Sull’amore

Dante è forse diventato noto perché guelfo bianco o “ghibellin fuggiasco” secondo il Foscolo? Oppure perché nelle terzine incatenate della Commedia ha immortalato il suo amore per Beatrice? Petrarca è diventato anche egli uno dei più noti poeti italiani per le sue opere in latino oppure per quel Canzoniere in volgare in cui trattava dell’amore per Laura? La maggioranza dei grandi poeti deve la propria fama non tanto al proprio impegno civile o alla propria figura intellettuale quanto alla descrizione nelle opere delle loro vicissitudini amorose. Spesso c’è una figura femminile. Nei casi di Dante e Petrarca l’amore non è corrisposto, le donne muoiono e vengono idealizzate. Ma si potrebbero fare esempi in cui le cose vanno diversamente. Lo scrittore von Sacher-Masoch è diventato famoso non certo per essere un intellettuale asburgico ma soprattutto per il suo bizzarro amore per la sua moglie Wanda. Salinas non diventò noto per essere un esule spagnolo ai tempi della dittatura franchista oppure per essere un professore universitario ma per aver scritto soprattutto “La voce a te dovuta”. Nessuno sa con certezza se le muse furono all’altezza della fama alla quale arrisero. Ma in fondo non è questo l’importante. La cosa più importante è il sentimento amoroso. Ci sono anche esempi altissimi di poesia d’amore omosessuale: ai nostri tempi Pasolini, Dario Bellezza,  Sandro Penna, Auden(i primi che mi vengono in mente): amori che in certe epoche potevano essere considerati diversi e quindi fonte di contrasti. Ma in poesia vengono descritti anche amori per prostitute oppure per le passanti. In letteratura tutto è possibile e niente fa scandalo. La più bella poesia di amore a mio avviso è questa: “Il più bello dei mari/è quello che non navigammo./Il più bello dei nostri figli/non è ancora cresciuto./I più belli dei nostri giorni/non li abbiamo ancora vissuti./ E quello/che vorrei dirti di più bello/non te l’ho ancora detto.”(Nazim Hikmet).  Ma mi piace moltissimo anche il verso di Cesare Pavese: “verrà la morte e avrà i tuoi occhi”. In quel che chiamano amore purtroppo non conta niente il bilancio tra dare ed avere: non è questione di contabilità, seppur dal punto di vista affettivo. Se non ci fossero ingiustizie in amore forse sarebbe poca cosa la poesia. Nell’arco della vita tutti provano delle delusioni sentimentalI ma solo in pochi riescono a metterle a frutto. Diciamo che solo per quei pochi servono realmente a qualcosa: per il resto è esperienza di vita ovvero è pura fregatura.  Inoltre è difficile parlare d’amore perché c’è il rischio di essere banali, strappalacrime o ripetitivi. Non parliamo poi dei cantautori che descrivono da sempre i loro sentimenti amorosi senza alcun pudore.  Mi vengono in mente alcuni versi riusciti di canzoni. Ad esempio De Andrè: “è stato meglio lasciarci che non esserci  mai incontrati”. Oppure mi viene in mente una vecchia canzone di Vecchioni: “io ho le mie favole e tu una storia tua”. Oppure Guccini: “io non credo davvero che quel tempo ritorni ma ricordo quei giorni”. Ma molto spesso i testi delle canzoni, anche quelli poetici dei cantautori, sono stucchevoli e sdolcinati. Esistono diverse tipologie di amore(quello fraterno, quello filiale, quello paterno, quello materno) ma in letteratura ormai da centinaia di anni a questa parte conta solo l’amore sentimentale: forse è per questo che sono soprattutto i giovani ad amare la letteratura. La poesia è esclusiva insomma delle cosiddette anime belle? Oppure è romanticismo puro per tutte le età? La risposta la dovrebbero dare gli esperti e io non sono tale. A onor del vero non mi interessa neanche dare una risposta. Comunque i poeti soffrono moltissimo per amore e la trattazione della tematica amorosa fornisce gloria imperitura: altro che crisi interiori! Forse la cosa peggiore in poesia(e non solo) è quella di affermare di non essere più capaci di amare perché non si ha più la giusta disposizione di animo, per qualche menomazione, per qualche malattia o per sopraggiunti limiti di età. Forse questa è la cosa peggiore. Però ad essere realisti sappiamo bene che le relazioni nella vita reale(non nella letteratura) spesso sono degli “egoismi a due” come li definiva E. Fromm. Nella vita reale spesso si è distanti anni luce dall’amore cantato dai poeti e spesso ci si sente soli anche se si è in coppia.

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Due parole su Ungaretti

Ungaretti dovrebbe essere un modello per i poeti contemporanei spesso illeggibili perché incomprensibili. Ognuno, dopo aver finito di scrivere una raccolta poetica, dovrebbe rileggere “Allegria”, che si caratterizza per i versicoli immediati. Dovrebbe essere la prova del nove per tutti  i poeti. Allo stesso modo ogni  romanziere dovrebbe, dopo ogni sua fatica letteraria, rileggere “Se questo è un uomo” e  “Una giornata di Ivan Denisovič” perché questi due capolavori riescono a coniugare anche essi sostanzialità e testimonianza. Poi magari ogni scrittore potrebbe  decidere se pubblicare o rivedere di nuovo il lavoro. Ma ritorniamo ad Ungaretti. Sono talmente dirette e spontanee le  sue liriche, che riescono a spiazzare e a colpire favorevolmente anche i lettori più snob, abituati alla poesia del novecento che si distingue per essere così intellettuale! Ungaretti è agli antipodi di poeti così ricercati come Eliot e Pound. Riesce a semplificare il linguaggio e ad essere scarno ed essenziale. Nei suoi versi troviamo tutta la sua vita di esule che si forma culturalmente a Parigi(conoscendo Apollinaire e Picasso) e che combatte sul Carso. Queste sue poesie sono testimonianza ineguagliabile della guerra. Sono prive delle descrizioni e dell’eloquenza della lirica di quegli anni. Non vi sono leziosismi nè orpelli inutili. Sono frutto di una ispirazione, che trascendono la metrica, la retorica e l’estetica. Non vi venga in mente che le sue poesie scaturissero solo da intuizioni, seppure formidabili. C’era del lavoro alle spalle. Erano state molte le varianti e le revisioni prima delle versioni definitive. A onor del vero bisogna anche ricordare che il poeta distrusse le tradizionali forme poetiche nelle prime liriche ma successivamente dimostrò di saper utilizzare anche versi canonici come novenari ed endecasillabi. Forse oseremmo troppo a scrivere che fu una sorta di cubista della poesia nella sua prima fase. Come ebbe a scrivere Ungaretti per essere poeti è necessaria non solo la pazienza, la conoscenza della tradizione, l’intelletto. Bisogna anche saper fare i conti con il mistero che alberga in ogni animo: soltanto così una poesia può diventare unica come la sua. Ungaretti, quando scrisse i suoi primi innovativi versicoli, aveva appreso la lezione dei simbolisti francesi. Ma Ungaretti era completamente originale. Aveva subito saputo distinguersi dai suoi illustri predecessori. Era un predestinato della poesia. Lo stesso Thomas Merton scrisse che Ungaretti era sconvolgente e che la sua intensità annientava. Alcuni suoi versi rimarranno per sempre nella memoria di molti: “m’illumino d’immenso”, “è il mio cuore il paese più straziato”, “si sta/come d’autunno/ sugli alberi/ le foglie”, “Di che reggimento siete/ fratelli?”, “Non sono mai stato/ tanto/ attaccato alla vita”, “tra un fiore colto e l’altro donato/ l’inesprimibile nulla”. Queste illuminazioni esprimono in modo impareggiabile la precarietà e la fragilità proprie di chi combatte in una guerra assurda. Ungaretti aveva combattuto la grande guerra e per capire quanto fu devastante la prima guerra mondiale non bisogna andare molto lontano: basta andare a visitare Asiago, che fu completamente rasa al suolo in quegli anni. Ungaretti viaggiò molto. Visse molto. Soffrì molto. Non soltanto per l’esperienza della guerra ma anche per la morte del figlioletto di nove anni a cui dedicò la raccolta “Giorno per giorno”. Il poeta si chiedeva come era possibile continuare a vivere e a fare le cose di ogni giorno quando non poteva più vedere il suo bambino, la cui voce non avrebbe udito più. Scrisse Ungaretti: “E t’amo, t’amo, ed è continuo schianto!…”. Nella sua vita il poeta sperimentò i dolori più terribili: gli orrori della guerra e la scomparsa del figlioletto. Ma Ungaretti riuscì a non lasciarsi mai sopraffare dalle avversità e dai tristi eventi. Riuscì sempre a superare questi periodi di crisi, testimoniando con i suoi versi le tragedie vissute. La follia della guerra riuscì a vincerla confidando nell’uomo: credendo nella fraternità. Il dolore atroce per la perdita del figlio lo sconfisse non solo con la terapia della scrittura ma anche con la religiosità. Non auguro a nessuno di provare i dolori di Ungaretti. Dovrebbe però essere preso di esempio per la sua semplicità, che è mai scontata e non scade mai in banalità. Il Nostro scrisse in modo apparentemente semplice ed è comprensibile a tutti. Ma non lasciatevi ingannare. Ungaretti era anche un profondo conoscitore della lingua e della poesia. C’è chi potrebbe pensare che molti sarebbero in grado di scrivere come Ungaretti ma è un giudizio affrettato dovuto a pura superficialità e faciloneria: pensarla così è pura ingratitudine nei confronti di uno dei più grandi poeti del novecento. Comunque Ungaretti fu il primo a scrivere in quel modo così breve e coinciso.

 

 

 

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Due parole su Quasimodo

Quasimodo, nonostante le sue sperimentazioni e le sue revisioni stilistiche, fu sempre legato alla tradizione, grazie alla musicalità dei suoi versi e al suo classicismo(non a caso tradusse i lirici greci). Inizialmente il poeta cantò il mito della Sicilia, la nostalgia e lo sradicamento dalla sua terra; nelle sue prime raccolte rievocò l’infanzia e i paesaggi che lo avevano visto nascere e crescere. In quegli anni fu ermetico. Alcuni lo hanno considerato un caposcuola, mentre altri solo un fiancheggiatore di questa corrente letteraria.  Coloro che lo criticano negativamente per questa sua adesione dovrebbero però ricordarsi che erano gli anni della formazione del suo immaginario e del suo apprendistato poetico: non era ancora nella fase della maturità. L’ermetismo aveva il grande pregio di proporre “la letteratura come vita” e di opporsi all’autoesaltazione, all’enfasi, alla megalomania di D’Annunzio. Alcuni critici però hanno sempre accusato gli ermetici di essere oscuri e di utilizzare un linguaggio allusivo. Ma Quasimodo anche in questo suo periodo non fece mai un utilizzo eccessivo dell’analogia. Poteva sembrare di primo acchito non totalmente originale, eppure successivamente si dimostrò unico sia dal punto di vista espressivo che per quel che riguarda la visione del mondo. Il poeta seppe distaccarsi dalla retorica di Carducci, dall’estetismo e dall’irrazionalismo di D’Annunzio, dall’intimismo e dalla stanchezza di vivere dei crepuscolari, dall’esaltazione del progresso dei futuristi, dal nazionalismo di altri artisti; il poeta siciliano non scavò mai nella parola e non distrusse il verso come fece Ungaretti; non distrusse mai le strutture logiche e sintattiche; non si abbandonò all’estetismo; non si lasciò corrodere dall’autodistruzione e dalla nevrosi; non fu mai preda dell’intellettualismo e ricordo che ad esempio per Croce l’autentica poesia era priva di sovrastrutture ideologiche, di allegorie, di tematiche filosofiche e teologiche. Quindi secondo i canoni estetici crociani i suoi componimenti erano poesia. Il grande critico letterario Oreste Macrì scrisse un saggio sulla “poetica della parola” di Quasimodo. Come poeta sono pochissimi coloro che lo giudicano in modo negativo. Come uomo all’epoca alcuni lo criticarono per non aver partecipato alla Resistenza. Ma come scrisse lo stesso Quasimodo “il poeta modifica il mondo” e non è detto che lo possa fare soltanto con l’impegno politico-sociale ma lo può fare anche con i suoi versi. Dopo la fase ermetica non scrisse più dell’Eden perduto ma trattò della sofferenza dell’uomo in guerra. Quasimodo dimostrò di saper compiere una evoluzione dal punto di vista umano, affrontando nuove tematiche. Aveva sempre nostalgia di casa, ma non era più il paesaggio siciliano ad avere la meglio: era piuttosto la coscienza civile ad essere presente in ogni lirica. Il poeta non poteva stare nella sua torre eburnea ma doveva esprimere sentimenti come solidarietà, partecipazione emotiva, fraternità. Evitò così di descrivere l’incomunicabilità e divenne forse il più comunicativo dei poeti del novecento,  addirittura forse più di Ungaretti: sicuramente uno dei più semplici e più comprensibili a leggersi, il più efficace a descrivere la crisi esistenziale dell’uomo moderno conseguente alla tragedia e all’orrore della guerra. I suoi messaggi erano chiari ed espliciti. Come non ricordare la lirica “Uomo del mio tempo”, in cui scrive che l’uomo è sempre lo stesso di quando usava la pietra e la fionda e che ora utilizza le sue scienze esatte per sterminare i suoi simili? Oppure come scordarsi “Alle fronde dei salici” che necessita di una parafrasi solo se letta da un bambino delle elementari o al massimo delle scuole medie inferiori? Oppure come non ricordarsi la lirica “Quasi un epigramma” in cui definisce la società moderna come “la civiltà dell’atomo”? Non era forse questa poesia civile? Non era questo un lirismo fatto da parole semplici che potevano arrivare a tutti? Ancora memorabili i versi di “Lamento per il Sud” in cui descrive un meridione dove si moriva di stenti e nonostante ciò ancora bello e incontaminato, a differenza di un Nord industrializzato e già inquinato. La lirica più celebre di tutte è senza ombra di dubbio “Ed è subito sera” perché in pochissimi versi sono rappresentate sia la solitudine dell’uomo contemporaneo che la brevità della vita e lo scorrere inesorabile del tempo. A mio modesto avviso il poeta cercò sempre di descrivere l’enigmaticità e il non senso di un mondo sfuggente e colmo di brutture: una società di massa desacralizzata(“senza Cristo”) in preda alla barbarie. Da ricordare anche che dopo la fine del conflitto mondiale si avvicinò al neorealismo e si mostrò critico nei confronti del boom economico e del consumismo. Con queste poche righe non voglio assolutamente spiegare Quasimodo. Posso solo interpretare i suoi versi e voglio farlo da dilettante senza seguire le regole, i criteri e i metodi dei critici di professione. Comunque per avere più  chiara la sua poetica ricordo che fu proprio Quasimodo nel suo saggio “Discorso sulla poesia” a scrivere che “la poesia si trasforma in etica, proprio per la sua resa di bellezza”.

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Sui professori universitari

Nel sistema universitario vigerebbe la ricattabilità, il clientelismo e il nepotismo. Sono molti a sostenere che i concorsi sono truccati e che si sa già chi vince. Sono moltissime le segnalazioni che giungono al giudice Raffaele Cantone, presidente dell’Autorità Anticorruzione. In fondo di Vittorio Sgarbi si può anche pensare tutto il male possibile ma non certo che non sia competente nella storia dell’arte e che non sia un intellettuale di primo ordine. Eppure non ha mai vinto una cattedra universitaria. Questo è il segno inequivocabile di qualcosa che non va? È stato forse scartato per le sue intemperanze e per la sua condotta? Non scherziamo. Se guardiamo ai premi Nobel per la letteratura anche la Deledda, Quasimodo, Montale e Fo non hanno mai insegnato all’università(Quasimodo insegnò al conservatorio). Grandi scrittori come Pavese e Calvino non insegnarono mai all’università. Non solo ma nella letteratura del novecento sarebbero un numero consistente gli autodidatti. Bisognerebbe ricordarsi il concetto dantesco secondo cui non è la stirpe che nobilita l’uomo ma è l’uomo che nobilita la stirpe. In termini più moderni bisognerebbe sostituire la parola “stirpe” alla parola”categoria”. Tutto ciò non lo scrivo perché io ambisco ad una cattedra universitaria: assolutamente no. Non ambisco a tanto. Non sono così illuso! Lo scrivo per il semplice motivo che non si può far rispettare la legge se la classe dirigente non riesce a dare il buon esempio. In fondo anche i cattedratici terrebbero un comportamento mafioso secondo molti: non sono mafiosi con la M maiuscola(non uccidono) ma con la m minuscola(raccomandano, favoriscono, truccano, ostracizzano). Alcuni potranno obiettare sostenendo che anche gli imprenditori assumono raccomandati e lasciano il timone dell’azienda ai figli. Ma per gli imprenditori esiste il rischio di impresa. Possono sempre fallire se fanno le scelte sbagliate. Con questa crisi economica spesso falliscono anche se non sbagliano. I giovani professori raccomandati invece sarebbero inamovibili. Possono fare tutti i danni possibili ed immaginabili, e nessuno può fare niente. Questo avverrebbe in ogni tipo di facoltà. Posso accettare a malincuore che avvenga in quelle umanistiche ma che dire di quelle scientifiche? Che dire quando si tratta di salvare vite umane o di progettare ponti? Paradossalmente che dire di presunte irregolarità in facoltà di legge che dovrebbero formare avvocati e magistrati? Alcuni potranno affermare che in fondo non si tratterebbe certo di una grande ingiustizia ma di una piccola ingiustizia: i professori non guadagnano cifre da capogiro, si tratta pur sempre di persone culturalmente preparate, i politici e i grandi imprenditori fanno inciuci peggiori, etc etc. Secondo me si tratterebbe(se fosse vero) di un vero e proprio abuso di potere. Una cattedra universitaria è un posto fisso ben retribuito e di grande prestigio. A mio avviso ci sarebbe vera equità tra i lavoratori se anche i pubblici dipendenti fossero passibili di licenziamento come nel privato. Non ritengo affatto giusta questa disparità di trattamento in virtù di un concorso vinto(ma se era truccato chi se ne frega di chi lo ha vinto?). Anche nel pubblico impiego chi sbaglia dovrebbe pagare. Non voglio con questo affermare che tutti i professori universitari non sono validi e neanche competenti. Non possono certo mettere una persona totalmente ignorante ad insegnare. Ma è il sistema che non mi piace. Per vincere dovresti essere allievo o addirittura pupillo di un cattedratico. Spesso farebbero vincere la moglie, l’amante, il figlio, la nuora, un parente. In alcune facoltà alcuni parlerebbero di una vera e propria parentopoli. Sono forse tutti rosiconi maligni? Talvolta le pubblicazioni su riviste importanti oppure la pubblicazione di libri riguardanti la disciplina di insegnamento non varrebbero assolutamente nulla e sarebbero carta straccia. Ci sarebbero i cattedratici che farebbero pressione indebita e sceglierebbero sempre i loro discepoli. Il merito secondo molte testimonianze passerebbe sempre in secondo piano. Il problema insormontabile è questo: è molto difficile trovare le prove. Il condizionale perciò è d’obbligo. Dal punto di vista formale tutto sembrerebbe svolgersi correttamente. Apparentemente. Però sarebbe solo una formalità. Ma non lamentiamoci. Un poco di libertà ce l’abbiamo: possiamo sempre parlare male del sistema universitario in generale. Comunque aveva ragione Freak Antoni: cosa pretendi da un Paese che ha la forma di una scarpa?

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Sui racconti

Non voglio fare sottili distinguo tra romanzo e racconto: mi limiterò a fare solo le distinzioni più elementari e forse più banali. C’è chi sostiene comunque che la struttura narrativa sia la stessa. Forse i romanzi a differenza dei racconti hanno una sovrastruttura intellettuale e un intreccio che i racconti non avranno mai. Forse i romanzi comprendono una maggiore cura nel descrivere ambienti e personaggi, soprattutto nel delineare la psicologia dei personaggi. Sono pochi coloro che pensano che un racconto sia un romanzo in miniatura. Per il racconto forse basta l’ispirazione. Si può scrivere di getto. Per il romanzo spesso gli autori si documentano e ne scrivono più stesure. Il travaglio è di gran lunga maggiore. Il lavoro dovrebbe essere maggiore. Per il romanzo dovrebbe essere più difficile giungere alla gestalt finale. Lo scrittore Aldo Busi spesso ha dichiarato che in Italia esistono molti poeti, molti scrittori di racconti ma pochi sono i veri romanzieri. Molti artisti secondo Busi sarebbero dei romanzieri mancati. Il romanzo, facendo queste considerazioni, sarebbe quindi più complesso di una raccolta di racconti: più complesso da scrivere, da leggere, da analizzare, da recensire. Ma poi ne siamo così sicuri? Ad esempio “Casa d’altri” di Silvio D’Arzo(pseudonimo) che cosa è esattamente? Un racconto lungo? Un romanzo breve? Un ibrido particolarissimo? Una eccezione che conferma le regole suddette? Ai letterati e ai critici letterari l’ardua sentenza. Ma perché disprezzare il racconto? Perché considerarlo un genere minore? Non suscita forse emozioni? Non fa scaturire riflessioni e pensieri? Una raccolta di racconti fantastici non può trattare di universi paralleli come un romanzo di fantascienza? Una raccolta di racconti non può forse essere una opera aperta? Non può essere una opera di avanguardia? Non può trattare tematiche importanti? Non può far vedere le cose da una prospettiva insolita? Non ci vuole forse anche una certa abilità nello scrivere racconti? Inoltre c’è anche chi sostiene che il romanzo non abbia più un senso. Già le avanguardie avevano decretato la morte del romanzo. Secondo Milan Kundera la morte del romanzo è già avvenuta e nessuno ne è rimasto colpito o scandalizzato. Il romanzo secondo il famoso scrittore rappresenta la complessità del mondo e dell’esistenza; i mass media che invece dominano il pianeta tendono a dare una visione univoca e ipersemplificata della vita. Ritornando al racconto comunque non voglio nemmeno cercare di darne una definizione. In buona parte dei casi il racconto probabilmente è una storia breve. Ma non sono un esperto di storytelling. In America chiunque scrive un libro di narrativa di successo, indipendentemente dalla qualità, ormai è chiamato a tenere corsi di scrittura creativa nei vari college. Lasciamo le astruse teorie a questi autori e spesso teorici improvvisati. A mio modesto avviso il maestro indiscusso del racconto nel novecento è R. Carver. Naturalmente i racconti fantastici di Borges sono esemplari. Ma sono particolari: anzi, oserei dire unici nel loro genere. Sono però da leggere anche i racconti di S.Beckett e di Salinger(“I nove racconti”). Parlo sempre di autori del novecento. In Italia invece i grandi scrittori di racconti sono a mio parere Dino Buzzati(“I sessanta racconti), Cesare Pavese(“Feria d’agosto”, “Fallimenti”), Silvio D’Arzo(“L’aria della sera e altri racconti”), Giorgio Manganelli(“Centuria”), Guido Piovene(“Inferno e paradiso. Racconti(1929-1931)”), Del Giudice(“Il museo di Reims”), Italo Calvino(“Ultimo viene il corvo”), Antonio Delfini(“Il ricordo della Basca”). Tralascio etichette e tentativi di descrivere la varietà stilistica. Comunque questi sono gli autori a mio avviso che bisogna leggere e con cui bisogna fare i conti se si vuole iniziare a scrivere racconti. Discorso a parte merita Silvio D’Arzo, molto stimato dalla critica letteraria e anche da Montale, che in vita pubblicò solo tre libri senza alcuna gloria e fu un anonimo professore. Morì a soli trentadue anni. Ci ha lasciato soprattutto “Casa d’altri”, ovvero un’opera mista di mistero e lirismo, ambientato nella provincia emiliana e che ha come protagonisti un prete e una anziana che vive da sola. Altro discorso a parte anche per un altro irregolare delle patrie lettere: Antonio Delfini, che riuscì a passare alla storia anche come poeta irriverente e al di fuori della retorica e degli stilemi del tempo. Con il suo capolavoro “Poesie della fine del mondo, del prima e del dopo” riuscì nell’impresa di scrivere un anticanzoniere. La donna un tempo amata non era più idealizzata e neanche mitizzata, come avevano fatto per secoli in poesia e nella letteratura. Fino a pochi anni fa esisteva il premio Antonio Delfini che era dedicato alla poesia. Oggi non ho più notizie di questo premio, un tempo prestigioso.  Comunque sembrerebbe che con il passare degli anni di questo singolare personaggio anticonformista sia rimasto più il poeta che lo scrittore. Staremo a vedere in seguito come si evolveranno le cose. Spero di avere dato qualche consiglio di lettura. Naturalmente spero anche di non avere annoiato nessuno:mi ero promesso quando ho iniziato a scrivere queste righe di essere breve e coinciso.

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Sulla disoccupazione

Per molti la disoccupazione è una colpa perché per loro il disoccupato è una persona che ha perso troppi treni. Per altri, più solidali e comprensivi, il disoccupato è una persona a cui non è stata data una opportunità, a differenza dell’inoccupato che rifiuta le possibilità di lavoro che gli vengono offerte. Ma coloro che ritengono la disoccupazione una colpa a mio avviso sono di gran lunga superiori a coloro che la ritengono una sfortuna, soprattutto se appartengono ad una zona di Italia dove il lavoro non manca e la crisi economica non si fa sentire come in altre regioni(penso al Nord Italia dove c’è una sorta di pseudo-calvinismo diffuso). Sono però certo che coloro che ritengono i disoccupati dei fannulloni, degli incapaci o delle persone che hanno scelto un corso di studi “sbagliato” non lo direbbero mai esplicitamente se intervistati da qualcuno della doxa mentre camminano per le vie di una grande città. Alcuni personaggi, che si sentono arrivati, invece dichiarano esplicitamente che i disoccupati non hanno voglia di lavorare e sono tali perché rifiutano lavori umili. Qualche imprenditore ha detto che tutti in Italia vogliono fare gli avvocati e nessuno vuole fare il cameriere. Qualche altro ha dichiarato che i disoccupati devono per forza di cose andarsene dall’Italia. Un ministro ha detto in una conferenza stampa che per trovare il lavoro in Italia è più importante andare a giocare a calcetto che saper scrivere un curriculum. Comunque non ha detto uno sproposito. La realtà dei fatti è questa e recenti ricerche lo dimostrerebbero: nel nostro Paese per trovare lavoro c’è bisogno di pubbliche relazioni e di conoscenze. La cosiddetta disoccupazione intellettuale è sempre più rilevante. Soprattutto al Sud c’è un numero consistente di giovani laureati in materie umanistiche e con dei master conseguiti che sono senza lavoro. Alcuni sostengono che in Italia ci sono troppi laureati e teorizzano addirittura più facoltà a numero chiuso, cosa che poi cozzerebbe con il diritto allo studio. Eppure le statistiche dicono il contrario. Nella classifica dei 34 Paesi più industrializzati del mondo, l’Italia è ultima per numero di giovani laureati. Il nostro Paese spende pochissimo del proprio Pil nelle università. Forse allora ci vorrebbero meno laureati in materie umanistiche e più in materie scientifiche? Bisognerebbe perciò anteporre gli sbocchi professionali alle vocazioni, gli interessi, le attitudini? Staremo a vedere in futuro. La disoccupazione non solo non consente di essere autonomo ad un giovane o di mantenere la famiglia ad una persona più  matura, ma comporta anche altri effetti collaterali. Una persona disoccupata perde progressivamente sicurezza; diventa molto più ansiosa con il passare del tempo; diventa sempre più demotivata; spesso cade in depressione. A livello cognitivo si deve trovare delle passioni per tenere in esercizio la mente. Spesso si tratta di lunghi periodi di inattività in cui la mente rallenta e la persona è soggetta a stress da sottoattivazione. Anche il bagaglio di cognizioni delle persona si indebolisce, si atrofizza. La mente infatti non viene più allenata continuamente. Non solo ma mancano anche i soldi per comprarsi libri e per fare corsi: anche questa è una limitazione non di poco conto, visto che oggi si parla sempre più di formazione continua e di aggiornamento continuo. Un gradino sopra nella scala sociale stanno i precari, che sono ricattabili dai datori di lavoro e non sono granché tutelati dai sindacati. Anche se sono attivi a livello psicofisico e hanno un reddito anche loro non godono di certezze a lungo termine e non possono ottenere mutui. La maggiore flessibilità in entrata rispetto ad un tempo ha creato più posti di lavoro precari: niente altro che questo. Non voglio stare a sindacare se era possibile fare meglio o peggio e se esistevano le condizioni per fare meglio: non sono un economista, un politico, un sindacalista o un imprenditore. Comunque la situazione non è rosea neanche per i precari. Tutti possono diventare disoccupati: infatti i dipendenti possono essere licenziati, i commercianti e gli imprenditori possono fallire, i liberi professionisti possono rimanere senza clienti e perciò  senza lavoro. Ma sono relativamente pochi i lavoratori che pensano a questa eventualità. La maggioranza pensa di trovare subito lavoro e spesso minimizza le problematiche economiche, psicologiche, esistenziali, sociali annesse e connesse alla disoccupazione. Lo stato naturalmente non può dare lavoro a tutti. Neanche gli imprenditori possono dare lavoro a tutti, ma solo a quelli che ritengono più adatti; in fondo non sono benefattori e quando hanno aperto la loro attività si sono assunti dei rischi. Il reddito di cittadinanza è pura utopia: come farebbero a trovare le risorse economiche? Ci vorrebbe un welfare più efficiente senza ombra di dubbio. Nel frattempo a livello economico siamo ancora nel pantano…per usare un eufemismo.

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Vittorio Baccelli

Vittorio Baccelli (1941-2011) è stato uno scrittore, poeta e mailartista lucchese. Si laureò in lettere moderne all’Università di Pisa.  Si laureò in scienze umane e sociali presso l’Università di Urbino. Conseguì un master in scienze biomediche. Dal 2004 è stato presidente dell’associazione letteraria Cesare Viviani. Vi consiglio di leggere queste sue opere:
• Storie di fine millennio, 2000 Prospettiva Editrice, Civitavecchia
• 45 lezioni sul vuoto , 2001 Montedit, Melegnano
• Mainframe, 2001 Prospettiva Editrice, Civitavecchia
• Cinq et quarante, 2002 Prospettiva Editrice, Civitavecchia


Tre piccole pietre:
Tre piccole pietre di pallido azzurro
mani di velluto mani di seta
eccedenze culturali e materiali
accarezzano la fronte
mi sollevo
Ezra guida l’arto
avviene il randez-vous
con F.T.M. futurista
fuggono veloci le icone via dal monitor
pixel impazziti
roteano a vuoto nell’ambiente
mutati in e-mail randage
rifiutati & folli
(clicca randage ed avrai la listata dei miei amori)
in intimità con le clarisse
nel salotto buono
infine
con stimoli antientropici raggiungo
atlantideo moto cavalcante
oricalco
curve nel tempo onde vibrazioni
un insieme forse un mandala
una fusione d’alchemico impasto
satanico dessert
&
liquidi organici casualmente sparsi
dal violento impatto
tre piccole pietre d’azzurro pallido.


UNHEIMLICH:
Lievita
dal panorama odierno, elettrico,
una follia tranquilla, verrebbe da dire
mentre ci fermiamo per cercar di comprendere la direzione
da usare in
una perturbante situazione con azioni sfuggite da qualche tempo
alla logica più razionale:
ogni spiegazione è giusto che debba arrendersi
com’essere sporgente al baratro, in fondo al baratro
c’è una bocca, un occhio, forse
un morto pezzo di cuore.
Il neroinchiostro rende visibile il tuo riflesso
il soffio del deserto lentamente incalza
come la nebbia dei pianori o quella dei campi
ove verzura clonata giunge a falsa maturazione
apparire o scomparire, facendo a gara
nell’impossibilità che si rende reale
– d’un tratto –
emozioni forti che spezzano, interagiscono e respingono.
All’interno del mondo virtuale nel sogno non
hanno corso le categorie dalle modalità
ambivalenti, vissuti emozionali –
improvviso naufragio autoconvertito
contrappunti di vene e dissonanze
esuli i polsi dalla scena a densità variabile
suggestiva più d’ogni altro moto
teso a mostrare l’impotenza
di noi cavie
segnate a calce dal più breve invito alla
deframmentazione tesa a mostrare
spiegando spirali opalescenti.
Ombre schive sovrastanti amore,
abbia inizio il giorno di carni sconsacrate
e droghe dal bianco inclinato
su relais e scorie di lastre fenoliche e microchip
mescolati nella terra a frammenti di bianche ossa calcinate
non si è più molto sicuri del ritorno
al proprio status originario, di quiete
origine della sapienza nel vortice degli input
violentemente scagliati nella salita dei gradini
d’ardesia bluastra.
Su in cima allo ziggurat
colpiti dalla luce argentata della luna
dal suo suolo butterato, poi la caduta e
durante la caduta
la percezione d’essere ancora alla moda
come straordinario esempio di ri-creazione,
fenice, alla luce del pensiero maledetto
le protesi impiantate come
moltiplicatori di forse nell’affermazione
della più radicale instabilità con
indefinibili condizioni
malformazioni nei nanomeccamismi impazziti
in questo universo a stringhe, portatori d’acqua bruciante
in sosta davanti al grande fiume.
Sito ove le montagne s’inabissano
assieme ai pensieri del pensante;
ogni pensiero un rischio
ancor più d’ogni convenzione,
perturbante sicumera degli avatar
fuggiti senza più alto né basso
oltre i fenomeni razionali
d’un gotico inespresso
soffocando all’entrata della
piazza dei venti
per comparire e scomparire
senza scomporre l’ombra promessa dalla parabola
allo specchio deforme della parola stessa.
Inquietudine inquieta
davanti alla primeva luce sorgente ove
lei nuda si specchia e si…
…e si masturba
cullata dagli ultrasuoni
inondata da raggi portanti
di morte e di vita:
indifferentemente.


IN VIAGGIO:
Amsterdam, aprile del 1970.
Ma questa è la casa del Moneta! alle pareti i quadri del moneta, lo stesso cavallettto con tavolozza del Moneta, il tappeto accanto al futon dove mi trovo sdraiato, lo riconosco, è quello del Moneta, il suo preferito che stava nello studio.
Ma il Moneta se ne è andato da lucca un anno fa, quando l’arrestarono e stette in San Giorgio una settimana, poi uscì e sparì.
A questo punto sarà bene che vi racconti che il Moneta è un falsario, il più bravo falsario che io conosca: fa dei quadri meravigliosi, perfetti, dei De Chirico, dei Picasso, dei Van Gogh, dei Gottuso identici agli originali.
E lui fa solo copie, bellissime copie, autentiche copie, sembrano talmente vere da essere gli originali.
Più volte gli ho chiesto “ma perchè non fai dei quadri tuoi? Con la tecnica che hai, puoi fare quello che vuoi” e lui mi rispondeva sempre che non riusciva a fare niente di suo, solo a copiare i maestri era bravo.
E così è sparito da Lucca.
Ma dove mi trovo? Sicuramente a casa del Moneta, ma dove? Ricapitoliamo e cerchiamo di capirci qualcosa.
Sono partito una settimana fa con la Land Rover del Perini destinaziione Parigi, oltre al Perini ci sono anche daniela, Marino, Assuero ed il Rossi.
Dovevamo trovare due nostri amici a Parigi, li abbiamo trovati e siamo stati tre giorni nella loro soffitta nel quartiere latino, più che soffitta la chiamerei fumeria, girava uno spinello dopo l’altro, tipo catena di montaggio, ogni tanto una variante: un chilum, un tè, una pipetta.
Fuori pioveva, tre giorni di pioggia chiusi in casa, solo qualche uscita per il bar dietro l’angolo.
Io sempre appiccicato a Daniela, i Pink Floid a tutto volume, ne avevo le palle piene.
“Ad Amsterdam, ad Amsterdam, lì si che c’è bello, quì ci si rompe i coglioni!” diceva il Perini, “io so chi ci ospita”.
Ecco dove sono, è Amsterdam, e l’ospite è il Moneta, diavolo d’un falsario, ecco dov’era sparito!
E sempre annebbiato da quel troppo fumo di quei tre giorni a parigi cerco di alzarmi: sono tutto vestito, ma senza scarpe.
Un buon odore di caffe viene da quella che intuisco sia la cucina, ed è la cucina e lì c’è il Moneta in vestaglia che va in su e giù per la stanza con un bicchiere stracolmo di caffè fumante in mano.
C’è anche un tipo sbaraccato su una sedia a sdraio, capelli lunghi biondi, occhi chiusi, camicia e pantaloni jeans, piedi nudi.
“Ah Vittorio, sei tu! Meno male che ti sei svegliato, questo qui è due giorni che dorme”.
Questo qui è l’Emanuele, l’avevo già conosciuto a Firenze, ed anche lì stette tre giorni immobile facendo dannare chi l’ospitava.
Emanuele col saldatore costruisce piccolissimi oggetti bellissimi, meccanici ed al tempo stesso mistici, ma ha fatto troppi viaggi in acido.
Arriva Daniela con un vassoio con piatti colmi di riso macrobiotico.
A me la macrobiotica ha sempre fatto schifo, sono un patito della dieta meditterranea, ma la fame ha sempre il sopravvento.
Questo viaggio è un vero viaggio, non ricordo neppure come sono arrivato, gli ultimi ricordi sono della soffitta nel quartiere latino, con daniela che mi passa il chilum.
Ma ora mi riprendo, faccio mente locale: sono ad Amsterdam, è la prima volta, non ci sono mai stato, voglio andarein piazza dam, voglio vedere i Van Gogh! mi guardo intorno e vedo arrivare il Moneta con un Van Gogh in una mano ed un Picasso del periodo blu nell’ altra, ovviamente dipinti da lui, che mi fa “questi non ti bastano?”.
E mi ritrovo con Assuero in piazza Dam dopo avere attraversato non so più quanti canali e piazzette con piccioni che a tratti mi sembra di essere a Venezia, solo che qui le gondole non si vedono.
“E i provos, dove sono i provos? Meno male che qui non piove, che buon trip abbiamo preso” dice Assuero e non ricordo d’aver preso trip.
La piazza è piena di gente, tantissimi giovani, capelli lunghi o rasati, minigonne, mi guardo intorno e sento Assuero esclamare “No! Non è possibile!” e col dito mi indica Angelino che si sta avvicinando.
Angelino, l’incubo dei lucchesi, sempre a chiedere mille lire.
Angelino ci guarda con gli occhi appannati e fa ” avete mica un fiorino?”.
Cazzo, cazzo, cazzo uno attraversa la vecchia Europa e cosa trova? Acqua a Parigi ed Angelino ad Amsterdam che chiede un fiorino, non è possibile.
Lascio la piazza con Assuero e Angelino e me ne vado in giro da solo in questo labirinto d’isolette bagnate dall’Amstel, attraversando un ponte dietro l’altro fermandomi solo per ammirare una meravigliosa chiesa barocca.
Torno poi dal Moneta e ritrovo la stessa situazione del quartiere latino con due varianti: il Moneta non fuma ed Emanuele è sempre lì che non dà segni di vita.
Ad un certo punto della notte appare dal nulla una bellissima nera, completamente nuda che gira per la casa, poi non la vedo più.
La mattina successiva esco con Marino ed il Rossi alla ricerca della casa di Rembrandt, non la troviamo, ma finiamo per puro caso davanti al museo di Van Gogh.
Questo me lo vedo e me lo gusto tutto.
Torniamo poi dal Moneta, Emanuele si è svegliato, beve latte e racconta barzellette, il Perini finisce nuovamente in paranoia e vuol tornare a Lucca.
Ci fumiamo uno spinello, salutiamo tutti e torniamo alla Land Rover. Siamo partiti da circa un’ora, tutti sonnecchiano, io sono alla guida, Daniela nel sonno si rigira e fa “però come è bella Venezia” e si rimette a ronfare.
Non saprò più niente del Moneta e dell’Emanuela, Daniela, uno dei miei rari amori, morirà d’embolia, Marino precipiterà nel Lazio col suo aereo, assuero morirà di AIDS, il Rossi diverrà pensionato delle Farmacie Comunali, il Perini erediterà una cartiera, Angelino farà un miscuglio troppo potente di psicofarmaci ed alcool.
Tornerò ad Amsterdam solo in Internet.

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Sul terrorismo

Hanno colpito ragazzini e ragazzine. Hanno colpito degli innocenti. Li hanno considerati un danno collaterale. Non si sono lasciati impietosire. Sono sempre più cruenti. C’erano dei chiodi nella bomba per fare più vittime possibili. Noi occidentali per loro siamo tutti crociati e tutti infedeli. Non si fermano davanti a niente e a nessuno. Cercano l’eccidio di grande impatto mediatico. Era un kamikaze ad un concerto pieno di teenager. Non era un lupo solitario. La polizia ha trovato fino ad ora come complici il fratello e il padre. C’era una rete di persone che lo ha aiutato. C’era una cellula fondamentalista. La bomba non l’ha certo costruita da solo. L’orrore non è finito probabilmente. Va detto anche che ogni kamikaze lo considerano un martire. Altri probabilmente cercheranno di emularlo. L’Isis o stato islamico autoproclamatosi è particolarmente abile a reclutare giovani, facendo propaganda su internet. Ma non è uno scontro di civiltà e neanche una guerra di religione. È solo terrorismo. Sono solo degli integralisti islamici: dei fanatici religiosi. Non sono veramente musulmani così come i terroristi dell’Ira in Irlanda del Nord non erano veramente cattolici e così come in Italia i mafiosi non sono veri cattolici: questi signori non vivono una autentica religiosità ma sono solo idolatri. Non dimentichiamoci poi che i terroristi non colpiscono solo noi occidentali ma colpiscono anche gli stessi cittadini musulmani ad esempio in Africa. Non dimentichiamoci anche che  un tempo eravamo noi occidentali gli invasori, anche se ci sono pareri discordanti riguardo al fatto che il colonialismo possa essere o meno una causa del terrorismo islamista. Molti analisti dicono che con questi attentati i terroristi cercano di creare una frattura tra cattolici e musulmani. Naturalmente affermano anche che non dobbiamo cadere in questa trappola. Adesso dovranno essere rafforzate le misure di sicurezza per ogni evento. Non cerchiamo comunque relazioni tra un immigrazione sempre più incontrollata(a onor del vero) e terrorismo. Tutti gli attentati ci insegnano che gli autori erano ormai immigrati di seconda generazione: erano cittadini europei a tutti gli effetti. Non si può però accogliere tutti gli africani perché abbiamo delle risorse limitate ed è anche troppo utopico pensare che chi viene accolto in un paese si comporterà bene e non compierà crimini. L’unica cosa da fare comunque è cercare di integrare gli immigrati. Dovremmo però vedere quale tipo di integrazione scegliere. Ci sono diversi modelli: quello inglese, quello tedesco, quello francese, quello americano(melting pot). In America ha prevalso il crogiolo. In Francia ha prevalso lo stato laico a cui tutti devono sottomettersi. In Germania gli immigrati possono lavorare ma non viene loro concessa la cittadinanza. In Inghilterra hanno le stesse opportunità degli inglesi e godono anche dei diritti civili. Al momento non abbiamo ancora scelto in Italia perché in questi anni si sono succeduti il centro-destra e il centro-sinistra che approcciano il problema dell’immigrazione in modo completamente diverso. Staremo a vedere.  I politici di tutti gli schieramenti dovrebbero fare fronte comune contro il terrorismo. È forse irrealizzabile? A mio avviso è questo che dovrebbe essere fatto. Nel frattempo speriamo che l’intellicence di tutti i paesi risulti efficace ed agisca in modo tempestivo. Ora il problema fondamentale è questo: la società occidentale è talmente aperta da fagocitare questo nuovo tipo di estremismo? Inoltre bisognerà vedere se riusciremo a conciliare la sicurezza con la solidarietà nei confronti dei profughi e dei migranti in genere. Non è possibile a mio avviso respingerli e rimandarli indietro quando arrivano su quei barconi che potrebbero affondare da un istante all’altro. La guardia costiera e la marina devono per forza di cose aiutarli. Sarebbe disumano fare altrimenti. Il diritto internazionale va rispettato. Allo stesso tempo bisogna trovare delle soluzioni. Bisogna che gli altri paesi europei ci aiutino. Bisogna condannare in modo esemplare gli scafisti. Bisogna stipulare degli accordi con alcuni stati africani. Infine dovremo anche vedere se riusciremo ad andare avanti senza cambiare le nostre abitudini di vita perché è questo che i terroristi vogliono: impaurirci totalmente. Altra cosa che cercano di fare compiendo queste stragi è quella di renderci schiavi della rabbia. Ma noi in questi frangenti non abbiamo bisogno del lassismo e neanche di derive autoritarie: entrambe le cose sarebbero controproducenti. Molto probabilmente ciò di cui abbiamo bisogno è un autentico pluralismo: diritti civili e libertà religiose a chiunque ma nessuna tolleranza nei confronti di chi cerca in qualsiasi modo di minare questa nostra società aperta. Il pluralismo quindi potrebbe essere la migliore strategia di prevenzione. Comunque la questione è complessa ed articolata. Possibilmente non va affrontata in modo emotivo.

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Sulla pubblicità

Pubblicità del fast food. Pubblicità dell’acqua che depura l’organismo e aiuta a mantenere la linea. Pubblicità dello yogurt che favorisce la regolarità dell’intestino oppure che abbassa il colesterolo insieme naturalmente ad un corretto stile di vita. Pubblicità dei telefonini, della Coca-Cola, del gelato commerciale, dell’Amaro, dell’acqua gassata, del caffè, delle caramelle, delle patatine, delle liquirizie, delle merendine, dei cioccolatini, dei detersivi, dei deodoranti, della crema contro le rughe, del dopobarba, della crema per i brufoli, della pomata per le emorroidi, della crema per la secchezza vaginale, della crociera, dello shampoo antiforfora, della crema solare, dei gioielli, della crema per smagliature, dell’integratore alimentare, degli attrezzi per fitness, degli assorbenti per donna, della poltrona motorizzata, del latte senza lattosio, del sito che confronta polizze auto, del sito che confronta i prezzi degli alberghi.  Sono rimasti famosi ormai alcuni slogan pubblicitari(“ci sono cose che non si possono comprare, per tutto il resto c’è MasterCard”; “il meglio di un uomo”(rasoi); “così tenero che si taglia con un grissino”; “che mondo sarebbe senza Nutella?”). Sono lontani i tempi delle semplici affissioni e delle pubblicità didascaliche del Carosello degli anni sessanta. Oggi la pubblicità è piena di inglesismi: brand, testimonial, marketing, target, copywriter, art director. C’è la pubblicità comparativa, quella occulta, quella ingannevole. C’è anche quella invadente online tramite email, banner e pop-up. La pubblicità dice il proverbio è l’anima del commercio. Ormai è ovunque: alla televisione, al cinema, sui giornali, per strada, su internet, alla radio, al telefono con il telemarketing. Molto spesso è la promozione di prodotti e servizi inutili. Talvolta vengono pubblicizzate comodità, ma non sono molte le cose veramente necessarie. Molto spesso la pubblicità  è la creazione di falsi bisogni tramite messaggi subliminali. È la cosiddetta civiltà dei consumi. Ci sono agenzie pubblicitarie che fatturano cifre stratosferiche. Ci sono imprenditori che si arricchiscono vendendo in tutto il mondo prodotti inutili o di pessima qualità(ad esempio il cibo dei fast food). Paradossalmente ci sono stati e ci sono artisti morti poveri(Van Gogh, Oscar Wilde, Edgar Allan Poe, Ugo Foscolo, Baudelaire, Antonio Ligabue, Bach, Mozart, Monet, etc etc) e scienziati/inventori incompresi(Meucci, Mendel, Nikola Tesla, Semmelweis, etc etc). Soprattutto gli artisti nella società moderna sono costretti a vivere in una condizione di indigenza e sono dei veri disadattati. Esemplare è il caso di Van Gogh che vendette un solo quadro in tutta la sua vita. Oserei dire che un tempo le persone si godevano l’inutilità dell’arte. Oggi si godono l’inutilità dei prodotti pubblicizzati. Oserei dire che ormai la vera arte è la pubblicità. Il problema è che questo sistema non fa il lavaggio del cervello agli adulti, che hanno delle menti ormai assuefatte, ma anche ai bambini a cui dovrebbero insegnare fin dalla più tenera età a analizzare e scomporre gli spot pubblicitari. La pubblicità spesso utilizza figure retoriche. La più utilizzata è l’iperbole. Negli spot troviamo spesso allusioni e richiami erotici. In particolare viene spesso fatto un utilizzo improprio del corpo della donna. Non c’è bisogno di essere raffinati intellettuali per capire questo. Non c’è bisogno di analisi semantiche e iconografiche della pubblicità.  Non c’è bisogno di scomodare la sociologia, la psicologia, la semiotica, l’antropologia, il marketing. Basta solo ragionare un poco da profani ma con un minimo di senso critico per capire i meccanismi di funzionamento! Con questo non ce l’ho con i pubblicitari perché anche quello è un modo di campare. La pubblicità non è altro che un messaggio veicolato tramite slogan ed immagini, che devono far scaturire desiderio del prodotto ed indurre all’acquisto. Ma per quanto invasiva anche la pubblicità ha un’incognita: è sempre un mistero il passaggio dalla propensione all’acquisto alla scelta del prodotto tra gli scaffali del supermercato. Comunque  questa ormai è la società dei furbastri, delle persone scaltre e pragmatiche: possibilmente senza remore o scrupoli di alcuna sorta. Sono questi i requisiti indispensabili per avere successo. Il talento non è più richiesto. Ciò nonostante sono sempre più i teorici del darwinismo socioeconomico. Ulteriore paradosso: gli ideatori delle pubblicità vengono chiamati creativi mentre alcuni veri artisti(quindi creativi) fanno la fame.  Infine altra stortura dell’attuale sistema economico è la borsa con le sue scalate e le sue speculazioni, che non hanno niente a che fare con l’economia reale e non determinano mai benefici ai paesi e alle popolazioni. Si potrebbe concludere con una sola frase: è il mercato, bellezza!

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Montale e le Cinque Terre

Montale nacque nel 1896 a Genova e morì a Milano nel 1981. Nell’adolescenza e nella giovinezza trascorse le estati a Monterosso, dove faceva bagni e gite con Anna degli Uberti, che forse si può idenficare con Annetta, la prima presenza femminile della sua poesia. È proprio a Monterosso(alle Cinque Terre) che si formò come poeta autodidatta e fu proprio questo paese ad essere fondamentale nel suo immaginario. La critica ormai ha sistemato Montale assieme a Ungaretti(la poesia pura) e Saba(la poesia onesta). Oppure talvolta ha proposto una nuova triade: Montale, Ungaretti, Quasimodo(caposcuola dell’ermetismo). A mio modesto avviso queste collocazioni lasciano il tempo che trovano. Gli stessi critici un tempo proponevano la triade Carducci, Pascoli, D’Annunzio o in prosa la linea Svevo e Pirandello. Comunque Montale non fu mai legato ad alcuna scuola o ad alcun ismo letterario. Possiamo solo affermare con certezza che in gioventù i suoi modelli di riferimento furono Foscolo, Leopardi, Manzoni come indicò nel suo scritto Stile e tradizione. Gli Ossi di seppia furono pubblicati da Gobetti nel 1925 e dimostrano una grande originalità perché si distanziano dall’opra dannunziana Alcyone. Lo stesso Montale definì la poesia degli Ossi controeloquente e per nulla aulica. Il premio Nobel non a caso predilige i limoni ai bossi ligustri dei poeti laureati. La poesia degli Ossi permette di dire soltanto “ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”. Nella sua prima raccolta poetica troviamo come protagonista l’aridità  del paesaggio ligure: non troviamo neanche sullo sfondo i grandi eventi storici o le ideologie, anche se Montale firmò in seguito il manifesto degli intellettuali antifascisti e si oppose quindi alle “stalle di Augia”. Gli stessi Ossi di seppia, che sono detriti in balia della corrente e che poi restano inermi sulla spiaggia, non simboleggiano altro che la condizione umana. L’agave abbarbicata allo scoglio in fondo non rappresenta altro che l’isolamento del poeta. La natura soffre; lo stesso essere umano soffre e non può far altro che testimoniare la propria sofferenza(“il male di vivere”). La poesia montaliana si contraddistingue per il descrittivismo, la capacità di creare oggetti-emblemi e di mitizzare i luoghi della sua giovinezza. Ma è allo stesso tempo anche una poesia che rappresenta la crisi esistenziale di Montale, le sue disarmonie, il suo disagio, la precarietà della vita, l’inautenticità dell’esistenza: in definitiva il suo rapporto problematico con la realtà. La sua poetica non consiste quindi in una pura nominazione e i suoi componimenti non sono semplici esercizi di stile, nonostante la sua giovane età. Montale inoltre non ha e non offre mai speranze, illusioni e neanche metafisiche consolatorie(i morti per Montale perdurano soltanto nella memoria dei vivi. Non c’è alcun aldilà): “è della razza di chi rimane a terra”, anche se è alla ricerca di un varco(alcuni critici hanno considerato per tale ragione il poeta comunque pervaso da un’ansia metafisica). Forse anche per questo è stato accusato di immobilismo esistenziale(è lui stesso Arsenio) nel corso della sua carriera poetica, oltre al fatto che è sempre stato etichettato come il poeta borghese per antonomasia. Per alcuni critici era non credente e borghese: perciò incapace di evolversi e destinato a ripetere le stesse tematiche. Comunque gli Ossi di seppia forse restano il vertice della poesia montaliana: l’esito più alto. Recentemente sono stato a visitare le Cinque Terre, che dal 1997 sono diventate patrimonio dell’umanità. Sono rimasto deluso perché i borghi erano sovraffollati. Era pieno di turisti stranieri, che erano in gran parte arrivati con il traghetto da La Spezia. I parcheggi erano tutti a pagamento e nonostante questo non si trovava un posto. I ristoranti erano cari. I negozi alimentari, i bar, le pizzerie a taglio erano prese d’assalto. Il turismo di massa arricchisce i liguri ma salvaguarda forse il territorio? Un tempo forse era un’ingiustizia che tale natura incontaminata fosse privilegio di pochi(quando non c’erano ancora le autostrade, i traghetti, le ferrovie). Oggi è una calca, un caos improponibile. Non esiste una via di mezzo? Il consumismo e il turismo mordi e fuggi forse  finiranno per deturpare anche le Cinque Terre. Per la tutela di quei borghi dovrebbe essere preferito un turismo di qualità a un turismo di quantità. Il rischio è che i vandali e i maleducati rovinino tutto. Montale forse si rivolta nella tomba.

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