La poesia di ricerca(tra il serio e il faceto)

I poeti di ricerca non si contano certo con le dita di una mano. Sono una miriade. Molti di più di quel che si pensi. In questa definizione possono essere compresi tutti coloro che fanno poesia sperimentale. Sono un esercito. Possono aspettarti sotto casa se li critichi. Possono ferirti con un cut up. Sono milionari. Guadagnano quanto i calciatori. Le poetesse di questa corrente invece sfilano sul red carpet. Sono più famose delle fashion blogger. Nessuno può fermarli. Sono i boss della nuova letteratura. Sono capaci di distruggere con un cipiglio il festival di Sanremo, il trash, il pulp. Sono i nuovi chierici vaganti. Sono i viandanti a cui devi dare ospitalità. Possono talvolta anche scaccolarsi in pubblico. Scrivono le loro poesie anche nei cessi degli autogrill. Sono il contropotere. Sono quindi molti di più di quelli che sono stati canonizzati, ovvero antologizzati dai critici. Personalmente sono contrario alle etichette e alle mappe, che possono creare fraintendimenti e talvolta possono anche essere fuorvianti. Di solito mi piace valutare i letterati in base alla loro ispirazione piuttosto che all’appartenenza o meno di una scuola. Sicuramente ci sono delle eccellenze tra questi artisti sperimentali(c’è sempre chi sbaglia il bersaglio prefissato ma riesce a centrarne un altro), ma qui vorrei trattare delle loro premesse teoriche. Non voglio lodare nessuno(è innegabile comunque che la qualità letteraria di questa corrente è molto elevata, anche se talvolta di nicchia. I caposcuola di questa corrente sono geniali e scrivono magistralmente. Entreranno a pieno diritto nella storia della letteratura) e neanche stroncare nessuno;  non ne avrei l’autorità(la poesia non è una scienza e si basa su queste due cose: io sono più di te e ne so più di te). Vorrei perciò disquisire sui presupposti teorici senza fare un processo alle intenzioni. D’altronde riflettere su di essi è legittimo perché nell’arte bisogna sempre valutare la poetica, anche se è la gestalt finale che conta.  Vorrei quindi analizzare concettualmente questo tipo di poesia. A mio avviso i poeti in questione hanno almeno tre cose in comune: il voler sminuire  l’io, l’essere raffinati letterati e il raro pregio di essere intellettuali non cortigiani ma spesso militanti.  In questo senso potrei definirli anche come dei continuatori della neoavanguardia, anche se talvolta alcuni di loro a mio parere aggiungono una sorta di pseudo-scientismo. D’altra parte ricercare nuovi strumenti espressivi non vuol dire essere tabula rasa. Nessuno è totalmente innovativo. Con qualche autore si contraggono sempre dei debiti. Qualcuno bisogna pur sempre averlo alle spalle. Direi quindi che questi nuovi poeti cercano un rimodernamento nel seno della “tradizione del nuovo”. Ci sono tre cose che mi lasciano perplesso. La prima è considerare la maggioranza della poesia italiana di questi anni caratterizzata dall’ “epigonismo lirico”. Allo stesso modo io definisco la poesia di ricerca un epigonismo neoavanguardistico(potrei affermare a riguardo che preferisco gli originali: preferirei quindi il gruppo 63 e il gruppo 93). Anche per il gruppo 63 si parlò di neooggettualismo, ma questo gruppo considerò anche l’arte come “fabbrica di antislogan” e demifistificò la civiltà consumistica, ritenuta alienante e mercificante. Non solo ma la neoavanguardia rifletteva la crisi della società neocapitalista e la crisi dell’uomo moderno. Tutto ciò allora era innovativo. La seconda cosa che non mi convince è la considerazione negativa della poesia lirica, in quanto espressione dell’io. A mio avviso la poesia lirica è anche ricerca di corrispondenze, uso di figure retoriche,  ritmo e immagini.  Allo stesso modo potrei valutare negativamente la poesia sperimentale, ritenendola solo collage o gioco combinatorio. Un’altra cosa che non mi convince è quella di ritenere questa poesia una novità. Comunque va dato atto che questa poesia ha ricercato l’originale. Poi bisognerà discutere se lo ha fatto più o meno infruttuosamente. La poesia di ricerca oggi è sempre più invasiva, fa notizia nell’ambito della clandestinità del mondo poetico, cerca di dominare la scena, reclama sempre più spazio e vorrebbe ridurre quanto più la soggettività. È possibile che i poeti di ricerca vogliano delegittimare le impressioni, le sensazioni e i sentimenti? Uno scrive poesie per cercare un poco di libertà e invece a conti fatti non ha nemmeno più la libertà di scrivere il pronome “io”! Personalmente trovo del tutto legittima la poesia come espressione dell’io: anche quella più egocentrica o incentrata tutta sulla psicologia del profondo. La lirica può essere considerata conoscenza anche per la descrizione degli stati interni e i processi inconsci dell’individuo.  La poesia lirica può avere come limite quello di riguardare una dimensione privata e risentire troppo della personalità dell’autore. Allo stesso tempo può essere maggiormente evocativa e avere un valore fonico e musicale, qualità di cui non si curano questi nuovi poeti. È  ovvio che bisogna guardarsi bene dagli eccessi del lirismo come il narcisismo e il compiacimento. Non è possibile però a mio avviso rimuovere ed escludere la soggettività, anche perché conosciamo la presunta oggettività della natura grazie alla nostra soggettività. Secondo il più recente approccio post-razionalista ogni individuo tramite la propria esperienza cerca di dare un senso al mondo.  Non solo ma se per oggettività si intende una poesia degli oggetti bisogna chiaramente ricordare che essi sono scelti dal soggetto. Nessun autore può giungere ad una rappresentazione realista oggettiva perché nessuno è privo di condizionamenti e pregiudizi. L’oggettivismo è sempre preteso. Anche i fatti vengono scelti in base alle proprie idee. Ogni poeta ha un suo sguardo sul mondo e come sostiene Vittorio Sgarbi “la bellezza è oggettiva. La visione è soggettiva”. Il rispecchiamento fedele e imparziale non esiste. C’è chi a riguardo della poesia di ricerca ha parlato di “annichilimento dell’io” ma nella scrittura tutto inizia dall’io e tutto ritorna nell’io.  Inoltre se  per oggettività si intende qualcosa di valido per tutti e quindi di universale allora bisogna ricordare che in poesia questa è impossibile perché è caratterizzata dall’ambiguità. I poeti di ricerca mi sembrano i neopositivisti della poesia. Ricordo che secondo il neopositivismo la metafisica doveva essere eliminata e la filosofia doveva ridursi all’analisi del linguaggio! Questi poeti vogliono cominciare forse delegittimando totalmente molti loro colleghi e sparando a zero sulla tradizione letteraria lirica(d’altronde tutti nascono “incendiari”)? Mi sembra quasi che questi nuovi poeti vogliano riprendere l’impersonalità del naturalismo francese e del verismo di Verga. Oggettivare il mondo è solo un’espressione. Si può anche dire “oggettivare uno stato d’animo”, che significa solo esprimere uno stato di coscienza. In realtà non c’è niente di oggettivo nella descrizione della realtà da parte di un artista.  I poeti di ricerca si dimenticano forse che la realtà è la nostra costruzione logica e non solo: dipende anche da fattori psichici ed esistenziali. Per gli esistenzialisti ognuno ha la sua “intuizione del mondo”. Ho l’impressione che i poeti di ricerca non stimino coloro che vengono definiti poeti lirici. Eppure qualsiasi tipo di poesia è una interazione tra io e mondo. È un feedback continuo e incessante. Protagora aveva affermato che l’uomo è “misura di tutte le cose”. Bisogna ricordarsi a tale proposito del criticismo kantiano(si pensi allo schematismo trascendentale) e di Schopenhauer secondo cui il mondo è sempre una rappresentazione del soggetto e quindi della coscienza. Per Schopenhauer tutto quello che conosciamo “si trova nella coscienza”. Anche Cartesio mette il cogito davanti a tutto. Qui non si tratta di ritornare ad essere platonici o idealisti in senso assoluto. Il soggetto non può determinare tutta la realtà. Non si tratta neanche di subordinare l’oggetto al soggetto o viceversa. Si tratta invece di considerare la continua correlazione tra soggetto ed oggetto. Insomma i poeti di ricerca per imbattersi in qualcosa di oggettivo dovrebbero darsi alla ricerca scientifica. L’oggettività in poesia è solo supposta. Mi sembra che i poeti di ricerca siano orfani del materialismo marxista ed allora abbracciano un realismo totalizzante.  Possono certamente criticare l’introspezione e la ricerca di interiorità perché possono ritenere che uno in questo modo guardi il proprio ombelico. Però il mondo è una nostra percezione. Niente altro. Un tempo si diceva che l’idealista pensa e il realista conosce. Oggi invece nelle scienze umane e nelle scienze si sta sempre più affermando il costruttivismo. Probabilmente il costruttivismo radicale è un eccesso, una forzatura. Porterebbe al relativismo totale perché, secondo il costruttivismo radicale,non esiste una realtà oggettiva ma tante interpretazioni quanti sono gli esseri umani. È altrettanto vero che non si può essere realisti a tal punto da mettere tra parentesi l’io. Il mondo là fuori non ci viene dato in base alle proprietà intrinseche dei fenomeni. Noi conosciamo le cose sia perché abbiamo una coscienza sia perché esse sono intellegibili. Potremmo affermare filosoficamente che la ricerca della verità umana è basata sulla compartecipazione di soggetto ed oggetto. In psicologia si usano altri termini e si dice che esiste una interdipendenza tra osservatore e realtà osservata. Il concetto comunque è lo stesso. Naturalmente bisogna sempre considerare che l’osservatore modifica sempre ciò che osserva e che l’osservatore fa anche esso parte di quel che osserva. La poesia di ricerca quindi, al di là del talento dei suoi rappresentanti, mi sembra fondata su presupposti e su premesse totalmente errate. La realtà sensibile non può essere una cosa a sé stante. La coscienza è un flusso continuo, una continua interconnessione tra soggetto e realtà. Non si può fare a meno della coscienza nella poesia. Concludo ricordando che per R. Barthes leggere era uno dei tanti piaceri della vita. Bisognerà vedere, indipendentemente da tutte le dichiarazioni di poetica e da tutte le teorie, quanto i lettori ricaveranno piacere da questi testi della poesia di ricerca. Un’ultima considerazione: il panorama letterario attuale è asfittico. Da una parte troviamo in internet un proliferare di autori, che sgomitano per avere visibilità. Dall’altra parte nel mercato editoriale abbiamo una elite  ristagnante di soliti noti, che talvolta con l’intento dichiarato di fare una scrematura finiscono di fatto per fare il bello e il cattivo tempo, giungendo a limitare la popolarità  di alcuni validi e a ricacciarli nel sottobosco poetico. Difficile inoltre è trovare punti di riferimento nella poesia contemporanea, in cui esiste una grande varietà stilistica e linguistica.  Moltissimi hanno questo bisogno irrazionale di esprimersi. Difficile fare un rendiconto o dare definizioni esaustive. Ci si trova spesso in una situazione di impasse quando si vuole collocare gli autori o sistematizzare. Vedremo cosa accadrà a questi poeti di ricerca. Vedremo se si integreranno(come io ritengo probabile) o se invece rifiuteranno le dinamiche del sistema(cattedre, giornali, gettoni di presenza per conferenze, posti nelle case editrici), situandosi ai margini dei margini. Vedremo se, oltre ad essere poeti che scrivono in modo diverso, saranno anche uomini che pensano e agiscono in modo diverso.

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