Scrittori, tv e web

Per essere artisti non è necessario essere dei buoni oratori, ma in questa società mediatica è una grande facilitazione. Gli artisti oggi vengono intervistati, presentano i loro libri e spiegano le loro poetiche in conferenze stampa, in libreria oppure alla televisione. Da questo punto di vista sembra di essere ritornati ai tempi dell’oratoria greca o dell’ars dicendi latina, anche se forse quella attuale è una misera parodia. Ora l’oratoria la chiamano public speaking. Vengono tenuti corsi per insegnare strategie comunicative vincenti e vengono chieste le consulenze di psicoterapeuti per vincere blocchi emotivi che ostacolano le persone a parlare in pubblico. In qualsiasi modo la si veda non bisogna confondere la spigliatezza, che è frutto di estroversione e vivacità, con il vero talento artistico. Ci sono artisti che possono essere di talento e allo stesso tempo essere così timidi, emotivi, ansiosi da risultare impacciati ed afasici. Di solito gli artisti sono complessati e saturnini. Ci si ricordi che anche in “Lezioni americane” di Calvino viene menzionato il temperamento saturnino di chi scrive. La spigliatezza inoltre dipende dal tipo di personalità(non solo dall’area di Broca) e non è assolutamente un tratto distintivo del talento. Per essere dei buoni saggisti bisogna principalmente avere senso critico e un poco di cultura. Per essere scrittori e poeti bisogna essere creativi ed estrosi. Però ora parlare velocemente ed avere una buona dialettica aiuta notevolmente per bucare lo schermo, fare polemiche, avere la meglio in una lite televisiva. Ad onor del vero uno può parlare molto velocemente e dire un sacco di fesserie(oppure di banalità) ma ciò non importa più: sono finiti i tempi quando segni di cultura venivano considerati la ponderatezza e la riflessività. Oggi il pubblico televisivo, formato anche da diverse migliaia di analfabeti di ritorno, non sa valutare effettivamente il contenuto, la qualità del discorso, il fatto che un autore parli o meno con cognizione di causa. Pensa istintivamente ed ignorantemente di giudicare chi sa parlare e chi no in base al fatto che un autore dimostri di avere una certa parlantina o meno. In una lite televisiva inoltre vince chi urla di più e riesce a essere più becero e qualunquista. In televisione non c’è tempo per i sottili distinguo e l’esposizione pacata di tutte le argomentazioni. Non c’è bisogno di essere dei retori o dei fini dicitori, che persuadono con la loro eloquenza sopraffina il pubblico. È un tipo di comunicazione in cui conta più saper prendere per la pancia i telespettatori che saper mostrare le competenze acquisite. Diciamocelo onestamente: talvolta chi fa televisione è superficiale e non pensa che sta entrando nelle case degli italiani, mentre i telespettatori sono spesso distratti. In televisione vince sempre la semplificazione e la massa crede quasi sempre a quello che viene detto in un talk show. Visto che ci sono opinioni contrastanti diventa vero tutto e il contrario di tutto. L’importante per affermare le proprie idee è essere tracotanti e ridondanti. Ogni opinionista, non importa se esperto o meno in qualche ramo dello scibile, acquista subito una straordinaria autorità agli occhi del pubblico. Il piccolo schermo è il regno delle dicotomie e non c’è spazio per le sfumature. Ogni intellettuale che va in televisione mostra una rappresentazione distorta del suo pensiero perché è costretto ad esporre concetti elementari per farsi capire ed è anche costretto ad autocensurarsi. Non solo ma se uno scrittore si rivela troppo noioso il pubblico può subito cambiare canale. Non bisogna essere esperti di comunicazione di massa per capirlo. Oggi i telespettatori hanno l’imbarazzo della scelta: più di cento canali dove trovano telequiz, telepromozioni, documentari, film , sceneggiati. Eppure lo scrittore rischia sempre di apparire farraginoso quando parla del suo libro perché come scrive Milan Kundera lo spirito del romanzo è lo spirito della complessità. Che ne sarebbe attualmente di Kafka, Proust, Musil, Joyce, Svevo, Moravia, Pavese? Si pensi a tale proposito alla difficoltà di promuovere una opera ibrida oppure un romanzo saggio in pochi minuti nel piccolo schermo. Gli scrittori vanno in TV per raggiungere un pubblico più vasto ma siamo così sicuri che riescano veramente in questo intento? Povero Lukacs per cui il romanzo per essere tale doveva mostrare la problemacità del reale e doveva aspirare alla totalità! Bisogna però a tale riguardo ricordarsi che per Angelo Guglielmi l’intellettuale doveva dimostrare chiarezza espositiva. Poteva analizzare la crisi del linguaggio ma non doveva utilizzare paroloni comprensibili solo ai letterati e scrivere in una struttura sintattica barocca. Insomma l’artista per essere veramente comunicativo non dovrebbe semplificare troppo e neanche complicare ulteriormente le cose. Ma non è solo questo il discorso. Un tempo gli intellettuali andavano in TV per orientare l’opinione pubblica ma ora non esiste più l’opinione pubblica. Non dimentichiamoci inoltre che i programmi ad hoc per gli scrittori sono diminuiti. Anni fa ogni sera andava in onda il Maurizio Costanzo show. Daria Bignardi non intervista più nessun artista. Oggi invece l’unico programma che riesce a dare realmente visibilità ad uno scrittore è quello di Fabio Fazio. Ci sarebbe anche la trasmissione notturna di Marzullo ma l’audience è inferiore. Masterpiece, che era un interessante talent sulla scrittura, non ha avuto un seguito. Restano i talk show di attualità, spesso faziosi e politici, che possono dare visibilità agli intellettuali. Sono lontani gli anni in cui Baricco e Sgarbi potevano fare periodicamente i divulgatori in TV rispettivamente della letteratura e dell’arte. Ritornando al successo televisivo va detto che anche l’aspetto fisico per bucare lo schermo può rivelarsi determinante. Un artista avvenente ha più probabilità di lasciare il segno. In televisione ci sono molti Big Jim e molte Barbie. Ad una certa età molti personaggi del mondo dello spettacolo per essere sempre piacenti si rifanno dal chirurgo estetico e si mettono i denti di porcellana. L’apparire insomma conta molto più dell’essere. Una altra cosa importante è la dizione. Il pubblico televisivo giudica negativamente le inflessioni e i termini dialettali del centro e del sud. Lo sanno bene le showgirl e i presentatori che fanno corsi di dizione e parlano sempre l’italiano che si parla al settentrione. Ciò forse è dovuto al fatto che le grandi case editrici e Mediaset sono al nord. Forse è dovuto al fatto che il nord è più industrializzato rispetto al resto della penisola. Oppure forse è dovuto anche all’ascesa in questi anni della lega nord e alla diffusione della sua mentalità. Viene da chiedersi che cosa ne sarebbe oggi del povero Leopardi, che aveva una cadenza marchigiana. Sono davvero pochi gli artisti che trasgrediscono queste regole non scritte e sembra a molti quasi un vezzo che possono permettersi quando sono maestri venerandi. Mario Luzi parlava fiorentino forse soltanto perché era di una altra epoca? Chissà?!? Probabilmente imiteremo anche in questo gli americani. Probabilmente faremo come in America che insegnano a scuola a parlare in pubblico. Eppure un grande scrittore come Italo Calvino dichiarò che lo scrittore non doveva mostrarsi. Non doveva concedersi troppo e doveva essere schivo e riservato. Secondo Calvino erano le opere che dovevano essere messe in primo piano: l’esatto contrario di quello che viene fatto oggi. Più recentemente S. King ha scritto nel suo saggio “On writing” che per fare lo scrittore bisogna principalmente leggere molto e scrivere molto: niente altro che questo. Un tempo erano diversi gli artisti che la pensavano come Calvino e S.King. Oggi sono una rarità. Senza ombra si dubbio ci sono anche autori che non sono affatto presenzialisti nel piccolo schermo e che scrivono bestseller. Questo è dovuto in gran parte al fatto che anche se non sono personaggi nazionalpopolari scrivono comunque dei romanzi nazionalpopolari, che trattano esclusivamente di una delle quattro s(ovvero sangue, sesso, soldi, sentimento). Indipendentemente dalla bravura è pacifico che chi scrive romanzi sperimentali è più svantaggiato ed è destinato a restare un intellettuale di nicchia. Sono mosche bianche coloro che vendono molto e non sono nazionalpopolari o non scrivono libri nazionalpopolari. Ad esempio Andrea De Carlo è una eccezione ma molti intellettuali lo considerano troppo commerciale. Forse l’unico che riusciva ad accontentare pubblico e critica, non apparendo troppo in televisione, era il compianto Umberto Eco. Non venite a dirmi di Elena Ferrante che è solo un caso isolato, che non fa testo. Viene però da chiedersi se l’utilizzo dei social da parte degli scrittori e gli eBook possono essere nuove strade percorribili in futuro. Ci sono già stati romanzi che sono diventati casi letterari e hanno avuto un successo inaspettato grazie al passaparola sui social network. Comunque da questo punto di vista forse siamo ancora agli inizi.

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