenuta interclassista in una continua interazione tra tecnologia, cultura, struttura psichica. La sottocultura di massa ha gradualmente prodotto un livellamento verso il basso. I mass media stavano e stanno assopendo le coscienze, sia dal punto di vista del senso critico che della coscienza di classe. Ciò che rimaneva e rimane ancor oggi è la stratificazione economica: le varie fasce di reddito. La rivoluzione quindi non era più possibile. Della televisione si è detto che è stata un agente catalizzatore dell’unificazione linguistica; alcuni hanno detto che è una discreta intrattenitrice per gli adulti e una ottima badante per gli anziani. Per quanto riguarda la questione linguistica Calvino riteneva al contrario di Pasolini che grazie alla televisione sarebbe scomparsa l’antilingua(il burocratese) e certe trasmissioni televisive avrebbero diffuso vocaboli della scienza. Ma la polemica tra i due autori non finiva qui. Infatti, se per Pasolini la televisione aveva aumentato a dismisura il conformismo, per Calvino il conformismo era un fatto fisiologico e secondo lui perfino i ragazzi di Salò non erano poi così diversi dai partigiani comunisti, a parte la scelta ideologica. Ma Pasolini non è stato l’unico a criticare la televisione. Pensiamo ad esempio a Popper agli inizi degli anni novanta quando scriverà che la televisione è una “cattiva maestra” perché propina ingenti dosi di violenza ai bambini. Pasolini è stato l’unico scrittore a scrivere in anticipo dell’omologazione, pur non essendo uno studioso di sociologia o di comunicazione di massa. È stato il primo intellettuale ad intuire che non esisteva più alcuna egemonia culturale ma solo una egemonia mediatica.

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