Alcune poesie di Milo De Angelis

Da “Tema dell’addio”:

Contare i secondi, i vagoni dell’Eurostar, vederti
scendere dal numero nove, il carrello, il sorriso,
il batticuore, la notizia, la grande notizia.
Questo è avvenuto, nel 1990. E’ avvenuto, certamente
è avvenuto. E prima ancora, il tuffo nel Ticino,
mentre il pallone scompariva. E’ avvenuto.
Abbiamo visto l’aperto e il nascosto di un attimo.
Le fate tornavano negli alloggi popolari, l’uragano
riempiva un cielo allucinato. Ogni cosa era lì,
deserta e piena, per noi che attendiamo.

In te si radunano tutte le morti, tutti
i vetri spezzati, le pagine secche, gli squilibri
del pensiero, si radunano in te, colpevole
di tutte le morti, incompiuta e colpevole,
nella veglia di tutte le madri, nella tua
immobile. Si radunano lì, nelle tue
deboli mani. Sono morte le mele di questo mercato,
queste poesie tornano nella loro grammatica,
nella stanza d’albergo, nella baracca
di ciò che non si unisce, anime senza sosta,
labbra invecchiate, scorza strappata al tronco.
Sono morte. Si radunano lì. Hanno sbagliato,
hanno sbagliato l’operazione.

 
Ci teniamo vicini
all’urlo, mentre passa il dodici
e l’attimo separato
dal suo vortice resta qui, nel cuore
buio dell’estate, nell’annuncio
di una volta sola. Tu
non ci sei. Resta la tua assoluta
voce nella segreteria, questa
morte che non ha luogo.

 

Da “Biografia sommaria”:

La Doxa mi chiede per chi voterò. La voce
è di un ragazzo che, dall’altra parte, respira.
Non so quale chiarezza dentro la rovina. Tutto
ritorna qui, confine del luogo. Quel non parlato
di chiodi per terra. Il Professor D’Amato spiegava
un pronome… nemo: nessuno, non nemo: qualcuno Nessuno
giungerà oltre le vene, è semplice, ragazzi. Qualcuno
è scomparso o comunque non dà notizie. Il postino
mi consiglia di guardare meglio nella buca,
anche in quelle vicine. Guarderò. Neminem
excipi diem: per nessun giorno ho fatto eccezione. Morire
è dunque perdere anche la morte, infinito
presente, nessun appello, nessuna musica
di una chiamata personale. Oltre le vene che furono rito
e dimora, milligrammo e annuncio, grido infinito
di gioia o di soccorso, nessuno mai
oltre queste vene. È semplice, ragazzi, nessuno.

 

Da “Somiglianze”:

Era
nelle borgate, camminando in fretta
quell’assolutamente
oltre
che dai libri usciva nella storia
radendo le bancarelle, d’estate.
Domanderemo perdono
per avere tentato, nello stadio,
chiedendogli di lanciare un giavellotto
perché ritornasse l’infanzia.
Non si poteva
ma la somiglianza era noi
nell’immagine di un altro, ravvicinato, nel sole
volevamo trattenere il nostro senso
verso lui
in un gesto da rivivere: chi poteva sancire
che tutto fosse al di qua?

Prese la rincorsa, tese il braccio…

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Alcune quartine di Patrizia Valduga

C’è un solo incontro e non c’è un solo addio

e devo sempre stare sul chi vive:

nel grande cimitero dei miei io

vivo una vita tutta recidive.

 

<<Guardalo questo corpo: ti appartiene.>>

Non ho occhio che pesa e che misura

e per vedere veramente bene

mi serve il buco della serratura.

 

In questa stanza che non ha piú uscita,

come stormisce il sangue, e al suo stormire

è il mio turno di vivere… di vita…

Io so che sai che cosa voglio dire.

 

 

Baciami; dammi cento baci, e mille:

cento per ogni bacio che si estingue,

e mille da succhiare le tonsille,

da avere in bocca un’anima e due lingue.

 

Tu mandali a dormire i tuoi pensieri,

devi ascoltare i sensi solamente;

sarà un combattimento di guerrieri:

combatterà il tuo corpo e non la mente.

 

 

 

 

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Due poesie di Giovanni Giudici

LA VITA IN VERSI
Metti in versi la vita, trascrivi
fedelmente, senza tacere
particolare alcuno, l’evidenza dei vivi.

Ma non dimenticare che vedere non è
sapere, né potere, bensì ridicolo
un altro voler essere che te.

Nel sotto e nel soprammondo s’allacciano
complicità di visceri, saettando occhiate
d’accordi. E gli astanti s’affacciano

al limbo delle intermedie balaustre:
applaudono, compiangono entrambi i sensi
del sublime – l’infame, l’illustre.

Inoltre metti in versi che morire
è possibile più che nascere
e in ogni caso l’essere è più del dire.

 

UNA SERA COME TANTE

Una sera come tante, e nuovamente
noi qui, chissà per quanto ancora, al nostro
settimo piano, dopo i soliti urli
i bambini si sono addormentati,
e dorme anche il cucciolo i cui escrementi
un’altra volta nello studio abbiamo trovati.
Lo batti col giornale, i suoi guaiti commenti.

Una sera come tante, e i miei proponimenti
intatti, in apparenza, come anni
or sono, anzi più chiari, più concreti:
scrivere versi cristiani in cui si mostri
che mi distrusse ragazzo l’educazione dei preti;
due ore almeno ogni giorno per me;
basta con la bontà, qualche volta mentire.

Una sera come tante (quante ne resta a morire
di sere come questa?) e non tentato da nulla,
dico dal sonno, dalla voglia di bere,
o dall’angoscia futile che mi prendeva alle spalle,
né dalle mie impiegatizie frustrazioni:
mi ridomando, vorrei sapere,
se un giorno sarò meno stanco, se illusioni

siano le antiche speranze della salvezza;
o se nel mio corpo vile io soffra naturalmente
la sorte di ogni altro, non volgare
letteratura ma vita che si piega nel suo vertice,
senza né più virtù né giovinezza.
Potremmo avere domani una vita più semplice?
Ha un fine il nostro subire il presente?

Ma che si viva o si muoia è indifferente,
se private persone senza storia
siamo, lettori di giornali, spettatori
televisivi, utenti di servizi:
dovremmo essere in molti, sbagliare in molti,
in compagnia di molti sommare i nostri vizi,
non questa grigia innocenza che inermi ci tiene

qui, dove il male è facile e inarrivabile il bene.
È nostalgia di un futuro che mi estenua,
ma poi d’un sorriso si appaga o di un come-se-fosse!
Da quanti anni non vedo un fiume in piena?
Da quanto in questa viltà ci assicura
la nostra disciplina senza percosse?
Da quanto ha nome bontà la paura?

Una sera come tante, ed è la mia vecchia impostura
che dice: domani, domani… pur sapendo
che il nostro domani era già ieri da sempre.
La verità chiedeva assai più semplici tempre.
Ride il tranquillo despota che lo sa:
mi numera fra i suoi lungo la strada che scendo.
C’è più onore in tradire che in essere fedeli a metà.

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Intervista a Michele Nigro

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Intervistando Michele Nigro

a cura di Davide Morelli

Michele Nigro, nato nel 1971, vive a Battipaglia (Sa). Si diletta nella scrittura di racconti, poesie, brevi saggi, articoli. È un artista poliedrico. Dimostra talento in ogni cosa in cui si cimenta. Il suo ingegno è versatile. Ha diretto la rivista letteraria “Nugae” fino al 2009 e attualmente cura il blog personale “Nigricante”: http://michelenigro.wordpress.com. Ha pubblicato la raccolta di poesie “Nessuno nasce pulito”,  la raccolta di racconti “Esperimenti”, il racconto lungo “Call Center” e il saggio “La bistecca di Matrix”. Ha scritto su un quotidiano di Salerno e in tanti altri posti. Oltre ad essere poeta e scrittore è anche giornalista partecipativo. Ha frequentato nel 2008 a Roma, presso la Giulio Perrone editore, il Corso di Giornalismo Culturale. Ha partecipato al Laboratorio di scrittura creativa Rai Eri “Il libro che non c’è”. Ha vinto numerosi premi letterari e ha ottenuto vari consensi da parte della critica. Suoi racconti e poesie sono stati pubblicati in molte antologie.
Chi lo segue sui social sa che non lesina battute argute sui fatti del giorno. È ironico e anche autoironico. Riesce ad essere, come si suol dire, sempre sul pezzo. Scrive aforismi pregevoli. È sempre presente su internet ma rifugge dall’esibizionismo e dal successo. Questa è una descrizione molto sintetica di Michele Nigro. Non ho voluto fare il critico letterario e neanche il biografo. In questa intervista gli ho rivolto delle domande, forse un po’ banali ma utili a comprendere di più l’autore. Se volete saperne di più leggetela attentamente e poi magari commentate. (d.m.)
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DM. A che età hai iniziato a scrivere?
MN. Mi chiedi di compiere un “carotaggio mnemonico” nei terreni del Passato: credo che i primi esperimenti risalgano alla seconda metà degli anni ‘80. Ricordo che mi divertivo a scrivere delle sottospecie di componimenti poetici utilizzando l’inchiostro di china e il pennino: il fatto di dover intingere di tanto in tanto, con un gesto d’antan, mi forniva una pausa dalla scrittura compulsiva e mi induceva a riflettere. Oggi con la videoscrittura questa lentezza è andata un po’ persa, ma cerco sempre di fare un “passaggio lento” su carta prima di riversare tutto in un file, almeno per le scritture a cui tengo di più. Poi c’è stato un lunghissimo periodo diaristico, quando vivevo a Napoli: il diario s’intitolava “Napoli e io”, seppellito in garage; sono trascorsi quasi vent’anni dall’ultima pagina scritta lì sopra, ma non ho ancora trovato il “coraggio” di rileggerlo. Un giorno, quello giusto, lo farò: sono convinto che troverò molte “materie prime” per la scrittura di oggi.
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Da quanto tempo sei un artista multimediale?
Ah, lo sono? Non sapevo di esserlo… Se con la definizione “artista multimediale” ti riferisci all’esperienza di webpoetry sul mio blog “Nigricante” (http://michelenigro.wordpress.com) con cui cerco di integrare coerentemente poesia (o altri tipi di testo), immagini e video musicali in un unico post, allora possiamo parlare di una sorta di multimedialità. Per il resto non credo di aver sperimentato chissà che. L’arte multimediale è ben altra situazione: ne sanno qualcosa gli organizzatori dell’OLE Festival di Napoli (Festival Internazionale della Letteratura Elettronica); la vera multimedialità applicata all’arte prevede anche un compromettente grado d’interazione tra autore e fruitore, che può addirittura modificare l’opera: nel mio caso non si va oltre l’ipertestualità o il classico “mi piace”, la condivisione e i commenti, tipici del blogging e del social networking. Sono ben lontano dai più moderni concetti di Crossmedialità o di Transmedialità.
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Ti definisci un lettore onnivoro, ma quali sono state le letture che ti hanno formato?
Assolutamente onnivoro: la monotematicità mi ucciderebbe. Di libri importanti ne ho incontrati tantissimi; dal punto di vista letterario non ho una formazione accademica (per fortuna o per sfortuna) quindi non ho dovuto leggere un elenco di libri consigliati per superare gli esami. Ricordo con affetto i libri sugli animali che mia madre acquistava a Port’Alba a Napoli tra la fine dei ‘70 e gli ‘80, e poi gli almanacchi di Topolino e Paperino, la Bibbia, una raccolta di fiabe giapponesi, le mitiche enciclopedie “Conoscere” e “Universo” (altro che Wikipedia!), l’Atlante geografico De Agostini, e ovviamente la letteratura fantascientifica… Ma le letture interessanti e formative sono quelle che ancora devo fare: la mia libreria chiama!
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Alcuni ritengono che i blog non abbiano più modo di esistere. Cosa ne pensi a riguardo?
Penso che, al contrario, i blog rappresentino (almeno per quel che riguarda il web) l’ultimo avamposto prima della definitiva invasione di una certa “liquidità”, a cui faceva riferimento Bauman, applicata alla scrittura in rete. Il social networking ha amplificato a dismisura questa condizione disumanizzante: qualcuno parla, a ragione, di “soliloqui incrociati” trasportati da un flusso elettronico verso il mare del Nulla. Anche un blog è effimero: basta un clic e addio! Ma se il blogging è curato, nutrito con materiali consistenti, se è articolato e non teme di essere complesso, può rappresentare un valido argine all’effimero individualismo del web. C’è chi afferma che i post, per essere efficaci (termine relativo: efficaci per chi, per fare cosa?), debbano avere una struttura elementare, essere brevi, leggeri, mi verrebbe da dire “liquidi”, appunto. Io invece dico: scrivete, quando è possibile, post lunghissimi, difficili, “pesanti”, articolati. Avrete molti visitatori frettolosi in meno, questo è sicuro, ma non sarete trasportati dalla corrente del fiume: la “vostra rete” sarà salda, più solida, meno trafficata ma più resistente al tempo. Tutto il resto, poi, dipende dai motori di ricerca e dall’indicizzazione dei contenuti. Se un libro è valido, anche se collocato in un punto dello scaffale poco frequentato, perché non dovrebbe meritarsi di esistere?
E poi, mi tolgo qualche sassolino dalla scarpa, non comprendo lo snobismo di certi “scrittori”, solo perché sono stati pubblicati da qualche casetta editrice, nei confronti dei blogger, non ritenuti “veri scrittori” perché non hanno ancora partorito il “prodotto-romanzo”: anche il blog è una palestra di scrittura (non tutti i blog, ovviamente); molti libri cartacei hanno avuto origine da forme embrionali sul web, così come molti libri stampati proseguono “la discussione” in rete (penso a “Medium” http://medium.com/guida-a-medium e ad altre piattaforme simili per l’interazione autore/lettore, come l’italiana Rivista Letteraria Libera “La Recherche.it” http://www.larecherche.it/index.asp).
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Alcuni giornalisti dicono tutto il male possibile del web. Cosa ne pensi?
Penso che questi giornalisti siano ignoranti, nel senso che ignorano le potenzialità di un mezzo a cui loro stessi, come categoria, attingono a piene mani continuamente: basti pensare a quante volte vengono nominati i social network nel corso dei telegiornali per sottolineare l’andamento dell’opinione pubblica in merito a una questione politica o a una notizia di cronaca. Credo che il giornalismo professionistico si lamenti, giustamente, del web in riferimento al fenomeno delle cosiddette “fake news”: partendo dal presupposto che anche molti “giornalisti professionisti” hanno creato false notizie, non hanno verificato fonti, sono stati di parte, non vi è un luogo sicuro, nel mondo delle notizie, a prova di “falso”. Il “giornalismo partecipativo” ovviamente rappresenta una minaccia per i giornalisti vecchio stampo (anche se l’adeguamento ai tempi è in corso!): per fortuna non bisogna essere iscritti all’Ordine dei Giornalisti o avere il tesserino da pubblicista per scrivere la verità o per “partecipare attivamente” alla creazione di notizie. Anche quelle culturali: quest’intervista è un esempio di “giornalismo culturale partecipativo”.
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Cosa ne pensi del trolling? E degli hater?
Anche se sul mio blog mi sono autodefinito scherzosamente hater e fautore del trolling, penso dei troll e degli hater le stesse cose che penso dei normali “detrattori” nella vita reale: inizialmente possono essere fastidiosi, in seguito si rivelano preziosi per immunizzarci e renderci più forti, o meglio, resilienti, come molti amano dire oggi. A Roma si usa l’espressione: “me rimbalzi!” ovvero ‘mi scivoli addosso’. Solo così si può capire se una passione è forte, se un interesse perseguito è quello giusto o è solo un capriccio momentaneo per cui non vale la pena combattere. Gli hater, come i detrattori, svolgono una funzione oserei dire fondamentale: ci permettono di conoscere e di diventare noi stessi. E quindi, paradossalmente, andrebbero ringraziati.
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Quali sono i poeti contemporanei che preferisci?
Se per contemporanei intendi anche quelli non recentissimi e i non viventi allora, comprenderai, l’elenco diventa un tantino lungo e complesso: però, per non fare torto ai miei coevi, dimenticandone qualcuno, mi terrei largo e parlerei di Ritsos, Pessoa, Kavafis, Raboni, Merini, Szymborska, Boris Vian, Giorgio Manganelli… e Jim Morrison (sì, hai letto bene!). Ma ce ne sarebbero altri: mi fermo qui.
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Quali sono gli scrittori contemporanei che preferisci?
Umberto Eco, Franzen, Nothomb, Erri De Luca, Philip K. Dick, Timur Vermes, Enzo Striano, Andreas Eschbach, Roth, Pamuk, il “collettivo” Luther Blissett, fino a… Vinicio Capossela (hai letto di nuovo bene!). Come per i poeti, m’imbarazza stilare elenchi: anche perché non è detto che mi piacciano tutti i libri di uno stesso autore di un sottogenere letterario. E comunque hai dimenticato di farmi la medesima domanda per gli autori di sola saggistica! Sarà per la prossima volta.
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Nella vita reale frequenti artisti oppure no?
Di più in passato. Non sono un tipo da circoli letterari, da “manifesto programmatico”, per intenderci. Anche se questo non è sempre un bene: l’arte se non s’impregna di azione sociale, di interesse politico, di cultura popolare, di condivisione, prima o poi muore. Credo nella poiesis come “atto solitario”, ma senza esagerare. Alcuni “artisti”, invece, li evito scientificamente per una sperimentata incompatibilità: ci tengo alla mia salute mentale.
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Scrivi sempre oppure aspetti l’ispirazione?
No, a volte leggo anche! Scherzi a parte: l’ispirazione è un fenomeno sopravvalutato a cui è stato attribuito per troppo tempo un carattere miracolistico. Come scrisse Neruda: “Venne la poesia / a cercarmi.” Ed è vero: però all’evento “divino”, creazionistico, segue sempre un momento artigianale “umano” che non è meno affascinante dell’ispirazione, anzi.
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Per te è terapeutica la scrittura?
La poesia in modo particolare, e senza esagerare, posso affermare che ogni giorno mi salva la vita! In senso lato. Ma non potrei concepire la poesia come “sfogo”. Se ricordi all’inizio dell’intervista ho parlato di un periodo diaristico: sono momenti legittimi, soprattutto quando si è giovani, che nulla hanno a che fare con la ricerca poetica, con la formazione di uno stile. Se voglio scrivere degli appunti per dare forma a un pensiero libero con finalità terapeutiche, scelgo un linguaggio quotidiano da consegnare a foglietti volanti, utilizzo degli spazi che ovviamente non diventano di pubblico dominio. Scegliere una forma letteraria da donare al mondo è una scelta seria. Gli “sfoghi” lasciamoli ai dermatologi!
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Cosa ne pensi della neoavanguardia? Secondo te ha esaurito la sua funzione o a tuo avviso ha ancora modo di esistere?
Credo che ci sia ancora tantissimo bisogno di una ricerca neoavanguardista, senza per questo ricadere nella parodia e nel non-senso: certi sperimentalismi esagerati furono necessari in quelle epoche in cui si avvertiva l’esigenza di rompere determinati schemi linguistici; schemi evidentemente riconducibili anche a livello sociale, culturale, politico, religioso. Oggi che si fa un gran parlare di “analfabetismo funzionale” forse sarebbe neo-neoavanguardista la riscoperta della normalità; gli schemi linguistici non solo sono stati dissacrati, di più, sono stati annullati, rasi al suolo da un’ipertrofia di dati – a cui tutti contribuiamo – che ha disarmato il significante (e di conseguenza ha impoverito il significato delle parole). Bisognerebbe ricominciare dai fonemi, dalla scrittura a penna, dalla lettura, dal gusto delle parole. Dal silenzio. La non scrittura potrebbe essere il titolo provocatorio del punto primo di un ipotetico manifesto neo-neoavanguardista del XXI secolo.
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Sempre più artisti scrivono prosa poetica. Cosa ne pensi?
Credo che molti elementi tipici della poesia possano riscontrarsi anche in un testo in prosa. La faccenda dell’ “andare a capo” per considerarsi poeti, credo sia stata inventata proprio per prendere un po’ in giro chi crede che basti spezzare una frase per fare versi. Sarebbe molto più onesto scrivere direttamente prosa poetica. Quanta musicalità si riscontra in certa narrativa; non sempre la prosa assicura una distinzione netta tra significante e significato, e quando accade il risultato è piacevole come quello prodotto da… una poesia. Possiamo noi discriminare tali scritture solo perché non assicurano il rispetto di una tradizione metrica? Così come la struttura metrica dei versi non va controllata con il metronomo. È vero, qualcuno ha scambiato il “verso libero” con il “verso libertino”, ma chi può determinare quale sia (e dove sia) il confine tra la forma testuale e la sua poeticità? Tempo fa, leggendo una recensione alla mia raccolta di poesie Nessuno nasce pulito, il recensore scriveva: “Peccato che abbia abbandonato (riferendosi al sottoscritto, n.d.a) del tutto le forme della tradizione poetica, con la sua sapienza lessicale e con l’intelligente utilizzo delle figure retoriche, avrebbe anche lì capacità espressive di livello.” Una mia possibile risposta potrebbe essere: “Le forme scelte, al netto della loro poeticità, rappresentano sempre l’esigenza neurolinguistica dell’individuo storico, che vive in una determinata epoca, che si esprime in un certo modo e in un dato mondo; esigenza che non guarda in faccia ad alcuna tradizione. In parole povere: al ‘busto stretto’ del sonetto, seppur grazioso all’orecchio, prediligerò sempre il verso ‘sfigurato’ da un enjambement.”
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Secondo te oggi la poesia ha una funzione sociale? Se sì, quale?
Avrei preferito che tu mi chiedessi: “Secondo te oggi la società ha una funzione poetica?” E ti avrei risposto: “sì, come sempre!”. Come ho scritto in una precedente risposta, abbiamo bisogno di socialità, di partecipazione, di condivisione e di vicinanza, per nutrirci innanzitutto di umanità; la poesia è una conseguenza anche di questo aspetto dell’esistenza. Ma non credo che la poesia possa “cambiare il mondo” o “favorire la pace sul pianeta Terra”, come dichiarano le signorine che si presentano a Miss Mondo per fare colpo sulla giuria. È già una fortuna se le poesie riescono – senza per questo scadere in uno sterile intimismo – a migliorare la vita interiore del poeta stesso; da qui ad avere un’influenza sulla società, ce ne vuole… È tutto così relativo: se una sola persona mi confessa di aver riflettuto (o essersi emozionata) grazie a un mio verso, è come se avessi vinto il Nobel! Anche questa è “funzione sociale”, sebbene ristretta. Poi c’è chi per funzione sociale intende “fare del bene con i proventi delle copie vendute”: a questi promotori dico, se potete farlo, fatelo, anche a nome mio, ma la poesia nasce da esigenze diverse. Come ho scritto più volte: la letteratura è utile solo quando è inutile; si scrive per scrivere, non “in vista di”. I benefici sociali sono incidentali.
Un’opera, ad esempio, che ebbe ambizioni sociali, nel senso di risveglio di un’identità popolare e di una coscienza della lotta di classe, fu Canto General di Pablo Neruda. Ma, appunto, stiamo parlando di Neruda! L’essere poeti impegnati socialmente e politicamente non è solo una scelta estetica o metrica, come scrivevo prima, ma può portare a conseguenze drammatiche. È di questi giorni, infatti, la notizia proveniente dal Cile riguardante la vera causa della morte di Neruda: non fu il cancro alla prostata a portarselo via, bensì un avvelenamento. Il regime di Pinochet ha voluto così assicurarsi il definitivo silenzio del poeta, amico del deposto Allende.
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Cosa ne pensi dell’editoria a pagamento?
Non la frequento. Preferisco una più sana, gratuita e onesta autoeditoria (o self-publishing): è una scelta ecologica (si “spreca” carta solo se c’è un reale lettore che acquista; niente resi, niente macero, niente distributori e librai insonni, niente deforestazioni…) e in più permette all’autore di non aspettare inutilmente di entrare nelle grazie di qualche editore per vedere stampata una propria opera. Il self-publishing (che è anche in formato ebook) è un modo per cominciare a farsi leggere, non è l’alternativa assoluta all’editoria tradizionale. È evidente che quando si sceglie l’autopubblicazione, per essere credibili, occorre applicare non il doppio ma il quadruplo della cura che avrebbe una normale casa editrice per un’opera. Gli editori tradizionali intelligenti, comunque, hanno compreso l’evoluzione in atto e stanno cercando di incontrare il mondo dell’autoeditoria, di captarne le potenzialità anche in termini di nuovi autori da scoprire ed eventualmente ripubblicare. Caso mai, in una prossima intervista, potremmo parlare delle condizioni da schiavismo capitalistico dei lavoratori di Amazon o di che cosa si nasconde dietro le grandi piattaforme di self-publishing. Non esistono sistemi perfetti.
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Potresti spiegare in parole povere perché talvolta usi la decostruzione narrativa?
Mi sono divertito ad applicarla, se non erro, solo in un mio racconto lungo – Call Center – pubblicato su Amazon: le trame cronologicamente lineari a volte possono risultare noiose. Il personaggio prima fa questo, poi fa quello, scende, sale, apre, dice… Seguire passo passo i protagonisti, non solo nel presente ma anche in altri tempi, è un modo per spezzare l’integrità del testo classicamente inteso. Andare avanti e indietro nel tempo, utilizzando dei flashforwards (e non solo i più classici flashback), è un espediente della metanarrazione, figlia legittima della letteratura postmoderna. Alcuni pensano che si tratti di “trucchetti” nati con il cinema: la letteratura, invece, è piena di esempi autorevoli di decostruzione narrativa.
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Potresti dirmi tre buoni motivi per cui acquistare la tua raccolta poetica “Nessuno nasce pulito”?
Motivi da fornire non ne ho, francamente. Si arriva a leggere l’opera di un autore seguendo le stesse strade misteriose che hanno indotto a scriverla. Ci si sceglie per caso, annusandosi. Credo nel book marketing, ma fino a un certo punto: il resto se deve avvenire, avviene. A volte si è diffidenti dinanzi all’opera prima di un poeta e si pensa “perché dovrei essere proprio io a dare fiducia a questa penna?”. E caso mai, dopo anni, si ritorna su quell’opera perché si è letto altro di quell’autore, scritto in seguito al suo esordio. Le vie della lettura sono infinite, come per la metanarrazione a cui accennavo sopra.
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Che consigli daresti a un giovanissimo che vuole scrivere?
Assolutamente nessun consiglio. I consigli sono il frutto della logica e la mia razionalità consiglierebbe di seguire strade più facili e redditizie. La scrittura è una scelta dell’anima e io nelle anime altrui non ci entro declamando decaloghi o disseminando consigli.

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Sul comportamento umano

La psichiatria e la psicologia cercano di prevedere il comportamento umano, ma esso spesso è connotato da imprevedibilità anche nelle cosiddette persone normali: figuriamoci in quelle con gravi disturbi psichici! Non solo ma la linea di confine tra normalità e follia è davvero incerta e molto labile. La pericolosità sociale di un soggetto non è dicotomica per uno psichiatra, che dovrebbe esprimersi solo in modo probabilistico. È sempre difficile stabilire per uno specialista se un soggetto disturbato passerà all’acting out e diventerà un serial killer. È difficile dire perché un uomo uccide. Per istinto? Per passione? Per volontà di potenza? Per interesse economico? Per aggressività? Perché non ha saputo reprimere l’impulso? Per mancanza di valori? Per bisogno? Per raptus? Per follia? Per piacere? Per coazione a ripetere, dato che aveva già ucciso? Perché in stato di alterazione psicofisica? Possono essere molte le spiegazioni. Possono essere molti i moventi. Eppure molti esperti ostentano sicurezza e sentenziano con leggerezza quando vanno in televisione a discutere di un assassino. Con faciloneria spesso si mostrano innocentisti o colpevolisti. Eppure dovrebbero essere più guardinghi e responsabili! Allo stesso modo è difficile prevedere come reagirà una persona di fronte ad un evento traumatico come uno scippo, una rapina, uno stupro, un incidente stradale. Talvolta anche le vittime secondarie(ovvero familiari, soccorritori, testimoni) possono risultare traumatizzate dall’evento. Le strategie per reagire ed aventi stressanti sono svariate. Ci sono diversi tipi di coping. Inoltre di fronte ad un trauma psicologico c’è chi sperimenta l’immobilità tonica(o paralisi da paura) e chi invece la dissociazione. Non tutti coloro a cui viene diagnosticata una psicosi, una nevrosi, un disturbo di umore, un disturbo di personalità o un disturbo del comportamento alimentare reagiscono allo stesso modo. Ci sono delle differenze individuali. Ci sono pazienti che reagiscono in modo ottimale al trattamento(farmaci e psicoterapia) e altri che hanno maggiori problemi. Il comportamento umano può dipendere da diversi fattori. Gli psichiatri spesso ritengono di controllare il comportamento dei pazienti grazie agli psicofarmaci. Molto probabilmente semplificano per essere più pragmatici. Comunque A. Koestler aveva previsto tutto quando aveva scritto “Il fantasma dentro la macchina”. La neuropsichiatria sta diventando una nuova forma di controllo sociale, anche se è alquanto imperfetta ancora. Non sappiamo se in futuro le pillole ci renderanno tutti stabili psichicamente e felici oppure no. Può anche darsi che tutti ci accontenteremo di un benessere indotto e artificiale. Gli esperti però spesso non mettono in conto l’assurdo, l’imponderabile, l’aleatorio. In una parola sola il caso, che secondo alcuni domina il mondo. Per loro filosofie come l’esistenzialismo non sono altro che irrazionalismo. Oggi come oggi gli psichiatri non sono più umanisti e hanno tutti una formazione scientifica. Alcuni scienziati hanno cercato anche di creare un algoritmo in grado di prevedere il comportamento. Ma per creare un sistema di previsione accurato ci vorrebbe l’immissione di una enorme mole di dati. Non solo ma ci sono alcuni fattori aleatori interni e altri esterni. Le incognite sono troppe. Non esistono al momento modelli predittivi che possono prevedere il comportamento del più ordinario e regolare degli uomini. Nessuno dovrebbe mai sapere cosa aspettarsi dagli altri. Al momento gli esseri umani sono imprevedibili. Lo dimostrano tutti i crimini senza colpevole. La letteratura moderna insegna pur qualcosa. Debedenedetti scrisse che nei grandi romanzi del novecento era comparso il personaggio particella, che non si sapeva in quale direzione andasse. Nessuno lo poteva stabilire. Il personaggio particella era anarchico, incerto e incalcolabile. Secondo il grande critico era finita la scienza meccanicistica contraddistinta da un rapporto di causa ed effetto e con essa era finito anche il personaggio uomo in letteratura. Era finito il positivismo. Nessuna scienza poteva più essere considerata esatta. Il comportamento caotico e insensato dei personaggi dei nuovi romanzi poteva essere spiegato solo dal principio di indeterminazione di Heisenberg. Gli psichiatri insomma parlano di pattern comportamentali e cercano di studiare la ripetitività delle azioni. Ma senza scomodare di nuovo Debenedetti come la mettiamo ad esempio con l’atto gratuito del Lafcadio di Gide, di “Delitto e castigo” e de “Lo straniero” di Camus ? Tutto può essere. Tutto può accadere non solo in letteratura ma anche nella realtà. Gli esperti molto spesso sono impeccabili a spiegare ex post, ma lasciano a desiderare ex ante. Gli insegnamenti della letteratura restano lettera morta.

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Due parole sulla schizofrenia

 

In molti sono affascinati dal legame tra genio e follia. In molti credono nel mito dell’artista maledetto e nel binomio genio e sregolatezza. Di studi ne sono stati fatti parecchi negli ultimi duecento anni sul rapporto tra psicopatologia e creatività. È dall’antichità che si suppone che gli artisti siano saturnini. Secoli fa si pensava che la creatività fosse un dono per pochi che avevano una dote innata. Erasmo da Rotterdam elogiò la follia(“la sola capace di rallegrare uomini e dei”), mentre lo stesso Cesare Lombroso associò il  genio alla follia in quanto fu colpito dall’ingegno dei pazienti nei manicomi. Alcuni si chiederanno cosa significhi esattamente il termine “follia”. Per i saggi è follia anche il possibile suicidio collettivo della specie a causa dell’inquinamento e della distruzione delle risorse naturali. Ma torniamo al rapporto tra disturbi psichici e creatività.  Secondo le ricerche più recenti in linea di massima sarebbero creative alcune persone depresse, alcuni ciclotimici, alcuni maniaco-depressivi, ma anche alcuni che soffrono di schizofrenia. Secondo la psichiatria la schizofrenia sarebbe contrassegnata oltre che da deliri e dalle allucinazioni anche da ritiro sociale e scarsa capacità di comunicazione. Ciò sembrerebbe in netto contrasto con la smodata voglia di esprimersi e dalla grande capacità comunicativa degli artisti. Gli schizofrenici in genere dovrebbero avere povertà ideativa e soffrire di anaffettività. Eppure nel corso della storia ci sono stati anche casi di artisti schizofrenici. Secondo gli studiosi Van Gogh, Holderlin, Tasso, Gogol, Dino Campana, Strindberg, Artaud erano schizofrenici(tanto per citare i più celebri). Si veda a tale riguardo lo studio di Eugenio Borgna su Artaud. Non è assolutamente detto però che se uno è schizofrenico debba per forza diventare artista o che al contrario essere artista comporta il rischio di diventare schizofrenico. Le persone schizofreniche in Italia sono circa l’1% della popolazione e solo una esigua minoranza di essi è veramente creativa. Bisogna però considerare che non a tutti gli schizofrenici viene diagnosticata la schizofrenia. Esiste comunque un legame tra schizofrenia e creatività artistica. Lo possono testimoniare gli psicoterapeuti e gli psicologi che curano pazienti psicotici con l’arteterapia. Nessuno però è riuscito a spiegare scientificamente questo legame tra creatività e follia, anche se di ipotesi ne sono state fatte molte. L’espressione artistica sarebbe una valvola di sfogo e la creazione produrrebbe uno stato euforico. Le persone cosiddette equilibrate e normali non avrebbero alcun bisogno di provare queste emozioni. Starebbero già bene senza bisogno di creare.  Per gli psicoanalisti la creatività sarebbe una risposta all’angoscia. Per gli psicologi cognitivi le persone creative starebbero buona parte del tempo in uno stato di reverie prima di giungere all’illuminazione. La psicopatologia inoltre potrebbe causare originali associazioni di idee, che potrebbero rendere pregevole la creazione di uno psicotico. Come definire però la creatività? Secondo il matematico Henri Poincarè: “Creatività è unire elementi esistenti con connessioni nuove, che siano utili”. A mio avviso questa è la definizione più sensata, ma molti hanno provato a stabilire in cosa consistesse il pensiero creativo. Gli psicologi ad esempio hanno studiato la creatività tramite vari approcci(psicometrico, psicodinamico, cognitivo, comportamentale) e sono giunti a conclusioni differenti. Spesso per essere creativi gli intellettuali devono essere fuori dagli schemi e originali. Avere disturbi dell’umore, disturbi di personalità o turbe psichiche può talvolta aiutare a vedere il mondo in modo inusuale e ad accorgersi di cose che gli altri non vedono. Ritornando alla schizofrenia, bisogna ricordare che sono diversi i miti da sfatare e che non sempre una persona affetta da schizofrenia ha un deterioramento cognitivo e una disorganizzazione del pensiero tale da non poter comunicare con gli altri. Ogni caso clinico è una storia a sé e deve essere valutato singolarmente. Ci sono diverse forme di schizofrenia: quella di tipo paranoide, quella di tipo disorganizzato, quella di tipo catatonico, etc etc. Ci sono anche diverse fasi. Ci possono essere storie di persone caratterizzate da miglioramenti e ricadute. È sempre difficile generalizzare. La creatività è un mistero; la follia è un mistero e anche il legame tra queste due realtà è un enigma insolubile su cui molti studiosi hanno cercato di indagare senza approdare a niente di certo. Viene poi da chiedersi se il disturbo psichico tolga o aggiunga all’artista. I pareri sono discordanti. C’è chi sostiene che un artista sia tale a causa del disturbo psichico e chi invece ritiene che lo sia malgrado questo. Una cosa è sicura: l’arte non fa impazzire ma nella stragrande maggioranza dei casi è terapeutica.

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Su libri e eBook

Secondo l’indagine ISTAT del 2016 sono circa il 60% gli italiani che non leggono neanche un libro all’anno. Negli ultimi 6 anni sono stati persi anche circa 4 milioni di lettori. Alcuni sostengono sia colpa della grave crisi economica. Altri danno la colpa ad internet. I giovanissimi non leggono. Le donne leggono più degli uomini. Eppure le statistiche ci insegnano che sono troppi i laureati usciti dalle facoltà umanistiche e che solo il 30% dei laureati esce fuori da discipline scientifiche. Da questo si deduce che molti dottori, finiti gli studi, abbandonano completamente la lettura. Tullio De Mauro a suo tempo aveva messo in guardia dall’analfabetismo di ritorno. Insomma sono davvero pochi i divoratori di libri: coloro che fanno shopping compulsivo molto probabilmente non sono affatto lettori accaniti. Sono rarissimi anche i cleptomani nelle librerie italiche. Non esistono affatto ladri di opere di poesia. Ma quali libri leggono gli italiani? Nella stragrande maggioranza dei casi leggono volumi di personaggi televisivi, cantanti, Youtuber, comici, cuochi, sportivi. È stato stimato che soltanto un quinto dei libri venduti è pubblicato da scrittori veri e propri. Il libro delle barzellette su Totti ha avuto un grande successo. Vengono venduti anche molti romanzi d’amore. I romanzieri autentici hanno problemi a vendere. Sono relativamente pochi i lettori, che cercano libri di qualità. Non voglio riportare tutte le cifre perché non sono il mio pane e perché questi dati vanno presi con il beneficio di inventario. Le case editrici e gli autori si vergognano a confessare le scarse vendite di libri “impegnati”. È difficile trovare testimonianze a riguardo. Questa situazione infelice dovrebbe indurre autori e addetti ai lavori a fare autocritica, ma i più non fanno altro che chiudersi a riccio e a mantenere un atteggiamento snob. Sono pochi coloro che possono permettersi di vivere di scrittura: Camilleri(più di 10 milioni di copie vendute) Susanna Tamaro(con il suo bestseller ha venduto circa 15 milioni di copie), Federico Moccia, Elena Ferrante, Niccolò Ammaniti, Isabella Santacroce, Saviano(con Gomorra ha venduto più di 2 milioni di copie), Sandro Veronesi, Andrea De Carlo, Erri De Luca, Dacia Maraini, Sveva Casati Modignani, Alessandro Baricco. Enrico Brizzi può vivere di sola scrittura grazie soprattutto alle ristampe del suo primo romanzo. Forse dimentico qualche nome? Perdonatemi. Molti altri arrotondano con il giornalismo, l’insegnamento, i corsi di scrittura, le consulenze editoriali, le traduzioni, facendo radio oppure facendo gli autori televisivi, gli editor, i redattori, gli sceneggiatori. In Italia gli autori fanno un doppio lavoro o addirittura sono costretti a considerare la scrittura un dopolavoro. D’altronde anche in passato Kafka lavorava in una assicurazione, Svevo lavorava nell’azienda del suocero, Gadda faceva l’ingegnere alla Rai, Bianciardi era un traduttore, S.King faceva il bidello, Salinger era un intrattenitore su una nave da crociera, Joyce faceva il musicista. Ai giorni nostri Vincenzo Pardini fa la guardia giurata, Carofiglio fa il magistrato e Marco Buticchi gestisce uno stabilimento balneare. Andrea Vitali ha lasciato la professione di medico soltanto nel 2014 per dedicarsi esclusivamente alla scrittura. Sono lontani i tempi di Calvino e Pavese. Non c’e più neanche una azienda come la Olivetti in cui trovarono occupazione molti talenti. Questa condizione così precaria degli scrittori al mondo di oggi ha un unico grande vantaggio: non essendo considerati vip nella maggioranza dei casi non sono oggetto di gossip e neanche di critica biografica o psicoanalitica. Ma ritorniamo agli svantaggi. Si consideri che molto spesso le presentazioni dei volumi non vengono pagate. Addirittura spesso i costi(viaggio, pasti, pernottamento) ricadono tutti sugli scrittori. Le royalties sono scarse. Sono mosche bianche coloro che non pubblicano a proprie spese. Sono una rarità coloro che prendono un anticipo. La tiratura per la maggioranza dei libri è scarsa. La distribuzione lascia a desiderare se uno non pubblica con una grande casa editrice. Per un esordiente le difficoltà sono insormontabili. Per uno scrittore italiano vendere 5000 copie è già un successo. Ma con 5000 copie in un anno non si campa di certo. Per il momento abbiamo parlato di romanzieri ma per altri generi va molto peggio. L’eBook può essere una opportunità. Prendiamo ad esempio un genere come la poesia. Sono pochissimi coloro che non pubblicano a proprie spese: solo i poeti che pubblicano con Mondadori, Crocetti, Einaudi, Garzanti. I ricavi sono davvero scarsi. Ma c’è sempre l’opportunità dell’autopubblicazione di eBook. Ora voglio citare un autore che conosco. Michele Nigro ad esempio è riuscito a pubblicizzare il suo eBook di poesia “Nessuno nasce pulito” in molti siti. Invece di promuovere la sua opera nelle librerie ha deciso di farlo sul web. Non ha usato alcuna agenzia letteraria. Ha usato molte piattaforme per stampare le sue opere ed ha utilizzato i social ed il suo blog per pubblicizzarli. Ha realizzato artigianalmente anche alcuni booktrailer. Non gli ho mai chiesto quanto guadagna annualmente con i suoi eBook. Sono affari esclusivamente suoi. Può darsi che con quei soldi ampli la sua biblioteca. Può darsi che si paghi le pizze. Ma in fondo cosa importa? In fondo non ha dovuto sostenere nessun costo. Non ha dovuto calcolare alcun budget. Ha sempre voluto rivolgersi a tutti senza mai cercare di individuare un target specifico. L’unico inconveniente è l’impegno profuso ma la scrittura va considerata sempre una passione. Pubblicare un eBook quindi può essere una fonte di reddito ed un modo per farsi conoscere da una ristretta cerchia di persone(almeno per ora). Alcuni scrittori hanno avuto anche un grande successo, iniziando con l’eBook, come ad esempio Anna Premoli(premio Bancarella) e Roberto Emanuelli.  Basta ricordarsi che la signora James(pseudonimo) ha venduto circa dieci milioni di copie tramite internet, prima di approdare all’editoria tradizionale. Ora la trilogia delle Cinquanta sfumature è famosa in tutto il mondo. Che sia questo il futuro? L’editoria tradizionale dovrebbe stare in guardia e dovrebbe stare soprattutto al passo con i tempi.  Dovrebbe fare molto più scouting per scrittori emergenti. Per il resto che dire? Ai nativi digitali l’ardua sentenza.

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Sulla questione nordcoreana

Sappiamo ben poco del dittatore nordcoreano. Alcuni occidentali che guardano molto al look ritengono che abbia uno strano taglio di capelli. Ma veniamo a quel che conta. Sono scarse le notizie che trapelano. Secondo i media dovrebbe essersi macchiato di atrocità e violenze gratuite nei confronti dei suoi connazionali. Alcuni pensano sia un sadico, un folle. Secondo la cronaca avrebbe fatto sbranare suo zio dai cani, avrebbe fatto uccidere anche un suo fratellastro e una sua ex-ragazza. Dicono che sia disumano nei confronti dei disertori. I media occidentali non fanno altro che riportare che sia paranoico ed abbia molte fobie. Quel che sappiamo di certo è che la sua famiglia Kim governa la Corea del Nord da settanta anni. Sappiamo che i suoi nemici sono gli Stati Uniti e la Corea del Sud. Sappiamo che il leader ha carisma, è benvoluto dal suo popolo che vive con il culto della sua personalità, forse perché non conosce come vivono i cittadini del Sud Corea. Sappiamo che ha voluto un test nucleare che ha causato un sisma di magnitudo 6.3. Questo test è stato condotto a settecento metri di profondità e gli esperti stimano che la potenza sia stata cinque volte più forte di quella di Nagasaki. Sappiamo che questa dittatura è in possesso di missili balistici intercontinentali. Nel corso degli anni la Corea del Nord ha subito pesanti sanzioni da parte dell’ONU. Trump lo considera uno stato canaglia e più volte ha dichiarato di volerlo attaccare. Nel frattempo il leader nordcoreano, che è il più giovane capo di stato del mondo, ha un esercito con più di un milione di soldati e ha dichiarato di avere la bomba H. Il dittatore nordcoreano ha dichiarato che è pronto ad “una guerra santa di giustizia” contro gli invasori. Oggi possiamo essere assolutamente certi che la famiglia Kim in tutti questi anni è stata sottovalutata. Anche lo stesso dittatore per molto tempo è stato considerato uno zimbello, non è stato preso sul serio e le sue minacce non sono state considerate realistiche. Lo stesso Trump è stato sottovalutato; lo dimostra il fatto che i democratici non hanno fatto altro che litigare perché erano tutti sicuri che avrebbe vinto la Clinton. Per quel che riguarda la Corea del Nord molto probabilmente i politici di tutto il mondo credevano che ci sarebbe stata una rivolta popolare ed allora avrebbero aiutato un popolo che voleva autodeterminarsi. Non voglio scrivere inesattezze né mistificare la realtà ma secondo i giornalisti la popolazione, schiava di un regime e povera, non si ribella perché ha paura dei campi di lavoro e di una repressione sanguinaria. Ma non sappiamo esattamente se sia più il consenso o la paura che causa l’immobilismo del popolo. Secondo alcune fonti sarebbe pericoloso per i turisti occidentali spedire email dalla Corea del Nord e parlare con la gente coreana di economia e politica. Ma sono poche le cose assolutamente certe di questo stato piccolo ma tra i più militarizzati del mondo. Con certezza sappiamo che questo conflitto potrebbe determinare una catastrofe su scala planetaria e che dovrebbe essere usata la diplomazia, perché le sanzioni potrebbero rivelarsi a lungo termine controproducenti. Di certo alle dichiarazioni belligeranti del dittatore nordcoreano non si può rispondere con i tweet estemporanei ed emotivi di Trump, che vuole mettere a punto un piano per far fuori il leader nordcoreano. I due capi di stato nel frattempo si scambiano accuse, si offendono reciprocamente e si danno del pazzo a vicenda. Nel frattempo alcuni si chiedono che cosa significhi esattamente il missile sopra il Giappone e perché gli Stati Uniti non risolvano la questione una volta per tutte, visto e considerato che sono una superpotenza. Altri si chiedono perché gli Stati Uniti non abbattono i missili nordcoreani e in cosa consista effettivamente lo scudo antimissile. Altri ancora si chiedono se sia possibile annichilire l’offensiva nordcoreana con un attacco cibernetico. Fortunatamente per questo mondo gli Usa non hanno ancora reagito alle azioni nordcoreane. Di certo quel che sta accadendo è totalmente l’opposto rispetto ai dettami del trattato di non proliferazione nucleare. Il disarmo in definitiva è sempre più una utopia. Ci sono molti interessi in gioco. Sono in molti che non vogliono la rottura dell’assetto dell’Asia orientale: ad esempio la Cina e la Russia. Il piccolo staterello riveste una grande importanza per tutte le superpotenze mondiali. Esperti di geopolitica e strateghi militari hanno ipotizzato diversi scenari. Attualmente le due Coree sono ben lontane da trovare un accordo e un presidente americano che si mette allo stesso piano di un giovanissimo dittatore non facilita assolutamente le cose. Con questo non voglio paragonare Trump a Kim perché il totalitarismo nordcoreano fa acqua da tutte le parti e fa vivere di stenti la sua popolazione. Inoltre anche se fosse la più perfetta delle dittature preferirei sempre la più imperfetta delle democrazie, come ebbe a dire Pertini. Tutto ciò mi spinge anche ad una considerazione di carattere generale: la responsabilità di una guerra è sempre di pochissimi potenti, spesso tarati per via di una personalità patologica. Allo stesso modo la dittatura è quasi sempre determinata dalla follia di un singolo più che da Platone, Marx o Hegel come scriveva Popper ne “La società aperta e i suoi nemici”. Ritornando al conflitto, potremmo essere prossimi al punto di non ritorno. L’intera popolazione mondiale non può far altro che aspettare e stare a guardare, completamente inerte, incolpevole, ormai soggiogata dai metodi ipnotici e dalla manipolazione delle coscienze del potere. I mass media suggestionano e distraggono. Nonostante questi rischi incessanti di una catastrofe mondiale i cittadini occidentali si sentono sicuri e continuano a vivere senza preoccupazioni e senza porsi alcun problema. I mass media non diffondono allarmismo ed il potere onnipresente li rassicura in ogni modo. La vita continua senza alcun panico come i potenti e i capitalisti vogliono affinché non si inceppino gli ingranaggi della economia e della società occidentale, che non possono permettersi una popolazione presa da timori, dubbi e pensieri. L’arma più efficace di qualsiasi tipo di potere, anche quello più democratico, come sosteneva Biko è la mente dell’oppresso. Continuiamo così a vivere sempre di corsa: frenetici e allo stesso tempo rassegnati.

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Su Nardella e la prostituzione

Il sindaco Nardella ha emesso un’ordinanza che prevede la multa e l’arresto per alcuni mesi ai clienti delle prostitute. Ma siamo sicuri che sia veramente efficace una misura del genere? Forse le prostitute invece che riversarsi sulle strade eserciteranno la loro attività in appartamenti ed hotel. Alcuni sostengono che in questo modo non finiranno la tratta e lo sfruttamento, ma che addirittura aumenteranno i reati nei loro confronti. Lontani da occhi indiscreti i maniaci e i malintenzionati potrebbero fare ciò che vogliono alle prostitute. Si pensi che le professioniste devono esercitare al chiuso singolarmente per evitare di commettere il reato di favoreggiamento. Non possono assolutamente fare gruppo. Ricordiamo che la prostituzione è il mestiere, a detta di molti, più antico del mondo. Addirittura, se si pensa al linguaggio comune, se qualcuno usa espressioni come “professionista” o “donna di mondo” tutti intendono che si fa riferimento ad una meretrice. Per alcune civiltà in passato le prostitute svolgevano anche una funzione sacra. Nell’antica Grecia e nell’antica Roma questa attività era permessa. In quelle epoche c’erano le cosiddette etere che si prostituivano ed allo stesso tempo erano donne di cultura. Nel medioevo similmente c’erano le cortigiane che sapevano intrattenere i potenti anche con la loro conversazione. Ai tempi delle case chiuse quasi tutti i ragazzi perdevano la verginità là e quasi tutti gli uomini ci andavano senza rimorsi. Molti ci andavano in gruppo. Oggi nessuno ne parla. La maggioranza dei clienti ci va da solo. Tutto avviene in modo furtivo. Il giro di questa attività è però impressionante. Settantamila sono le prostitute in Italia e si ritiene che ci siano nove milioni di clienti, anche se è difficile fare una stima esatta del fenomeno. Il fatturato naturalmente è da capogiro. C’è chi vorrebbe riaprire le case chiuse; chi invece vorrebbe creare delle zone a luci rosse; chi vorrebbe che le prostitute si organizzassero con delle cooperative. Alcuni sostengono che dovrebbero pagare le tasse ed avere una pensione anche loro. Altri sostengono che la prostituzione dovrebbe essere regolamentata e legalizzata per controllare la salute delle prostitute, per far emergere il sommerso e per togliere alle mani della criminalità organizzata questa attività così lucrosa. C’è chi vorrebbe proibire la prostituzione come in Svezia; chi invece vorrebbe fare come in Olanda. Ci sono zone del mondo come in gran parte dell’Africa e dell’Asia in cui questa professione è illegale. Ci sono alcune nazioni in cui viene perseguito il cliente ed altre in cui viene perseguita la professionista. Quando fanno un talk show in cui parlano di questo problema i paragoni con altre nazioni si sprecano, ma bisogna ricordarsi che noi abbiamo il Papa e gli italiani sono cattolici, ragione per cui questo fenomeno verrà sempre analizzato, studiato, trattato in modo ipocrita a mio avviso. Che dire ad esempio di alcuni rappresentanti dello stato che chiedono alle professioniste di aprire una partita Iva quando lo stesso stato italiano non tutela queste persone in alcun modo? Come si può capire il fenomeno in questione è delicato e complesso. Forse bisognerebbe pensare che il mondo intero è mercificato e in questo consumismo dilagante la massa ricerca la gratificazione subitanea. Il sociologo G. Simmel ha scritto delle pagine illuminanti sia sulla filosofia del denaro che sulle prostitute, svalutate in quanto considerate nemiche della morale piccolo borghese. In fondo ci sono molti modi di prostituirsi in questa società. C’è anche chi si prostituisce intellettualmente. In fondo che dire dei quotidiani che pubblicano tutti gli annunci delle prostitute più o meno libere? Inoltre dalla notte dei tempi c’è la suddivisione archetipica delle donne in amanti(Afrodite) e spose(Era). Ma torniamo alla prostituzione nel nostro Paese. Un tempo c’era Don Bensi che considerava i clienti degli sfruttatori e degli stupratori. Questo può essere vero per chi va con delle ragazze sfruttate dal racket. Ma che dire delle escort,delle girl e delle trans che esercitano volontariamente e liberamente questa attività? Alcuni moralisti e alcune femministe sostengono che nessuna meretrice è realmente libera. Ma chi esercita questa professione non ha capacità di intendere e di volere? In Inghilterra ad esempio viene perseguito,il cliente che fa sesso con una donna costretta a prostituirsi, mentre è legale se lo fa con una libera professionista. Sono ancora in molti a pensare che il meretricio sia una professione che umilia le donne e ferisce la loro dignità. Molti ignorano le argomentazioni del comitato per i diritti civili delle prostitute, che è formato da lavoratrici autodeterminate. Punire i clienti come fa Nardella non vuol dire forse riprendersela con gli anelli più deboli della catena(prostitute e clienti)? Non c’è il rischio che alcuni clienti possano suicidarsi, in quanto le multe arriveranno a casa e saranno viste anche dai famigliari? Nel frattempo molti altri sindaci vogliono copiare Nardella. Il suo provvedimento a favore del decoro e della sicurezza della città è piaciuto a molti, anche se qualcuno mormora che sia già stato fatto in passato dal centrodestra. In fondo Il sindaco di Firenze non si è mai proposto di eliminare totalmente la prostituzione. Vuole debellare solo quella di strada. Ci riuscirà?

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Su Internet, gli hater, i troll…

Le opinioni sul web sono contrastanti e spesso diametralmente opposte. C’è chi lo vede come un panottico in cui tutti sono osservati e chi come il Papa un possibile strumento di pace e solidarietà. Io sono possibilista. Oggi esistono anche gli hater che odiano i vip su internet e/o se la prendano in particolare modo con chi è “diverso” o soltanto apparentemente più debole (gay, disabili, immigrati, etc etc). Di solito offendono e feriscono la sensibilità di alcune categorie di persone. Tutti gli esperti ci dicono che gli hater non appartengono a nessuna tipologia di persone specifica. Non hanno alcuna caratteristica particolare, se non quella di manifestare il loro odio nella rete. Ma perchè odiano? Odiano perchè sono xenofobi in senso lato; odiano infatti ogni forma di diversità. Il “diverso” viene accerchiato e finisce per diventare un capro espiatorio. Chiunque può essere hater. La cosa più allarmante del web è che la capacità di aggregazione degli hater è spaventosa. Quasi sempre si registra una “polarizzazione”(è un termine della psicologia sociale) dei giudizi. Non voglio però dilungarmi sulle dinamiche di gruppo(si legga a riguardo il libro della Wallace sulla psicologia di internet), ma voglio solo far presente che decine di migliaia di individui possono odiare un solo “bersaglio”. Una altra cosa impressionante è che altre migliaia di lurker osservano senza fare niente e si comportano da bystander. Secondo K. Lewin un gruppo era una totalità dinamica basata sull’interdipendenza dei membri piuttosto che sulla loro somiglianza. Ma forse attualmente nella realtà virtuale non è più così. Non solo ma la teoria sociologica dei sei gradi di separazione può essere confortante quanto inquietante e deprimente: può significare che possiamo conoscere chiunque, almeno per interposta persona, ma anche che allo stesso tempo non possiamo sfuggire a nessuno…a meno che non facciamo come Mattia Pascal. Esistono anche i troll che disturbano le discussioni nei vari blog e che possono urtare la suscettibilità di qualcuno ma di solito non commettono alcun reato penale. I troll possono anche rivelarsi divertenti e trollare può essere anche ritenuto legittimo, anche se a lungo termine può annoiare e snervare. Si potrebbe affermare che se i troll regrediscono ad un livello adolescenziale invece gli hater regrediscono ad un livello primitivo e tribale. Le polemiche insomma sono all’ordine del giorno nel mondo virtuale. Tutti dovrebbero cercare di rispettare la netiquette ma di fatto non è così. Molto spesso anzi questa specie di galateo del mondo virtuale sembra essere ignorato dai più. Oggi sono comunque molti i leoni da tastiera e tutto sembra garantire nel web la libertà di espressione e l’anonimato. La rete può cambiare(talvolta potenziare) la nostra personalità. Più esattamente nel web possiamo comportarci diversamente che nella realtà e possiamo decidere di utilizzare alcune delle nostre subpersonalità. Si può costruire qualsiasi identità e si può far coesistere appartenenze a gruppi talvolta incongruenti. Spesso virtualmente siamo più aggressivi. Nella usuale comunicazione faccia a faccia certe cose pochi avrebbero il coraggio di dirle e certi individui talvolta non si rendono conto di quello che hanno scritto su internet e lo “realizzano” solo dopo essere stati perseguiti legalmente quando vengono identificati i loro indirizzi ip. D’altronde offendere una persona in un social network è diffamazione aggravata. Oggi non sembrano esserci filtri e nemmeno censure di alcun tipo. Fin dagli albori internet è stata una terra selvaggia senza alcuna frontiera. Quindici anni fa era terra di attivisti politici e di nerd. Quindici anni fa era l’espertismo dei nerd e degli hacker a dominare la rete. Ma ancora prima, ovvero prima della comparsa di internet tutto era più gestibile? Di certo non esistevano casse di risonanza planetarie come il web. Umberto Eco sosteneva che un tempo tutto iniziava e finiva nel bar e chi alzava troppo il bicchiere veniva subito redarguito e zittito dalla maggioranza degli avventori e dal barista. Oggi controllare totalmente la rete d’altra parte è una utopia bella e buona. Neanche la polizia postale ci può riuscire perché spesso i siti internet incriminati si rifanno a legislazioni di altre nazioni e ci vorrebbero quindi delle rogatorie internazionali. In Germania molto recentemente stanno cercando di prendere provvedimenti contro l’odio in rete, mettendo sanzioni milionarie per gli autori di questo tipo di crimine. Ma era davvero meglio prima? Se gli haters sono il rovescio della medaglia di internet va anche detto che le molte comunità virtuali presenti oggi nel web(mi riferisco in particolare modo ai sociali network) possono fungere da supporto a chi ha bisogno di ascolto e si sente solo; si pensi ad esempio a tutti gli adolescenti che appartengono ad una minoranza e non hanno ancora trovato una loro identità. Su internet, non scordiamocelo, le persone con un certo tipo di problematica possono trovare amici e fare gruppo. Allo stesso modo anche estremisti, terroristi e fanatici di ogni tipo possono far proselitismo. Insomma croce e delizia, pregi e difetti di internet, che è uno strumento dalle enormi potenzialità. Infine non dimentichiamoci dell’enorme intelligenza collettiva che è di fatto la rete. Per chi la sa utilizzare è infinitamente più ricca di notizie, nozioni ed informazioni delle misere enciclopedie di un tempo. Internet in definitiva può anche accrescere la cultura dei singoli, anche se non può formare le menti e le coscienze come i libri di scuola e ci sono invece alcuni studenti che utilizzano la rete come surrogato dei libri e degli insegnanti. Le ricerche sul web invece non devono sostituire nessun agente di socializzazione. Ciò viene definito bulimia informativa. Inoltre i minori non sono ancora tutelati a sufficienza. Ci possono essere dei contenuti che possono turbarli e poi c’è il grave problema del cyberbullismo, che espone al pubblico ludibrio gli adolescenti più deboli in una logica drammatica di dominazione/sottomissione. Di solito i maschi alfa umiliano in ogni modo le vittime. I legislatori insomma devono mettere ancora molti paletti. Ma siamo anche noi che dobbiamo pensare di più. Spesso dovremmo pensare alle conseguenze che possono avere i nostri messaggi e a come potrebbe prenderla chi sta dall’altra parte dello schermo. Il virtuale spesso si ripercuote nella vita reale. Siamo però sinceri: la realtà virtuale molto spesso non è luogo di teofanie. Non solo ma molti hanno sviluppato una dipendenza psicologica nei confronti del web e non possono farne a meno. Devono essere sempre connessi o quasi. Molto spesso- ammettiamolo- è il buonsenso ad essere deficitario.

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