Due parole sull’arte contemporanea

Secoli fa erano il Vaticano e la nobiltà i committenti. Solo il Papa e i signori avevano la disponibilità economica per richiedere le opere dei grandi artisti. Di conseguenza la maggioranza dei dipinti erano di carattere religioso oppure erano ritratti di potenti o delle loro consorti. Nell’epoca moderna gli artisti sono più liberi. Possono trattare qualsiasi tema e farsi ispirare da qualsiasi cosa o persona. L’artista crea e successivamente il mercato stabilisce il valore commerciale dell’opera. Qualcuno aveva già annunciato la fine della pittura con l’avvento della fotografia, che può ormai riprodurre in modo oggettivo la realtà. Nei secoli precedenti i pittori avevano cercato di rappresentare fedelmente la realtà ma con i primi dagherrotipi tutto è vano. Le persone preferiscono farsi fotografare che farsi ritrarre. Tutto sembra perduto. Invece nasce l’astrattismo. L’arte sembra essere giunta ormai al capolinea quando Duchamp realizza il primo “ready-made”: una ruota di bicicletta messa su uno sgabello che viene esposta nel suo studio. Che dire poi della celebre Fontana? Lo stesso Duchamp espone un orinatoio in una mostra e ciò causa scandalo. L’opera d’arte quindi consiste solo in una idea. Non è più necessario dipingere e neanche dipingere male. Non bisogna più saper scolpire. Non è più necessaria un minimo di tecnica per la sua realizzazione. Qualsiasi oggetto esistente può divenire opera d’arte: basta solo spostarlo dal suo contesto quotidiano e portarlo in uno studio. Inoltre Walter Benjamin nel 1936 ha intuito tutto quando ha scritto che l’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica non è più unica e neanche irripetibile: ormai tutto è copia di una copia, se si considera che l’arte è copia della natura come sosteneva Platone. L’avanguardia quindi ha colpito nel segno. Critica la società, provoca e fa riflettere grazie alle operazioni concettuali degli artisti. Ma il fondo sembra essere raggiunto qualche anno dopo con la merda d’artista di Piero Manzoni. Passerà anche questa alla storia. Pensate che nel 2016 una delle 90 scatolette è stata venduta a 275000 euro. Anche questa è un’opera d’avanguardia. Ma le provocazioni non sono finite. Restando ai giorni nostri e in Italia non bisogna dimenticarsi delle opere a grande impatto mediatico di Maurizio Cattelan, che provano inevitabilmente che anche l’avanguardia ormai è morta e il massimo a cui può aspirare l’artista è di strumentalizzare per un breve lasso di tempo i mass media prima che questi ultimi fagocitino l’opera d’arte e la strumentalizzino a loro volta. Anche l’arte fa parte ormai del circo mediatico e non riesce più a mettere alla berlina la società di massa e il consumismo. Riesce solo a far discutere per un breve periodo di tempo. Ormai tutti si abituano a tutto e nessuno si scandalizza più di niente. Opere come la scultura che raffigura un dito medio davanti alla Borsa di Milano oppure performance come i tre manichini impiccati ad una quercia in una piazza della stessa città rendono Cattelan tra gli artisti più celebri e più pagati di Italia ma dopo qualche mese l’opinione pubblica o la sua parvenza metabolizzano e dimenticano tutto. In definitiva c’è forse una linea di demarcazione tra le provocazioni di Cattelan(considerato da molti un artista dell’avanguardia) e quelle di Oliviero Toscani(che dovrebbe essere soltanto un fotografo che realizza delle pubblicità)? Potrebbero essere messi entrambi sullo stesso piano perché cercano di provocare lo shock e cercano di sfruttare consapevolmente i mass media. Non ci sono più confini e neanche compartimenti stagni. Un tempo si sarebbe detto che sia Cattelan che Toscani sono entrambi artisti nei rispettivi ambiti. Oggi possono essere messi sullo stesso piano. Tutto si mischia con tutto. Arte, pubblicità, industria, cronaca, fumetto, cinema, attualità fanno parte del grande calderone della società e dello spettacolo. C’è una grandissima contaminazione dei generi, dei linguaggi e degli stili. Ogni confine è sempre più labile. Alcune volte si ha l’impressione che non esistano più muri. Oggi è considerata arte fotografare happening di nudo di massa nelle città. Spencer Tunick ha subito vari arresti ma ha raggiunto la fama. Un tempo alcuni non ritenevano pittura l’action painting di Pollock. Qualche decennio fa molti guardavano con sospetto l’iconografia pop o la body art. Invece oggi sono considerate forme artistiche anche body painting, tatuaggi, piercing, art food e graffiti. Alla provocazione, alla trasgressione, alla ricerca ossessiva del nuovo sembra non esserci fine. Si pensi ai flash mob di Orquin nelle chiese in cui si baciano giovani uomini per protestare contro l’omofobia. Oppure si pensi alle fotografie di Ravello in cui vengono rappresentati bambini “crocefissi” per esprimere le varie forme di violenza che subiscono i più piccoli. Infine si pensi a Von Hagens che nelle proprie opere utilizza parti di cadaveri di donatori. Ci si ricordi che i donatori sono migliaia e che si fanno convincere con la scusa di contribuire all’arte. L’artista finisce insomma per essere un abile comunicatore e l’opera una provocazione spesso fine a se stessa: l’artista concettuale diventa un cinico uomo del marketing. Dell’arte non resta che un surrogato come altri e la nostra epoca è colma di surrogati: uno in più o in meno non penso che faccia molta differenza. Sempre a proposito di espressioni artistiche discutibili e clamorose basti pensare a Marina Abramovic che nel 1974 in una mostra si fa seviziare per sei ore dal pubblico oppure in tempi più recenti sempre lei che mostra agli spettatori come si fissa una parete. Oggi ognuno può essere artista e il mercato non è nemmeno in grave crisi. C’è sempre chi pensa di investire nell’arte e compra quadri. Si giunge così al paradosso che una grande poetessa come la Merini viveva in povertà perché sono veramente pochi coloro che leggono questo genere, mentre molti imbrattatele possono campare dignitosamente vendendo le loro croste. Possiamo realmente dire che gli acquirenti di questi oggetti sono fruitori di arte? Oppure semplicemente collezionano soprammobili e cianfrusaglie a caro prezzo? Altra domanda che talvolta mi pongo è cosa resterà nei musei dei nostri posteri. Talvolta mi chiedo anche se in futuro avranno ancora bisogno dell’arte, visto e considerato che se tutti ormai potranno essere artisti allora forse nessuno sarà veramente ritenuto artista. Mi chiedo infine se chi danneggia questo tipo di installazioni o di opere può davvero essere considerato un vandalo. Spesso oggi l’atto vandalico può addirittura apparire non più uno sfregio ma una forma di espressione artistica come è successo qualche anno fa alla fontana di Trevi, colorata di rosso da un gruppo che si chiamava Azione futurista. Il gesto non ha creato danni. Non ha rovinato i celebri marmi. In questo caso si trattava addirittura di un opera dall’indiscusso valore artistico.

 

 

 

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